Ma insomma, a quando risale questo regime del Cavaliere? Se si mette da parte la disputa annosa sull’esistenza o meno del medesimo “regime” (vale a dire l’arduo quesito se si possa o meno usare legittimamente questa denominazione per il potere dell’Unto del Signore che tutto fa e tutto nomina, senza però – finora – ammazzare nessuno né spedire nessuno in galera o al confino). Se ci si limita a voler indicare una data a partire dalla quale un signore brianzolo, già strimpellatore sulle navi da crociera, poi palazzinaro di successo in quel di Milano, infine avventuroso finanziere e patron di imprese pubblicitarie e tv private baciate da clamorosa fortuna. Allora, forse, una risposta la si potrà trovare.
Non che, anche qui, manchino i motivi per interpretazioni divergenti. C’è infatti chi fa risalire il predominio del Nostro alle elezioni politiche del 1994, da lui inopinatamente vinte ponendosi a capo di una fantasiosa alleanza che riuniva nella sua persona due tronconi apparentemente inconciliabili (a Nord con Bossi, a Sud con Fini) perché inconciliabili sembravano i partner dei due sodalizi; e prima ancora dotandosi di un partito su misura, in forma di dopolavoro dei suoi manager. E c’è chi invece, sottolineando la scarsa durata di quel fulmineo successo da fortunato parvenu, preferisce datare l’avvento dell’“era silviana” alla seconda e ben altrimenti duratura vittoria elettorale, nel 2001, del mago delle tv. Nel primo caso, il regno di Silvio I sarebbe fin qui durato quindici anni abbondanti, nel secondo meno d’un decennio.
C’è poi chi – e Mareaperto fra questi – fa notare che, quando il telemagnate “scese in politica”, il suo potere si era affermato già da un pezzo: quanto meno da quando, sull’onda di due sentenze della Suprema Corte che avevano decretato la fine del “monopolio naturale” della televisione e con esso della riserva per la RAI dell’esercizio di quest’ultima, il Nostro si era lanciato, con successo tanto vistoso quanto il pelo sul suo stomaco, nell’edificazione di un vero e proprio impero televisivo privato. E tanto peggio per quei concorrenti che, troppo affezionati alle leggi ancora vigenti, finiranno ben presto per cedergli le loro emittenti a prezzi di realizzo.
Tanto peggio, soprattutto, per quella sinistra che, ignara di quanto stava vorticosamente cambiando sotto il suo naso, si ostinerà per anni nella difesa di un monopolio RAI il cui decesso era stato già certificato al massimo livello giurisdizionale. Che, nei confronti della ormai palese incompatibilità di una candidatura politica dell’imperatore dei media con qualunque criterio di democrazia, si limiterà a sbraitare… sottovoce, senza riuscire a varare uno straccio di legge in materia neanche quando disporrà per cinque anni di una confortevole maggioranza in Parlamento. E che, invece di fare al meglio il proprio mestiere, si divertirà a favoleggiare di un coinvolgimento del monopolista televisivo nientemeno che in una riforma della Repubblica. Salvo ritrovarsi ben presto infilzata, come l’incauto ragno di Leonardo, dal calabrone mediatico.
Questa tesi trova ora un’indiretta conferma in una breve di cronaca, non priva di significato data anche la qualità democratica del tempo che ci tocca di vivere. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, su proposta del ministro dello sviluppo economico Claudio Scajola, ha restituito al costruttore romano Gaetano Caltagirone (quello che soleva rivolgere a Franco Evangelisti, braccio destro di Giulio Andreotti, la famosa domanda: “a Fra’, che te serve?”) il titolo di Cavaliere del Lavoro conferitogli a suo tempo da Giovanni Leone e poi scucitogli dalla giacca da Sandro Pertini “per indegnità”. Il dinasta delle palazzine d’oro, infatti, è uscito alla fine “pulito” dalla vicenda giudiziaria che gli era costata la degradazione sul campo.
Che c’entra tutto questo, direte voi, con la cronologia del regime berlusconiano? Niente, almeno in modo diretto. Fatta salva, ovviamente, la comunanza temporanea fra i due Paperoni nel settore del mattone. Ma il punto non sta qui. Sta piuttosto in una coincidenza davvero singolare che questo episodio fa riaffiorare alla luce, e che, vista a distanza di tanti anni, sembra poter essere letta in una chiave particolarmente significativa.
