La distanza aiuta, non c’è dubbio. Vista dall’estero, la situazione italiana d’oggi, un po’ come quella francese del Settecento vista “con occhio persiano” da Montesquieu, appare molto più chiara che vista dall’interno. Mentre la durata del fenomeno-Berlusconi non basta ad attenuare (salvo in rari casi) lo stupore degli osservatori stranieri per il consenso che questo incredibile personaggio, con tutto il carico di irregolarità anche legali che si porta appresso, continua a riscuotere fra i connazionali; gli stessi non mancano di notare la sostanziale assenza, in Italia, di una efficace opposizione politica e parlamentare[1]. Attribuendo, evidentemente, a tale assenza una parte non irrilevante di quella stupefacente durata. L’Italia, per dirla con il corrispondente della Radiotelevisione svizzera Aldo Sofia, si presenta come “un ‘laboratorio’ dove troppe provette esalano nocivi umori […]. Anche perché contrappesi e anticorpi fanno vistoso difetto. In effetti – conclude il giornalista elvetico – il ‘caso Berlusconi’ è inscindibile dal ‘caso opposizione’”.
Sarebbe difficile attribuire il giudizio impietoso di molti osservatori stranieri sulla nostra opposizione (in primo luogo, evidentemente, sul Partito Democratico che ne è la forza più consistente) a un qualche pregiudizio ostile. Vi si avverte, piuttosto, un senso di persistente delusione unito a un certo grado di angoscia per una “anomalia” grave e non transitoria incarnata da uno di maggiori Paesi dell’Unione Europea. Per di più uno dei suoi soci fondatori.
Una “anomalia” che per un verso non può essere semplicemente liquidata come una delle solite, innocue bizzarrie del Bel Paese, ma è la rappresentazione estremizzata di una deriva non estranea all’insieme del continente; per l’altro – proprio a causa di tale suo carattere per così dire esemplare – rischia di essere fonte di contagio per le democrazie europee già in sofferenza[2]. Rischio tanto più grave in presenza dei guasti provocati dalla profonda crisi economica in atto.
Il fatto è che, se si guarda oltre la contingenza dei singoli risultati elettorali, la continuità dello strapotere berlusconiano da quindici anni in qua (e a ben vedere da molto prima, visto che la fatidica “discesa in campo” dell’uomo di Arcore era stata preceduta da una lunga conquista mediatica della “pancia” della società italiana[3]) è sostanzialmente innegabile. Uno strapotere confermato senza ombra di dubbio dalla rinuncia dello schieramento avversario, anche quando (come nella legislatura 1996-2001) quello schieramento ebbe in mano il governo e una chiara maggioranza in Parlamento, a sanare per via legislativa le sue anomalie più stridenti, a partire dall’inammissibilità democratica della sua candidatura a guidare il Paese senza rinunciare preventivamente al proprio impero telecratico.
Per altro verso, da qualche tempo, anche a causa delle abitudini da satrapia orientale della corte berlusconiana, infarcita di “ciarpame senza pudore” – per usare le parole della (ex-)moglie Veronica – e priva di ogni sia pur blando confine tra la vita privata e l’attività pubblica (politica e istituzionale) del sultano; anche, dunque, a causa della sardanapalesca telenovela che vede protagonista il caudillo, si va diffondendo – in Italia e fuori – la convinzione che il culmine della sua annosa parabola sia ormai stato superato e che anche Berlusconi, come ogni altro mortale, si stia avviando sul viale del tramonto.
Quanto un tale ipotizzato, incipiente declino sia destinato a durare nessuno, comprensibilmente, si azzarda a vaticinarlo. La principale domanda da porsi, tuttavia, è un’altra. L’eventuale uscita di scena dell’attempato zerbinotto costituirà l’occasione per un sostanziale passaggio di mano nell’egemonia politica e culturale nazionale? In altre parole: le forze che oggi costituiscono l’opposizione, venuto meno, per ipotesi, il principale avversario, si affermeranno finalmente, in modo non effimero, come i soggetti capaci di guidare il Paese sulla via di quella profonda trasformazione di cui esso ha bisogno? O non è forse più probabile che quell’ipotizzata uscita di scena dia luogo, sì, a un importante – e magari non pacifico – rimescolamento di carte, ma svolgentesi tutto all’interno di quello che oggi è il fronte berlusconiano? E sfociante in un prolungamento sine die, sia pure con gli inevitabili ritocchi, dell’inedito regime di destra oggi in atto?
Diciamoci la verità. Il sospiro di sollievo provocato, in chi non si adatta a ossequiare il telecrate lombardo, dalla sia pur ipotetica prospettiva del suo tramonto è inquinato alla radice dall’oscuro timore che ciò non porterà a cambiamenti sostanziali. Che, insomma, anche se lui uscirà finalmente di scena, noi però siamo destinati a “non farcela”. E loro, di conseguenza, resteranno ancora in sella chissà per quanto tempo. Da dove deriva questo timore? Evidentemente deriva da una sostanziale insoddisfazione per la politica che l’opposizione (diciamo pure il PD) si rivela in grado di sviluppare, nell’immediato e soprattutto in una prospettiva di lungo periodo. In altri termini, per la proposta complessiva e strategica che essa avanza al Paese, per la “visione” d’insieme che essa si rivela (o non si rivela) in grado di proporre.
Può ben essere che tale insoddisfazione sia ingenerosa, e magari anche sbagliata. Visto però che essa è condivisa da parti consistenti (e non pregiudizialmente ostili) della stampa estera, è evidente che essa è una componente non trascurabile della debolezza dell’opposizione. La questione nel suo insieme merita dunque un esame un po’ più approfondito.
L’opposizione italiana (il PD) deve oggi rispondere a tre esigenze (o imperativi):
· essa deve dimostrare di avere le carte per candidarsi credibilmente a governare questa Italia;
· essa deve dimostrare di possedere idee valide per promuovere una trasformazione in senso democratico-ambientalista di questa Italia;
· essa deve individuare ed esprimere politicamente le forze sociali, economiche, culturali interne a questa Italia interessate a sostenere una trasformazione democratico-ambientalista del Paese, quindi a sostenere un governo formato dalle forze politiche che propongono, promuovono, vogliono e sono in grado di gestire tale trasformazione.
Le attuali forze di opposizione (non solo il PD) non appaiono in grado di rispondere a nessuna di tali necessità (o imperativi). Perché?
Perché esse, sostanzialmente, non capiscono questa Italia e continuano a ragionare come se:
· si fosse in presenza di un’Italia che non c’è più (i comunisti);
· il problema fosse semplicemente quello di togliere di mezzo le illegalità, i conflitti d’interesse, gli altri orrori del regime berlusconiano, per rendere governabile al meglio il Paese (Di Pietro e Casini);
· fosse possibile tornare, sol che si metta fuori gioco Berlusconi e si demolisca il suo regime, a quell’Italia che invece non può più tornare (una parte consistente del Partito Democratico e, in sostanza, anche Sinistra e Libertà).
