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PER UN PARTITO "CONTENDIBILE"

Tanti medici si assiepano attorno al capezzale del Partito Democratico. E assomigliano, dietro gli accenti spesso melliflui e i volti compunti, ai quattro corvi-necrofori che fanno visita a Pinocchio malato. Forse una valutazione meno parziale di quelle che vanno per la maggiore consentirebbe di considerare in modo meno drasticamente negativo lo stato di salute del maggiore partito d’opposizione: fidando quanto meno nel bisogno vitale che il Paese ha di non veder estinguersi l’unica voce in grado di contrastare con una qualche efficacia la deriva in atto verso un’inedita forma di salazarismo telecratico.

Del PD, infatti, di un PD vitale e in piena forma, è l’Italia ad avere bisogno, non solo Veltroni, D’Alema & C.  Non è forse un caso se, quando i suoi dirigenti – malgrado le lacerazioni, i ritardi, a volte l’autolesionismo da cui sono afflitti – chiamano gli italiani a manifestare la propria volontà politica, gli italiani rispondono a centinaia di migliaia, quando non a milioni. E non certo affollando i gazebo immaginari talora vantati dalla propaganda berlusconiana, né semplicemente rispondendo agli inverificabili sondaggi di cui è così fecondo l’eloquio dell’arrampicatore brianzolo, e neanche riuscendo – con una fachiresca smentita della legge fisica dell’impenetrabilità dei corpi – a entrare in un milione e mezzo in una storica piazza che può contenere duecentomila persone o giù di lì.

Ma rispondono facendo pazientemente la fila e versando volentieri un obolo per esprimere la propria preferenza in materia di leadership del nuovo partito; rendendo gremiti l’ancor più storico (e capiente) Circo Massimo e i suoi verdeggianti dintorni; frequentando e animando – infine – i circoli dello stesso PD sparsi ai quattro angoli del Bel Paese: in una misura certo non paragonabile a quella che caratterizzava i partiti di massa del tempo che fu, a partire dal PCI; ma neanche lontanamente immaginabile per le sedi aziendali del partito del Cavaliere e del suo “popolo”, o per i dopolavoro del bibliofilo siciliano Dell’Utri o della signorina Brambilla da Calalziocorte in quel di Lecco (a proposito: che fine hanno fatto, questi ultimi, dopo che la loro promotrice ha ottenuto il suo bravo sottosegretariato?).

In tal senso si può convenire con Walter Veltroni quando sottolinea, ribattendo ai critici interni ed esterni, la consistenza reale del partito da lui guidato. E si può anche dar ragione a Eugenio Scalfari (la Repubblica del 21 dicembre) quando mette in luce la mala fede di chi, dopo aver irriso per un anno all’inconsistenza della proposta programmatica del Partito Democratico, non ha l’onestà intellettuale di riconoscere lo sforzo notevole contenuto, proprio su questo terreno, nella relazione di Veltroni alla Direzione del 19 dicembre. I cui contenuti sembrano mostrare, viceversa, l’emergere almeno in abbozzo di un leggibile profilo progettuale del partito nato un anno fa con il plebiscito di massa delle “primarie” per Veltroni; e avanzano un ventaglio coerente di proposte che guardano sia all’immediata cogenza della crisi sia alle necessità del medio-lungo periodo. 

Malgrado questo passo in avanti di non poco momento, Veltroni ha continuato a recitare – si suppone involontariamente – la duplice parte del parafulmine di tutti i dissensi, di tutte le insoddisfazioni, di tutti gli attacchi; e insieme di leader insostituibile. In tal modo le dissidenze e le critiche hanno finito con l’assumere più la veste dei mugugni astiosi e impotenti che non quello delle vere e proprie critiche politicamente fondate e mirate. Mentre al fondatore del PD è toccata di fatto la sorte di sostenere anch’egli la tendenza – già impetuosa – alla personalizzazione della politica e dei partiti, se non addirittura la deriva plebiscitaria, nel nostro Paese, dell’una e degli altri.

