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verso le elezioni europee

CHI  MANDARE  A  STRASBURGO?

 

C’è qualcosa che non convince nella disputa fra il PD e il PDL in materia di candidature alle elezioni europee del prossimo giugno. Da un lato, la posizione espressa da Franceschini sembra non solo accampare ottime ragioni, ma anche introdurre una significativa novità in quella formazione delle liste elettorali che ha un così forte valore ai fini di una corretta ed efficace democrazia rappresentativa. Impegnare i candidati a svolgere davvero e fino in fondo il mandato loro conferito dagli elettori costituisce, infatti, un apprezzabile fattore di correttezza istituzionale, capace di qualificare positivamente il partito che rinunci a piantare semplici “bandiere” destinate a dare lustro alle schede, ma anche a lasciare immediatamente vacante il seggio per incompatibilità col ruolo o la carica ricoperti. Scelta, questa, peraltro inusuale, quindi a carattere di per sé innovativo.

Tuttavia, la conseguenza di una tale scelta rischia di essere, almeno in parte, quella di un “basso profilo” delle liste formate sulla base di quella pur apprezzabile pregiudiziale. Mentre la coerente determinazione di quella scelta potrebbe non essere di per sé sufficiente a smantellare le argomentazioni dell’avversario (fatte proprie, inoltre, da una parte degli esponenti dello schieramento avverso al presidente del Consiglio): l’essere cioè necessario, data l’importanza della posta in gioco, esprimere un impegno al massimo livello, anche al fine di offrire all’elettorato punti di riferimento il più possibile efficaci.

Ma forse è proprio il dilemma così formulato a essere “di basso profilo”. Esso, infatti, finisce col porre l’accento esclusivamente sulla genuinità o meno delle candidature, quindi delle liste: sulla domanda, cioè, se quelle candidature siano destinate, in caso di elezione, a trasformarsi o meno i rappresentanti effettivi. Oppure siano semplici “specchietti per le allodole” buoni per catturare voti, cui non potrà poi corrispondere una reale rappresentanza. Si tratta, in altri termini, di una discussione da cui resta escluso proprio l’argomento che dovrebbe invece essere il cuore di questa tornata elettorale: l’esigenza – e il modo – di far fare all’Unione europea quel passaggio di qualità in mancanza del quale essa rischia sul serio, quando la crisi sarà superata, di trovarsi sostanzialmente esclusa dal “gioco” della politica mondiale.

Io, elettore europeo, sono ovviamente interessato a che il candidato cui do il mio voto eserciti poi, se eletto, il suo mandato per l’intera durata della legislatura. A che il mio voto, dunque, non sia strumentalizzato a fini che nulla hanno a che vedere con l’esercizio del mio diritto di elettore. A che, in particolare, quel Parlamento europeo che sono chiamato a eleggere non si trasformi in luogo di compensazioni e risarcimenti impropri concessi a politici di lungo corso non ancora giunti all’assai senile età della pensione loro spettante; ovvero a personaggi colpiti da “inique sanzioni” e da meno iniqui ostracismi in sede nazionale. A che esso non sia utilizzato, insomma, come “cimitero degli elefanti” della casta politica e non solo.

Così come sono ovviamente interessato a non essere preso per i fondelli da qualche capo o capetto, candidato a un seggio strasburghese solo per carpire il mio voto di elettore minchione, salvo poi tornarsene immantinente a curare in patria i propri affari e la propria luminosa scalata ai massimi fastigi del potere (fastigi che, come ognun ben sa, non risiedono nel grazioso capoluogo alsaziano). Potrei provare, invece, un qualche interesse a partecipare, col voto e non solo, alla costruzione di un’Europa non destinata a ridursi a breve scadenza a una sia pur satolla area di libero scambio; ma capace di dar vita, per un verso, a una più ampia e impegnativa dimensione della cittadinanza, e per l’altro a un soggetto realmente autorevole sulla scena globale. E autorevole non solo perché detentore di una valuta capace di tener testa al dollaro, né solo per l’assai cospicua fetta del pil mondiale veicolata dai suoi mercati, ma anche e prima di tutto per la sua capacità di indicare al consesso delle nazioni una via di pace (fra di loro e con la natura) e di progresso, lungo la quale l’umanità possa compiere passi in avanti decisivi lungo il suo plurimillenario cammino.

