Lo dicono in molti: la lunga parabola del Cavaliere potrebbe avere ormai imboccato la fase discendente (vedi, in questo stesso sito, "E dopo?...", dove si fornisce un'argomentazione più distesa). La notizia, salvo verifica, dovrebbe riempire di allegria i suoi avversari, che nello strapotere di Berlusconi (qualcuno dice: nel suo regime) indicano da tempo un ostacolo difficilmente superabile a che l’Italia imbocchi finalmente una via di progresso. Di più, un pericolo per la stessa tenuta della democrazia italiana. Eppure, è difficile trovare qualcuno che, a sinistra, all’idea di una caduta più o meno ravvicinata dell’uomo di Arcore, manifesti entusiasmo. Perché mai? Semplice: perché c’è in quasi tutti, a sinistra, un’oscura consapevolezza che a quella caduta, qualora davvero si verificasse, difficilmente farebbe seguito un automatico passaggio di mano del timone del Paese, che da quindici anni – pur fra altalenanti vicende elettorali – è tenuto sostanzialmente da “un uomo solo al comando”.
Ora, è possibile, per le forze d’opposizione, e fra di esse in primo luogo per il Partito Democratico che sarebbe di fatto il perno necessario di qualunque alternativa praticabile, guarire da questo “complesso del ’94”, cioè dal terrore di esser lasciati, dalla scomparsa dell’avversario, con un pugno di mosche in mano? A giudicare dal dibattito precongressuale del PD, questa guarigione è ancora lontana.
E si capisce bene, se la contesa si riduce quasi completamente al tema della leadership. Se il dibattito sui contenuti, le proposte, le “visioni” fra cui scegliere ne risulta affievolito e spiazzato. Se da tutto ciò deriva il sospetto che in materia di contenuti, di identità e di progetto del partito, nelle menti degli aspiranti leader vi sia tutto sommato pochino. E che sia proprio per questo che essi finiscono col rifugiarsi, chi sotto il riparo tarlato dell’ideologia socialdemocratica, cui le recenti elezioni europee hanno assestato un colpo forse definitivo; chi dietro la contrapposizione, in sé poco significativa, del nuovo al vecchio; chi infine dietro la bandiera di una laicità che sembra avere un senso in Italia solo perché il nostro è ormai l’unico paese dell’Occidente europeo in cui la laicità non è ancora diventata premessa ovvia e comunemente accettata di ogni discorso politico.
Che cosa manca, dunque? Manca la proposta vera e propria. Meglio, manca una proposta che – per così dire – stia in piedi da sé. Cioè non sia strumentale al sostegno di questo o quel candidato, in una inversione di tempi e di funzioni che rischia di non far fare passi avanti. Ma anzi di impastoiare il partito rispetto alla sua necessità – e capacità – di svolgere il compito difficile e di lunga lena cui sarebbe chiamato. E, con il PD, di impastoiare tutta l’opposizione, quindi ogni possibile alternativa al regime ormai annoso che avvolge il Bel Paese.
Una situazione, se ci si sofferma a rifletterci, davvero disperante. Il che non impedisce a chi, come questo sito e il suo curatore, rifiuta a priori di arrendersi al potere telecratico del boss, di prender parte – da vecchio tifoso – alla contesa, e anche di appassionarcisi. Ma senza potersi mai liberare del tutto da quell’oscura consapevolezza che, chiunque alla fine prevalga, la soluzione del problema resterà pur sempre lontana. E la manomissione del berlusconismo, con o senza Berlusconi, continuerà per chissà quanti anni a gravare sull’Italia e sugli italiani.
Perché tutto questo? Perché questa persistente condizione di minorità della nostra opposizione e in essa del Partito Democratico? La risposta, in ultima analisi, è semplice: perché Berlusconi capisce l’Italia reale di oggi, i suoi oppositori no. Perché, dunque, al Cavaliere (certo aiutato alla grande dal potente armamentario mediatico col quale da gran tempo stava “lavando il cervello” dei connazionali) era bastato a suo tempo “mettere al lavoro i manager” delle sue aziende per costruire in poche settimane un partito sotto la cui ala accogliere i reduci della Caporetto del CAF e passare direttamente da Arcore a Palazzo Chigi lasciando gli avversari con un palmo di naso. Mentre i democratici (intesi sia in senso ampio, sia come aderenti al PD) sono ancora lì che si esortano a vicenda ad “ascoltare” il popolo e a “radicarsi nel territorio”. Il che equivale ad ammettere che il popolo parla una lingua per essi difficilmente comprensibile, mentre le loro radici devono risultare da tempo divelte, rinsecchite e protese al cielo come le zampette disperate di uno scarabeo capovolto.
Ma un partito – questo sembrano non capire i democratici – può ascoltare e radicarsi se ha qualcosa da dire che lo caratterizzi. Se è capace di conquistare il consenso quanto e più dell’avversario. Altrimenti non troverà nel popolo, salvo sporadiche eccezioni, interlocutori disposti ad aprirgli il loro cuore, né territori o ambienti disposti a ospitare e nutrire le sue malcerte radici. Che fare, allora? La vecchia domanda che squillava imperiosa nelle parole di un rivoluzionario russo, si ripropone, più d’un secolo dopo, con minore sicumera ma con analoga urgenza.