La sua solitudine rispetto al quadro di vertice (con l’ovvia eccezione dei fedelissimi), infatti, fa stridente contrasto con l’ampio consenso che egli riscuote presso la “base” degli iscritti e dei simpatizzanti: come ha dimostrato fra l’altro la grandiosa manifestazione del 25 ottobre al Circo Massimo, annunciata con inconsueto anticipo e caparbiamente voluta dallo stesso Veltroni malgrado le numerose e anche autorevoli voci che ne sconsigliavano lo svolgimento. Un consenso, dunque, che sembra investire il leader assai più ampiamente di quanto non investa il PD come tale.

Che cosa significa tutto ciò? Significa – ad avviso di chi scrive – che, dei numerosi problemi che il nuovo partito si è trovato di fronte fin dalla sua fondazione, uno soltanto, per ora, può dirsi risolto: quello della leadership. Che infatti nessuno nel partito, anche fra i critici più espliciti del segretario, osa mettere apertamente in discussione. Sia pure con la solitaria eccezione del prof. Parisi, ulivista della prim’ora e, come tutti gli apripista, perennemente deluso dei risultati concreti della sua dilettisima creatura.

Dunque, a ben vedere, ciò che quell’evento memorabile di poco più d’un anno fa ha prodotto non è propriamente la nascita di un partito in senso proprio, ma l’aggregazione attorno a un leader riconosciuto a livello di massa di un’area di militanti politici, in parte provenienti dai DS e dalla Margherita, ma in parte consistente nuovi all’impegno partitico o vogliosi di riprenderlo dopo un periodo di disaffezione. Tanto da legittimare – in apparenza – due tesi fra loro contraddittorie: da un lato quella di chi, come ovviamente Veltroni, sostiene che il PD già esiste e opera come attore importante della scena nazionale; e dall’altro quella di chi, viceversa, pone l’accento sulla necessità di passare una buona volta a “costruire” il partito (che evidentemente non è ancora stato costruito), di “radicarlo nella società e nel territorio” (dove evidentemente non ha ancora radici) e via auspicando ed esortando.

L’apparente contraddizione si scioglie ben presto se si prende atto che già esiste e opera il “partito di Veltroni”, mentre non esiste ancora un PD che sia qualcosa di diverso e di autonomo dal “partito di Veltroni”. O meglio che, per distinguersi dal “partito di Veltroni”, non debba necessariamente identificarsi con un altro leader: che so, il “partito di D’Alema”, quello “di Bersani”, quello “di Rutelli” o magari (se mai fosse possibile) quello “di Parisi”. Cioè con una corrente politica organizzata non “dentro” il partito, ma “in sostituzione” di esso. Cosicché per un verso ha ragione Veltroni nel denunciare il rischio del “correntismo” come fattore di irrigidimento della dialettica interna e, al limite, di disgregazione del partito;  ma nondimeno ha ragione  anche D’Alema nel sospirare una buona vota l’avvento di correnti vere e proprie, se non altro “fattore d’ordine” della dialettica interna al partito. Che siano nel partito, appunto, non contro di esso. Fattori di vita e di crescita, canali di discussione libera e trasparente, non fattori abortivi (come paventa il fondatore-segretario) dello stesso partito.

E però, a questa seconda tesi si potrebbe obiettare con qualche ragione che l’auspicio di un correntismo sano e costruttivo presuppone logicamente, per realizzarsi, che un partito vero e proprio, non semplice funzione di un leader, preesista alle stesse correnti: le quali solo in tal modo possono organizzarsi al suo interno e non in sua vece o, peggio, contro di esso. Non a caso l’on. D’Alema, nell’atto stesso di auspicare quel sano correntismo, è costretto a negare con decisione – e persino con una sovrabbondanza di spiegazioni (excusatio non petita…) – di essere un capo-corrente e a dichiararsi del tutto alieno dal mettere in discussione la titolarità della segreteria.

Sull’altro versante, c’è da chiedersi quale sia, nella fase attuale, il fondamento reale della leadership veltroniana e della sua palese “non contendibilità”. E un tale quesito sembra trovare risposta nel fatto che, fra i dirigenti favorevoli a dar vita al Partito Democratico, Veltroni era ed è tuttora non solo il più capace di riscuotere un consenso massiccio in entrambe le basi di partito, ma anche il più accetto – perché più rassicurante – ai rispettivi quadri dirigenti. La nomenklatura diessina, infatti, non poteva e non può mancare di riconoscere in lui, ex segretario dei DS e acclamato sindaco della Capitale, “uno dei nostri”. Sull’altro versante, si può supporre che abbia contato e continui a contare, insieme all’ecumenismo delle sue esternazioni, il fatto che fin dalla prima ora Veltroni abbia dichiarato apertamente di “non essere mai stato comunista”. Il che si suppone abbia potuto e possa facilitare la messa in ombra dei suoi trascorsi al vertice del PCI, a partire dalla Federazione giovanile e poi dall’annosa responsabilità nazionale della comunicazione.