Questo dunque io, elettore europeo e cittadino del mondo, penso di aver diritto di attendermi da coloro che, di qui al 6-7 giugno, verranno a chiedere il mio voto. E cioè che essi mi propongano, votando per il Parlamento di Strasburgo, di cominciare a esercitare una vera e propria cittadinanza europea, non negatrice della mia vecchia e più limitata cittadinanza nazionale, ma capace di ricomprendere quest’ultima in una sfera di più ampio respiro e di efficacia più rispondente alle opportunità poste in essere dal nostro tempo. E che poi mi propongano di partecipare consapevolmente alla costruzione di un’Europa vero soggetto politico globale, la cui voce e la cui iniziativa si pongano come punto di riferimento per chiunque nel mondo aspiri a un avvenire di pacifica e paritaria cooperazione fra le nazioni.

La campagna elettorale del Partito Democratico ha mosso le sue prime mosse presentando, con manifesti murali accattivanti, un’Europa amica del produttore, del lavoratore, del cittadino, contrapposta alla politica reale di Berlusconi. Non si rischia così di presentare un’idea, al fondo, strumentale dell’Unione Europea? Sembrerebbe più opportuno, nell’elaborare i contenuti di questa campagna, ricordarsi della troppo breve stagione del primo governo Prodi, quando la sua politica coincise essenzialmente con lo sforzo davvero grande espresso per permettere al Paese di “entrare nell’euro al primo turno”. Sforzo che costò ai cittadini non pochi sacrifici, simbolicamente riassunti in quella “tassa per l’euro” che gli italiani pagarono senza fiatare, pur non corrispondendovi la soddisfazione di alcun interesse immediato.

Quella fu l’ultima stagione in cui un governo propose all’Italia una politica di “veduta lunga”[1]. E l’Italia capì e pagò di buon grado i prezzi che c’erano da pagare. Questa è la dimensione che sarebbe necessario recuperare, per l’Europa e in essa, primo fra tutti, per il nostro disastrato Paese. In questa prospettiva, cittadinanza europea ed Europa vero soggetto politico globale possono esere i due assi attorno ai quali far rotare una proposta politica (e un conseguente criterio di formazione delle liste) all’altezza delle necessità e delle occasioni del nuovo millennio. Non né facile, ma ci si può provare.

Gli italiani avranno apprezzato – credo – l’estrema discrezione di cui Dario Franceschini ha circondato la sua visita ai terremotati abruzzesi. E non avranno mancato di paragonarla allo schiamazzo propagandistico che ha accompagnato le visite quotidiane del presidente del Consiglio in quelle terre profondamente ferite. Quella discrezione, comparata a questa immedicabile cafonaggine, sarebbe anche più apprezzata se si accompagnasse a una visione strategica forte e limpida.

Nella triste stagione sismica della crisi globale l’Europa – e in essa l’Italia, e il mondo attorno a essa – gode di un vantaggio inatteso e preziosissimo: la presenza a Washington di un leader straordinario, sul quale si appuntano (con ragione) le attese più speranzose. L’Europa può cogliere questa opportunità offrendosi a Obama come un partner all’altezza. Oppure può sciuparla. Nel qual caso le vie d’uscita dalla crisi diverranno certo più ripide e difficili. E, soprattutto, passeranno lontano dalla sponde europee. Questo gli elettori italiani sono perfettamente in grado di capirlo. Date loro un’occasione per partecipare, da cittadini d’Europa, alla costruzione di quelle vie.

                                                                            Stefano Sacconi

    Roma, 9 aprile 2009



[1] “La veduta corta” è il titolo di un recente, denso saggio di Tommaso Padoa-Schioppa pubblicato da Einaudi





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