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OLTRE L' ANTIBERLUSCONISMO

Per un’alternativa alla “normalità” del Cavaliere

 

 

Dario Franceschini ha fissato un termine alla propria segreteria: al congresso d’autunno – ha detto – non si ricandiderà alla guida del Partito Democratico. Le sue prime mosse, tuttavia, sembrano lasciare aperta una possibilità che quel limite sia superato: se non per iniziativa dello stesso segretario, per una chiamata cui egli difficilmente potrebbe dir di no. Di là dalle lamentazioni e dai sarcasmi di rito (un ex dc alla guida di un partito fatto prevalentemente di ex comunisti!) e dall’enfatizzazione dei mal di pancia di una parte degli ex margheritini per le propensioni troppo “laiche e di sinistra” manifestate dal neo-segretario o viceversa da quella dei timori degli ex diessini per il suo eccesso di spirito cattolico, pare legittimo affermare che, con il passaggio da Veltroni a Franceschini, l’amalgama tra le due principali “anime” del PD, già autorevolmente denunciato come incompiuto, cominci sul serio a realizzarsi. E a realizzarsi su quel terreno di un’opposizione a un tempo netta e propositiva[1] che in precedenza era stato insufficientemente percorso.

Sembrerebbe, insomma, che il passaggio di mano al vertice del PD stia ponendo quanto meno le premesse perché il partito possa finalmente perseguire in modo pieno gli obiettivi per i quali è nato. Due in particolare, fra loro strettamente collegati:

-        un radicale ricambio di classe dirigente del Paese a ogni  livello e in ogni sede, a partire dallo stesso PD[2];

-        la messa in campo di una strategia vincente nei confronti di Silvio Berlusconi e del berlusconismo imperante (se si preferisce, senza troppi infingimenti, nei confronti del “regime” berlusconiano).

I due obiettivi trovano il loro punto di congiunzione nella necessità che si attuino, per affermare una strategia vincente, almeno due condizioni:

-        un partito adeguato allo scopo per composizione e dotazione organizzativa e politica del suo quadro dirigente;

-        un’analisi strutturale e politica sufficiente della realtà economico-sociale e culturale che sostiene il “regime” berlusconiano; analisi,  che, evidentemente, non può essere opera se non dell’opposizione politica e dell’intellettualità a essa – almeno implicitamente –omogenea.

Sul primo punto, è necessario che il quadro dirigente del partito sia dedito a una prassi di massima apertura e di forte, diffuso radicamento sociale e territoriale; che vi sia un uso generalizzato e corretto delle “primarie” per la scelta delle candidature a tutte le cariche elettive d’ogni tipo e grado; che vi sia una seria democrazia interna (da distinguersi nettamente rispetto alle “primarie”). Il che si dovrebbe tradurre in un profondo ricambio dello stesso quadro dirigente: dato che, come sostiene senza mezzi termini Nicola Zingaretti, quello attuale “è al capolinea” [3]. Sul secondo punto, è necessario un deciso cambio di atteggiamento, che sia capace di inaugurare una seconda e più matura fase del rapporto con Berlusconi e il suo regime.

Quali sono stati i caratteri salienti della prima fase, giunta ormai a esaurimento, del rapporto dell’opposizione di centrosinistra (compreso, di fatto, il periodo d’avvio del Partito Democratico) con il regime berlusconiano? Tali caratteri sono riassumibili, in sostanza, nella denuncia dell’anomalia della figura di Silvio Berlusconi rispetto alla normalità democratica. Una denuncia, beninteso, espressa in modi e con toni assai differenziati nell’ambito dello schieramento contrario al Cavaliere.

Vi è stato, infatti, chi ne ha fatto una bandiera, come in un primo tempo un gruppo di eminenti personalità democratiche, fra le quali l’economista Paolo Sylos Labini, che evidenziavano (nel noncurante silenzio dei partiti di centrosinistra) come una legge del 1957 vietasse di candidarsi al Parlamento a chiunque godesse, per le proprie attività economiche, di concessioni governative. Ultimamente, scomparso Sylos, quella bandiera è agitata pressoché esclusivamente da Antonio Di Pietro e dalla sua Italia dei Valori, diventando, da rigoroso ancorché astratto argine giuridico contro lo straripante “conflitto d’interessi” di cui Berlusconi è portatore, la base e il perno di un’agitazione di sapore populista.