Considerazioni, queste, che concorrono a spiegare come, malgrado la solo parziale realizzazione del programma originario del PD, la leadership del fondatore appaia, a distanza di oltre un anno, ben salda. Non è, dunque, solo la sua popolarità presso la base, testimoniata a suo tempo dal suffragio massiccio alle “primarie” e poi dalla sua capacità di mobilitazione, ma anche (e forse soprattutto) la sua posizione di “ago della bilancia” in seno al quadro dirigente del PD a garantirgli una tenuta, finora, a prova d’ogni intemperie. Del resto, la sostanziale posizione di standby mantenuta finora dal processo di costruzione del PD ha prodotto, a oltre un anno di distanza dal big bang del 16 ottobre 2007, un sostanziale cristallizzarsi, a livello di posizioni di responsabilità nel partito, della sommatoria degli apparati di provenienza DS e Margherita.

Eppure non era, questa della sommatoria di apparati di partito, la figura che allora si era proclamato di voler promuovere: non si sarebbe dovuto trattare di un mero incontro fra reduci sconfitti, un incontro di “passati” più o meno compatibili fra loro malgrado la diversa origine partitica e la diversa ispirazione ideologica. L’“incontro dei riformismi” avrebbe dovuto dar vita, guardando al futuro da costruire insieme, non solo a un ennesimo “nuovo partito”, ma a un vero e proprio “partito nuovo”. Si parva licet, l’operazione avrebbe dovuto recare un marchio di novità paragonabile in qualche modo sia alla novità rappresentata dalla DC di de Gasperi rispetto al vecchio PPI di Sturzo, sia soprattutto dal PCI di Togliatti rispetto al partito comunista fondato da Bordiga e poi già una volta radicalmente rinnovato da Gramsci.

Questo è ciò che, di là dalla lettera delle dichiarazioni ufficiali, Veltroni aveva promesso al “popolo delle primarie” quando gli aveva proposto l’avventura del partito “a vocazione maggioritaria” tramite la rottura col vecchio motto dei radicali francesi “pas d’ennemis à gauche” e la parallela “uccisione del padre” nella figura di Romano Prodi e del suo governo. Se del “partito nuovo” resta, un anno dopo, poco più che un “partito di Veltroni”, allora non può stupire che l’ossatura visibile del PD continui a identificarsi con la vecchia nomenklatura diessina e margheritina. Nulla vi è infatti di nuovo, oltre al leader carismatico, se non il fatto che ex-postcomunisti ed ex-postdemocristiani condividono oggi (o meglio si spartiscono), diversamente dal recente passato, i posti di responsabilità – e di potere – all’interno di un medesimo partito. Più che agli storici “nuovi inizi” del secondo dopoguerra, e persino più che a una riedizione della Bolognina, l’operazione rischia di assomigliare, insomma, a una riedizione in chiave allargata (poiché non tutta interna, come quella, all’universo di matrice comunista) della “Cosa Due”.

Col mezzo aborto, allora, della palingenesi del PDS in DS: che avrebbe dovuto fruttare, raccogliendo i naufraghi del PSI e di altri partiti minori già altezzosamente (e incautamente) respinti da Achille Occhetto, la prestigiosa presidenza di Giuliano Amato. Incassando in realtà il fin de non recevoir del “dottor sottile” della sinistra e un bottino di nuove adesioni tanto magro da sfuggire alle più fitte maglie della statistica. E si può ben esser certi che un esito di tal genere sortirebbe, nei confronti del Partito Democratico, effetti ben più dirompenti di quelli subiti dal PDS transustanziato in DS. Se, infatti, il principale erede del PCI ne risultò tutt’altro che rivitalizzato, il PD, data la sua origine per fusione (meglio sarebbe dire, almeno finora, per mera saldatura), potrebbe semplicemente scindersi di nuovo in due tronconi, riprendendo i reduci delle due “case madri” ciascuno la propria strada.

