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MAFIA QUESTIONE POLITICA

Prefazione

Nell’estate 2007 la percezione del potere della mafia – e della natura del fenomeno-mafia in quanto tale – subì, presso l’opinione più avvertita,  un vero e proprio passaggio qualitativo. Il massacro di ben sei persone nella città tedesca di Duisburg a opera della ‘ndrangheta calabrese, subito individuato come un episodio dell’annosa “faida di San Luca”, rese evidente che le diverse incarnazioni della mafia non potevano più essere considerate, ormai, come espressioni di un sia pur sanguinario fenomeno locale del Sud d’Italia; ma andavano intese piuttosto come rami di un’organizzazione certo di matrice provinciale ma ormai estesa su una dimensione più che nazionale: capace infatti di esercitare il proprio potere criminale anche di là dai confini.

E capace di esercitarlo non solo come potere economico derivante dal controllo di ogni genere di traffici illegali – dalle droghe proibite alle armi, dai rifiuti più inquinanti alla tratta degli esseri umani – ma anche direttamente in quanto potere sia interno al proprio universo sia, verosimilmente, nei confronti dell’organismo sociale e politico-istituzionale “ufficiale” e delle sue componenti a ogni livello. Dietro la “strage di ferragosto” in terra tedesca traspariva insomma, per chi non volesse chiudere gli occhi di fronte all’evidenza, la natura politica, oltreché banalmente criminale e poi economico-finanziaria, della realtà mafiosa.

Gli effetti di questo passaggio qualitativo nella percezione del fenomeno-mafia rimasero tuttavia confinati a una dimensione episodica. In particolare, da parte delle forze politiche in cui si articola la democrazia italiana, nulla in sostanza si fece allora e si è fatto in seguito che dimostrasse l’acquisizione di un’effettiva consapevolezza della natura di quel fenomeno brutalmente rivelata dal sanguinario episodio[1].

Semplicemente, la mafia nelle sue diverse tribù e incarnazioni fu subito ricondotta alla minimizzatrice e rassicurante categoria della “criminalità organizzata”. Tanto che, non più di sei mesi dopo, nei programmi messi a punto per la campagna elettorale del 2008, il tema occuperà uno spazio vuoi addirittura nullo, vuoi comunque ridicolmente inadeguato rispetto alla portata e al significato della realtà mafiosa. In questo sito fu pubblicato allora un editoriale dal titolo “La piovra sotto il tappeto” contenente alcune considerazioni – difficilmente definibili come peregrine – in materia.

Già il 17 agosto, tre giorni dopo la strage, un osservatore acuto come Giuseppe D’Avanzo aveva del resto adoperato, per definire l’atteggiamento della politica italiana (di tutte le sue forze) nei confronti della mafia, la definizione di “inazione ottimale”, richiamandosi con ciò alla politica studiatamente temporeggiatrice dell’impero britannico, nel primo Ottocento, nei confronti dell’aggressione zarista e napoleonica all’India. Un paragone suggestivo, che richiede tuttavia quanto meno una precisazione relativa al diverso effetto di lungo periodo dei due analoghi atteggiamenti d’attesa.

Mentre infatti Londra otterrà infine, grazie anche a quel suo paziente temporeggiare, il completo controllo del subcontinente indiano, l’analoga passi­vità dello Stato italiano nei confronti del potere mafioso è presumibilmente destinata  (e comunque finora questo è ciò che ha ottenuto) a sfociare in uno scacco sempre più disa­stroso e – va pur detto – ignominioso per la Repubblica democratica. In primo luogo, dopo Duisburg, agli occhi degli esterrefatti e poco tranquillizzati partners europei. Non a caso, del resto, il già citato giornalista della Repubblica notava nello stesso articolo come dietro quella “politica dell’inazione” vi fosse, probabilmente, non tanto una decisione consapevole, un azzardo astuto, un rischio cal­colato; ma piuttosto una insuperata sottovalutazione. Una sottovalutazione non imputabile a questa o quella parte politica, ma alla politica nazionale nel suo complesso[2].

Le note che seguono partono dunque da tale presupposto. E intendono dare un contributo – modesto, ma forse non del tutto inutile – a superare tale sottovalutazione: premessa, questa, per poter impostare una politica di una qualche efficacia a contrasto di un fenomeno la cui presa sulla realtà nazionale è tra i maggiori fattori d’inquinamento della democrazia italiana e insieme di freno della nostra crescita economica e civile.

 

1.      “Criminalità organizzata”?

La prima esigenza da soddisfare per poter affrontare con una qualche efficacia la battaglia contro le mafie è quella di adeguare, trasformandolo in profondità, il canone interpretativo corrente, sintetizzato nell’espressione “criminalità organizzata”. Può essere utile, ai fini di un tale adeguamento, riprendere alcuni dei contenuti dell’intervista citata qui sopra alla nota 1. In essa l’allora sottosegretario agli Interni Marco Minniti sembrava tratteggiare l’abbozzo di un “programma mas­simo” della strategia antimafia: distruggere le mafie mediante la ripresa piena della sovranità dello Stato nelle porzioni di territorio dove essa è oggi usurpata dal potere mafioso.

Ora, una considerazione appena un po’ approfondita porta a rendersi conto che tale “programma massimo” è semplicemente l’unico sensato: nessun programma minimo, o anche solo in­termedio, suggerito da un disincantato “realismo”, potrebbe avere una qualsiasi effettiva, durevole inci­denza nei confronti di un fenomeno di quel tipo. In altre parole: la mafia, o la si “distrugge” (nel senso suggerito da Minniti), o le si è subalterni. Infatti, cessare di esserle subalterni riaffermando (e in molti casi affermando per la prima volta) la sovranità dello Stato equivale, per la natura della stessa mafia, a distruggerla.

Qui non siamo di fronte, infatti, a qualcosa di paragonabile alla “mala” milanese cantata un tempo da Ornella Vanoni, e nemmeno alla romanesca banda della Magliana (in cui pure alcuni aspetti paramafiosi erano riconoscibili), ma a qualcosa di sostanzialmente diverso. Non a una qualunque devianza banditesca che si manife­sti in seno a un tessuto sociale complessivamente strutturato secondo i canoni della legge; ma piut­tosto a un’organizzazione che sostituisce, potenzialmente in toto, la legge dello Stato con la propria.

Di conseguenza, la convivenza di una tale organizzazione con i poteri pubblici costituiti può attuarsi, alternativamente, sulla base di due soli canoni: quello della residualità/interstizialità della legge dello Stato rispetto alla legge della mafia; oppure quello della subalternità/strumentalità dei poteri costituiti (a livello locale, ma non necessariamente soltanto a tale livello) a quelli mafiosi. In tal senso, rispetto a qualunque altra forma di criminalità, la mafia presenta un rapporto con il potere legittimo sostanzialmente – e durevolmente – rovesciato: questo è il suo carattere specifico, senza comprendere il quale nessun impegno alla “lotta antimafia” può superare il livello della giaculatoria, dell’alibi, del mantra autoassolutorio.

 

2.      Le radici della mafia: un’analisi politica e l’assunzione di una responsabilità comune

Il riferimento al discorso condotto dall’allora sottosegretario Minniti è utile non solo per il “programma massimo” che esso tratteggiava, ma anche – e prima ancora – per il sommario esame che esso conteneva della sostanza del rapporto fra la mafia e lo Stato: un rapporto che lo stesso Minniti sintetizzava con le parole “conflitto di sovranità”. Mancava tuttavia, in quel discorso,  ogni accenno alle radici di tale conflitto, cioè al retroterra che consente e favorisce l’usurpazione mafiosa dei poteri legittimi dello Stato. Ora, non si può dire che il fenomeno mafioso sia compiutamente “nominato”, che quindi si sia in grado di affrontare il “programma imponente” (per dirla con lo stesso Minniti) di “distruggere” le mafie, finché non se ne siano analizzate a sufficienza le radici, il terreno di coltura, le condizioni di esistenza.