Il vuoto apertosi nel cuore del Paese, di cui parlò Aldo Schiavone all’indomani delle elezioni politiche della primavera 2008, è dunque, prima di tutto, un vuoto aperto nella cultura e nella proposta dell’opposizione. Il fatto è che, sia essa rimasta affezionata alle vecchie denominazioni o sia viceversa approdata a nuovi lidi linguistici, l’opposizione italiana patisce un distacco profondo nei confronti di ciò che il Paese è nel frattempo diventato. È ben vero che un distacco non dissimile – e in più casi ancor più grave – è patito da numerose forze progressiste europee, ma in questo caso occorre dire che “aver compagni al duol” tutto può fare tranne che “scemare la pena”. Ché anzi, la pena, può renderla più bruciante, mancando nel panorama circostante chi sia in grado di indicare una qualche via d’uscita. E allora si è costretti a guardare più lontano, dove un faro sembra essersi acceso proprio là dove, fino a pochi mesi or sono, si soleva indicare la terra del nemico.
Ma il fatto è che, come è stato notato da più parti, l'attenzione del presidente degli Stati Uniti (cui pure gran parte degli europei guarda, con malcelata invidia, come a quella guida positiva e autorevole di cui il vecchio continente lamenta la penosa assenza) non sembra affatto essere puntata primariamente in direzione dell'Europa. Nei confronti dei vecchi dominatori del mondo Barack Obama sembra avere l'atteggiamento di chi attende l'aspirante partner alla prova di un'iniziativa che sia all'altezza della situazione. E del suo peso demografico ed economico. Senza intenzione di fargli alcuno sconto.
Per altro verso, la pigra attesa degli europei di qualcuno che dall'esterno indichi loro la via (e magari risolva i loro problemi) è tanto più grave in quanto essa coinvolge anche le forze della sinistra. O, come si suol dire in Italia, le forze del centrosinistra. Cioè, in primissimo luogo, il Partito Democratico. E questo per due motivi. Da un lato perché le forze del centrosinistra sono, almeno formalmente, le più omogenee alle linee d'azione tracciate dalla nuova presidenza statunitense: non dovrebbe essere loro difficile, quindi, formulare una prospettiva culturale e operativa capace di instaurare un'attiva sinergia con quella propria della presidenza Obama. E dall'altro perché, trattandosi delle forze cui, per definizione, è deputato il compito di promuovere una politica di rinnovamento democratico, ogni loro ritardo nell'adempiere tale compito si configura come una defezione e una resa rispetto al loro dovere istituzionale: rispetto al motivo stesso della loro esistenza. Senza considerare che le forze di progresso, e fra di esse in particolare il PD, sono tradizionalmente le più sensibili alla tematica della costruzione europea: dovrebbero dunque partire avvantaggiate nella gara a formulare una strategia riformatrice nel contesto mondiale che abbia nella dimensione europea il proprio terreno naturale.
Ora, se è vero che, come si è detto più sopra, al fondo dell’incertezza strategica del Partito Democratico (così come, del resto, delle tradizionali forze di sinistra italiane, e peraltro della socialdemocrazia europea nel suo complesso), vi è una sostanziale incapacità di leggere la realtà attuale del Paese (dei Paesi rispettivi nel caso dei diversi partiti socialdemocratici), quindi di formulare nei suoi (nei loro) confronti un'efficace politica di rinnovamento; allora è altrettanto vero che le esortazioni correnti finalizzate a superare quella crisi, pur contenendo elementi intuitivamente validi, sono però sostanzialmente lontane dal centrare il cuore del problema, quindi dal poterne formulare una soluzione adeguata.
Si pensi ad esempio alla tematica, così frequentemente evocata, del “radicamento nel territorio”. Vi si esprime senza dubbio un'esigenza reale e urgente, che emerge con prepotenza dall'esperienza frustrante del distacco rispetto alle realtà concrete in cui si articola la società nazionale: distacco che quel “radicamento” dovrebbe colmare, facendo del partito un organismo capace di recepire “in presa diretta” esigenze, aspirazioni, potenzialità della società nazionale altrimenti inespresse, e di dare loro efficace espressione politica.
Il limite tuttora insuperato di questa diffusa e accorata esortazione consiste tuttavia nella concezione sostanzialmente passiva, che in essa si esprime, del partito e del suo compito: il compito di un mero recettore di istanze “spontanee” della società, di una sorta di megafono capace di portarle alla luce e di dare loro forza sul terreno politico. Un limite che emerge in modo particolarmente evidente quando viene assunta come pietra di paragone la Lega di Bossi e la sua capacità di radicarsi territorialmente in modo stabile ed efficace.
Quel che sembra sfuggire, in effetti, è che un tale risultato è ottenuto dalla Lega non in base a un mero dato di recettività e di “ascolto”, ma anche e prima di tutto grazie alla capacità del Senatùr e dei suoi di stimolare l'emersione dell'animus chiusamente localistico sotteso alla frustrazione e all'oscura volontà di rivincita (contro “Roma ladrona”, contro i terùn parassiti del Nord laborioso e tartassato, contro l'invasione straniera che viene a inquinare la tradizione immacolata della Padania) delle popolazioni pedemontane dell'area padano-veneta.
In altri termini, ciò che gli emuli “da sinistra” del vitalismo bossiano sembrano non comprendere è il fatto che alla base della capacità della Lega di “radicarsi nel territorio” non c'è solo l'originaria consonanza “popolana” (come un tempo piaceva dire allo stesso Bossi) con i frequentatori delle osterie prealpine; ma anche e soprattutto la capacità di proporre loro una “visione” tanto più suggestiva in quanto estremamente semplificata e monocorde. E proprio per questo capace di suscitare il consenso di quelle popolazioni, di farne emergere (come diceva lo stesso Bossi quando a insufflarlo era il prof. Miglio) l'unum sentire, insomma di dar loro un'identità ideologica, un orgoglio collettivo, una non effimera capacità di mobilitazione. E magari una fiducia nel loro capo tanto solida da spingerli a seguirlo senza fiatare (o quasi) nelle sue acrobatiche piroette: dal federalismo alla secessione, dalla rivolta contro il centralismo romanesco alla difesa degli interessi nazionali sia contro la tecno-burocrazia brussellese sia contro la concorrenza sleale dei salari di fame corrisposti ai “clandestini”.
Insomma la predicazione del “radicamento territoriale”, come rivela la velleità di imitare il modello-Lega (che si spinge fino a postulare l’urgenza di un’autonoma “questione settentrionale”, in qualche modo sostitutiva della “questione meridionale” che storicamente affligge il Bel Paese), non tiene conto che ogni “radicamento” ha alla sua base non un mero mescolamento con “il territorio”, e neanche un semplice, passivo “ascolto” delle sue voci multiformi, ma anche e prima di tutto un'idea-forza da proporre allo stesso “territorio” per suscitarne il consenso e prima ancora per selezionarne, unificarne, indirizzarne le pulsioni spontanee.