D’altra parte, non è stato proprio l’on. D’Alema a parlare, a proposito della fusione tra le due componenti d’origine del nuovo partito, di “amalgama incompleto”? E non è stato, addirittura, il presidente dell’organo nazionale di garanzia Luigi Berlinguer a esplicitare in un’intervista una distinzione fra “noi” e “loro” per quanto riguarda gli eccessi di professionismo politico, facendo diretto riferimento alla ripetizione praticamente illimitata delle candidature alla stessa carica elettiva?

Insomma, i segnali d’allarme non mancano. E, malgrado i passi avanti che più sopra si sono riconosciuti, non sembra che finora si stia facendo abbastanza per superare i motivi di preoccupazione. Il che significherebbe poi, semplicemente, smetterla una buona volta con le geremiadi sulla litigiosità e le divisioni per affrontare invece, e possibilmente risolvere, i problemi principali sul tappeto. Problemi resi oggi ancor più acuti dall’emergere di episodi (o almeno di sospetti e accuse) di comportamenti anche penalmente censurabili da parte di pubblici amministratori espressi dal PD. Ma problemi che certo non traggono origine da una tale riedizione a sinistra della vecchia “questione morale”: poiché è piuttosto quest’ultima a trovare, nel persistere di quei problemi insoluti, la sua vera causa.

Tra i non pochi nodi che il PD si trova a dover sciogliere toccherò qui soltanto quello che a me sembra fra tutti il più importante: quello dell’identità del partito, o se si vuole della sua “missione” specifica e caratterizzante. Col corollario della vexata quaestio delle “primarie”.

Partirò, tanto per cominciare, dalla coda: la questione di che cosa siano, debbano e possano essere le “primarie” per il Partito Democratico. L’on. Veltroni ha tutte le buone ragioni nel rivendicare l’investitura plebiscitaria del 14 ottobre 2007 come matrice della sua responsabilità di segretario nazionale. Ho però il torto di continuare a chiamare “primarie” quella grande consultazione di massa, che vide la partecipazione di alcuni milioni di cittadini entusiasti ed espresse una maggioranza schiacciante a favore dello stesso Veltroni. Ho già avuto modo di argomentare come tale denominazione fosse allora e resti tuttora sostanzialmente impropria: quasi una scimmiottatura meramente verbale della prassi in vigore nelle elezioni presidenziali statunitensi, priva però di una effettiva corrispondenza col modello d’oltre Atlantico[1].

A quelle argomentazioni aggiungo qui solo una considerazione, che vale ad apportarvi una parziale e comunque marginale integrazione, senza però intaccarne la validità. Chi fosse in possesso di una sfera di cristallo pronta all’uso avrebbe potuto, in quel fatale autunno del 2007, indovinare un’argomentazione ipotetica a sostegno di quella incongrua denominazione dell’evento convocato per il 14 ottobre. Avrebbe cioè potuto arguire un legame eziologico fra tale vezzo politico-verbale e la proclamazione di star dando vita a un partito “a vocazione maggioritaria”. Avrebbe potuto, insomma, ipotizzare che la “primarietà” di quella consultazione fosse da intendersi in rapporto alla “secondarietà” della candidatura alla presidenza del Consiglio di chi, da quella consultazione, fosse uscito vincitore.

La validità di una siffatta ipotesi esplicativa, però, avrebbe richiesto che l’“andare da soli” alle elezioni, prima annunciato e poi interpretato nel senso della mera rottura della logica dell’Unione, fosse invece interpretato in senso letterale: in senso propriamente “americano”, cioè bipartitico puro. Invece, con la versione attenuata e per dir così “italianizzata” di quell’audace proclamazione, il PD e il suo segretario si sono comportati come un Obama che, ricevuta la meritata nomination dopo una strenua e pressoché interminabile battaglia, avesse deciso di accordarsi – che so – con il vetusto paladino dei consumatori Ralph Nader allo scopo di portarlo dalla propria parte e spuntargli le unghie di incallito guastafeste dei candidati democratici alla Casa Bianca. Vista però l’irrealtà di un siffatto paragone ipotetico, anche l’interpretazione “da palla di vetro” prima ventilata si manifesta come una mera boutade: tanto inconsistente che nessuno – ammesso che qualcuno vi abbia fatto davvero un pensierino – ha avuto l’ardire di esplicitarla.

