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DOPO IL MERCANTE IN FIERA

                                    COME RISPONDERE ALLA SFIDA?

Non è difficile immaginare Piero Gobetti che si rivolta nella tomba. Forse qualcuno doveva spiegare al Mercante in Fiera (di Roma) che “La rivoluzione liberale” è il titolo di un celebre saggio (e prima ancora lo era stato di una rivista) del giovane pubblicista e politico antifascista torinese. E che proclamare quella “rivoluzione” come obiettivo, ormai a portata di mano, della propria iniziativa politica sarebbe stato come minimo un plagio. Per di più di cattivo gusto, visto che il furto sarebbe stato perpetrato in campo avverso. E anche un po’ ridicolo: come se, per intenderci, il fido Apicella paragonasse la propria produzione musicale ai Lieder di Schubert. Ma tant’è: non si può pretendere tanta erudizione – né tanta correttezza e tanto buon gusto – da chi conclude la kermesse dedicata a se medesimo con una sequela di autocitazioni; e fa omaggio ai cortesi partecipanti/osannanti di un papiro in simil-pergamena recante il simil-manoscritto della propria prisca concione. E allora, che “rivoluzione liberale” sia. Tanto, alle balle sesquipedali propinate dal re delle panzane alla sua audience abbiamo ormai fatto il callo.

Conviene forse lasciare l’autoproclamato salvatore d’Italia alle sue farneticazioni e spiluccare qualche chicca nelle pieghe del rave party berlusconiano. Magari qualcuna di quelle su cui i commentatori hanno omesso di posare l’accento. Il diavolo, come si sa, si nasconde spesso nei dettagli. Ovvero, in questo caso, nelle parole dei famigli. Specie di quelli che hanno alle spalle – si dice – un passato socialista. Magari persino lombardiano. Come l’accigliatissimo Cicchitto: il quale ha proclamato, a un volonteroso cronista della tv pubblica, che il nascente superpartito delle destre italiane è destinato nientemeno che a guidare il Paese “strutturalmente”. Il che significa – se le parole hanno un senso, e Cicchitto non è tipo da seminare avverbi a vanvera – che una tale funzione di guida entrerà a far parte della “struttura” della nazione. Come la pizza, la Fiat, la mafia e il Vaticano. Per dirla in parole più semplici: questi qui non ce li toglieremo più dalle scatole.

Nella gara a spararla più grossa, una piazza d’onore l’ha senz’altro conquistata anche quel tale che ha preso a prestito (senza permesso) il cognome di chi scrive queste note e fa il ministro, nientemeno, del benessere (ma lo fa in inglese, così sembra più up to date). Che cos’ha fatto di così meritorio, il nostro? Ha affermato solennemente che il nuovo partito è al tempo stesso “conservatore e rivoluzionario”. Nel suo caso, contrariamente a quando il Berlusca snocciola i suoi strafalcioni, non si può prendersela coi salesiani e con le carenze dell’istruzione da essi impartita. Qui ci troviamo in presenza di uno di coloro che, a sentire il suo “master e commander” (suona bene, no?), non hanno mai lavorato, visto che fa il politico di professione fin da quando portava il pannolino. E un politico di professione che ha militato nel PSI di Craxi non può farci credere di non ricordare che quell’ossimoro fu usato, per definire il proprio partito, da Enrico Berlinguer. Sollevando, con tutta probabilità, i più grassi cachinni fra i seguaci dell’uomo del Midas. Il plagio, insomma, qui è certamente consapevole e volontario. E spudorato ai limiti del codice.

Ora, mettendo da parte le facezie, da queste esternazioni di alcuni comprimari emergono elementi utili a capire il senso dell’evento che ha monopolizzato i mezzi d’informazione a fine marzo. La fusione dei due maggiori partiti della destra italiana va intesa come lo strumento necessario – e forse, a bocce ferme, anche sufficiente – per rendere compiuta, dopo un quindicennio di battaglia direttamente politica e, prima ancora, dopo un altro quindicennio di preparazione a livello di società civile trasformata in società mediatica, l’instaurazione del regime berlusconiano. Un regime che tende a non lasciar fuori nessun aspetto rilevante della vita nazionale: dalla vita economica a quella politica a quella culturale. Che ciò non riesce a sradicare cerca di assorbire e far proprio. Un regime che pretende (ma non è una pretesa campata per aria, visto il consenso di cui gode) di ergersi a guida “strutturale” di una società in buona misura plasmata a sua immagine. Che non esita ad appropriarsi persino di un'impostazione così radicalmente opposta alla propria che non è difficile immaginare la repulsione quasi fisica che questa stagione di sfascio etico e culturale produrrebbe in chi di quella fu esponente di primo piano. Un Berlinguer che cede un suo slogan, con tutta l’elaborata concezione storica e di principio che vi era dietro, a un Maurizio Sacconi perché questi ne faccia omaggio a un Silvio Berlusconi: si può immaginare qualcosa di più contro natura?