Vi è stato poi chi ha visto nel cavaliere un avversario, sì, inusitato e anomalo, ma in sostanza solo un avversario, la cui devianza rispetto alla normalità democratica, il cui “conflitto” per non dire la vera e propria incompatibilità, non andavano oltremodo enfatizzati: si trattava infatti, in sostanza, di attrezzarsi per sconfiggere il suo potere (visto, appunto, come essenzialmente economico-politico, e solo marginalmente anomalo) raccogliendo a tal fine la più vasta alleanza di forze. Un’impostazione, questa, baciata per due volte dal successo elettorale, nel 1996 e nel 2006 (ancorché, in questo secondo caso, un successo estremamente esiguo) sotto la guida di Romano Prodi.

Una versione ancor più blanda e per così dire “minimalista” dell’anomalia berlusconiana ha visto in essa un particolare da porre sostanzialmente in non cale: nell’uomo di Arcore, secondo questa impostazione, sarebbe stato da vedersi una mera reincarnazione, certo in forme nuove e inattese, dell’eterno avversario della sinistra nell’Italia repubblicana: la “Balena Bianca” democristiana. Con lui e con il suo partito, quindi, di fronte alla sofferenza profonda in cui versava la Repubblica, era perfettamente proponibile la ricerca di un accordo a tutto campo, da cui potesse scaturire una riforma delle istituzioni capace finalmente di porre fine alla pluridecennale “anomalia italiana” e di far sbarcare il Bel Paese, una buona volta, sui lidi rassicuranti di una piena “normalità”. Pagando così l’inevitabile scotto di conferire al Cavaliere l’alloro di Padre della Patria. E subendo infine l’umiliazione di vedersi rovesciare il tavolo della Bicamerale così generosamente (e improvvidamente) allestito.

A conclusione di questa prima fase dell’opposizione a Berlusconi vi è infine la stagione del PD così come finora l’abbiamo conosciuto. Esperimento indubbiamente audace e innovativo. Il cui punto debole, tuttavia, era denunciato proprio da uno dei suoi caratteri salienti e di più netta rottura rispetto al passato recente – e anche a quello più antico – dei partiti italiani: la dichiarata “vocazione maggioritaria” della nuova formazione politica. “Vocazione” tradotta nella scelta di “andare da soli”: forse non a caso, però, immediatamente (e almeno in prima apparenza) contraddetta dalla scelta di allearsi con di Antonio Di Pietro e la sua Italia dei Valori.

Al fondo di tale scelta – mai spiegata in modo del tutto convincente – potrebbe essere individuata la previsione di riuscire a ottenere un risultato elettorale non lontano da un successo pieno, capace quindi di trasformarsi in vera e propria vittoria grazie all’apporto dell’ex magistrato e della sua lista. Com’è andata è cronaca troppo recente perché valga la pena soffermarcisi. Merita invece riflettere un poco sul significato di fondo di quella dichiarata “vocazione maggioritaria”. Tale proclamazione, secondo ogni verosimiglianza, vuol dire che il nuovo partito si poneva non come partner di un’alleanza in qualche modo necessitata: differenziandosi così nel modo più netto dalla vasta e variegata Unione guidata da Romano Prodi.

Il PD ambiva viceversa a costituire esso stesso, nel quadro di un’impostazione bipolare e tendenzialmente bipartitica, l’alternativa al Cavaliere e a qualunque destra dovesse in futuro prenderne il posto. Ad affrontare, quindi, “da solo” il cimento elettorale, ponendosi al più come perno e motore indispensabile di qualsivoglia coalizione allestita per l’occasione: nel cui ambito, di conseguenza, alle altre componenti sarebbe spettato un ruolo meramente gregario e di supporto.