Intendo qui riferirmi non solo né tanto all’indagine storica, sociologica, economica, criminologica, culturale del fenomeno mafioso, cui da gran tempo si sono dedicate schiere di valenti studiosi, che hanno messo a disposizione del pubblico una gran copia di volumi d’inchiesta e di riflessione. Alludo piuttosto all’esigenza – ancora insoddisfatta – di un’analisi propriamente politica dello stesso fenomeno: un’analisi rispetto alla quale quegli altri, già sperimentati terreni d’indagine costituiscono il necessario retroterra, la premessa dalla quale partire. Ma senza poterla in alcun modo esaurire. Un po’ come l’insieme delle parti anatomiche, delle singole componenti di un corpo e delle sue stesse norme fisiologiche, non è in alcun modo in grado di esaurire la realtà e la funzionalità effettiva di un organismo vivente.

Questa è appunto la differenza fra un’analisi politica e qualunque altro tipo di analisi: mentre in quest’ultimo caso si ha a che fare con una visione dall’esterno del fenomeno indagato, in quello si ha a che fare piuttosto con un rapporto in cui l’analista è parte in causa, è partecipe dell’oggetto medesimo della sua indagine. L’analista politico, in tal senso, non è semplicemente il “politologo” che osserva lo svolgersi dei fatti della polis come l’entomologo studia l’alveare e i suoi alati abitanti. Egli non è altro, in realtà, che il politico che assume su di sé la responsabilità della realtà che sottopone a indagine e fa, quindi, dell’indagine medesima lo strumento immediato del proprio intervento sul reale.

Questo è per l’appunto il tipo di discorso di cui c’è oggi bisogno. Ed è, forse, la sua stessa natura, or ora enunciata, a fare ostacolo al suo esplicarsi. Infatti, se il discorso politico è per sua natura (già a livello analitico) discorso partecipe, affrontarlo sul serio significa accettare – di più, lanciare in prima persona – una chiamata di correo nei confronti di se medesimi rispetto al fatto a proposito del quale il discorso si sviluppa. E se questo fatto è il fenomeno mafioso, svolgere in proposito un discorso politico (nel senso detto) non è possibile se non a patto di riconoscere se medesimi come corresponsabili di quel fenomeno. Come soggetti capaci di combattere la mafia fino a “distruggerla” mediante il ripristino della sovranità dello Stato, proprio in quanto capaci di partire dalla piena consapevolezza della propria corresponsabilità nei confronti della stessa mafia, della sua esistenza, del suo abnorme potere. O se si preferisce, in quanto capaci di riconoscere la propria internità al processo storico-sociale, economico, politico-culturale da cui il fenomeno mafioso, nella sua attuale configurazione, trae origine e alimento.

Qui dunque risiede l’ardua difficoltà del discorso politico sulla mafia: nella necessità, che esso inevitabilmente comporta, di un massimo di capacità autocritica. Di un massimo di capacità di mettersi in gioco, di far propria l’esigenza di trasformare a fondo se medesimi per cessare di essere parte del “problema mafia” e diventare agenti efficaci della sua soluzione. Il che ovviamente comporta di partire proprio dal riconoscersi come parte di quel problema: di por termine a ogni proclamazione d’innocenza ed estraneità.

Di capire che davvero, in materia di mafia, nessuno può credibilmente dichiararsi estraneo e innocente: non si tratta infatti di un’invasione di alieni, di una mera devianza patologica provocata da un qualche virus d’importazione, ma di una componente strutturale di questo paese, della società, dell’economia, delle istituzioni, del sistema politico, della cultura diffusa di questa nostra Italia. Un’Italia alla quale tutte le forze politiche, tutte le componenti ideali e culturali hanno contribuito e contribuiscono a dar forma e carattere. E che, almeno nell’ultimo quindicennio, tutte hanno contribuito e contribuiscono a governare.

 

3.      Il Partito Democratico: un’occasione perduta?

La strage mafiosa di Duisburg si collocò nell’imminenza di un’importante novità allora in preparazione nel panorama politico italiano: la fondazione del Partito Democratico. Un’iniziativa, quest’ultima, che aveva tra le sue finalità quella di avvicinare il nostro Paese a una “normalità” democratica di tipo europeo. Ora, quale fenomeno, più del dominio mafioso su tanta parte del territorio nazionale, segna con maggiore evidenza la distanza della nostra democrazia dai canoni della “normalità” europea?  E dunque quale obiettivo, più di quello di “distruggere” le mafie riaffermando una piena sovranità dello Stato democratico, avrebbe potuto essere più qualificante per un partito che nasceva con ambizioni di quel genere? Quale prova migliore si sarebbe potuto dare, da parte delle forze impegnate nel dar vita al nuovo partito, della propria effettiva volontà di trasformare se stesse come richiesto dall’esigenza di rinnovamento del Paese?

In tutta la fase di preparazione della fondazione del partito nuovo, invece, l’argomento “mafia” restò sostanzialmente assente: lo era stato nel discorso di Veltroni al Lingotto di Torino del 27 giugno, lo sarà poi in occasione delle “primarie” del 27 ottobre, lo sarà nel programma per le elezioni del 13-14 aprile 2008. Tutte occasioni in cui, insomma, si preferì nascondere la “piovra” sotto il tappeto. E nulla, di certo, è cambiato in seguito. Né avrebbe potuto, vista la lunga stagione in cui il gruppo dirigente del PD è stato impegnato soprattutto a parlare di se stesso, e prevalentemente al proprio interno.

Non vale, per smentire questa semplice constatazione, rivendicare le pur frequenti e volonterose iniziative assunte – ad esempio – in campagna elettorale in materia di “lotta alla mafia” (o, come pur si dice per rafforzare verbalmente l’impegno, di lotta “a tutte le mafie”): poiché, anzi, il carattere poco più che occasionale di quelle iniziative, il loro collocarsi comunque in una dimensione settoriale, finisce con l’evidenziare ulteriormente l’incapacità del partito di esprimere in proposito una considerazione propriamente politica. 

La questione-mafia, insomma è vista dal PD come parte di un elenco in qualche modo obbligato di problemi di cui bisogna parlare: una questione come le altre, non una delle priorità di carattere generale attorno a cui organizzare il discorso mirante alla trasformazione democratica del Paese. Cosicché, di certo, l’occasione della nascita del PD, per quanto riguarda la questione-mafia, può senz’altro considerarsi – finora – un’occasione perduta.

 

4.      L’estensione del fenomeno-mafia

La prima delle riflessioni che vorrei proporre all’attenzione del lettore riguarda l’estensione e la portata del conflitto di sovranità in cui consiste, oggi, la vera natura del problema mafia.

A proposito delle reazioni tedesche ed europee ai fatti di Duisburg si parlò da più parti, in Italia, di razzismo e di pregiudizio antiitaliano, o comunque antimeridionale. A un’accusa analoga si prestarono altresì alcune diagnosi del fenomeno in circolazione nel Bel Paese. Vi fu infatti chi attribuì il verificarsi di episodi luttuosi di quel genere a una sorta di predisposizione ambientale, che condannerebbe in sostanza gli abitanti di certe terre a una soggezione permanente alla logica mafiosa. Il che, fra l’altro, suggerirebbe di rinunciare a ogni velleità d’incidere sul fenomeno e di abbandonare senz’altro quelle realtà a un destino già segnato. Il proposito, poi, di “distruggere” le mafie risulterebbe, in tale ottica, addirittura risibile.