Ma se tutto ciò è vero, o comunque verosimile, dalla Fiera di Roma è partita una sfida urgente e durissima – che non è lecito sottovalutare o illudersi di poter rinviare – verso le forze politiche, ma anche verso le forze sociali e culturali, che vedono nella democrazia un tesoro prezioso della nazione, una ricchezza comune da tutelare, un’energia vitale il cui esaurimento costituirebbe un grave arretramento per tutti. Le prime reazioni, in verità, non sembrano indicare una piena consapevolezza, nelle forze democratiche, della durezza e dell’urgenza di una tale sfida.

Non ne sembrano consapevoli quelle forze organizzate, a sinistra, che si gloriano di aver unificato il simbolo della falce e martello, evidentemente ignare di quanto poco quel simbolo sia oramai capace di parlare a coloro medesimi che esso dovrebbe icasticamente evocare. E paiono accecati dalla contemplazione dei propri idoli carichi di gloria (e di rughe), divenuti motivo di separazione, anziché di vicinanza e di attiva comprensione, rispetto a quel mondo del lavoro cui dicono di riferirsi. Né paiono afferrare in pieno il livello della posta in gioco quegli spezzoni “alla sinistra del PD” che pensano – e probabilmente si illudono – che il loro assemblaggio sia sufficiente ad avviare la costruzione di un’alternativa al regime, la cui costruzione richiede invece una mobilitazione di forze rispetto alla quale la qualificazione di “sinistra” è inevitabilmente datata e quindi insufficiente.

Non ne appaiono consapevoli nemmeno coloro che, continuando a barcamenarsi in una impostazione tatticista tutta interna al ceto politico professionale, si illudono di potersi incuneare nelle ipotetiche crepe del partito delle destre facendo da spalla sul terreno delle riforme istituzionali. Senza avvedersi – parrebbe – né di ripetere l’errore già un tempo commesso dando all’illusionista brianzolo un’insperata occasione di ripresa, né – peggio – di assecondare oggi la sua ricerca di alibi e scappatoie per non affrontare sul serio le esigenze drammatiche generate dalla crisi.

Una piena consapevolezza, infine, non sembra di poter riconoscere nemmeno nella pur efficace iniziativa di opposizione di chi si accontenta per il momento di incalzare puntualmente lo straripante avversario mentre, come il poeta, “indugia in altro tempo” (magari a dopo la prova elettorale) la messa a punto di una proposta compiuta e penetrante, capace di prospettare alla nazione una vera, convincente alternativa e di mettere a nudo, con ciò stesso, la povertà di un regime che rischia altrimenti di apparire fondamentalmente inattaccabile.

Invece l’ultimo weekend di marzo, con la sagra berlusconiana opportunamente convocata nei locali di una fiera, questo ci dice: che se è vero che dalla crisi globale usciremo profondamente cambiati, la direzione di questo cambiamento non è scontata. Quello posto in atto dall’affarista transustanziato in politico mettendo in pratica il discorso “del predellino” è stato un vero e proprio capolavoro strategico.

Per contrastarlo avendo una qualche speranza di non esserne travolti occorre che oggi si passi finalmente – dal crogiolarsi nelle vecchie certezze, dalla convinzione che una semplice unione faccia la forza, dalla presunzione di possedere l’astuzia sufficiente per fregare la volpe, dalla tenacia di una pur abile schermaglia tattica – al livello di elaborazione, di iniziativa, di mobilitazione di forze e di coscienze che è richiesto dalla necessità di mettere il Paese in condizione di uscire domani dalla crisi più libero, più moderno e più forte.

E non imbozzolato nella rete del regime che oggi lo soffoca.

                                                                                         Stefano Sacconi

   Roma, 30 marzo 2009





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