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QUELLI CHE 'MA QUESTO OBAMA...'

L’ingresso di un afroamericano alla Casa Bianca è la grande novità mondiale di questo secolo: evento inatteso e quasi incredibile; spiraglio di futuro non solo per le minoranze etniche degli States ma per tutti gli esclusi del mondo; passaggio che consente di guardare oltre la crisi che affligge il pianeta. Tutti guardano a Washington con fiducia, disposti a una ragionata indulgenza verso le difficoltà e anche gli errori cui, inevitabilmente, anche il vincitore delle elezioni presidenziali del 4 novembre 2008 andrà incontro. E che anzi già si manifestano in alcuni “scivoloni” nell’attuazione della strategia bipartisan sia per la composizione del governo sia per i rapporti con il Congresso.

Ma le cose stanno proprio così? Tutti con Obama? Lasciamo pure da parte i sarcastici “auguri” con cui il nostro presidente del Consiglio, privo ormai dell’“amico George” e di un qualche suo surrogato in terra americana, ha salutato gli impegni a tutto campo assunti dal nuovo presidente degli Stati Uniti appena insediato: possiamo anche capirlo. Se, infatti, c’è una minaccia al suo inossidabile potere, questa può venire solo da un mutamento radicale del clima internazionale. E Obama incarna e promette proprio un tale cambiamento: lasciategli solo il tempo…

C’è poi chi non riesce proprio a vedere in che cosa consista la novità. Capofila di questi che ostentano la propria delusione è (e come potevi sbagliarti?) Paolo Giordano, il brillante direttore del “Giornale”. Dice il bravo controtenore (editoriale del 21 gennaio): “Non riesco a emozionarmi. Ce l’ho messa tutta, ve lo giuro. Niente da fare. Vedo intorno a me gente che va in sollucchero, fiumi di entusiasmo, commozione e fan scatenati. Sento parlare di ‘svolta globale’, ‘evento epocale’, ‘parole storiche’ che ‘hanno segnato una nuova speranza per il mondo’”.

Niente: il Giordano non riesce a vedere nulla di tutto ciò nel discorso d’insediamento del nuovo presidente. Lui riesce solo a vedervi una miscela fra “we can” e “volemose bene”. Insomma, una specie di M. L. King all’amatriciana. E giù una cascatella di sarcasmi su quelli che confondono la Casa Bianca col Mulino Bianco, e via ironizzando sul “dialogo” a 360° lanciato da Obama, “che sembra una predica di monsignor Tettamanzi” e sul “pupazzetto simil-veltroniano” propinato dai troppi “obamaniaci” che circolano in Italia. Perché, ammonisce ancora l’ottimo Giordano, Obama non potrà fare a meno di essere, come il suo predecessore, un “comandante in capo, fermo e deciso a difendere l’America e i mondo come il suo predecessore”. E l’Europa che acclama la presunta novità non tarderà a doversene accorgere. La via, insomma, è una sola, anche per Obama: quella tracciata dal formidabile genio George W.

Fin qui, però, nulla di strano: siamo sempre in terra di vedovanza. La cosa curiosa è che una “obamafobia” con qualche punto di contatto con le posizioni del direttore del quotidiano di fiducia di palazzo Grazioli possiamo trovarla anche sul versante opposto. Qui incontriamo, tanto per fare un esempio, il sito di Giulietto Chiesa, già corrispondente da Mosca per La Stampa, che a “Obama e le verità indicibili” dedica un articolo anche lui all’indomani della cerimonia d’insediamento. Quali sarebbero, dunque, queste “verità”? Chiesa parte sottolineando che “i presidenti si giudicano per quello che fanno, non per quello che promettono”. Bene. Aggiungendo subito che però, nel caso ci Obama, il suo passaggio alla storia è garantito qualunque cosa faccia.

Passerà alla storia per essere stato il primo uomo di colore a conquistare la Casa Bianca? No davvero. Per il nostro cronista di lungo corso, questa ascesa di Obama all’Olimpo della storia avverrà per “la più fantastica operazione di marketing presidenziale che mai sia stata anche soltanto immaginata”. Infatti, dice Chiesa, da sempre portare un tizio alla Casa Bianca è operazione paragonabile al lancio commerciale di un prodotto. Solo che questa volta non bastavano le tecniche tradizionali: ci si trovava in presenza di una crisi “tanto profonda che, al momento, nessuno è ancora in grado di guardare in fondo alla voragine”.