In quelle posizioni, pur evidentemente inaccettabili, c’è tuttavia qualcosa che sarebbe inappropriato trascurare. Esse, infatti, rappresentano in sostanza un’estremizzazione del discorso “analitico dall’esterno” (di tipo sociologico o politologico) a proposito del fenomeno mafioso. E finiscono inevitabilmente col ribaltare in tesi politica la sostanziale impoliticità che è propria in origine di tale tipo di discorso: poiché la logica mafiosa – esse dicono – è sostanzialmente connaturata a quelle terre, esse sono da vedere come realtà intrinsecamente aliene rispetto al corpo sano della nazione. I problemi di ordine politico che ne sono prodotti vanno quindi considerati come non-problemi. Della loro possibile soluzione, in sostanza, non ci si deve occupare: al massimo, ci si potrà salvaguardare dal loro possibile contagio semplicemente recidendo il bubbone. Ciò che quell’impostazione finisce col dimostrare, dunque, è la sostanziale sterilità di una posizione “analitica dall’esterno” del fenomeno mafioso: l’unica tesi politica cui essa risulta realmente omogenea è infatti la tesi secessionista. Tesi di cui, in questa sede, penso di potermi risparmiare (e risparmiare al lettore) un’esplicita confutazione.

L’ insostenibilità di simili discorsi, del resto, emerge con piena evidenza empirica se solo si accetta di aggiornare l’analisi circa l’estensione della presa territoriale delle mafie nel nostro Paese. Si scopre allora che tale presa, ormai da anni, ha varcato i confini degli insediamenti tradizionali del fenomeno mafioso: per Cosa Nostra la Sicilia occidentale; Napoli e dintorni per la Camorra; per la ‘Ndrangheta il Reggino e il Catanzarese; il Salento e il Brindisino per la Sacra Corona Unita.

Innanzi tutto, i limiti sub-regionali di quegli insediamenti sono stati da tempo superati: di fatto, le rispettive regioni sono divenute in toto aree a sovranità mafiosa. Non ci sono più, in Sicilia, province “babbe” (stupide), quali erano considerate con disprezzo, in passato, quelle orientali, perché sostanzialmente immuni dalla presa mafiosa: anche la parte ionica dell’isola del sole è oggi terra di mafia a pieno titolo. E lo stesso vale per la Campania, la Calabria, la Puglia: sarebbe difficile indicare, in quelle regioni, porzioni di territorio oggi effettivamente libere dal predominio delle rispettive organizzazioni mafiose.

Ma c’è di più. La presa mafiosa ha esteso la sua portata a porzioni più o meno estese delle regioni confinanti: è noto che il basso Lazio è ormai territorio d’insediamento camorrista, e che il Materano, grazie alle infiltrazioni della Sacra Corona Unita dalla vicina Puglia, ha da qualche tempo rotto la tradizionale immunità della Lucania al contagio mafioso. E non è tutto: la contaminazione mafiosa si è venuta estendendo anche a regioni lontane da quelle dell’insediamento originario. Anche porzioni crescenti dell’Italia centro-settentrionale devono ormai registrare una significativa e non occasionale presenza della criminalità mafiosa.

Ne hanno reso edotta l’opinione pubblica episodi come quello, anni or sono, dell’attentato che colpì in Piemonte – non a Locri e dintorni – una cooperativa agricola promossa dall’associazione Libera di don Ciotti, cui erano state assegnate in gestione terre sequestrate (sempre in Piemonte) a organizzazioni mafiose. Anche nel Nord industriale, insomma, l’economia mafiosa ha messo radici; e le più serie e avanzate azioni di contrasto da parte dei poteri costituiti e delle migliori energie della società civile devono fare i conti con la facoltà delle cosche di mettere in campo una proterva – si direbbe “sovrana” – capacità di reazione. Questa è, infine, la via che conduce a Duisburg. E forse anche più lontano.

Constatare tutto ciò può significare, alternativamente, due cose. O il pregiudizio sulla strutturale “mafiosità” di determinati territori va esteso senz’altro al territorio nazionale: l’intera Italia sarebbe da vedere, in quest’ottica, come terra di per sé recettiva nei confronti dell’alternativa mafiosa alla sovranità dello Stato. In tal caso il pregiudizio antimeridionale si trasformerebbe sic et simpliciter in pregiudizio antiitaliano, dando in tal modo ragione ai più corrivi e volgari luoghi comuni che circolano in determinati ambienti stranieri nei confronti del Bel Paese.

Oppure ci si impegna seriamente nel tentativo di capire dove risieda la matrice ultima della capacità espansiva del potere mafioso e quali siano i canali attraverso i quali quella capacità si esplica con tanta efficacia. E si fa dell’azione per tagliare le vie d’attuazione di quella capacità espansiva uno dei temi chiave della propria strategia politica. Sottomettendo a tale finalità ogni resistenza (auto)conservatrice, ogni rispetto di poteri e interessi costituiti, ogni pigrizia culturale, ogni timore di rischiare.

 

5.      Riconoscersi “parte del problema”, condizione per affrontarlo

Vi era in altri tempi nell’establishment siciliano (dal piccolo notabile di paese all’arcivescovo di Palermo) chi, al solo sentir parlare di mafia, s’inalberava e accusava l’interlocutore di leso onore dell’isola. Superare questa mentalità – condivisa allora dai mafiosi in doppio petto (o in abito talare) e da tanti siciliani pur in buona fede – ammettendo apertamente l’esistenza e il potere criminale della mafia, era condizione per poter anche solo avviare un efficace contrasto delle cosche.

E’ legittimo, mi sembra, individuare una certa analogia fra l’esigenza di allora e quella odierna. Allora si trattava, per i componenti dell’establishment siciliano a ogni livello, di superare – moralmente e culturalmente – la presunzione d’innocenza che impediva loro di riconoscere anche solo l’esistenza del fenomeno mafioso, il suo storico insediamento nella società isolana, la necessità – anzitutto per gli stessi siciliani – di combatterlo a viso aperto in vista del suo definitivo sradicamento.

Oggi l’esigenza di fronte a cui ci si trova, benché su scala decisamente maggiore, non è in fondo dissimile. L’establishment italiano, a partire dai responsabili della cosa pubblica ai diversi livelli, dovrebbe abbandonare il vecchio pregiudizio che vede nella mafia un fenomeno radicato, sì, nel tessuto sociale, economico, storico-culturale di alcune regioni del Paese, ma sostanzialmente estraneo alla realtà della nazione nel suo complesso. Estraneo comunque a quella sua parte “sana” di cui lo stesso establishment si pretende espressione. Così come, allora, non c’era una Sicilia (o quanto meno una Sicilia occidentale) che potesse dirsi radicalmente estranea alla mafia, quindi innocente rispetto alla sua presenza criminale, alla sua prevaricazione sociale, alla sua sostanziale egemonia culturale; allo stesso modo, oggi, nessuno in Italia (se non, forse, coloro che per contrastare la mafia rischiano direttamente e quotidianamente la vita) può davvero proclamarsi estraneo e innocente rispetto all’infiltrazione mafiosa della realtà nazionale, così mostruosamente profonda ed estesa.