Altrimenti, a forza di inseguire la Lega, sarà difficile evitare di imitarne anche l'ideologia: quella che fa della territorialità come tale il criterio-guida, attribuendo ai territori di volta in volta prescelti una sorta di valore salvifico, una centralità razionalmente non sostenibile, una primazia assoluta che troppo facilmente sconfina nella xenofobia e nel razzismo. Se è vero, insomma, che la politica dei democratici deve uscire dal chiuso delle stanze e delle dispute autoreferenziali per immergersi apertamente nella vita della società e tornare a esserne parte attiva, non va però dimenticato che, per non rischiare di essere una mera imitazione della Lega, occorre sapere in partenza che cosa si andrà a dire di diverso, rispetto alla Lega, alle porzioni di società e di territorio in cui volta a volta ci si propone di immergersi.
Qui è dunque il nodo da sciogliere: il nodo della proposta politica a tutto campo che il partito deve dimostrarsi in grado di avanzare: proposta nella quale, in sostanza, dovrebbe esprimersi la sua consistenza identitaria. Perché l’identità e la proposta politica di un partito, in particolare di un partito riformatore, e più in particolare ancora di un partito riformatore di recente fondazione, sono sostanzialmente tutt’uno. Tanto più se quel partito, come appunto il PD, è nato sulla base della fusione-superamento di due identità precedenti fra loro distinte e diverse per origini e per storia antica e recente.
In effetti, pensare che ci si possa limitare a disegnare la propria identità senza tradurla immediatamente in proposta politica, senza darle in pari tempo una leggibile valenza operativa, equivarrebbe a presentarsi al popolo come una mera statua priva di soffio vitale e di parola, quasi a sollecitarlo con un presuntuoso e ridicolo: “guarda come sono bello!”. Per altro verso, una proposta politica avanzata da un soggetto che non abbia ancora definito la propria identità e perciò finisca con l’essere avvertito come un essere di consistenza chimerica, in cui convivano tradizioni e orientamenti diversi quando non opposti, rischia di mancare comunque, per compiuta e apprezzabile che essa sia, di quel fattore decisivo di successo che è la “credibilità”. Nel primo caso, il cittadino potrebbe legittimamente domandare: ma tu, in concreto, che cosa mi proponi? dove vuoi portarmi? che prospettiva vuoi aprirmi? Nel secondo, potrebbe obiettare: chi sei tu per venirmi a fare questi discorsi? perché mai dovrei seguirti? se non sai o non vuoi dirmi chi sei, come posso fidarmi di te? In entrambi i casi il rischio (e qualcosa più che un rischio) sarebbe quello di un sostanziale fallimento.
Appare evinte lo stretto legame fra tale inderogabile necessità (quella di delineare credibilmente la propria identità e – congiuntamente – la propria proposta politica d’assieme) e le esigenze evidenziate all’inizio del presente discorso: esigenze relative alla capacità di proporsi come soggetto capace di governare il Paese com’esso è realmente; di proporgli finalità e itinerari di trasformazione in senso democratico-ambientalista; di individuare, suscitare, interpretare all’interno del Paese le forze interessate a una tale trasformazione. Anzi, fra quella necessità e tali esigenze appare possibile stabilire una sostanziale equiparazione. L’identità e la proposta politica d’assieme del partito non possono essere altra cosa dall’identità e dalla proposta di un soggetto interno alla realtà del Paese e capace di guidarlo sulla strada della necessaria trasformazione facendosi interprete e punto di coagulo delle forze a ciò vitalmente interessate. Un soggetto, allora sì, “radicato” nel modo più forte e durevole nello stesso Paese: nelle sue molteplici articolazioni territoriali, sociali, culturali.
Qual è, occorre chiedersi a questo punto, il Paese attuale e reale col quale questo soggetto dovrebbe una buona volta fare i conti? In che cosa esso è cambiato, nel profondo (di là cioè dalla mutevole e ingannevole superficie del quotidiano), rispetto all’Italia di trenta o quaranta anni or sono? Tanto per fissare un riferimento storico condivisibile, in che cosa è cambiata l’Italia del primo decennio del nuovo secolo rispetto a quella dei tempi di Moro e di Berlinguer, ma anche rispetto a quella dominata dalla figura di Bettino Craxi?
Si tratta, con tutta evidenza, di domande di tale portata che appare presuntuoso anche soltanto il formularle. Eppure, se non vogliamo restare impigliati nella penosa impotenza che oggi affligge le forze di progresso; se insomma non vogliamo rifiutarci di compiere il dovere di dare un contributo – per modesto che esso sia – a superare tale frustrante situazione e soprattutto a stornare i pericoli che ne derivano per la stessa democrazia italiana; allora non possiamo sottrarci non solo al compito rischioso di formularle apertamente, ma anche a quello di suggerire, per esse, una qualche sensata risposta. Ben consapevoli della figura un po’ ridicola da grilli parlanti che in tal modo si rischia di fare. E del martello che il Pinocchio di turno potrebbe sentirsi autorizzato a lanciarci, spiaccicandoci senza pietà contro il muro. Ma anche della pigra e ottusa arroganza castale che un tale lancio grillicida esprimerebbe.
Proviamo allora a individuare le principali componenti di tale cambiamento. Un primo ordine di trasformazioni concerne, com’è evidente, il sistema politico-istituzionale. L’Italia degli anni 1970-80 era ancora, sotto tale profilo, quella tratteggiata dalla Costituzione del 1948: una repubblica “partitico-parlamentare”, vale a dire una democrazia la cui forma di governo (o governance, come qualcuno oggi preferirebbe dire) si fondava sui due pilastri dei partiti, così come disegnati dall’art. 49 della Costituzione, e del Parlamento, cui la stessa Carta dedica il titolo I della sua parte II (“ordinamento della Repubblica”). In quei due pilastri, infatti, trovava la propria base, il proprio motore e i propri limiti l’attività di governo espressa dal potere esecutivo.
A tale ordinamento formale, come è noto, si sovrapponevano poi diversi elementi di un ordinamento informale ma non meno cogente. Ne facevano parte, ad esempio, il potere di indirizzo e di veto della Chiesa cattolica (o più propriamente della Santa Sede nella sua duplice veste di Stato straniero insediato in una enclave interna alla Capitale della Repubblica e di organizzazione espressiva della confessione religiosa storicamente più diffusa nel Paese) e l’appartenenza dell’Italia, nell’ambito della guerra fredda, al “campo occidentale” col conseguente obbligo di fedeltà atlantica.
Le conseguenze di tali condizionamenti (principali premesse di quella che fu allora definita la “costituzione materiale” della Repubblica) sono troppo note perché si dedichi loro qualcosa di più che un rapido cenno. Per un verso, ne derivò una sorta di silenziosa manomissione delle autorità ecclesiastiche su numerosi e importanti aspetti della vita civile. Si pensi soltanto al forte ritardo con cui saranno introdotti in Italia l’istituto del divorzio e la possibilità per la donna di ricorrere all’interruzione volontaria della gravidanza; o agli elementi di censura presenti soprattutto in materia sessuale (vedi la guerra aperta a un capolavoro cinematografico come “La dolce vita” di Fellini e più tardi il bando e addirittura la distruzione del celebre “Ultimo tango a Parigi” di Bertolucci); o alla privativa concessa alla Chiesa cattolica in materia di insegnamento religioso nelle scuole pubbliche; e via elencando. Donde la patina di bigottismo e arretratezza culturale gravante sul Paese ben oltre la stagione innovatrice delle aperture giovannee e del Concilio.