Insomma, la parola “primarie”, in quella solenne occasione e poi a ogni piè sospinto, fu ed è impiegata in modo sostanzialmente abusivo. Diverso fu, con tutta evidenza, il caso della votazione ancor più massiccia, e anche in quel caso plebiscitaria, che nel 2006 aveva incoronato Romano Prodi candidato dell’Unione a Palazzo Chigi: in quel caso si trattava della nomination a una carica pubblica elettiva, quindi il paragone con la prassi statunitense delle “primarie” poteva risultare, in sostanza, appropriato. Anche se non era un singolo partito, ma un’ampia coalizione, a designare il candidato: si trattò infatti di “primarie di coalizione”.

A ben vedere, inoltre, proprio il fatto – in sé anomalo – che il maggiore partito della stessa coalizione non esprimesse alcun candidato a quelle “primarie”, ma appoggiasse  piuttosto un “senza partito” come il prof. Prodi, rendeva quella consultazione ancor più simile a “elezioni primarie” svolte in una logica bipartitica, quindi “americana”: era la coalizione in quanto tale, infatti, a muoversi in quel caso come una sorta di quasi-partito. Contrapposto per di più a una coalizione il cui carattere sostanzialmente padronale, quindi rigidamente monocratico, contribuiva a rafforzare la somiglianza del bipolarismo della “seconda Repubblica” a una sorta di bipartitismo all’italiana.

Di “primarie” vere e proprie, su modello statunitense, recano inoltre l’impronta le consultazioni in corso per la scelta dei candidati alle elezioni amministrative di primavera. Le quali consultazioni dimostrano inoltre, con l’alternarsi delle conferme pressoché “bulgare” delle candidature proposte dai vertici di partito a plateali sorprese in contrasto con quelle indicazioni, la propria efficacia al fine di misurare la capacità della dirigenza di interpretare il sentire popolare e a un tempo di orientarlo razionalmente. Cioè, in una parola, la capacità del partito di fare il proprio mestiere.

Ha dunque ragione l’on. D’Alema quando, nel criticare il disordinato e spesso incongruo ricorso alle “primarie” nella scelta dei candidati a ogni carica e a ogni livello, indica nella sola scelta dei candidati a cariche pubbliche elettive la sede propria in cui applicare questo metodo. E ad escludere invece il ricorso alle “primarie” per le cariche interne di partito: dove la scelta – egli sottolinea – va riservata ai soli iscritti. Altrimenti – si chiede – a che serve iscriversi?

Qui, appunto, è il nodo da sciogliere. E scioglierlo si può soltanto se si prende atto e si fa propria – come fa D’Alema, non a caso professionista politico di lunghissimo corso – la distinzione tra la sfera interna al partito e quella a esso adiacente o con esso convergente. Sfere, fra le quali peraltro le “primarie” possono gettare un ponte, una comunicazione o, come si dice in gergo telematico, un’interattività. Un’interattività il cui possibile livello di assoluta modernità e la cui potenziale efficacia hanno trovato conferma nella stupefacente campagna che ha condotto un Barack  Obama dapprima alla nomination democratica, poi, sull’onda di quel primo (o “primario”) successo, alla presidenza degli Stati Uniti.

Ora, non si cela forse proprio qui uno dei punti più significativi e caratterizzanti della “promessa” fatta all'Italia dal Partito Democratico? Non è questo, per quanto implicito e mai portato del tutto alla luce, uno dei suoi maggiori fattori d’attrazione sull’elettorato di sentimenti democratici e in primo luogo su quella “sinistra diffusa” (quale che sia la sua matrice ideologica) che al di fuori della nuova formazione politica non ha più un tetto sotto cui ripararsi, un’agorà in cui liberamente  incontrarsi, una casa da abitare come propria? Che cosa volete che importi, a questo popolo vero e vivente, delle vecchie nomenklature, delle loro beghe tardo-novecentesche, della loro sorte in quanto titolari di “posti di lavoro” che sempre più appaiono come sinecure castali senza alcuna palpabile utilità per il cittadino comune che lavora, produce, soffre, trepida per il futuro incerto proprio e dei figli, che si vede sempre più ridotto a cliente e suddito senza voce e senza potere?