Voglio esser chiaro. Non si tratta, oggi come ieri, di cospargersi il capo di cenere. Né tanto meno di sostituire alla proclamazione d’innocenza e d’estraneità una proclamazione di generale mafiosità, ieri della Sicilia e oggi dell’Italia intera. Resta ovviamente vera l’affermazione (tanto scontata da suonare rituale) che la grande maggioranza degli italiani sono persone serie e oneste, che nulla hanno in comune con i criminali mafiosi. Esattamente come era vera ieri (e resta vera oggi) l’analoga affermazione relativa alla grande maggioranza dei siciliani: non possiamo dimenticare, fra l’altro, che Falcone e Borsellino non venivano dalla Val d’Aosta o dal Friuli, ma erano palermitani veraci. E furono assassinati – in quel modo! – perché rifiutavano di arrendersi, mettendo il proprio dovere al di sopra della propria tranquillità e sicurezza personale.  

Non si tratta nemmeno, del resto, di compiere gesti eroici: se non, forse, in quanto possano essere eroiche l’umiltà e la capacità di cambiare se stessi quando si è in possesso di una qualsivoglia porzione di potere sociale. Si tratta invece di riconoscere che il segreto della mafia, della sua capacità di dominio (dominio che va ben oltre la potenza di fuoco, pur micidiale, delle sue armi, la saldezza dei suoi legami di clan, la ricchezza accumulata grazie al successo delle sue molteplici – antiche  e modernissime – attività economiche, la sua stessa capacità di sostituirsi alle funzioni dello Stato e della società civile “normale” nel sopperire alle esigenze elementari – e non solo – dei cittadini), si annida proprio nella configurazione attuale del potere, ai diversi livelli e nei diversi rami della società.

Si tratta di riconoscere, più esattamente, che quel segreto risiede nella configurazione del rapporto fra lo Stato e la società, e più in generale fra la dimensione politica (di cui lo Stato incarna l’aspetto istituzionale) e la dimensione civile (economica, sociale, culturale) della vita della nazione. Se si parte da questo riconoscimento, infatti, è possibile comprendere come la mafia riesca, per una parte non trascurabile della popolazione (nelle aree storiche del suo insediamento, ma ormai non più solo in quelle), a sostituirsi allo Stato e agli istituti della società civile “legale”. E’ possibile, in altre parole, capire come l’“offerta ufficiale” che lo Stato e gli istituti civili propongono ai cittadini sia, in un numero crescente e ormai intollerabile di casi, di tipo tale non solo da non soddisfare appieno le effettive necessità dei destinatari, ma da poter essere vantaggiosamente sostituita dall’“offerta concorrente”  posta in atto (ovviamente col supporto dei ben noti metodi di “convincimento” di cui esse dispongono) dalle varie organizzazioni mafiose.

 

6.      Dove la mafia affonda le radici: una società corporativa

Se vogliamo passare, ora, dalle premesse alla sostanza di un possibile discorso politico sul potere mafioso, la prima osservazione che viene da fare riguarda uno dei caratteri distintivi, oggi, della società italiana rispetto alle altre società europee a democrazia matura. Precisamente, il carattere fortemente corporativo proprio dell’assetto della nostra società, per cui la partecipazione del cittadino alla vita civile del Paese, e innanzi tutto alla vita civile della città, della provincia, della regione, deve passare obbligatoriamente attraverso l’esibizione di una “appartenenza”: sia essa un’appartenenza di categoria, di clan, di circolo amicale, di radicamento micro-territoriale. 

La pubblicistica in materia è assai ricca. Inoltre, chi scrive queste note ha avuto, negli ultimi anni, numerose esperienze personali comprovanti tale carattere del nostro assetto sociale. Ne citerò due, che mi sembrano illuminanti.

Durante una degenza in un grande ospedale romano potei constatare il blocco di carriera cui era sottoposto un clinico di mezza età, di grandi capacità, di lunga e ricca esperienza, di forte dedizione al lavoro. La spiegazione che, attraverso una breve indagine informale, potei ottenere di tale anomalia fu la seguente: il dott. XY non è di Genova. E in effetti, a un più attento esame, non mi fu difficile verificare che gli aiuti e gli assistenti (tutti più giovani del dott. XY), i tecnici, la caposala di quel reparto condividevano con l’autorevole primario i natali all’ombra della Lanterna.

Recentemente, una coppia di conoscenti napoletani, docenti universitari in materie scientifiche presso uno degli atenei pubblici partenopei, mi hanno comunicato la loro contrarietà alla decisione del figlio diciannovenne di iscriversi a un corso di economia presso l’università Bocconi di Milano. E non per il comprensibile desiderio di continuare ad avere vicino il figliolo. Né per qualche dubbio da essi nutrito circa l’effettiva eccellenza dei corsi offerti dal celebre ateneo meneghino. Ma per il timore che, lasciando Napoli, al giovane economista sarebbe poi stato di fatto impossibile, completati gli studi, inserirsi nell’ambiente accademico della città natale.

Non dissimile, del resto, il giudizio dei due docenti circa la vicenda di una giovane ricercatrice romana che, avendo deciso di rientrare in Italia dopo diversi anni trascorsi in qualificati istituti nordamericani, si trova oggi a dover ricominciare da capo, nulla valendole l’eccellente esperienza fatta all’estero. Il punto – mi hanno spiegato candidamente i due accademici, peraltro entrambi dichiaratamente di sinistra – è che, se ti allontani, perdi il contatto con l’ambiente, non sai più quali sono le sue regole e i suoi canali, e reinserirti diventa molto, molto difficile.

Insomma, nulla vale essere il migliore e più esperto medico del reparto se non sei “paesano” del primario; e nulla vale avere acquisito all’estero un’apertura all’innovazione, un’eccellenza scientifica, una capacità di ricerca probabilmente superiori a quelle di chi è rimasto “a casa”, se ciò ti ha fatto perdere i contatti “che contano”. E persino avere una laurea (e/o un master) in economia alla Bocconi invece che a Napoli può essere di ostacolo per entrare nell’ambiente accademico partenopeo.

Esempi di che cosa possa voler dire “corporazione”: ed esempi che certo non valgono solo per gli ambienti dell’accademia e della sanità (basti pensare al ruolo impastoiante che, per le aspirazioni dei giovani potenzialmente più brillanti, hanno in genere gli ordini professionali). Si tratta dell’imposizione di una “appartenenza” rispetto alla quale il merito e la capacità personali passano del tutto in secondo piano, quando non diventano addirittura ostacoli all’affermazione lavorativa e professionale.

Non parliamo, poi, di quando è in gioco l’attribuzione diretta di una qualche porzione di potere, per modesta (quando non addirittura illusoria) essa sia: è il caso delle strutture politiche, a partire da quelle di partito. È noto, infatti, come all’interno di tali strutture, nella grande maggioranza dei casi, sia praticamente impossibile ogni effettivo avanzamento nella scala gerarchica senza il necessario imprimatur non del consenso di base, ma di chi già occupa posizioni di potere.

Un meccanismo, questo, che in alcuni partiti trovava già in passato una sanzione ufficiale nella divisione in “correnti” facenti a loro volta capo a uno o più notabili collocati nella “stanza dei bottoni” (gli “amici” di Gava, di De Mita o di Forlani nella DC; i “manciniani”, i “lombardiani”, i “demartiniani” nel PSI; e via dicendo). Ma che funzionava di fatto anche in quelle formazioni politiche, in primo luogo il PCI, il cui statuto vietava la formazione di tali sub-partiti. Cosicché, ai vari livelli, si poteva accedere agli incarichi “che contavano” solo se si era portati da un dirigente locale riconosciuto, il quale a sua volta faceva capo a un dirigente di livello superiore, e su su fino al livello nazionale.