Non si trattava più, semplicemente, di “vendere una saponetta”: bisognava “rivendere l’America tutta intera. E non era neppure questione di ricostruire il suo maquillage, di farle un lifting radicale. Era questione di rilanciare il ‘sogno americano’ in tutta la sua hollywoodiana magnificenza. E di farlo nel momento peggiore, quello in cui tutte le ‘mission accomplished’ si rivelavano niente affatto ‘accomplished’”. Idea geniale, allora, quella di mettere “in lizza una donna e un nero”. Perché in tal modo “prima ancora di finire la campagna gli ideatori di questa operazione avevano già ottenuto il 50% del successo, fornendo una nuova versione dell’America a uso e consumo del mondo intero. Una classica operazione che proprio gli americani hanno icasticamente definito come ‘win-win’. Cioè una situazione in cui non puoi perdere, puoi solo vincere, alla grande o alla Guinness”.

Obama, alla fin fine, era “colui che meglio di ogni altro le avrebbe [all’America] dato la possibilità di dimostrare il suo dinamismo, di rilanciare la sua supremazia mondiale”. Così si spiega il “mantra” circolato nei commenti d’ogni dove e che recita: "ecco, vedete, l’America in crisi riesce a scuotersi, si rialza, si rilancia, dimostra che non c’è alcun declino, che si tratta solo di una parentesi infausta, provocata dal disastro del suo predecessore". 

Giulietto Chiesa, con questo ragionamento, fa a tutti noi, “obamaniaci” d’Europa e del mondo intero, un grosso piacere. Dimostra in che cosa consista quella categoria, l’ “antiamericanismo”, che gli ascari dell’impero americano tirano fuori da sempre a ogni piè sospinto, quando chiunque si azzardi a criticare la politica della Casa Bianca o a mettere in luce qualche magagna (e ce ne sono, oh se ce ne sono!) dell’“american way of life”. Ecco, in questa rappresentazione del grande paese d’oltre Oceano come un moloch compatto e capace d’ogni espediente per fregare il prossimo (leggi: il resto del mondo), che si maschera in mille modi ma dietro ogni maschera cela l’identico volto antiumano, è icasticamente scolpita la sostanza del vero ed esplicito “antiamericanismo”.

Alla fine, però, anche Chiesa è costretto a mantenere “una riserva positiva” nei confronti del nuovo presidente: “un credito di fiducia: non si sa mai”. Potrebbe trattarsi, in effetti, di un “mutante” rispetto alla consueta e consolidata natura intrinsecamente negativa degli States. E in tal senso Chiesa è incoraggiato dal fatto di averne visto un altro, di “mutante”: emerso “in un altro paese in crisi epocale, assai vicina, per profondità, a quella dell’America di oggi […]. Era Gorbaciov, che usciva dalle viscere dell’apparato più chiuso e refrattario alla novità, portando una ventata di cambiamenti che non ha ancora smesso di scuotere il pianeta”.

“Sappiamo che andò male – nota Chiesa, - ma questo è un altro discorso. Il fatto è che avvenne. E se avvenne allora, perché non potrebbe avvenire di nuovo?”. Il fatto è che anche Obama, per riuscire, secondo Chiesa dovrà dire all’America che il sogno è finito, l’impero è finito, ora tocca ripartire dal fallimento conclamato del “modello di crescita esponenziale nel quale siamo vissuti per un secolo e mezzo”. E che esso “non è più perseguibile, non è nemmeno realizzabile, perché le risorse non ci sono più”.

Ma “io so – conclude Chiesa – che Obama non potrà dire la verità, e non la dirà”. Perché “Obama, anche se fosse un ‘mutante’, non ha i freni” per fermare il treno in corsa su cui tutti viaggiamo: il treno di uno sviluppo che si pretende infinito in un mondo di risorse finite. Anche Obama, dunque, inevitabilmente destinato a fare la fine di Gorbaciov. Ma qui comincerebbe un discorso lungo e ancor più difficile. Perché alla indubbia verità sottolineata da Chiesa se ne potrebbe contrapporre un’altra: la verità – tutta da costruire come attuazione concreta – per cui le risorse sono sì via via finite, ma una forma di sviluppo diversa può anche trasformare in “risorse” materie ed energie oggi inerti e inutili. Un cammino da imboccare con fiducia e con determinazione, per aprire all’umanità futuro praticabile oltre la crisi. E Obama, a quel che sembra, non ne è del tutto ignaro.

                                                                Stefano Sacconi

Roma, 15 febbraio 2009





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