Tale impostazione – come dire? – tendenzialmente e pregiudizialmente bipartitica finiva però col concedere a priori al “principale esponente della coalizione a noi avversa”[4] il ruolo e la condizione di duopolista del quadro politico nazionale. E non, si badi, come mera constatazione dello stato dei fatti, ma anche e soprattutto come proiezione programmatica. Insomma, quasi una “legge Mammì” del quadro politico nazionale. Non diversamente, al fondo, dalla conseguenza implicita nell’improvvida avventura della Bicamerale, anche dalla “vocazione maggioritaria” del PD derivava un depotenziamento dell’“alternativa” a Berlusconi in mera prospettiva di un’“alternanza” fra lo stesso Berlusconi e il PD nel governo del Paese[5].

C’è una cosa che accomuna queste diverse interpretazioni dell’opposizione a Berlusconi e al suo strapotere (lo si chiami o meno “regime”), ed è lo scopo che in tutti i casi si persegue: quello di salvaguardare o ripristinare la normalità repubblicana rispetto al “vulnus” infertole dall’entrata in scena dell’anomala figura di Silvio Berlusconi. In ogni caso vi è riconoscibile, insomma, un’impostazione fondamentalmente difensiva e conservatrice. Non a caso proprio questa, a ben vedere, è l’accusa rivolta dal Cavaliere ai suoi avversari: di essere conservatori e restauratori, in opposizione alla sua “rivoluzione” che vuole spazzar via lo strapotere dei partiti, della burocrazia, dei giudici, di un regime che si dice democratico ma è sempre stato dominato dai “comunisti”. Di essere, in sostanza, attardati nella difesa di una “normalità” che il popolo ormai rifiuta: mentre egli, investito col voto dell’unico potere legittimo, è il vero interprete di tale sentire popolare.

Si potrebbe approfondire ancora un po’ l’analisi. Ma le osservazioni fatte fin qui appaiono sufficienti a spiegare perché questa prima stagione dell’opposizione a Berlusconi e al suo “regime” meriti ormai di essere superata. Sia nella sua versione più “pura”, secondo la quale l’anomalia inquinante di questo personaggio va senz’altro espunta dal quadro repubblicano, ed espunta essenzialmente con gli strumenti della legge; sia nella sua versione del tipo “fronte politico antiberlusconiano”; sia infine in quella che mette più o meno esplicitamente in non cale quell’anomalia e punta – in un modo o nell’altro – ad assorbire il suo portatore in una “normalità repubblicana” ripristinata proprio grazie al suo coinvolgimento: in ogni caso l’esperienza di un quindicennio sembra dimostrare come per quella via – con qualunque mezzo la si percorra – la battaglia sia comunque perduta.

A costo di semplificare un po’ il discorso, quel che sfugge a tutte le posizioni che qui si sono prese in considerazione è il fatto che l’“anomalia” berlusconiana è divenuta ormai parte integrante e costitutiva di una nuova e inedita “normalità” italiana. Basta parlare con un qualunque cittadino fra i tanti che votano o hanno votato almeno una volta per Berlusconi (cosa che a noi suoi radicali critici e avversari ispirerebbe un’invincibile ripugnanza) per rendersi conto che i nostri argomenti non hanno su costoro alcuna presa. Che anzi, a sostenerli con la convinzione che ci anima, si rischia di esser presi per matti. Tanto più se il nostro argomentare fa leva sul “conflitto d’interessi” o più ampiamente sull’“anomalia” che il telemagnate brianzolo costituisce rispetto a ogni Stato di diritto e a ogni democrazia degna del nome. Quella che su di lui fa perno e in lui si rispecchia, insomma, è vista come “la normalità”. E chi lo avversa è tacciato di ostinarsi a non capire, o di avere qualcosa da nascondere.

Quell’anomalia, allora, andava espunta in anni ormai lontani: non semplicemente al momento in cui questo inedito personaggio “scese in campo” per fare man bassa dei voti orfani del CAF, ridicolizzando in un sol colpo la “gioiosa macchina da guerra” apparecchiata da Achille Occhetto. A quel punto, di fatto, l’alieno venuto dal paese delle antenne aveva già vinto. E la Repubblica democratica non aveva più, per combatterlo, se non armi spuntate. Andava eliminata, quell’anomalia, ben prima: quando cominciò ad apparir chiaro (anche grazie a due sentenze della Corte Costituzionale: e siamo alla metà degli anni ’70 del Novecento!) che l’epoca del monopolio pubblico del mezzo televisivo era ormai tramontata. E che quindi attardarsi nella sua strenua difesa non era eroismo degno d’un Leonida alle Termopili, ma errore fatale e ridicolo. Paragonabile, più ancora che alle gesta di un Don Chisciotte destinato a esser travolto dalle pale dei mulini a vento, all’ostinata resistenza del mitico giapponese asserragliato sull’isoletta sperduta del Pacifico, ignaro che la guerra era da tempo terminata. E, per l’Impero del Sol Levante, irrimediabilmente perduta.