Il constatare questi fenomeni induce due considerazioni. In primo luogo la presa d’atto che tale meccanismo ha come conseguenza una vera e propria “selezione avversa”. Se, infatti, quel che conta per avanzare non è il merito né la capacità, ma la fedeltà a un’“appartenenza” (che poi significa fedeltà a un capo); e se, com’è intuibile, in tali condizioni il merito e la capacità (in particolare quei loro aspetti che sono l’autonomia di giudizio, l’inventiva, la capacità di rischiare) divengono per lo più svantaggi in rapporto alla possibilità di avanzare; ne deriva che non i migliori sono destinati ad andare avanti, ma i peggiori: i meno coraggiosi, i meno attivi, i meno autonomi, i meno dotati di cultura critica. Quelli, in altre parole, che promettono di far correre meno rischi a chi già detiene il potere.

Ne sanno qualcosa le donne e i giovani, non a caso così poco rappresentati nei luoghi del potere “che conta”. Le une perché, per motivi abbastanza studiati da rendere superfluo tornarci sopra, sono in radice estranee a quella logica e possono sottomettervisi solo al prezzo di una passiva imitazione dei “maschi”. Gli altri perché, ovviamente, la fedeltà all’“appartenenza” (cioè al capo) va comprovata attraverso un lungo tirocinio: alto essendo altrimenti il rischio che il giovane cooptato troppo precocemente riveli capacità tali da permettergli di “fare le scarpe” a chi lo ha patrocinato. La “selezione avversa”, insomma, è troppo preziosa per i poteri già costituiti perché questi possano permettersi il lusso di consentire effettive, consistenti e frequenti eccezioni: una donna capace al posto di un uomo mediocre; un giovane messo presto alla prova del comando solo “perché è  bravo”, senza che abbia già provato “con chi sta”.

Come negare che in questi sperimentati, e ampiamente dominanti, meccanismi, sia ravvisabile un’impressionante analogia con i meccanismi attraverso i quali si afferma e si perpetua il potere delle varie mafie? Anche qui, infatti, l’“appartenenza” fa premio su tutto. E la capacità e il merito personali (nel caso delle organizzazioni mafiose, ovviamente, misurati sul metro della “professionalità” criminale di ciascun membro) possono esplicarsi solo in obbedienza al volere del rispettivo referente nella piramide del potere: ogni manifestazione di iniziativa autonoma, ogni azione che non rientri in quella sfera di potere, viene considerata uno “sgarro” ed è punita nel modo più intransigente e feroce.

Non a caso, almeno nelle fasi in cui il potere di Cosa Nostra si sente meno minacciato dalle velleità di contrasto delle istituzioni dello Stato, Palermo è una città in cui la criminalità minuta, e comunque la criminalità non funzionale ai voleri della mafia, è meno presente: ogni “alzata d’ingegno” di malavitosi esterni a Cosa Nostra è duramente repressa da quest’ultima. Questo geloso “monopolio della violenza”, insomma, è fra i punti che con più impressionante evidenza assimilano il potere mafioso a quello dello Stato: anche qui trova fondamento la “sovranità alternativa” della mafia nei confronti di quella delle istituzioni legali. Questa garanzia di “ordine” è, in altri termini, una delle offerte che la mafia fa ai cittadini in alternativa allo Stato: troppo spesso un’offerta più efficace e affidabile di quella dello Stato medesimo[3]. Nelle terre di mafia, semplicemente, l’antistato mafioso è vincente rispetto al suo “concorrente” istituzionale. E se le terre di mafia – come in effetti avviene – si espandono, ciò può significare, semplicemente, che si espande la capacità concorrenziale dell’antistato mafioso rispetto allo Stato.

 

 

 

7.      Il corporativismo come corruzione della democrazia

Ora, che rapporto c’è fra potere mafioso – col corollario della sua impressionante competitività nei confronti dei poteri legali – e struttura corporativa della società italiana? E’ individuabile, in altre parole, di là dalla mera analogia, un rapporto in qualche modo causale fra tale struttura e quel cancro tremendo che corrode a fondo la tenuta del tessuto civile del Paese? A me sembra che un tale rapporto esista e non sia neanche particolarmente difficile da individuare: ciò anche qualora si eviti con cura ogni precipitosa conclusione di sapore qualunquistico (sul tipo: qui è tutta una mafia, i partiti sono mafie, l’impresa è una mafia, la burocrazia è una mafia, la Chiesa è una mafia, il sindacato è una mafia, e via deprecando).

Per comprenderlo è però necessario avere la spregiudicatezza e il coraggio di ammettere che quella struttura sociale corporativa, poiché investe la dimensione del potere a tutti livelli e in tutti i campi, è un fattore potente di alterazione – per non dire di corruzione – della stessa democrazia italiana. Qui il discorso, sempre per evitare ogni rischio di cadere in semplificazioni distorsive, andrebbe svolto in tutta la sua complessità. Ad esempio: non è la presenza riconosciuta delle diverse “appartenenze” che coinvolgono la vita dei cittadini a costituire di per sé un fattore inquinante.

Per dirla cioè in termini classici, la democrazia non è lo stesso del liberalismo, per il quale, in linea di massima, fra il singolo cittadino e lo Stato non dovrebbero frapporsi “corpi intermedi” di alcun genere. E il fatto che una tale posizione – che definiremmo pre-democratica – trovi oggi frequente cittadinanza nella pubblicistica corrente (un esempio di particolare significanza per la sua disarmante, ideologica banalità è offerto dalle sortite dell’ex direttore del Corriere della Sera Piero Ostellino) testimonia quanto il processo di alterazione della democrazia sia in realtà andato avanti, producendo in una parte crescente dei cittadini pericolosi ancorché comprendibili fenomeni di rigetto: tanto da rendere sopportabili, e per non pochi addirittura condivisibili, siffatti pistolotti fuori tempo. Anche quando, a riversarli sul pubblico, non è la penna magistrale di un Montanelli, ma quella di certi suoi bolsi epigoni.

C’è naturalmente, anche in quelle posizioni banalmente semplificatorie, un qualche nucleo di verità. E consiste precisamente nel fatto che la democrazia italiana, condizionata com’è dalla deriva corporativa che investe la società e i meccanismi del potere a ogni livello, ha effettivamente tagliato i legami con la dimensione liberale della convivenza civile, rinnegando in sostanza quel nesso di continuità storica e concettuale, che va invece riconosciuto fra le due dimensioni (la liberale e la democratica) e che, nel contesto contemporaneo, costituisce per entrambe un’indispensabile garanzia di reciproca legittimazione.

Trascinata da quella deriva, infatti, la democrazia rischia ormai di abbandonare, nel nostro Paese, quel riferimento d’ultima istanza al singolo cittadino che ne costituisce appunto il versante liberale e garantista: quell’aspetto, cioè, per cui, di là da ogni “appartenenza” e anche da ogni mediazione a opera di organismi collettivi, è la singola persona, in quanto titolare primario di diritti, ad avere l’ultima parola nel dare o negare il proprio consenso alle decisioni concernenti il vivere sociale.

Il che per altro verso non significa affatto che il singolo cittadino vada inteso come monade isolata, il cui unico referente sia lo Stato in quanto espressione globale della collettività: ciò se non altro perché, così concepito, lo stesso cittadino verrebbe in sostanza ridotto all’impotenza sul piano decisionale. Difficilmente, in effetti, egli potrebbe “contare qualcosa” in quanto semplice membro isolato di una collettività composta di milioni di individui. In una siffatta ipotesi, paradossalmente, il più rigorosamente individualista dei liberalismi darebbe luogo, traducendosi sul terreno della democrazia, al più monolitico e illiberale dei giacobinismi. In concreto, a una gestione del potere di tipo ineluttabilmente cesariano.