Per altro verso, l’atlantismo pregiudiziale fu alla base della famosa conventio ad excludendum nei confronti del partito comunista, cui fu a lungo precluso, per principio, l’accesso al potere governativo. Con grave pregiudizio per la libera espressione politica dell’effettivo sentire e degli interessi di fondo di una parte consistente della società: proprio quella su cui gravava più direttamente l’onere della produzione materiale, vale a dire del primo fondamento d’ogni progresso comune.
Quella conventio, inoltre, finì con l’annacquare di fatto uno dei fondamenti storici della Repubblica democratica: quello costituito dalla sua matrice antifascista sancita dalla XII “disposizione transitoria e finale” della Costituzione. Infatti, la matrice palesemente “nostalgica” del Movimento Sociale Italiano non comportò il suo scioglimento, ma piuttosto l’applicazione anche a esso di una preclusione dell’accesso all’area di governo simmetrica a quella applicata al PCI. Per cui, in sostanza, l’obbedienza atlantica ebbe per oltre un quarantennio l’effetto di strutturare la “costituzione materiale” della Repubblica nei termini di un “taglio delle ali” forzosamente e pretestuosamente simmetrico, garantendo al partito di ispirazione cattolica, anche al di là dalle effettive scelte elettorali dei cittadini, una posizione di preminenza sostanzialmente “blindata”.
Dietro e per così dire al di sotto della forma di governo, e del sistema politico-partitico a essa corrispondente, vi era poi un panorama delle appartenenze culturali articolato secondo gli svolgimenti e i risultati del processo fondativo della Repubblica: in sostanza, secondo i canoni plasmati nella Resistenza antifascista e poi nell’Assemblea costituente. Un panorama, questo, che non è difficile ricostruire per grandi linee.
Innanzi tutto va sgomberato il campo dalle scarse e poco significative presenze della cultura degli orfani del 25 aprile e di quelli del 2 giugno: i nostalgici del regime fascista e della monarchia, la cui possibilità d’espressione originale era limitata, ben più che dalla blanda preclusione politica, dal loro apparire (ed essere) ampiamente fuori tempo, sconfitti idealmente prima ancora che militarmente e politicamente. Quindi dalla loro pressoché insignificante capacità d’elaborazione oltre i confini di una rancorosa e sterile nostalgia.
Un’area vasta e profondamente radicata a livello popolare era invece costituita dalla cultura di matrice cattolica, articolata in uno spettro di posizioni che spaziavano dall’integralismo più chiuso, non alieno, specialmente in determinate circostanze e su determinati temi, dalla contiguità con la destra nostalgica e dal sostegno ai più retrogradi interessi premoderni, alla più disponibile apertura alle istanze di una democrazia in progressivo sviluppo, fino all’impegno concreto ed esplicito per le esigenze e le aspirazioni del mondo del lavoro e dei ceti marginali e più diseredati.
Un peso notevole esercitavano, pur da posizioni insuperatamente minoritarie, le posizioni laico-democratiche di ascendenza sia liberale sia azionista: la cui influenza, pur esercitata talora da una collocazione “di nicchia”, poteva contare per un verso sull’essere tali posizioni lontane eredi della cultura risorgimentale (quindi, in qualche misura, rappresentanti dell’istanza nazionale su di un terreno non inquinato dall’avventura fascista né dalla fellonia dei monarchi), per l’altro sul sostegno di porzioni consistenti della borghesia laica più colta e “illuminata”.
La cultura di matrice socialista, in vario modo erede del partito di Turati, si poneva in una posizione intermedia fra quella laico-democratica e quella di matrice comunista. Con quest’ultima, infatti, condivideva il riferimento primario agli interessi, alle idealità, al desiderio di emancipazione dei lavoratori; con quella il rifiuto esplicito di una prospettiva rivoluzionaria modellata a qualunque titolo sull’esperienza leninista e sovietica.
Infine, un’ampia e profonda presa esercitava, soprattutto nel mondo del lavoro e in quello dell’intellettualità, la cultura di matrice comunista nella versione originale elaborata in autonomia rispetto alle scelte e dalle direttive ideologiche dell’Unione Sovietica. Cultura che investiva un’area più vasta di quella coperta, in termini di adesione organizzativa ed elettorale, dal partito comunista; e che presentava anch’essa, un po’ come quella di matrice cattolica, notevoli differenze e sfumature. Una volta ridotta ai margini la tendenza apertamente filosovietica, la posizione di gran lunga maggioritaria prevedeva il perseguimento dell’istanza di una trasformazione in senso “socialista” della società italiana restando all’interno delle istituzioni e delle regole della democrazia.
Tale posizione era animata a sua volta da interpretazioni diverse secondo il peso attribuito al tema della centralità operaia o a quello delle alleanze sociali; secondo la priorità da accordare ai movimenti o alla dimensione istituzionale; secondo, infine, la preferenza accordata a questo o quell’alleato (i cattolici democratici o i socialisti) sul terreno propriamente politico. Articolazioni e sfumature che si coagulavano, in parte e comunque in misura minoritaria, anche in formazioni politiche sempre di matrice comunista, ma esterne, concorrenti e non di rado contrapposte al PCI.
Va poi considerata la dimensione propriamente strutturale (economica e sociale) dell’Italia di allora. Dal punto di vista dei macrosettori, il peso dell’agricoltura e dell’allevamento (rappresentati in notevole proporzione da aziende familiari o comunque scarsamente industrializzate), pur in via di rapido ridimensionamento a favore del settore industriale e poi di quello terziario, restava tuttavia notevole sia per la porzione di prodotto nazionale sia soprattutto per la manodopera occupata. La produzione industriale si suddivideva, in proporzioni fra loro non distanti, fra imprese di grandi dimensioni, caratterizzate prevalentemente da un’organizzazione tayloristica del lavoro, e imprese di medie e soprattutto di piccole dimensioni. Ai confini del settore industriale si collocava una moltitudine di aziende artigiane di tipo tradizionale.
Imponente era la presenza, nella grande industria, della proprietà pubblica del capitale, diffusa nei settori più vari: dalla siderurgia al petrolchimico, dalla metalmeccanica alla produzione alimentare, investendo in più casi anche i settori agricolo e terziario. Di notevole estensione era anche la proprietà pubblica nel settore creditizio, peraltro assai frammentato in confronto agli altri principali paesi europei. Il terziario commerciale presentava anch’esso, con poche eccezioni, caratteri di grande frammentazione e scarsa modernità. Lontano anche soltanto da ogni serio tentativo di modernizzazione nella dotazione strumentale, nell’impostazione organizzativa, nel rapporto con i cittadini, era gran parte della pubblica amministrazione. Suppliva in qualche misura, limitatamente ad alcuni settori (come ad esempio quello ferroviario e quello scolastico), una radicata tradizione “di corpo” che animava i rispettivi operatori.