Attardarsi in quella difesa – come fece appunto, e per lunghi anni, la sinistra – significava lasciare campo libero al tycoon brianzolo e alla sua spregiudicatezza di imprenditore ignaro di ogni omaggio dell’interesse privato alla legge, capace anzi di trarre profitto da ogni vuoto, incertezza, arretratezza della norma per porre in atto “fatti compiuti” a suo vantaggio, cui poi – ne era certo – la norma avrebbe dato adeguata sanzione. Capace di trarre profitto, a ogni possibile occasione, della copertura generosamente offerta dal “dominus” della scena politica di allora. Capace infine, una volta crollato – sotto  i colpi delle procure e della condanna popolare – il vecchio potere protettivo del CAF, di “scendere in campo” in prima persona per occupare il proscenio nazionale e provvedere senza più intermediari a piegare la legge al proprio interesse.

Era possibile una linea diversa, meno ineluttabilmente perdente? Sarebbe stata possibile se si fosse preso atto della fine di un’epoca e ci si fosse attrezzati adeguatamente per affrontare la situazione nuova. Se si fosse affrontato l’inedito mercato dell’etere con mezzi adeguati a regolarlo, a renderlo veramente aperto a soggetti nuovi: a farne, invece che un terreno d’affermazione di poteri anomali, un veicolo di ampliamento della democrazia in un campo inedito e ricco di possibili, interessanti sviluppi. Invece non si capì il cambio di fase, l’importanza della novità che si presentava, la qualità e la forza del nuovo potere monopolistico che su quel terreno – in assenza di norme adeguate e di una concorrenza vera – qualcuno veniva costruendo. A tal punto non si capì nulla di tutto questo che, quando il monopolista della comunicazione (a partire dalla pubblicità) “scese in campo”, lo si prese per una curiosità da baraccone, un parvenu presuntuoso ma pressoché innocuo, cui la prova del voto si sarebbe incaricata di mozzare le ali posticce. E invece… 

“Percossa e attonita” per quella prima sconfitta, clamorosa e del tutto imprevista, la sinistra – ma in realtà l’intero arco delle forze democratiche risparmiate dallo tsunami dei primi anni ’90 del Novecento – continuò a dar di cozzo, come il moscone nel vetro invisibile di una finestra,  nell’impenetrabile, anzi per essa incomprensibile, barriera del nuovo potere. A ben vedere, l’alternarsi contingente delle riscosse alle sconfitte, a partire dall’insperato “ribaltone” bossiano appena all’indomani del voto del 1994, fece allo schieramento antiberlusconiano, e al suo interno al maggiore partito della sinistra, un effetto – per dir così – psichedelico: come i consumatori di acido lisergico, o più semplicemente di cocaina, anche le forze contrarie al Cavaliere trassero da quegli episodi (sia pure importanti) di riscossa elettorale una sensazione esaltante di potenza ben superiore alle loro effettive, presenti capacità. Fuor di metafora, ne furono spinte a continuare sulla stessa strada: dalle vittorie tattiche furono insomma confortate a perseverare sulla via della sconfitta strategica. Una prospettiva drammatica, quest’ultima, che parrebbe oggi essere finalmente chiara agli occhi di gran parte del quadro democratico. Posta com’essa è, del resto, in una luce ancor più cruda  dalle dimissioni del fondatore e primo segretario del PD.

Vi era d’altro canto, in quell’incapacità delle forze democratiche di mozzare il mortifero pungiglione del calabrone mediatico[6], qualcosa di più che il portato di una contingente incomprensione della pericolosità del novissimo avversario spuntato come un deus ex machina dal luccichio ingannevole dei teleschermi. Vi era l’emergere (a pochi anni dal fatidico “crollo del Muro”) dell’ormai radicale inservibilità di tutte le chiavi interpretative, di tutte le “visioni del mondo” di cui le stesse forze democratiche disponevano, di fronte al delinearsi – anche nel Bel Paese – di un mondo radicalmente nuovo, senz’altro proiettato, oltre i confini ormai angusti del “secolo breve”, verso la prospettiva ignota, e tutta da costruire, del nuovo millennio.

