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OBAMA'S PEOPLE

Abbiamo avuto, noi cittadini del mondo nell'anno di grazia 2008, una ventura non comune: assistere a quello che può definirsi su serio, e non per retorica sciocca, un fatto di portata storica. La vittoria senza se e senza ma, il 4 novembre, del giovane senatore Barack Obama nella corsa alla Casa Bianca, appartiene a questa categoria di eventi. I conservatori, i pavidi e gli scettici di tutte le specie sono pregati di rinfoderare le loro armi consunte per lasciare spazio al coraggio e alla speranza. Il 4 novembre, quale che sia il seguito degli avvenimenti, il corso della storia umana ha subito una di quelle svolte che non si possono negare e dalle quali non si può tornare indietro. Anche se ora comincia la fase più impegnativa e più ardua: il neo-presidente degli USA, già nel suo primo discorso dopo l'elezione, ha dimostrato di esserne del tutto consapevole.

Non è qui il caso di soffermarsi ulteriormente su questi aspetti, né di sottolineare ancora una volta – visto anche che lo si è fatto su questo sito in vista di quella solenne giornata – come la riuscita dell'impresa davvero titanica, cui il giovane leader è ora chiamato, dipenda anche dal fatto che egli non sia lasciato solo (specie dai partner europei) nell'affrontarla[1].

Su tutto ciò ha scritto in modo magistrale Barbara Spinelli sulla Stampa e c'è poco da aggiungere alle sue parole. Sia consentito però a chi scrive di aggiungere due note personali, prendendo spunto dalla fortunata coincidenza di un suo viaggio negli Stati Uniti con la giornata elettorale. Due note riguardanti argomenti in apparenza fra loro slegati, ma che invece – come penso sarà chiaro dalla loro esposizione – sono parte di un'unica crescita di consapevolezza.

Naturalmente, trovandomi a New York, ho visitato anche Ground Zero, la voragine lasciata dalla distruzione delle Torri Gemelle, dove ora fervono i lavori di sistemazione dell'area in modo da renderla di nuovo agibile, ma evitando che ciò significhi un imperdonabile oblio. Avevo assistito in diretta, come milioni di altri cittadini del “villaggio globale”, a quella fiction di una fiction in mondovisione che fu, in quel tragico 11 settembre di sette anni or sono, l'attentato al World Trade Center.

Avevo visto l'orrore dei due aerei di linea carichi di passeggeri, trasformati in proiettili micidiali e conficcatisi a mezza altezza, l'uno dopo l'altro, nel corpo dei due giganti di vetro e d'acciaio. Avevo visto l'incendio immane e la colonna di fumo che ricordava quella di Hiroshima. Avevo visto le due superbe costruzioni accasciarsi su se stesse come scatole di cartone e finire nel nulla.

Ma soprattutto avevo visto i fuggitivi nelle strade, impastati di polvere e di fuliggine, gli occhi sbarrati, i visi stravolti come di chi è stato inghiottito dall'inferno ed è incredibilmente sopravvissuto. E visto e udito le testimonianze dei vigili del fuoco e degli altri volontari accorsi a salvare chi era ancora possibile raggiungere, se necessario al prezzo della vita. E avevo visto – orrore degli orrori – il volo disperato da decine di piani di coloro che, terrorizzati dalle fiamme e inseguiti dal calore intollerabile, si gettavano nel vuoto preferendo una morte di schianto alla fine più atroce altrimenti inevitabile. E nella breve, interminabile caduta, stagliati contro quelle pareti dall'occhio impietoso delle telecamere, sembravano fantocci di pezza scagliati nel vuoto dal capriccio di un bimbo senza pietà.

Avevo visto la tragedia in diretta, come milioni di altri spettatori. Confesso però che in me aveva prevalso in fondo all'animo, sul raccapriccio e sulla pietà, un sentimento diverso, ispirato alla freddezza severa della ragione più che al moto commosso del cuore. Non che non provassi compassione per quelle vittime innocenti, atrocemente falciate a migliaia dall'attacco inaudito. Tuttavia tendevo a “contestualizzare l'evento” – come suol dirsi con espressione inutilmente barocca. In esso non riuscivo a non vedere, in primissimo luogo, una ripetizione su scala moltiplicata del gesto con cui l'adolescente Davide aveva atterrato il possente Golia. E nell'impatto dei due aerei sulle torri una moderna gigantografia della traiettoria del sasso scagliato dall'eroe ebreo contro la fronte del ciclope nemico.

Una lettura, devo pur dire, che troverà subito una qualche convalida nella reazione da Polifemo accecato opposta alla multinazionale del terrore dall'amministrazione statunitense guidata da Bush jr. Vi era però, in tale lettura di quel terribile evento, qualcosa che ora vedo come intollerabile. In effetti, se gli autori di quell'atto di terrore intendevano colpire la potenza degli USA e con essa un sistema e una way of life intollerabilmente blasfemi ai loro occhi, chi – come me – in quell'evento di morte aveva visto solo una manifestazione di un conflitto planetario avente una delle sue radici (anzi la principale) nella hybris unipolare di Washington, non aveva ritenuto sul serio umanamente intollerabile quell'atto: agli occhi di questi osservatori freddamente politici, dunque anche ai miei occhi non meno che agli occhi degli attentatori, le tremila vite sacrificate in quel giorno fatale non potevano trovare reale considerazione. La loro fine atroce era solo un inevitabile “effetto collaterale” di un movimento incomparabilmente più grande e importante di loro. Loro colpa inespiabile era quella di appartenere a qualunque titolo (foss'anche in qualità di semplici visitatori) alla potenza-simbolo di un dominio globale il cui abbattimento valeva qualunque prezzo.