Ecco, la ricetta di D’Alema, quella della distinzione netta e senza eccezioni fra cariche di partito e cariche pubbliche, andrebbe applicata alla lettera e senza eccezioni. Per le prime devono votare solo gli iscritti al partito. Per le candidature alle seconde il partito deve avere la forza e il coraggio di consultare il popolo che lo circonda, e che nell’atto stesso di partecipare alle “primarie” dichiara apertamente la propria preferenza per la parte politica che lo consulta. E deve dimostrare questa forza e questo coraggio in tutte le occasioni in cui intenda proporre un suo candidato a una carica pubblica elettiva: qualunque ne sia la funzione e il livello; si tratti di cariche monocratiche, di collegi uninominali o di liste di candidati.

Non si tratta, beninteso, di mere questioni tecnico-organizzative, di strumenti che si possano ritenere surrogabili con altri. Dietro c’è piuttosto, come dicevo poco sopra, una questione davvero cruciale: ed è quella del professionismo politico. Beninteso, sarebbe indice di puro qualunquismo demonizzare il professionismo politico: tutti i maggiori protagonisti della vita democratica (con rarissime eccezioni) sono stati e sono professionisti della politica: sarebbe difficile immaginare un De Gasperi, un Togliatti, un Ugo Malfa, un Enrico Berlinguer, che esercitassero l’attività politica da dilettanti, nel tempo lasciato libero dalla rispettiva professione. Anche i rari casi in cui qualcuno di tali protagonisti ha esercitato (come Aldo Moro) una professione “civile” parallelamente alla propria attività politica, si è trattato per lo più di professioni che per l’impegno temporale richiesto, com’è appunto il caso della docenza universitaria, lasciano senz’altro che la politica occupi nella vita rispettiva un ruolo di gran lunga prevalente: anzi un vero e proprio ruolo-guida anche nei confronti delle altre attività. Ruolo tanto più giustificato in quanto la politica è interpretata anch’essa come una forma – anzi la forma più alta e piena – d’impegno etico e civile.

Al dilagare del professionismo politico, o se si vuole della politica come professione praticata tendenzialmente (e di preferenza) a vita, è possibile ricondurre in ultima istanza sia la cristallizzazione castale del ceto politico come realtà separata dalla società civile (quando non addirittura a essa contrapposta), sia il progressivo e palpabile impoverimento della qualità professionale dello stesso ceto politico (fenomeno, questo, su cui tornerò fra breve), sia infine la commistione impropria fra politica e affari che è il brodo di coltura, anzi già l’inizio, di ogni piccola o grande degenerazione della politica in affarismo e – alla fine della fiera – in vero e proprio malaffare.

A quest’ultima considerazione si potrebbe obiettare che anche la politica più alta e nobile può celare dietro di sé interessi inconfessabili e metodi poco commendevoli. Si potrebbero avanzare, in proposito, due esempi relativi ai due maggiori partiti della “prima Repubblica”. Si potrebbe rammentare (e spesso si rammenta con monotona litania), a proposito del PCI, il famoso “oro di Mosca”, e cioè i canali di finanziamento di origine sovietica che, per lo più in via indiretta, sostennero in parte e per un certo periodo il bilancio del maggiore partito comunista d’Occidente. E, a proposito della DC, si potrebbe ricordare (lasciando da parte il famoso “sfilatino” di pane fornito dagli Usa a De Gasperi, nell’immediato dopoguerra, per stornare il rischio della “sovversione rossa”) che la morte di Aldo Moro produsse lo scoperchiamento di un vero e proprio verminaio di faccendieri operanti ai limiti della legalità (e oltre) per finanziare il potere del leader democristiano nel suo collegio elettorale pugliese.

Ma il ricordare tali fatti, e soprattutto accostarli alle tangentopoli vecchie e nuove cui le cronache giudiziarie ci hanno abituati, è segno di un’inveterata disabitudine alla distinzione, quindi alla comprensione effettiva delle cose. Disabitudine, peraltro (visti anche i pulpiti da cui si levano quelle prediche), forse non del tutto disinteressata: ché anzi il fare d’ogni erba un fascio giova sicuramente più al loglio che al grano. 