Non a caso la Costituzione italiana, anche per il fatto di rappresentare un punto di sintesi fra le diverse impostazioni politico-culturali dello schieramento antifascista, aveva avuto cura di dare spazio e riconoscimento tanto al ruolo dei “corpi intermedi” attraverso i quali si esplicano la vita sociale, le scelte concrete e la stessa personalità di ciascun cittadino, quanto al riferimento d’ultima istanza alla sua inviolabile libertà in quanto singola persona.

Di qui, da un lato, l’esplicito e positivo riconoscimento costituzionale di istituti della società civile come la famiglia, il sindacato, le diverse forme di attività economica, di proprietà, di società, d’impresa, gli stessi partiti. E, dall’altro, il puntuale e costante riferimento tanto alla piena libertà d’espressione della volontà individuale (valgano per tutte la definizione del voto come “personale, libero e segreto” e la sottrazione dell’attività dei parlamentari, in quanto “rappresentanti della na­zione”, a qualsivoglia “vincolo di mandato”), quanto alla matrice liberamente associativa sia dei partiti sia delle altre forme aggregative in cui si articola la vita civile.

Considerata in questa ottica, la Costituzione del 1948 esprime un concetto particolarmente moderno e avanzato della democrazia. La deriva corporativa che vincola l’espressione concreta della cittadinanza, per ogni singolo cittadino, ad “appartenenze” obbligate, è dunque da considerarsi come un grave fattore di degenerazione della democrazia costituzionale. Non è difficile comprendere, qualora si approfondisca un po’ l’analisi, che questa degenerazione consiste nel porre, almeno virtualmente, l’“appartenenza”, quindi la fedeltà, a un determinato corpo al di sopra della fedeltà alla Repubblica. Infatti, essendo quell’appartenenza non liberamente associativa né subordinata agli interessi comuni, come invece la Costituzione esplicitamente prevede, essa si pone – almeno potenzialmente – come conflittuale e alternativa rispetto all’appartenenza e alla fedeltà allo Stato democratico.

Tale alternatività e tale conflitto, a loro volta, sono destinati a rimanere allo stato latente e meramente potenziale fino a quando, comunque, la fedeltà allo Stato democratico presenta, per il singolo, sufficienti vantaggi. Vantaggi magari goduti in forma di sostegno dello Stato al corpo (ai corpi) di appartenenza. Ma sono destinati a divenire espliciti ed effettivi quando quei vantaggi scendano al di sotto di una determinata soglia. Ovvero siano superati in appetibilità da quelli offerti da organizzazioni e poteri diversi, contrapposti e alternativi nei confronti dello Stato. In questo caso può facilmente verificarsi, da parte dei cittadini, una scelta che, se fosse attuata sul terreno dei rapporti fra Stati in conflitto, meriterebbe la qualifica di “tradimento”: fra lo Stato e l’antistato che gli si oppone, infatti, quei cittadini sceglierebbero quest’ultimo. Ora, quella qui tratteggiata non è solo un’ipotesi di scuola: è ciò che avviene quando i cittadini di determinate aree del Paese – aree, come si è visto, in forte espansione – si trovano di fronte alla concorrenza vincente della mafia nei confronti dello Stato.

 

8.      Uno Stato incapace di farsi legislatore della società

E’ nel rapporto fra Stato e società, come si è già accennato, che va cercato il motivo per cui una parte cospicua dei cittadini, fra lo Stato democratico e l’antistato mafioso, sceglie quest’ultimo. In estrema sintesi, si potrebbe dire che tale motivo risiede nel fatto che lo Stato italiano ha fallito, in relazione dapprima ad alcune regioni del suo territorio e poi via via a porzioni più vaste del Paese, nel suo compito fondamentale di essere il “legislatore” accettato ed efficace della società italiana. Comunemente accettato, quindi efficace.

Portare alla luce i motivi di tale incapacità, di questo vero e proprio vizio d’origine del rapporto fra Stato e società nella realtà italiana, è il primo passo di quell’analisi politica del potere mafioso che in queste pagine si sta cercando di delineare. Operazione, com’è intuibile, tutt’altro che elementare: tale, comunque, da travalicare i limiti e le possibilità di un breve saggio a carattere giornalistico. E soprattutto del suo autore. Le proposizioni che seguono sono dunque da intendersi come mere indicazioni di massima, il cui scopo è soltanto quello di avviare un discorso analitico il cui approfondimento va necessariamente demandato ad altra sede e a chi ne possieda strumenti più adeguati rispetto a quelli di chi scrive queste righe.

a.      Presenza oppressiva dei poteri pubblici

La presenza dello Stato e dei sui rappresentanti ai vari livelli del contesto sociale si propone in misura preponderante come una sequela di proibizioni e divieti (come espressione di una vera e propria ideologia proibizionista), quindi – sul terreno esecutivo/operativo – nei termini di una netta prevalenza del momento repressivo su ogni altro (lo Stato incarnato dalla figura dello “sbirro”).

b.      Lontananza dei centri decisionali dalla realtà sociale

Carattere  centralistico dello Stato e prevalenza in esso del modello burocratico (ordinato secondo il criterio della “legittimità” invece che secondo quello dell’efficacia): i centri decisionali effettivi solo lontani dalla vita sociale quotidiana in cui si formano i bisogni cui l’intervento pubblico dovrebbe rispondere (e in cui peraltro sono presenti le risorse umane utilizzabili per rispondervi). Lo Stato non è  “cosa nostra” (di noi cittadini, nostra espressione e costantemente vicino a noi: è una “casta” autoreferenziale e lontana): non stupisce che una Cosa Nostra criminale sia in grado di prenderne il posto.

c.       Uno Stato assente: inefficacia/inefficienza delle funzioni pubbliche

L’espressione di uso comune “lo Stato assente” esprime sinteticamente la sostanziale rinuncia dei poteri pubblici a svolgere in termini di accettabile efficacia ed efficienza le proprie funzioni (in ciò ha un ruolo evidente anche il prevalere del criterio burocratico nell’espletamento di tali funzioni e negli organismi a esse preposti: v. punto precedente). Gli esempi potrebbero moltiplicarsi all’infinito, e del resto sono sotto gli occhi di tutti. Qui se ne citano solo alcuni, di particolare rilievo:

·        la rinuncia a imporre il rispetto della legalità in modo equo e uniforme (rinuncia espressa come diffusa tolleranza di grandi e piccole illegalità);

·        come espressione particolarmente significativa di tale rinuncia, la tolleranza nei confronti della grande e piccola infedeltà fiscale (cui corrisponde peraltro un atteggiamento ottusamente repressivo nei confronti del contribuente – specie se piccolo – che incappa nella presunzione di evasione);

·        inettitudine o trascuratezza nella gestione di tutto ciò che è pubblico (assenza o inefficacia dei controlli; assenza di manutenzione; assenza di disciplina e attenzione all’utenza da parte dell’apparato pubblico; e così via);

·        stato indecente della giustizia come funzione e come apparati (si pensi solo alla lunghezza dei procedimenti, che produce una vanificazione del concetto stesso di giustizia: donde, ad esempio, la preferenza accordata da “chi può”, in sede civile,  all’istituto dell’arbitrato invece di ricorrere alla magistratura; e, sul terreno penale, il ricorso non infrequente alla giustizia “fai da te”, ovvero alla “giurisdizione” mafiosa).