Caltagirone – ricorda il Corriere della Sera – fu nominato Cavaliere del Lavoro il 2 giugno 1977. Al Quirinale, ovviamente, non si recò da solo: come sempre avviene, insieme a lui l’ambito riconoscimento fu attribuito a un’eletta schiera di cittadini benemeriti – oggi si direbbe (Ghedini docet) “utilizzatori finali” – del lavoro altrui. E la schiera, in quella fausta ricorrenza di trentadue anni or sono, era davvero eletta. Vi figuravano – udite udite… – Gianni Agnelli e Leopoldo Pirelli, seguiti a ruota dal magnate chiantigiano Vittorio Frescobaldi, dal gran vetraio Luigi Bormioli, dal patron dell’IMI Giorgio Cappon e da Franco Nobili, boiardo di Stato di lungo corso. Gente, insomma, del gran mondo, stelle di prima grandezza del firmamento familiar-capitalistico e/o irizzante del Bel Paese.
In mezzo a costoro, però, non saranno mancati, come al solito, nomi meno noti, le cui benemerenze si limitavano all’ambito locale o magari a settori d’attività meno sgargianti. Uno ve n’era poi, la cui ammissione nel “salotto buono” della Confindustria e in generale nel Gotha imprenditoriale dovrà aspettare ancora un bel po’ e costare all’interessato un ricco supplemento di “duro lavoro” e qualche bella musata. Un tipo singolare: bassetto di statura ma dotato di tacchi rialzati, qualche zia suora, un passato di liceale presso i Salesiani (quanto basta per dichiararsi cattolico) e – sembra – una laurea in Giurisprudenza buona all’occasione per gabbare le leggi; doti musicali e canore messe alla prova presso schiere di crocieristi, poi la creazione di qualche quartiere-satellite meneghino e l’acquisto di una super-villa al prezzo d’un comune appartamento profittando (coi buoni uffici di un certo avvocato Previti) di un’orfanella di buona famiglia.
E ancora: un buco nero nella fantasmagorica progressione del peculio personale, forse (se è vero che – Andreotti docet – “a pensar male…”) in una qualche relazione con la presenza nella villa lombarda di uno “stalliere” siculo dai non troppo limpidi trascorsi. Per finire, una voglia matta di cambiare settore, e non di poco: dalle terragne solidità cementizie ai flussi eterei delle trasmissioni televisive, magari condite con qualche altro affaruccio, tipo assicurazioni, banche e supermercati. E, soprattutto, pubblicità: che alla fin fine – Brianza docet – è sempre l’anima del commercio.
Insomma: “tel chi, el Berlusca”, intento come al solito alle sue scalate. E, “tel dighi mi”, se ci tiene tanto alla croce di cavaliere (che proprio come un sigaro, per dirla col vecchio Giolitti, “non si nega a nessuno”), vorrà dire che ci vede un bel tornaconto. Una consacrazione, una messa alla pari con quegli schifiltosi del Gotha, il riconoscimento che, benché considerato ancora un neofita, è proprio lui l’uomo del futuro, anzi quello che ha già in mano le chiavi del destino. Del destino delle tv, quindi della cultura popolare, quindi dell’Italia.
E sì, cari spocchiosi rampolli di buona famiglia, anche il vostro, di destino. Anche il tuo, Gianni, erre moscia e oriolo sul polsino, che prima o poi dovrai venire a patti con questo “uomo nuovo”, proprio come tuo nonno dovette fare con quell’altro parvenu dal fare plebeo e dal mento volitivo. Tanto più che mi vegni minga dala Romagna, e sun minga un socialista: stai attento che, quanto ai danée (te capì? i danée!), ti sto già facendo le scarpe (se non te le ho già fatte). E se nel tuo bel mondo vuoi continuare a essere il numero uno, non puoi permetterti di diventare il numero due nel portafogli. E soprattutto: tu agli italiani gli hai dato le cinquecento, e loro ti sono grati. Ma io gli entro in tinello, in cucina, in camera da letto tutte le sere: vuoi vedere che, se gli chiedo il voto, me lo danno di corsa?
Che cosa serve di più per datare a quella lontana festa della Repubblica l’inaugurazione del regime che poi, passo passo, ha steso la sua ala sul Bel Paese sotto lo sguardo attonito dell’Europa e, riducendo ai minimi termini lo spazio della democrazia, di questa Repubblica rischia di celebrare l’estinzione? Trent’anni e passa, signori miei… Altro che il Duce: questo qua sì che è un Cavaliere!
Stefano Sacconi
10 agosto 2009