Si trattava di un’articolazione strutturale sufficientemente semplice e comunque di non difficile lettura per le diverse forze sociali e politiche. Basti pensare a come si distribuiva l’occupazione in tale contesto. Per un verso vi era un gran numero di occupati nelle unità produttive più lontane da una moderna industrializzazione, distribuiti fra il settore agricolo, quello artigianale e delle piccole professioni, quello commerciale.
Per l’altro un numero crescente di unità lavorative era assorbito dal settore industriale, che suppliva in notevole misura all’espulsione delle forze di lavoro dall’agricoltura tradizionale (specialmente nel Mezzogiorno, dove alla piccola azienda si affiancava ancora estesamente il latifondo, solo parzialmente e temporaneamente intaccato dalla riforma agraria, e nell’area veneto-friulana) e dalle piccole attività più arretrate a causa dell’aumento della produttività nei rispettivi settori (aumento a sua volta dovuto, in gran parte, alla concorrenza dell’industria e delle imprese meglio attrezzate nella stessa agricoltura e nel terziario). Questi imponenti trasferimenti di manodopera verso il settore industriale si traduceva in una migrazione dal Mezzogiorno e dal Nord-Est sia verso il “triangolo industriale” sia – per l’eccedenza dell’offerta di manodopera rispetto alla domanda generata dall’industrializzazione interna – verso l’estero: nel secondo dopoguerra, per circa un quarto di secolo, si ripeté in sostanza il massiccio fenomeno migratorio che aveva caratterizzato l’età giolittiana e poi gli anni ’20.
Questa dinamica generale dell’occupazione, che faceva seguito alla concentrazione e alla modernizzazione produttiva dell’economia e alla crescente preminenza in essa dell’industria organizzata sul modello tayloristico, poneva sempre di più al centro della dinamica sociale, oggettivamente, la dialettica fra capitale e lavoro: tra una forza lavoro spinta a coagularsi per difendere i propri interessi e promuovere le proprie condizioni lavorative e reddituali, e una proprietà dell’impresa interessata a massimizzare il profitto mediante la compressione dei costi, primo tra i quali il costo del lavoro. Nel nucleo più forte e moderno dell’apparato produttivo si determinavano dunque le condizioni per una sindacalizzazione massiccia dei lavoratori, cui corrispondeva, sul terreno delle culture e delle appartenenze politiche, un terreno di affermazione crescente dell’iniziativa comunista. Le sorti del radicamento democratico-cristiano restavano legate piuttosto, in buona misura, alla sfera della pubblica amministrazione (anche grazie a una efficace rete clientelare) e al lavoro autonomo nei diversi settori (agricolo, artigianale e delle piccole professioni, commerciale) e alla capacità del sindacato “bianco” e della cultura cattolica di estendere efficacemente il proprio impegno anche al mondo del lavoro via via “taylorizzato”.
Fra i caratteri salienti dell'epoca ne vanno infine rammentati tre, che ben si prestano a evidenziare la distanza che separa l'Italia di oggi da quella di allora: il panorama dei partiti, il sistema elettorale e quello dell'informazione radiotelevisiva. Quanto ai partiti, essi – almeno quelli di una qualche consistenza – erano sostanzialmente gli stessi fin dalla Costituente e i loro pesi relativi erano rimasti grosso modo invariati dalle elezioni del 1948. Il sistema elettorale vigente era quello proporzionale con voto di preferenza, senza alcuno sbarramento né premio di maggioranza, e senza indicazione preventiva delle coalizioni né dei rispettivi candidati alla presidenza del Consiglio. Ciò comportava di fatto una delega ai partiti a formare le coalizioni e a indicare i candidati a Palazzo Chigi, mediante una laboriosa tornata di incontri e consultazioni, solo dopo che il voto avesse determinato il peso elettorale di ciascuno.
Sul terreno dell'informazione, vigeva un rigido monopolio pubblico delle trasmissioni televisive (e radiofoniche), esercitato mediante la loro concessione alla RAI in regime di esclusiva. Il controllo politico sull'emittente di Stato, quindi sull'informazione da essa gestita, rispecchiava i rapporti di forza vigenti a livello parlamentare e governativo. L'istituzione di un secondo e poi di un terzo canale televisivo consentirà via via di ampliare la partecipazione a tale controllo, pressoché esclusivamente democristiano finché il canale era stato uno solo, anche ai socialisti e ai comunisti mediante l'avvio di una pratica lottizzatoria sulla base della tripartizione dei canali e dei rispettivi spazi d'informazione.
La rassegna che qui si è fatta – ovviamente senza alcuna pretesa di completezza – dei tratti caratteristici dell'Italia quale si presentava fino a una ventina d'anni or sono dovrebbe essere sufficiente a mostrare, a chi non ha l'età per averne un ricordo personale o non ne ha mantenuto una memoria sufficientemente esatta, quanto ampiamente e profondamente il paese che oggi è il nostro sia diverso da quello di allora. Beninteso, il “catalogo” qui sommariamente abbozzato è composto di elementi in sé abbastanza ovvi e banali: non era mia intenzione, del resto, quella di proporre una serie di notazioni originali o particolarmente stimolanti. Dovrebbe essere piuttosto l'averle messe in fila a dar loro un senso e un interesse.
Non tedierò il lettore con ulteriori descrizioni, a questo punto del tutto superflue, volte a mettere meglio in luce le differenze dell'Italia attuale rispetto a quella di allora, la quale palesemente non esiste più. Mi limiterò viceversa a indicare, fra i tratti di continuità su diversi terreni, che pure ovviamente esistono, due, fra loro collegati, che mi sembrano particolarmente significativi e vistosi, e che però brillano per la sottovalutazione di cui sono oggetto, se non per poche parole di circostanza e interventi che di fatto non superano il livello dell'ordinaria amministrazione, da parte dell'intero arco delle forze politiche.
Tali elementi sono costituiti dallo storico dualismo territoriale Nord-Sud, ulteriormente accentuatosi nell'ultimo ventennio, e dalla presenza e dal peso, senza paragoni – ora come allora – in alcun altro paese economicamente sviluppato, del potere non solo criminale, ma economico, sociale, culturale (tanto da porre in essere un vero e proprio “conflitto di sovranità” nei confronti dello Stato democratico), del fenomeno mafioso nelle sue diverse denominazioni e articolazioni territoriali e organizzative. Una presenza e un peso che sono oggi, semmai, vistosamente accresciuti e ampliati rispetto ad allora. E ciò malgrado l'impegno, il cospicuo sacrificio in termini di vite, gl'indubbi successi, della magistratura e delle forze di polizia. Il che – detto di passata – la dice lunga sul segno e la portata effettivi dei cambiamenti nel frattempo intervenuti.