Sarebbe opportuno, piuttosto, rammentare anche, da una parte, che i finanziamenti moscoviti (peraltro talora inventati di sana pianta, o comunque ingigantiti, dalla propaganda anticomunista) avevano lo scopo, da parte del PCI, non certo di tramare complotti col feroce nemico sarmatico, né tanto meno quello di condurre alcuna cavalleria cosacca ad abbeverarsi alle fontane di piazza san Pietro; ma piuttosto quello di consentire alla parte politica più direttamente e strenuamente impegnata nella difesa del mondo del lavoro e in generale delle “classi subalterne”, una sufficiente autonomia e libertà d’azione nei confronti di forze avverse dotate di mezzi e poteri di gran lunga soverchianti. Per cui si potrebbe affermare con serena coscienza che l’“intelligenza col nemico”, che si pretenderebbe comprovata da quei modesti (e talora inesistenti) flussi di rubli, tale non era; ma era piuttosto uno strumento per radicare anche in un paese arretrato come l’Italia, da poco uscito da una guerra rovinosa, una più concreta e sostanziale democrazia. E ciò qualunque fosse l’intento del Cremino nell’attivare quei flussi.

Dall’altra parte, a proposito di Aldo Moro e della più che discutibile qualità morale di certi suoi finanziatori baresi, varrebbe la pena ricordare come nella DC fossepraticamente impossibile ottenere un qualunque significativo potere, anzi nemmeno un effettivo “diritto di parola” a livello nazionale, senza disporre di due strumenti: un collegio elettorale sicuro e una propria corrente. Strumenti che avevano, ovviamente, un costo prima di tutto in termini economici. Donde la necessità, per Moro come per qualunque altro esponente di spicco di quel partito, di servirsi con spregiudicatezza anche di mezzi “poco puliti” per evitare di essere emarginato. E per evitare, con ciò, che fosse emarginata la sua voce e ciò che egli aveva da dire ai cattolici democratici e al Paese.

Ma forse qualcuno (a parte le anime belle che, per dirla con Machiavelli, pretenderebbero di “governare coi paternostri”) preferirebbe che la DC si fosse affidata allora, piuttosto che a un Aldo Moro, al suo concittadino Vito Lattanzio. E che invece di essere piegato a strumento di una dimensione alta (il che vuol dire anche etica) dell’agire politico, l’ineluttabile intrallazzo del retrobottega prendesse direttamente il sopravvento, modellando l’intera dimensione politica sulla sua matrice. Non è forse questo ciò che ha cominciato ad accadere dopo la tragica primavera del 1978, quando ai Moro e ai Berlinguer si sostituirono via via i politici del CAF e la politica, da servizio della società e della nazione, prese a trasformarsi in affare lucroso per chi la pratica?

Si tratta allora, in sostanza, di ricondurre la politica professionale a servizio. Un servizio che, per essere svolto in modo congruo ed efficace, richiede che il ceto politico sia costituito da un’élite estremamente qualificata: la quale, come sanno gli esperti di analisi aziendale, per essere davvero qualificata deve essere “contendibile”. Il che significa che la sua posizione, almeno in linea di principio, non deve mai essere considerata un dato acquisito, ma essere sempre sottoposta, invece, a una seria e forte competizione.

L’esatto contrario di quel che avviene oggi all’interno dei partiti e nelle sfere in cui essi esprimono il ceto dirigente. Dove la carriera politica, nella stragrande maggioranza dei casi, avviene non come risultato di un’aperta competizione da cui emergano le eccellenze, ma per cooptazione. Si avanza solo perché si è “chiamati” da un capo a ricoprire un certo incarico. E la “chiamata”, ovviamente, si rivolge solo ai “fedeli”. I quali a loro volta, per essere considerati davvero tali, non devono “fare ombra”, nemmeno potenzialmente e in prospettiva, al capo da cui la loro carriera dipende. Il che poi significa che devono essere dotati, rispetto allo stesso capo, di minore autorevolezza, minore inventiva, minore coraggio e capacità d’innovazione.