Innanzi tutto, cosa non fare. Da una parte smettere di illudersi, sotto qualunque forma, che vecchi schemi interpretativi possano essere tirati fuori dalla naftalina e riprendere a funzionare. La società in cui Berlusconi sguazza è frammentata e consumista proprio come la dipingono le sue televisioni: non se l’è sognata, né l’ha creata lui dal nulla. Ci ha messo del suo, da bravo imbonitore telecratico, ma il successo delle sue panzane dimostra che c’erano in giro tante, ma proprio tante orecchie disposte ad ascoltarlo. E a quelle orecchie bisogna dimostrarsi capaci di parlare. E di convincerle.
Dall’altra parte, non bisogna correre appresso allo stesso Berlusconi. Né al suo sodale Bossi, che le radici le ha ben salde nelle osterie della sua Padania, e le ha piantate – di recente – anche un po’ più giù. Non bisogna, insomma, arrendersi alla frammentazione e al consumismo (né tanto meno al nordismo xenofobo e razzista). Ma è necessario individuare, nel territorio spazzato dagli tsunami ideologici degli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, una qualche linea di faglia, una contraddizione potenziale sulla quale sia possibile far leva per “radicare” una proposta politica che sappia parlare ai cuori, alle menti, agli interessi diffusi di coloro che – in mancanza di meglio e perché bisogna pur campare – si sono buttati a milioni nelle braccia del Grande Fratello.
Infine, bisogna rendersi conto fino in fondo che quel possibile aggancio, cui legare l’azione di rinnovamento per farne una concreta politica riformatrice di governo, non va semplicemente cercato, come se si trattasse del filone d’oro nascosto nelle viscere della montagna. Ma va piuttosto individuato e costruito con intelligenza e tenacia, con umiltà e lungimiranza. Perché qui davvero si mette alla prova quel recupero della “centralità della politica” di cui pure qualcuno parla, e che nel nostro tempo appare così vitalmente necessario.
Se non c’è più, né si può resuscitare, qualcosa che assomigli alla vecchia “lotta di classe” (semplicemente perché le “classi”, nel senso forte e dialettico dei secoli passati, non esistono più), allora è necessario che la politica riformatrice, se vuol fare il proprio dovere, si dimostri capace di portare alla luce le grandi contrapposizioni ideali che pure emergono a tratti in seno alla società atomizzata, di individuare e promuovere gli interessi che attorno a quelle contrapposizioni possono coagularsi, di costruire su tali basi un ampio e forte schieramento – sociale ed economico e culturale – capace di prendere su di sé le sorti del Paese e di indirizzarlo verso un futuro da costruire insieme.
E’ possibile indicare fin d’ora quanto meno i lineamenti generali di tale linea di faglia, quindi del possibile schieramento cui lavorare in seno alla società, diventando così capaci – sul serio – di dar vita a quello che un grande maestro del passato chiamò “blocco storico”, e di concretizzare la prospettiva di un’alternativa vincente al regime che ci soffoca? Penso sia possibile, se solo poniamo mente al contrapporsi, nella generale frammentazione della società attuale, di due tipi di aggregazioni: quella delle corporazioni accomunate dal predominio del canone del “familismo amorale”. E quella delle mille e mille iniziative, sociali e anche imprenditoriali, accomunate dalla base associativa e cooperativa e soprattutto dall’aspirazione a dar vita a forme di convivenza alternative rispetto a quelle dominate dall’ossessione del lucro, dal parassitismo, da un’accumulazione fine a se stessa e non finalizzata alla crescita comune.
Evidenziare questa contrapposizione e offrire uno sbocco positivo ai testimoni e costruttori di un reticolo della “fraternità” possibile come base concreta di un rinnovamento dell’intera società: ecco un asse attorno a cui promuovere una politica riformatrice all’altezza delle esigenze del nostro secolo. Un asse attorno a cui potrebbero coagularsi gli indirizzi da imprimere a tutti i grandiosi capitoli che una politica di rinnovamento deve oggi affrontare: dalla questione ambientale a quella delle nuove regole dell’economia e della finanza; dalle nuove norme della convivenza internazionale a una politica sensata in materia di immigrazione e di multiculturalità; dalle politiche del lavoro (pensando in primo luogo alle donne e ai giovani) a quelle di difesa e insieme di profonda riforma del welfare; dalle infrastrutture alla cultura; dalla scuola all’università e alla ricerca; e via elencando, perché ognuno ha legittimamente una casella da riempire.
Il progetto politico che ne dovrebbe venir fuori, e che un partito (uno schieramento politico) davvero impegnato nel rinnovamento democratico e ambientale del Paese potrebbe proporre alla società italiana con buone probabilità di essere ascoltato e sostenuto, dovrebbe da un lato offrire la prospettiva di un futuro più libero, in cui ognuno possa affermarsi per quel che vale e quel che ha da offrire, non per la fedeltà a un capo o l’appartenenza a una corporazione. Dall’altro dovrebbe dare un riconoscimento e un sostegno a tutti coloro che vogliono e sanno costruire socialità insieme a impresa ed efficienza.
Stefano Sacconi
Roma, 9 luglio 2009