Proverò a offrire un'indicazione, sia pure ovviamente assai sommaria, di quelli che a mio parere sono i caratteri dell'Italia d'oggi di cui un soggetto politico riformatore dovrebbe tener conto per trovare in essi i punti di riferimento adeguati a indirizzare, e le forze necessarie a sostenere, la propria iniziativa. Il lettore non si stupisca nel riconoscere almeno in qualche aspetto di tale sommaria indicazione elementi di sovrapposizione con l'Italia di Berlusconi: se non vogliono lasciare ad infinitum all'uomo di Arcore, e domani ai suoi eredi, la privativa del contatto simpatetico con la maggioranza dell'Italia di oggi, è proprio al suo “popolo”, ai milioni e milioni di “casalinghe di Voghera” che ne subiscono il fascino telecratico, che le forze di progresso devono imparare a rivolgersi. E a farlo in modo convincente: più convincente per quel “popolo” di quanto non sia il discorso di Berlusconi. Altrimenti, per riprendere un'osservazione già formulata più sopra, ogni proposito di “ascolto” e di “radicamento” resterà, inevitabilmente, una semplice velleità.
Eccoci dunque arrivati alla domanda cruciale che qui ho inteso porre, cercando in pari tempo di abbozzare una prima, plausibile risposta. Com'è fatta, insomma, questa Italia d'oggi che appare così profondamente e irrimediabilmente “berlusconizzata”? Che rende faticose ed effimere le vittorie elettorali delle forze di progresso e – viceversa – agevoli e durature quelle dell'uomo trasmigrato come d'incanto, quindici anni or sono, dagli schermi televisivi alla scena politica? Interrogativo cui necessariamente ne segue un secondo, il più cruciale perché il più propriamente politico: è possibile, e come, dentro questa Italia, trovare le forze e le vie per invertire un andazzo che rischia di compromettere per un tempo indefinito l'avvenire del Paese e della sua qualità democratica? Insomma, e conclusivamente, è ragionevole sperare, e in che modo, che questa Italia imbocchi una via diversa da quella che, in sostanza, sta percorrendo da una generazione?
Per semplificare, com'è necessario, un discorso inevitabilmente complesso, distinguerò in esso due aspetti che ritengo principali e caratterizzanti la “questione Italia” quale oggi si presenta; trascurandone volutamente altri, pur rilevanti, che però possono essere considerati in varia misura comuni a tutti i paesi dell'Occidente.
Da un lato vorrei evidenziare gli obiettivi al cui perseguimento una forza realmente riformatrice non può sottrarsi, dovendoli anzi porre al centro del suo sforzo progettuale e programmatico così da far ruotare attorno a essi l'insieme dei suoi obiettivi strategici. E questi obiettivi centrali non possono identificarsi se non nel superamento delle due “questioni” nazionali poco sopra evidenziate come lasciti negativi che la “seconda Repubblica” ha ereditato dalla “prima” e la cui portata, nel corso di una generazione, si è considerevolmente estesa e aggravata.
Avviare finalmente a superamento la storica “questione meridionale” (senza ovviamente ripercorrere i vecchi sentieri del meridionalismo assistenziale) e – congiuntamente – impegnarsi davvero per ripristinare la sovranità dello Stato democratico sull'intero territorio nazionale stroncando con i mezzi opportuni (che evidentemente vanno ben al di là di quelli polizieschi e giudiziari) la “sovranità alternativa” delle varie mafie: questi gli scopi che una forza nazionale e di progresso degna del nome dovrebbe fare esplicitamente propri, coagulando attorno a essi una politica di rinnovamento che sia di respiro adeguato e a un tempo leggibile ed efficace.
Dall'altro lato vorrei tratteggiare in breve (per quanto lo consente l'estrema complessità dell'oggetto) quelli che sono i caratteri salienti dell'Italia odierna cui una politica di rinnovamento deve riferirsi per conquistarne consenso e sostegno. Carattere preminente della società italiana è oggi – come è evidenziato da una miriade di analisi sociologiche – quello della “frammentazione”. Una frammentazione che sta a indicare il venir meno, in modo esteso e sostanzialmente irreversibile, di gran parte di quelle che erano, fino a una generazione fa, le aggregazioni “spontanee” (vale a dire attribuibili a dinamiche oggettive) presenti nel tessuto sociale della nazione. Fra queste, in primissimo luogo, le aggregazioni che legittimamente, in base a una tradizione culturale illustre e consolidata, prendevano il nome di “classi”. Prima fra tutte la “classe” novecentesca per eccellenza: la classe operaia.
Intendiamoci bene. Il venir meno della classe operaia non significa affatto che “gli operai non esistono più”: essi esistono, sono ben numerosi (anche se certamente meno d'un tempo), e il fatto che le modalità e gli strumenti del loro lavoro siano in gran parte cambiati non smentisce affatto che sempre di operai si tratti. E non significa nemmeno che non esistano più (magari articolate in modo diverso dal passato) le categorie operaie. E persino una più generale “categoria operaia” a cui queste possono essere ricondotte. Quel che non c'è più è qualcosa che possa essere definito legittimamente e propriamente “classe”.
Questo nome potentemente evocativo designava infatti non solo una generica comunità di condizioni e di interessi, ma qualcosa di più: la contrapposizione oggettiva di tale comunità di condizioni e di interessi a quelli propri di una “classe” opposta: nel caso specifico, a quelli della borghesia imprenditoriale, mirante alla massimizzazione del profitto comprimendo i costi di produzione, fra i quali in primo luogo il costo del lavoro, come condizione dell'accumulazione del capitale.
Fra le “classi” si istituiva in tal modo un rapporto che potrebbe dirsi di simbiosi dialettica: la “classe” dei lavoratori salariati era in sostanza “prodotta” dalle esigenze dell'accumulazione nell'ambito dell'impresa capitalistica. Ma costituiva anche un elemento oggettivo di contraddizione in seno al processo produttivo. Era la borghesia imprenditoriale che favoriva, con lo sviluppo della fabbrica moderna di grandi dimensioni (e in modo esemplare con l'introduzione dei metodi tayloristici), l'aggregazione di una classe i cui interessi erano oggettivamente contrapposti ai propri. La moderna “lotta di classe”, in tale contesto, era il prodotto non di una qualche ideologia, ma dei modi stessi dello sviluppo. Anzi, era una componente ineliminabile e per più aspetti un carburante prezioso dello sviluppo medesimo.
E' questo meccanismo di base, che fondava l’esistenza durevole e attiva della “classe operaia”, a essere sostanzialmente venuto meno. Per un verso la frammentazione della dimensione imprenditoriale, la diffusione del lavoro autonomo e dell'impresa individuale, delle piccole professioni (il cosiddetto “popolo delle partite IVA”) spesso in sostituzione del lavoro subordinato nei grandi complessi produttivi; per l'altro i processi di automazione e robotizzazione del lavoro nelle grandi e medie aziende, non solo nell’industria ma anche nel settore agro-industriale e in quello terziario; infine la sempre più netta subordinazione del capitale industriale a quello finanziario, nazionale e soprattutto “globalizzato”; questo complesso di fenomeni ha tolto centralità e peso sociale alla classe operaia e soprattutto alla dialettica fra grande capitale e lavoro aggregato (quindi agevolmente sindacalizzato).