 

9.      La meridionalizzazione del Centro-Nord e le sue radici locali

L’incapacità dello Stato di farsi “legislatore” riconosciuto ed efficace della società, se è addirittura atavica nel Mezzogiorno, si è venuta progressivamente estendendo, negli ultimi decenni, anche a buona parte dell’Italia centro-settentrionale. Si è assistito e si assiste, insomma, a una pressoché integrale “meridionalizzazione” del Paese, cui ha fatto riscontro l’estensione, di cui si è detto, del potere mafioso a livello nazionale (e oltre).

Non si può dire, tuttavia, che si sia trattato di un puro e semplice “trapianto” dall’esterno: quasi di una “conquista” alla rovescia interpretabile tout court come contrappasso del fallito tentativo di assorbire il Sud, mediante quella che fu definita “conquista regia”, nei moduli della società e della cultura settentrionali. Una parte almeno dei caratteri che si sogliono intendere come peculiari del Mezzogiorno, come vizi d’origine di quella parte della realtà nazionale, era presente anche a nord dei confini del Regno borbonico e dello stesso Stato della Chiesa. Ne citerò soltanto i più noti:

·        la tendenza all’evasione/elusione/erosione fiscale e contributiva;

·        l’economia “grigia” (quando non addirittura “nera”);

·        il ricorso al lavoro irregolare (accentuatosi in corrispondenza della crescente disponibilità di manodopera immigrata, ma non assente neanche in precedenza).

La differenza rispetto al Mezzogiorno sta piuttosto, oltreché nella diffusione e intensità originariamente minori di tal fenomeni, nella loro diversa giustificazione ideologica: legata al primato del momento “impresa”, laddove al Sud si legava piuttosto al mancato riconoscimento dell’autorità pubblica come fonte primaria della legittimità e dei connessi doveri. (In ultima istanza, tuttavia, espressioni entrambe di un’ideologia privatistica e negatrice della priorità del “bene comune”).

Da notare, ancora, come al primato del momento “impresa”, nel contesto culturale del Centro-Nord, si sovrapponeva e si sovrappone un acceso localismo (per lo più di matrice cattolica, poi ereditato dalla Lega bossiana) come premessa e alimento di un diffuso anti-statalismo.

 

10.  Un secolo e mezzo di intervento sul Mezzogiorno e i suoi guasti

Nei centocinquant’anni di storia unitaria della nazione italiana fattasi Stato, il dualismo territoriale Nord-Sud, lungi dall’essere sanato, è stato ulteriormente accentuato a opera delle varie fasi e modalità dell’intervento dello Stato nei confronti del Mezzogiorno. Sembra legittimo affermare in proposito che tale intervento, a carattere dapprima prevalentemente militare e poi prevalentemente economico, si è però sempre configurato, più che come intervento per il (e men che meno con il), come intervento sul Mezzogiorno. Tale sua costante, per cui la parte meridionale del Paese è stata sempre oggetto e non partecipe attiva dell’intervento nei propri confronti, può essere legittimamente indicata come il motivo determinante dell’effetto sostanzialmente negativo, e comunque contrastante con gli scopi dichiarati, sortito da quello stesso intervento.

In estrema sintesi, tre sono le fasi salienti di tale intervento:

·        le prime due a carattere essenzialmente militare:

o      la repressione violenta del ribellismo manifestatosi nel Mezzogiorno continentale, all’indomani dell’Unità, in forma di “brigantaggio” (donde l’avallo involontariamente fornito con tale vera e propria “guerra” alla tesi della “conquista regia”);

o      la repressione conclamata in epoca fascista del fenomeno mafioso in Sicilia (di cui fu protagonista il prefetto Mori), anche qui con aspetti di vera e propria “guerra” che non risparmiò villaggi e popolazioni (gettando così le premesse per una più forte saldatura, destinata a manifestarsi alla caduta del regime, tra mafia e realtà locale);

·        la terza a carattere economico, a partire dagli anni ’50 del Novecento, in forma di cospicui trasferimenti pubblici (Cassa per il Mezzogiorno etc.): una politica che contribuì decisivamente ad accentuare e cronicizzare la condizione di dipendenza dell’economia meridionale e a generare, in tale contesto, ghiotte e diffuse occasioni per il controllo mafioso dei flussi finanziari; che pose infine le premesse per la trasformazione del Mezzogiorno in un territorio non solo arretrato, ma anche potenzialmente disponibile a lasciarsi governare da un vero e proprio “anti-Stato”.

 

11.  L’impotenza della sinistra e del sindacato nel Mezzogiorno

Di fronte a questo processo degenerativo apparentemente irrefrenabile è legittima la domanda se da parte della sinistra e del movimento dei lavoratori sia stata messa in atto una strategia di contrasto sufficiente. Dati i risultati, la domanda appare meramente retorica: l’efficacia dell’azione di contenimento e di contrasto messa in atto da parte dei soggetti sociali e politici da cui sarebbe stato lecito attendersela  è stata, in sostanza, praticamente nulla. Perché?

Non è facile, ovviamente, rispondere in termini convincenti ed esaustivi  a tale domanda. Qui di seguito proverò ad abbozzare, sempre nell’intento di offrire qualche spunto generale per un successivo approfondimento, una prima linea interpretativa articolata in più punti.

a.      Il predominio, nella panoplia organizzativa e operativa del movimento dei lavoratori, della dimensione sindacale e dell’impostazione rivendicativa che le è originariamente propria.

b.      L’omogeneità di tale impostazione con la realtà industriale presente nel Centro-Nord, dove le rivendicazioni operaie incontravano una “controparte” capitalistica sufficientemente solida da consentire il dispiegarsi di una costruttiva dialettica sindacale e sociale, con ampi spazi di attuazione di quelle rivendicazioni.

c.       La difficoltà di “trapiantare” lo stesso modello al Sud, data la gracilità della struttura produttiva e la conseguente, cronica questione occupazionale: nel Mezzogiorno sarebbe stato necessario sviluppare un’iniziativa del movimento dei lavoratori e della sinistra che si articolasse lungo un asse tutto diverso, proponendosi direttamente come propulsori e protagonisti della costruzione di un’economia autonoma e moderna; vale a dire come diretti promotori della fuoriuscita di quella parte del Paese dall’arretratezza e dalla dipendenza.

d.      La permanenza dello schema “settentrionale” anche nel Mezzogiorno. Schema il quale,  combinandosi con l’affidamento all’intervento pubblico del compito di affrontare e risolvere l’atavico problema del dualismo territoriale, ha finito con l’indurre il movimento operaio e la sinistra a individuare nello Stato una sostanziale “controparte” cui indirizzare le proprie rivendicazioni. E nei confronti del quale si potessero giustificare anche fenomeni illegali “di necessità”.

e.      Tutto ciò ha prodotto una difficoltà pressoché insuperabile – salvo poche eccezioni – nell’individuare e attuare strategie efficaci di promozione di uno sviluppo autonomo nei casi (sempre più numerosi) in cui le forze di sinistra hanno assunto responsabilità di governo nelle amministrazioni regionali e locali del Sud.

f.        Infine, una tale debolezza ha dato spazio a più d’un sospetto che anche tali forze non disponessero né dispongano, in taluni casi, delle difese sufficienti a evitare i rischi di contiguità e contaminazione con l’anti-Stato mafioso. In altri termini, è stato ed è frequente il presentarsi, alle forze di sinistra, dell’alternativa soffocante fra un impegno antimafia rigoroso ma a sfondo moralistico, incapace quindi di far presa sul grosso della popolazione; e per altro verso un “realismo” politico che per cercare il consenso finisce di fatto con l’assecondare gli aspetti peggiori della società e della cultura locali.

g.      Questa sostanziale impotenza anche delle forze di sinistra e del movimento dei lavoratori nel contrastare la degenerazione della condizione meridionale e, in tale contesto, l’affermarsi dell’“anti-Stato” mafioso è uno dei fattori alla base della difficoltà della vita democratica nel Mezzogiorno d’Italia. Un aspetto, questo, del dualismo Nord-Sud ancor più grave di quello economico. Esso si configura, infatti, come un’anomalia intollerabile del nostro Paese nel quadro delle maggiori nazioni europee: tanto più che l’Italia non è una qualunque new entry dell’Unione che stia ancora affrontando una difficile transizione, ma uno degli Stati fondatori delle istituzioni europee.