La visita a Ground Zero ha avuto in me l'effetto di togliermi dagli occhi il velo di quello che ora mi appare con chiarezza un insostenibile storicismo d'accatto. Non c'è sfida all'iperpotenza, quali che siano le sue motivazioni (e pur ve n'erano...), che valga un atto in cui tremila innocenti vengono condannati al rogo. Come non c'era eresia, stregoneria o peccato che giustificassero i roghi voluti in altri tempi dal fanatismo religioso al potere.

Come non c'era – per tornare a cose più vicine a noi – giustificazione possibile per la decisione con cui Harry Truman scelse di far evaporare nel fuoco atomico due città giapponesi, introducendo una nuova, immane incognita nella già tormentatissima storia del Novecento. Non il risparmio di forze e vite americane. Né tanto meno il terrore della presunta minaccia comunista, che spinse il successore di Franklin Delano Roosevelt a ripudiare, già con quell'atto superbo, l'alleanza di guerra voluta dal grande presidente del New Deal e i cui patti prevedevano di stroncare insieme – USA e URSS – il Giappone imperialista così come era già stato fatto con la Germania hitleriana.

Come, infine, non ci sarà giustificazione possibile – certo non quella, derisoria, della “difesa della democrazia” – per i pollai voluti da Bush jr a Guantanamo, destinati a “nemici combattenti” cui si nega l'onore delle armi insieme al diritto a un'accusa formale. E per la vergogna senza nome che quel carcere osceno proietta, attraverso il suo paese-guida, sull'intero Occidente.

Vedere quel grande cantiere che, sette anni dopo, cerca di restituire senso e utilità – di là dalla semplice memoria – a uno spazio cittadino atrocemente trasformato in una piccola Hiroshima. E soprattutto vedere nel campionario multicolore di comune umanità che brulica nelle vie attorno il ritratto di coloro che il rogo delle due torri spense in un soffio. Incontrare, strusciare al passaggio quelle facce d'ogni origine, quelle persone affaccendate nella vita quotidiana, quella gente cui lo stesso anonimato attribuisce il nome rivoluzionario di “fratelli”. Davanti a tutto ciò, ogni considerazione politica sulle radici e i motivi di quell'episodio atroce ha perduto in me qualunque senso, ogni “contestualizzazione” è apparsa come un alibi freddo e meschino, ogni presuntuosa visione “macro” ha ceduto il primato alla considerazione “micro”, a quella cioè delle persone di carne, cui nessuna idea (o ideologia) merita di sostituirsi. E la cui messa al centro è l'unica motivazione possibile, duemila anni dopo Gesù Cristo e centocinquanta dopo Lincoln e Marx, per ogni politica degna di questo nome.

New York era tutta per Obama. In una settimana mi è capitato di incontrare un solo sostenitore esplicito di Mc Cain: un giovane biondo, alto, che solcava la folla nella notte di Halloween tenendo per mano la sua compagna, alta e bionda, e recando sulla schiena il nome del suo candidato. Tanti, invece, i distintivi, le bandierine, persino gli striscioni e qualche manifesto (in America si usano poco: tv e internet, oltre al contatto personale, sono i canali di gran lunga prevalenti), in cui il volto del candidato democratico, il suo “yes, we can”, il motto onnipresente del “change”, dichiaravano un atto collettivo di fiducia, la voglia di un sollievo, la speranza che un cambiamento sia davvero possibile dopo gli anni della follia e, infine, dinanzi al baratro incombente di un nuovo '29.

Certo, la Grande Mela non è l'America. Se si fosse votato solo a New York, la vittoria di Obama sarebbe stata non solo chiara e netta come di fatto è stata, ma tale da annichilire l'avversario. Una cosa, però, la scelta netta di quella che è stata per un secolo la capitale del mondo ha insegnato a me, che proprio in quei giorni mi mescolavo alla sua folla: una folla che del mondo intero, della sua molteplice varietà, è un vero e proprio ritratto in sedicesimo. 

Mi ha fatto capire, semplicemente, che il passaggio d'epoca che questa elezione segna era maturo nei fatti. Che, in altre parole, l'avvento di un afroamericano alla Casa Bianca era semplicemente dovuto a quella folla multiforme. Che nulla più poteva opporsi al diritto di quelle persone così radicalmente non-europee (benché comunque, a vario titolo, nipoti d'Europa) a essere rappresentate a ogni livello. Ad assumere ogni responsabilità. A condividere il potere democratico in ogni sua espressione. Anche in quella suprema del Presidente degli Stati Uniti d'America. Dei tanti motivi per cui Obama ha vinto, questo è il più profondo: l'esclusione non ha più ragione alcuna, e per questo non può più durare.

Infine, la scelta per Obama, che è stata la scelta di quella gente comune che oggi brulica attorno a Ground Zero come per ogni via di New York, ha significato che la gente comune ha voluto infine riprendere nelle sue mani il proprio destino, sequestrato per troppo tempo da poteri immani e inattingibili. Ha significato che, nell'epoca in cui la globalizzazione sembra aver sottratto ogni decisione al controllo del popolo, è però ancora possibile aver fiducia che il popolo torni a contare: che la democrazia non sia ridotta a una parola senza contenuto. Quella gente, quel voto di massa, lo hanno gridato: “yes, we can!”.

    Stefano Sacconi

Boston, 7 novembre 2008



[1] Cfr, in questo sito, Salvate il sodato Obama





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