Il che spiega già di per sé il progressivo abbassamento, nel corso degli ultimi decenni, della qualità del quadro politico. Ma non basta: quel modo d’avanzamento è perfettamente omogeneo all’estensione del professionismo politico a vita. Coloro che avanzano per cooptazione nel modo ora descritto, infatti, sono il più delle volte persone che tendono a fare della politica la loro sola fonte di reddito, quindi della loro collocazione un prezioso e irrinunciabile “posto di lavoro”. E poiché quel “posto” lo devono al capo cui sono fedeli, tutto ciò contribuisce a rinforzare ulteriormente la loro fedeltà.

Per altro verso, il capo-collocatore vedrà crescere in tal modo la portata della sua clientela. Della quale, in qualche modo, diverrà egli stesso prigioniero, costituendo essa, oramai, la base principale del suo potere. Donde, per un verso, il totale abbandono di qualunque aspirazione (e abilità) professionale esterna alla politica da parte dei clientes, e per l’altro l’interesse incoercibile della dirigenza a premere per un’estensione praticamente illimitata delle sfere economiche, sociali, istituzionali, governate dai partiti: vale a dire, in concreto, dai loro apparati. Un vero e proprio effetto-valanga, che da alcuni decenni si sta concretizzando sotto i nostri occhi. Un fenomeno che, com’è chiaro, si riflette in modo particolarmente dannoso sul rapporto fra politica e utilità sociale: come stupirsi se un libro fortunato ha definito senz’altro i professionisti della politica come una “casta”?

E’ reversibile questo processo? Nessuno può saperlo. Quello che sappiamo tutti per certo (anche coloro che fingono di non saperlo, a costo di far la figura degli imbambolati) è che, se non ci si dimostrerà capaci di invertire (e presto) un tale andazzo, Berlusconi potrà dormire sonni tranquilli in attesa dell’ascesa al Colle. E potrà permettersi impunemente di indicare nel “giovanissimo ministro” Angelino Alfano un suo possibile successore. Come dire: dal mio pollaio, oltreché tante graziose gallinelle, sono in grado di estrarre anche uno stormo di galletti di qualità. E così il mio regime, checché ne pensino i detrattori che parlano del potere di uno solo, se non addirittura – ma pensa un po’ che mi tocca sentire… – di un “padrone” insostituibile, potrà continuare a vivere e prosperare anche quando io, fra una dozzina d’anni, deciderò di godermi, col meritato riposo, il frutto d’una vita di duro lavoro.

Si tratta, allora, di attuare sul serio la promessa del 14 ottobre 2007. Si tratta non solo né tanto di “radicare” il partito che già c’è, ma di fare di questo partito lo strumento della costruzione di un’area di opinione e di impegno politico orientata nel senso di una prospettiva riformatrice. Un’area non fatta di professionisti della politica, ma di cittadine e cittadini comuni, per i quali la politica sia un impegno serio, etico e civile, cui dedicare non solo una scelta elettorale meditata e sentita, ma anche una parte non trascurabile del proprio tempo di vita. Pronti, qualora se ne presenti l’occasione e l’esigenza al servizio della società, a dedicarvi, per un periodo consistente ma limitato, un impegno a tempo (quasi) pieno, per poi riprendere il proprio posto nel lavoro professionale.

Un partito che si proponga un tale scopo deve essere, naturalmente, un partito che in ogni sua istanza o livello accetta, anzi sceglie attivamente, di mettersi alla prova. E non solo come macchina professionale per la cattura del consenso, ma come soggetto collettivo capace di chiamare la società a lui più vicina, e al limite l’intera cittadinanza, a esprimere non semplici pareri, ma scelte che contano. E nelle quali i bisogni, le aspirazioni, le idee presenti nella società trovino i canali operativi per “farsi politica”. Questo è ciò che abbiamo visto avvenire in almeno due occasioni: le “primarie” per la nomination alle elezioni del 2006 e – per analogia, malgrado la profonda differenza fra le due situazioni – la consultazione di massa per la costituzione del PD e la scelta del suo primo segretario. Questo deve diventare prassi corrente a ogni livello: e non certo per dare vita  a un partito “fatto di primarie”, ma per avere finalmente un partito capace di parlare al popolo perché fatto “di popolo”. Capace quindi non solo di parlare al popolo, ma anche di farlo parlare, e scegliere, e decidere.

 

                                                                        Stefano Sacconi

 

Roma, 28 dicembre 2008



[1] Vedi, in questo sito, “Ma quali primarie?”, scritto in occasione della consultazione fondativa del PD





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