Troncare quel pungiglione, quindi, sarebbe stato comunque impossibile, se l’impresa fosse stata tentata semplicemente in chiave di difesa del nobile retaggio della Repubblica (per di più ridotto, nell’occasione, al monopolio RAI), cui l’insetto antennuto recava una minaccia distruttiva. Alzare un vallo per arginare la minaccia avrebbe avuto un’efficacia paragonabile – si parva licet… – a quella delle Mura Aureliane o della Grande Muraglia. Ed è noto che la regale possanza delle prime non valse a risparmiare a Roma il sacco d’Alarico. Né la smisurata estensione della seconda, all’Impero di Mezzo, l’invasione e il secolare dominio dei Mongoli.

Sarebbe stato necessario, per stornare dalla democrazia italiana l’attacco dell’“uomo forte” di nuovo conio, che la crisi profonda della democrazia fosse riconosciuta come tale, e se ne prospettasse perciò una valida, radicale riforma: una riforma che fosse tale da non lasciare all’uomo dei media il monopolio del “nuovo”, ma piuttosto gli togliesse il terreno di sotto. Ora, è evidente, almeno col senno di poi, che per far ciò la sinistra italiana e in generale le forze schierate a difesa della democrazia repubblicana non possedevano gli strumenti. E così, a distanza di trent’anni da quelle prime avvisaglie, il “nuovo” è di fatto rimasto appannaggio del telepiazzista ed egli, sia pure fra alterne vicende, ha potuto alfine costruire attorno alla propria figura e ai propri interessi un vero e proprio regime, che i suoi e nostri concittadini, col voto, hanno sancito come nuova e solida “normalità” della vita nazionale.

Riconoscere a viso aperto questa realtà appare oggi assolutamente necessario. Il che non significa affatto una passiva accettazione del “dato”, né tanto meno una resa nei confronti di un “nuovo” che comunque – benché vittorioso mediante lo strumento principe della democrazia, il voto – nondimeno confligge con i principi dello Stato repubblicano, quindi con la stessa democrazia.  Significa piuttosto una presa d’atto non più rinviabile della realtà con la quale ci si trova a dover fare i conti. E poi almeno un primo allestimento della strumentazione nuova che è necessaria per ricominciare a dar battaglia con qualche sensata possibilità di successo[7]. Questa appare essere, per l’appunto, la nuova fase da inaugurare dopo il palese fallimento di quella avviata – ora possiamo constatarlo – con scarse speranze di vittoria all’epoca della “discesa in campo” del Cavaliere. 

Questa nuova fase dovrà innanzi tutto caratterizzarsi per un profondo, coraggioso rinnovamento della formazione politica cui tocca, a livello nazionale, il ruolo di soggetto principe del cambiamento: il partito che reca nel proprio dna la vocazione a farsi motore della trasformazione democratica del Paese. Soggetto, questo, che può identificarsi con il Partito Democratico solo a patto che questo si dimostri per prima cosa, nei fatti (e in tempi rapidi, perché una lunga attesa non è più possibile), capace di quell’autorinnovamento che è necessario per affrontare con successo un compito di tale impegno. E così superiore, invero, alle capacità fin qui dimostrate dallo stesso PD.

Se ciò risultasse impossibile, due sole sarebbero, plausibilmente, le alternative aperte, nel futuro prevedibile, per la democrazia italiana: da un lato il sorgere in tempo record e da altra radice (ma quale? ciò che resta della Sinistra Arcobaleno? i movimenti presenti nella società civile? l’imprenditoria illuminata?) di una forza politica alternativa che sia capace di agire con successo là dove il PD ha fallito; dall’altro il disfacimento puro e semplice, e senza alternativa, del “regime” berlusconiano, con la conseguente disgregarsi del Bel Paese e la sua probabile riduzione a una sorta di protettorato altrui. Dove la prima delle due ipotesi appare a dir poco utopistica, la seconda davvero tragica: per l’Italia si tratterebbe, sul piano politico, di un balzo indietro di alcuni secoli; essa, in sostanza, ne uscirebbe ridotta a qualcosa di simile a un’area balcanica di lusso.

