Certo, se accadrà, sarà un fatto di quelli che cambiano in un colpo solo la visione delle cose cui milioni, miliardi di abitanti della Terra erano da sempre abituati. E potrà per ciò stesso cambiare il corso delle cose del mondo. Se accadrà…
Il giorno in cui queste noterelle vengono buttate giù, in America è il “Columbus day”, perché il 12 ottobre si celebra lo sbarco delle tre caravelle, avvenuto giusto 516 anni fa. Un giorno che non segna propriamente una ricorrenza felice per coloro che nel Nuovo Continente abitavano già da 200 e più secoli, e per i quali quella degli europei non doveva rivelarsi propriamente – come dire? – una visita di cortesia.
Ma anche per un altro popolo “colorato” quell’evento doveva suonare profezia di sventura: il popolo dei neri africani, che l’Atlantico non lo varcheranno animati da voglia di scoperta né da spirito d’avventura, e tanto meno alla ricerca di nuove terre e più facili ricchezze. Ma neanche per sfuggire a persecuzioni, miseria, restrizioni intollerabili della propria libertà in patria. Lo varcheranno in catene, ammassati come bestiame su navi che per molti di loro fungeranno già da bare, e non saranno forse, essi, i più sfortunati…
Se accadrà… Se accadrà che uno di loro, uno che viene dall’Africa, sia eletto dal popolo degli Stati Uniti (“We, the people of the United States”, proclama la Costituzione americana nel suo solenne preambolo) a capo della maggiore potenza che il mondo abbia conosciuto, allora vorrà dire che un passo avanti senza precedenti sarà stato compiuto dall’umanità intera sulla via del riconoscimento della pari dignità di tutti gli esseri umani. Perché essere nero in terra d’America non è lo stesso che esserlo altrove. Non è lo stesso ancora e comunque, malgrado Lincoln e Kennedy e Johnson, malgrado decenni di lotte e di conquiste del popolo nero, malgrado le posizioni di prestigio raggiunte da molti suoi esponenti, malgrado il fatto che Washington sia stata rappresentata nel mondo, sotto George W. Bush, da Colin Powell e Condoleezza Rice.
Lo spiegava bene Alexis de Tocqueville centosettant’anni or sono, nella sua Démocratie en Amérique: “Non vi è un africano – osservava – che sia venuto liberamente sulle rive del nuovo mondo; perciò tutti quelli che vi si trovano oggi sono o schiavi o affrancati. Così il negro con la sua stessa esistenza trasmette a tutti i suoi discendenti il segno esteriore dell’ignominia. La legge può distruggere la schiavitù, ma solo Iddio può farne sparire le tracce (…) Voi potete rendere il negro libero, ma non potete fare in modo che egli non resti sempre straniero di fronte all’europeo”. A differenza che presso gli antichi – notava ancora il grande osservatore francese – “presso i moderni il fatto immateriale e transitorio della schiavitù si combina nel modo più funesto col fatto materiale e permanente della differenza di razza. Il ricordo della schiavitù disonora la razza, e la razza perpetua il ricordo della schiavitù”.
Oggi, sembra incredibile a dirsi, non un Dio, ma un giovane e aitante candidato alla Casa Bianca può compiere quel miracolo che il grande viaggiatore dell’Ottocento riteneva (con solide ragioni) impossibile da realizzare per mano umana. Il mondo intero, il mondo sano e aperto al futuro, il mondo per cui l’uomo è il fine e il denaro il mezzo e non viceversa, il mondo che pensa che la ricerca dell’accordo e della condivisione sia sempre preferibile alla sopraffazione e alla violenza, il mondo che crede alla democrazia come inclusione, come libertà e uguaglianza finalmente concrete per tutti, guarda al primo presidente d’origine africana della storia degli Stati Uniti come si guarda a una promessa grande, troppo grande perché non si voglia prestarle fede. E troppo grande, insieme, per non tremare segretamente nell’attesa della sua messa alla prova, nel terrore di una bruciante delusione.
Obama arriva alla soglia della Casa Bianca (già di per sé, questo, un traguardo poco fa impensabile) mentre il mondo sta pagando a caro prezzo otto anni di presidenza sciagurata di Bush jr e, più ampiamente, di economia cartacea irresponsabile e di presunta onnipotenza dell’impero superstite della guerra fredda. Non è un’eredità facile quella che va a raccogliere. Non gli basterà il magnifico glamour, né la modernissima capacità comunicativa, per riuscire a mantenere la sua promessa. Dovrà imprimere alla gigantesca portaerei, di cui si accinge a occupare il ponte di comando, una virata di centottanta gradi nel bel mezzo di un uragano. E avrà pochissimo tempo per farlo.
Quel che gli si richiede è di rivelarsi all’altezza dei più grandi e audaci predecessori. Per non andare troppo lontano, a Obama si richiede di essere niente di meno che un nuovo Roosevelt. Un Roosevelt del secolo XXI. Un Roosevelt dell’era globale. Un Roosevelt capace di far superare al suo paese il complesso di superiorità che ne ha fatto finora, nella presunzione di un mondo da governare in solitudine, un bisonte in un negozio di cristalleria. Capace, quindi, di guidare gli Stati Uniti all’accettazione di un mondo in cui il potere sia da condividere con gli altri, in un quadro istituzionale tutto nuovo.
Il mondo attende Obama e la sua nuova America per tirarsi su dal disastro che gli USA hanno potentemente contribuito a combinare, ma del quale nessuno ha il diritto di dirsi innocente. Meno di tutti l’Europa, nano balbettante col ventre gonfio e il cervello annebbiato. Ma ora, ora che sulle rive del Potomac sta arrivando la Promessa, non è più tempo di recriminazioni e di attese passive. Ora è il momento di chiedersi – parafrasando la celebre esortazione di John F. Kennedy ai suoi connazionali – non cosa Obama possa fare per noi, ma cosa noi possiamo fare per Obama. Perché la Promessa non cada nel nulla e il mondo non sia esposto a più gravi pericoli, ma possa riprendere con motivato ottimismo il cammino da troppo tempo interrotto.
Stefano Sacconi
Roma, 12 ottobre 2008