 

12.  Il berlusconismo come sbocco finale

Tale processo nel suo insieme, che coinvolge le peculiarità territoriali, economiche, sociali, culturali, istituzionali e politiche del Bel Paese, vede infine, nel fenomeno incarnato da Silvio Berlusconi e dal suo inedito regime, la sua espressione estrema e “moderna”: con l’uomo di Arcore, infatti, un potere parallelo ed eslege (un vero e proprio “anti-Stato” finanziario e mediatico) si impadronisce dello Stato. E, prima ancora, intride di sé la cultura diffusa della nazione. Donde la possibilità, di cui esso dispone, di instaurare il suo regime onnicomprensivo per via consensuale: all’interno cioè del contesto formale della democrazia.

 

13.  La “questione mafiosa” come essenza della questione nazionale italiana

Le notazioni contenute in queste pagine dovrebbero contribuire, ad avviso del loro autore, a mettere in chiaro come nel problema-mafia sia da vedere non una qualunque “questione criminale”, sia pure di particolare gravità. Ma piuttosto un tratto saliente, anzi il tratto più peculiare, della vera e propria “questione nazionale” italiana. Non a caso quel problema si collega in modo stretto, rappresentandone l’estrema degenerazione, alla storica “questione” da cui l’Italia è affetta: quella del dualismo Nord-Sud.

Prendere atto della centralità della “questione mafiosa”, liberandosi  una buona volta della finzione che sia lecito ridurla a un problema di “criminalità organizzata”, è condizione necessaria per affrontare in termini adeguati la “questione italiana”: per formulare e attuare, quindi, una strategia politica che sia finalmente in grado di avviare una trasformazione democratica del Paese affrontandone e risolvendone i pesanti problemi. Raccogliendo a tal fine, attorno a questo obiettivo tanto alto quanto indispensabile, le forze migliori della società, dell’economia, della cultura. Ponendo con ciò termine anche al regime soffocante che domina l’Italia. E gettando infine le premesse perché il Bel Paese torni a fiorire e svolga in Europa e nel mondo il ruolo propulsivo di cui potenzialmente è capace.

 

                                                Stefano Sacconi

 

Roma, 30 maggio 2009



[1] Per la verità, all’indomani della strage, dunque sotto la sferza degli eventi, qualche segno di consapevolezza della neces­sità di un vero e proprio passaggio qualitativo, effettivamente affiorò. Si veda per esempio l’intervista rilasciata a Giusepe D’Avanzo dall’allora sottosegretario all’Interno Marco Minniti (la Repubblica, 18 agosto 2007). “Quel che facciamo – ammetteva infatti Minniti – non può bastare. C’è una sfida che non vede ancora, da parte nostra, una risposta sufficiente: la sfida della sovranità”. E proseguiva: “Lo Stato deve poter capovolgere in quelle terre la convinzione diffusa che le sue funzioni di decisione, amministrazione, fiscali, distri­butive, repressive, di composizione delle controversie – penso alla giustizia civile – siano sott’ordinate al potere della ‘ndrangheta. Vogliamo ribadire costantemente, giorno dopo giorno, che quel potere appartiene in maniera esclusiva allo Stato”.

Il proposito del sottosegretario diessino (e calabrese) era dunque chiaro e del tutto condivisibile. Min­niti faceva riferimento in modo esplicito (cosa che non capita di frequente nel discorso dei responsabili della cosa pubblica) alla sostanza autentica del fenomeno mafioso: al fatto, cioè, che parti cospicue del territorio nazionale sono soggette, per aspetti decisivi della civile convivenza, non al potere legittimamente costituito dello Stato, ma a quello eslege delle mafie. E che, dunque, allo Stato e alla politica spetta il compito ineludibile non solo – com’è ovvio – di consegnare alle patrie galere i criminali mafiosi e i loro complici a ogni li­vello, ma di attuare una vera e propria riconquista della propria sovranità istituzionale, sociale, ter­ritoriale.

 “Dobbiamo avere – era sempre Minniti a dichiararlo – l’ambizione pubblica di voler distruggere la ‘ndrangheta”. E aggiungeva: “Lo so che il programma è imponente, ma soltanto dandoci quest’obiettivo possiamo evitare gli equivoci e i danni che ha prodotto in passato la cultura e la strategia dell’emergenza: a un picco di violenza mafiosa, lo Stato replica con un picco di repres­sione. Questo metodo induce a credere che fino a quando, senza colpi di testa, senza rumore, la ma­fia coltiva il suo orto non sarà disturbata dallo Stato. Il messaggio – concludeva il sottosegretario – fi­nisce per rafforzare la mafia; ne enfatizza il potere; sottostima la capacità dei poteri legittimi; de­prime i tanti cittadini onesti”.

Cosa sia rimasto, poi, di tali fieri propositi e della lucida analisi che li sosteneva, è sotto gli occhi di tutti. Né, ovviamente, il passaggio di mano elettorale a favore di Berlusconi e dei suoi mancherà di peggiorare ulteriormente le cose.

 

[2] Di tale sottovalutazione si sono avuti di recente numerose e significative conferme. Valga per tutte il caso del seminario, dal titolo suggestivo “Uno sguardo oltre la crisi”, indetto il 23 marzo scorso da uno dei più importanti centri studi facenti capo più meno direttamente al Partito Democratico: il NENS (Nuova Economia Nuova Società) fondato da Vincenzo Visco e Pierluigi Bersani, due ex ministri fra i più autorevoli del centrosinistra. Ebbene, in un intero pomeriggio di discussione, animata da interventi qualificati e di notevole interesse fra i quali uno dedicato in particolare al Mezzogiorno, la parola “mafia” non è stata pronunciata nemmeno una volta, né tanto meno è stata dedicata alcuna attenzione alla presa delle organizzazioni mafiose sull’economia e la società del Mezzogiorno e, oramai, dell’intera nazione. Quasi che una nuova economia e una nuova società potessero essere, non dirò promosse con successo, ma neanche concepite, in Italia, senza aggredire alle radici tale drammatica questione. Del resto, nella serie di manifesti, peraltro azzeccati, affissi dal PD a sostegno della propria campagna elettorale, in cui si vede un gruppo di cittadini impegnati a espellere dall’orizzonte del Paese alcune delle sue piaghe più gravi (disoccupazione, inquinamento, etc.), non ve n’è neanche uno in cui la piaga da espellere sia la mafia…

[3] Una delle cose che più colpiscono chi per la prima volta visita l’isola di Capri è la completa assenza di inferriate alle finestre e porte-finestre delle case: eppure, in gran parte, si tratta di residenze lussuose, nelle quali è presumibile siano presenti ghiotte refurtive. Non vi si nota, peraltro, neanche una presenza vistosa di forze di polizia o di vigilantes: su che cosa mai si fonda tale oasi di sicurezza? Sarà pensiero troppo malizioso attribuirne il merito al consolidato dominio camorrista nell’area napoletana?





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