Il compito da affrontare, dunque, è terribilmente impegnativo e urgente. In che cosa consiste tale compito? Due sono, come di consueto, le sue componenti. Da un lato sarà necessario impegnarsi a tracciare un quadro compiuto e realistico dell’attuale, inedita “normalità” italiana, comprensiva com’essa è dell’“anomalia” berlusconiana.  Con ciò andando oltre sia lo schema dell’“uovo del cuculo” (una Repubblica democratica di per sé sana e solida, insidiata dall’alieno pericoloso che si è installato proditoriamente al suo interno), sia l’illusoria convinzione che nulla di sostanzialmente (e perniciosamente) nuovo e anomalo caratterizzi il personaggio-Berlusconi e il suo strapotere finanziario e mediatico.

Dall’altro lato occorrerà non solo rendere sempre più metodica ed efficace l’opposizione al governo di questa destra, costruendo intorno a essa il più vasto consenso, ma anche prospettare al Paese la visione credibile – se si vuole l’“utopia praticabile”– di una “normalità” tutta nuova da costruire insieme, che non si riduca a un ripristino di quella vecchia, ma sia un assetto realmente capace di far proprie le esigenze e di attuare le potenzialità che emergono oggi come proprie dell’Italia del nuovo secolo.

Questo compito a due facce è al tempo stesso la sfida che il Partito Democratico ha oggi di fronte: una sfida, direbbe il Poeta, da “far tremare le vene e i polsi”. Ma non un compito impossibile. Già nel passato una sfida non meno drammatica si presentò al nostro Paese e, in esso, alla sua nascente democrazia. E sui tempi e i modi in cui fu affrontata influirono non poco le scelte, e prima di tutto le capacità e le carenze, delle forze politiche di ispirazione democratica cui il momento storico affidava la responsabilità di indicare alla nazione le vie da percorrere per superare la crisi di un assetto ormai superato dalla storia.

Fu quando si chiuse tutta una fase in cui le forze nuove, nate nell’Italia da poco unificata ma che non avevano partecipato alla sua unificazione, non avevano saputo – come pure sarebbe stato necessario – né opporsi con successo al decomporsi dello spirito di solidarietà attraverso i confini nazionali, precipitando così anche la parte migliore della nazione nella fornace del primo immane conflitto europeo; né poi prospettare al Paese, dopo la prova atroce della guerra, un assetto da costruire insieme, che sapesse andar oltre quello liberale, che aveva scelto la guerra come estrema difesa di se stesso e dei più chiusi fra gli interessi da esso rappresentati.

Allora vi era stato – e furono molti, troppi – chi pensò di poter opporre, alle prove d’orchestra di un regime assassino, il semplice scudo della propria integrità. E, abbandonando il campo, lasciò libero spazio al consolidarsi di una nascente dittatura. Il Paese pagò poi carissima quella sostanziale rinuncia: vent’anni dovevano trascorrere prima che una guerra vigliacca e una rotta vergognosa aprissero il varco – con la Resistenza – a una stagione tutta nuova, di ben altro spessore democratico. A costruire la quale non diedero validi contributi né i vecchi “aventiniani” né, a fascismo ormai spazzato via, l’“heri dicebamus” di un Benedetto Croce. Ignari, gli uni e l’altro, che non di difendere la vecchia “normalità” liberale, né poi di ripristinarla, si trattava. Ma di costruire sulle sue rovine una “normalità” tutta nuova, adeguata all’epoca inaugurata dalla sconfitta, coi fascismi, della vecchia Europa colonialista che se li era allevati in seno, e rispondente all’avvento di nuovi protagonisti alla guida del pianeta.