Dal punto di vista politico, il venir meno della centralità di quella dialettica come asse dello sviluppo ha tolto alle forze di progresso un punto di riferimento omogeneo e facilmente fruibile in seno alla dinamica sociale. Sarebbe però un grave errore il ritenere che tale vuoto possa esser riempito semplicemente prendendo atto della “frammentazione” individualistica che ne è derivata: la designazione di un qualche asse, in base a cui interpretare razionalmente la dinamica oggettiva della società, resta pur sempre un'esigenza imprescindibile per un'iniziativa di rinnovamento che voglia essere davvero efficace e durevole. Quello che non ci si può aspettare – diversamente da quel che avveniva, in qualche misura, nell'Italia di un tempo – è di trovare un tale asse bell'e pronto, con la sua brava carica dialettica, in seno alla società odierna: non c'è nulla, e presumibilmente non ci sarà più alcunché di paragonabile, sotto questo profilo, alla cara, vecchia “lotta di classe”.
Un'analoga impossibilità di recuperare categorie e punti di riferimento del passato è constatabile sul terreno delle culture politiche e delle ideologie. Nessuno dei partiti d'un tempo esiste più: allo stesso modo, non esistono più le appartenenze culturali che caratterizzavano l'Italia uscita dalla Resistenza e dalla Costituente. In particolare, ha subito un vero e proprio collasso quella cultura democratico-cristiana che era stata decisamente maggioritaria, sul terreno politico e non solo su questo, per quasi mezzo secolo.
Donde, ad esempio, il pernicioso abbaglio in cui sono caduti (e sembrano ancora ostinarsi a cadere) quei pur smagati esponenti della sinistra che, scambiando il Cavaliere per un continuatore di De Gasperi e di Moro sostanzialmente omogeneo all'ispirazione ideale del partito che fu da questi guidato, hanno pensato e tuttora sembrano pensare opportuno ritentare con lui una qualche esperienza di “compromesso storico”. Salvo trovarsi ben presto nell'incresciosa situazione di chi deve raccattare i cocci del tavolo sprezzantemente rovesciato da un assai poco... cavalleresco avversario.
Anche sul terreno delle culture, insomma, così come su quello della dinamica sociale, è necessario convincersi che non ci sono cibi precotti cui attingere, zattere sicure cui aggrapparsi: è necessario navigare davvero in mare aperto, assumendosi assai più che un tempo la piena responsabilità di sperimentare razionalmente il nuovo. Del resto, non è questo che i giovani, orfani della vecchie sicurezze e stanchi di vecchi discorsi e vecchie ricette, reclamano a gran voce? A tal punto da preferire le sirene mediatiche del berlusconismo o quelle egoistiche dei proclami bossiani alle ormai poco credibili esortazioni e promesse dei “riformisti” d'antan?
Torno a ripetere: prendere atto di tutto ciò non comporta affatto un'ineluttabile resa alla logica della “frammentazione”. Comporta piuttosto di prendere atto che l'asse centrale della dinamica sociale, oggi, non va semplicemente cercato, ma anche e soprattutto costruito. E va costruito non in un ipotetico luogo della memoria, ma in seno a questa Italia “frammentata” d’oggi, che si fa tanta fatica a comprendere e che per tanti versi ci sgomenta. Ora, c'è da chiedersi: esistono le premesse perché una tale costruzione non sia solo una pretesa velleitaria, un'impresa inevitabilmente fallimentare? Perché invero, se così fosse, non resterebbe altro, per la sinistra dei nostri tempi, se non alzare bandiera bianca e rinviare il giorno dell'auspicata rinascita a epoche lontane, di cui neanche si vede l'annuncio all'orizzonte.
Sfuggire alla tentazione (o alla maledizione) della resa mi sembra invece che, pur essendo impresa difficile, non sia però impossibile. Si tratta, a tal fine, di guardare più a fondo, senza pregiudizi e comunque gettando via gli occhiali delle residue ideologie novecentesche, la realtà della “società frammentata” con la quale si è obbligati a dialogare. E cercare di individuare in essa quei caratteri distintivi che costituiscono la peculiarità di tale “frammentazione” nella sua versione propriamente italiana. Quali caratteri? Mi sembra si possano indicare due curvature specifiche che la frammentazione del tessuto sociale assume nel nostro Paese, a causa delle quali tale fenomeno si distingue dagli analoghi processi in atto negli altri principali paesi dell’Occidente europeo. Curvature, insomma, che potremmo dire nazionali: particolarità in base alle quali lo stesso fenomeno non si traduce in una pura e semplice atomizzazione, come per lo più, invece, avviene altrove; ma presenta fattori interni di aggregazione. Fattori, a loro volta, di tipo e di segno diverso se non addirittura opposto: tali, in sostanza, da suggerire i termini di una potenziale, promettente dialettica.
Per un verso, vi è il permanere e l’accentuarsi della vecchia struttura corporativa del tessuto sociale: una struttura per cui l’appartenenza, la fedeltà, l’obbedienza prevalgono decisamente sulle scelte, sulle qualità, sui meriti personali; e semmai sono condizioni preliminari e obbligate perché essi (le scelte, le qualità, i meriti) possano esprimersi. Il tutto sullo sfondo di quel “familismo amorale” che da tempo è indicato come il carattere saliente e distintivo della società italiana e della cultura che la pervade nel profondo.
Per altro verso, la disgregazione atomistica del tessuto sociale e lo stesso ritrarsi dell’iniziativa pubblica come fattore di coesione della società hanno lasciato spazio al fiorire di iniziative, anche di tipo diversissimo, in cui però si esprime una comune ispirazione di solidarietà umana e d’impegno civile espressi attraverso organizzazioni più o meno strutturate e/o gruppi informali di cittadini, sia su base puramente volontaria e gratuita sia puntando all’edificazione di forme economiche che si vogliono alternative rispetto alla preminenza assoluta della volontà di lucro e di accumulazione.
Si tratta, evidentemente, di due elementi aggregativi il cui significato e i cui effetti su chi ne è partecipe sono diametralmente opposti. Nel primo caso (corporativismo/familismo amorale) si tratta di fattori di grave limitazione della libertà, tali da indurre un vero e proprio senso di soffocamento: in particolare nei giovani, che ne vengono tarpati nella loro legittima aspirazione a esprimersi e affermarsi per quelle che sono le rispettive capacità e vocazioni. Nel secondo, viceversa, si tratta di canali attraverso cui la personalità di ciascuno può esprimersi in un contesto di libera aggregazione con altri animati da finalità simili e utili complementarità.