Ai giorni nostri, l’opposizione al regime che ruota attorno all’uomo di Arcore e in cui si riflette a suo modo, nella nostra provincia, la “normalità” di una globalizzazione eslege, può trarre un’occasione preziosa, come allora dalla sconfitta bellica, oggi dalla crisi che squassa gli assetti finanziari, economico-sociali, politici del mondo. Crisi che il Cavaliere tende a negare contro ogni evidenza, a dichiarare frutto del “pessimismo” delle famiglie e degli imprenditori, e in ultima istanza, come tendono a dire tutti gli autocrati minacciati dalla propria incapacità di affrontare le difficoltà e le tempeste, causata dal “disfattismo” che infidi nemici interni (i “comunisti”, ça va sans dire) spargono a man bassa tra le fila dell’armata nazionale. Crisi a combattere la quale non sa indicare altra ricetta che non sia quella di un “ottimismo” ancorato alle sue parole di imbonitore da fiera di paese e allo splendore della sua candida dentiera.

Allora, nelle case minacciate ogni giorno dai bombardamenti, fra le truppe sfinite, nei circoli antifascisti, le notizie diffuse dalle radio clandestine portavano di tanto in tanto uno spiraglio di luce: erano le notizie dell’orgogliosa difesa britannica, della resistenza e del contrattacco sovietico a Stalingrado, degli sbarchi americani in Sicilia, ad Anzio, in Normandia. La fine della solitudine contribuì potentemente a far uscire l’antifascismo dai retrobottega delle farmacie di paese, dalle soffitte e dagli scantinati, a far tornare gli esuli, a trasformare – con la libertà – i prigionieri e i confinati in combattenti. A fare della Resistenza – checché ne dicano i revisionisti alla moda – un crescente e infine vittorioso moto di popolo.

Oggi la possibilità di opporre al “regime” di Berlusconi una resistenza e un contrattacco efficaci, di demolire la sua pur consolidata “normalità”, trova alimento, nel crogiuolo crudele di una crisi globale che il telepromotore non può guardare in faccia, anche nel profilarsi oltre Atlantico di una speranza nuova, di una promessa audace che appare capace di superare anche le più dure, inevitabili difficoltà. Di una prospettiva che fa balenare all’orizzonte una “normalità” tutta nuova, non più fondata sul predominio dei “felici pochi” ma sulla partecipazione attiva e responsabile di tutti i consapevoli cittadini del mondo. A questa prospettiva, se sapranno raccogliere con coraggio e intelligenza la sfida che sta loro dinanzi, i democratici italiani potranno dare un contributo non privo d’importanza.

                                                                                                 

Stefano Sacconi

 

Roma, 25 marzo 2009



[1] Cfr. l’editoriale della Stampa (4/3/09) “Un assegno che non piace ai politici” a firma del sociologo Luca Ricolfi

[2] Cfr. in proposito il precedente articolo, pubblicato in questo sito, dedicato al “Dopo-Walter” e poi l’intervista al presidente della provincia di Roma Nicola Zingaretti pubblicata nella Repubblica del 3 marzo (“I giovani non perdano tempo, la dirigenza dei democratici è al capolinea”). Significativi, in proposito, l’azzeramento del vertice del partito e la nomina di una segreteria composta in gran parte di quadri giovani, chiamati evidentemente a dare un contributo di innovazione e freschezza nell’iniziativa politica del PD

[3] Vedi l’intervista citata alla nota 2

[4] Questa fu, per l’intero corso della campagna elettorale della primavera 2008, la circonlocuzione usata da Walter Veltroni per indicare il Cavaliere: con lo scopo dichiarato di evitare ogni attacco “sopra le righe” all’avversario e di mantenere in tal modo la stessa campagna entro i binari di un pieno fair play

[5] Non a caso, alla fondazione del nuovo partito di centrosinistra “a vocazione maggioritaria”, Berlusconi ha prontamente risposto con il lancio a sua volta di un partito “a vocazione maggioritaria” sul versante di centrodestra, il “popolo della Libertà”, in cui unificare Forza Italia e Alleanza Nazionale: anche qui riducendo gli alleati a mere forze di supporto rispetto al partito maggiore della coalizione

[6] La metafora del calabrone e del pericolo mortale di cui esso è portatore è tratta da una icastica “favola” di Leonardo da Vinci

[7] Per qualche suggerimento sul terreno analitico e propositivo cfr. l’articolo “Una sfida per il partito riformatore”, di prossima pubblicazione in questo stesso sito





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