Ecco i termini di quella potenziale dialettica cui più sopra facevo cenno: una dialettica, in primo luogo, ideale e culturale, fra ispirazioni e scelte di vita profondamente diverse e potenzialmente contrapposte. Da un lato l’accomodamento passivo ai condizionamenti lasciati in eredità da un passato che non vuol passare, che per questa sua antistorica permanenza aggrava sempre più il suo peso soffocante, che tende a smorzare ogni libertà effettiva e ogni possibilità reale d’espressione; dall’altro la scelta coraggiosa e ostinata di non adattarsi, ma di costruire liberamente la propria esistenza e il proprio avvenire secondo canoni che si sentono più rispondenti a un ideale prossimo e a un tempo universale e durevole di umanità, e perciò a un futuro sperato e possibile.
Da un lato la libertà oppressa nell’isolamento sempre più totale dell’individuo e l’oppressione palliata e mistificata dallo scintillio di un consumismo che investe la persona stessa di chi ne è conquistato; dall’altro la difficile ma reale libertà della sperimentazione continua e coerente sulla falsariga di una possibile fraternità, non proclamata soltanto ma costruita giorno per giorno e trasformata in strutture capaci di durevolezza e solidità, in un reticolo di esperienze la cui matrice associativa è premessa e già preannuncio di una loro rilevanza pubblica.
Ma non si tratta, a ben guardare, soltanto di una dialettica ideale e culturale, perché sulla base di queste due opposte ispirazioni è possibile individuare – come del resto si è già accennato – una contrapposizione di interessi concreti e materiali. Da un lato l’interesse delle corporazioni a diventare di fatto inamovibili, a vedere stabilmente confermata la loro manomissione castale sull’intera società, a condizionare gli indirizzi dello sviluppo così da restarne uniche beneficiarie. Dall’altro l’interesse di una parte potenzialmente crescente della società stessa a liberarsi da quella presa asfissiante, a esprimersi liberamente, a costruire un mondo in cui tale espressione non sia più una conquista precaria e comunque una ricchezza rara, ma la norma comune a vantaggio di tutti.
Cosicché alle strutture mummificate della società corporativa e castale si contrappongono, ancora precarie e minoritarie ma ricche di esemplarità, le strutture edificate capillarmente per dare sbocco e garanzia – nella misura del possibile – proprio a tale opposta ispirazione, a tale interesse diffuso. Infine, guardando a fondo nei significati e nelle dinamiche profonde del nostro tempo, in questo crinale fra due opposte interpretazioni ed esperienze della libertà (e della cittadinanza, e della società umana, e del lavoro) si colloca – come già si è accennato – la dialettica che oggi divide il passato dal futuro, il morto che afferra il vivo dal vivo che si libera dalla morsa letale per divenire padrone di se stesso.
Certo, contrariamente alla vecchia ed estinta dialettica di classe, la dialettica nuova fra le due libertà (o se si preferisce fra corporativismo castale ed esclusivo e fraternité come principio d’inclusione e di riconoscimento della parità delle differenze; fra strutture della conservazione e reticolo della costruzione del futuro) non è un dato a priori, un fatto oggettivo e quasi naturale; ma è piuttosto un obiettivo politico cui mirare con lucida determinazione. Dalla parte delle corporazioni c’è la forza gigantesca dell’esistente, che come un macigno ostruisce la via di un libero avvenire. Dalla parte del futuro da costruire c’è una coscienza che, seppure minoritaria e in gran parte ancora latente, è però già estesa e va assumendo dimensione di massa: la coscienza che i palliativi e le luccicanti menzogne di cui quella spietata conservazione si ammanta non possono sostituire la fatica della conquista di una vera autonomia, né l’autentica soddisfazione che tale conquista – ed essa soltanto – può dare.
Su questo difficile crinale, dunque, emerge lo spazio, e il possibile contenuto, di un’iniziativa politica di rinnovamento degna del nome. Quale politica e quale contenuto? Una politica che sappia anzitutto dare evidenza all’alternativa fra quelle che qui si sono chiamate – con brutale semplificazione – le due libertà. Che sappia poi collocarsi (e spendersi fino in fondo) dalla parte della costruzione d’un avvenire capace di liberare la società dalla manomissione castale delle corporazioni. Che assuma tale costruzione come finalità sua propria e finalità da far diventare propria dell’autorità pubblica ai vari livelli: non tanto nei termini di un intervento pubblico diretto, ma prevalentemente mediante il sostegno attivo e adeguato a tutte quelle iniziative che, all’interno della società civile e del tessuto economico e culturale del Paese, si muovano in questa direzione.
Una politica che si muova in modo esplicito e coraggioso in questa direzione scoprirebbe, con tutta probabilità, che le energie sociali e umane disposte ad appoggiarla attivamente sono ben più ampie di quelle che già ora sono riconoscibili come impegnate sul fonte che più sopra si è definito della fraternité, come autrici di un reticolo d’iniziative e di strutture, più o meno solide ma comunque minoritarie e “di nicchia”, che prefigurano un’organizzazione sociale ed economica esplicitamente alternativa a quella in cui il denaro, l’apparenza mediatica e il potere consolidato prevalgono sulla realtà della persona.
Scoprirebbe, insomma, che attorno a questa scelta di fondo sono disponibili ad aggregarsi anche forze e soggetti oggi interni al tessuto dell’economia lucrativa e più in generale al mainstream culturale e politico del tempo che viviamo. Poiché tale loro collocazione, più che a una scelta consapevole, è dovuta a una persistente mancanza di alternative credibili e potenzialmente vincenti. Cosicché, di fronte all’emergere di un’alternativa di questo tipo, non mancherebbero di darle il loro consenso abbandonando un’appartenenza che a quel punto apparirebbe loro, oltreché forzata dall’assenza di una reale alternativa, anche arretrata e soffocante. Basti pensare alla parte più aperta dell’imprenditoria, del management, delle professioni, dell’intellettualità, degli operatori della scuola, della sanità, dell’assistenza e in generale del welfare, degli enti locali e di diversi rami della pubblica amministrazione.
Specificare in poche parole in che modo dovrebbe poi concretizzarsi una tale politica non è, ovviamente, cosa facile. Tanto più in quanto si tratterebbe di un indirizzo politico fortemente innovativo e insieme a vastissimo raggio: ne dovrebbero essere investiti praticamente tutti gli aspetti e le componenti della vita civile. Al tempo stesso, e per gli stessi motivi, questa difficoltà di tradurre un’ipotesi di linea strategica in progetti e politiche concrete, in programmi operativi, non significa affatto che una tale traduzione non sia possibile, ma solo che richiederebbe innanzi tutto una convinta adesione alla scelta di fondo. Perché solo una tale adesione può alimentare l’impegno collettivo straordinario che quel passaggio dal generale al concreto, dal teorico all’operativo indubbiamente richiede. Richiederebbe poi la messa in atto, da parte del soggetto politico che se ne facesse promotore, di una mobilitazione a tutto campo di forze intellettuali disposte a concorrere alla messa a punto delle varie componenti o “capitoli” di un progetto di rinnovamento sociale, economico, culturale del Paese, in cui si articoli e si esprima la “visione” che lo stesso soggetto politico proporrebbe alla nazione: l’“utopia praticabile” cui le sue forze migliori sarebbero chiamate a dare il proprio attivo contributo.