Per una seria revisione del Concordato
MA L’ORGANO E’… DEL PAPA?
Incredibile flop a Roma – Il Festival d’organo all’Auditorium doveva essere inaugurato da una ricostruzione dello storico “duello” fra Georg Friederich Haendel e Domenico Scarlatti svoltosi nel 1708 nel palazzo romano del cardinale Ottoboni. La sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica avrebbe dovuto ospitare, come trecentoun anni or sono la dimora cardinalizia, una gara fra organo e clavicembalo affidati rispettivamente (come allora al musicista tedesco e a quello napoletano) a due eccellenti strumentisti: Martin Boecker e Edoardo Bellotti.
Ma la brillante iniziativa musicale ha incontrato un ostacolo – per la verità tanto sorprendente da non essere previsto dagli organizzatori – nella… mancata presenza di un organo nell’Auditorium romano. E così non solo il “duello” inaugurale (per la cronaca, quello settecentesco si risolse in un “pari”: Haendel vincitore nell’organo, Scarlatti nel clavicembalo), ma l’intero Festival è stato costretti a trasferirsi… in chiesa. Sembra infatti che in tutta Roma (o addirittura in tutta Italia?) non esista un solo organo a canne installato in un locale “laico”. Ora, tale strumento non è sostituibile con un qualche succedaneo trasportabile: quindi, o c’è o non c’è. E se non c’è, addio concerto per organo.
Dice, ma la musica per organo è musica da chiesa. Vero. Anche Bach è un autore, per lo più, di musica religiosa. Anzi, per l’esattezza, di musica luterana. Tanto che non ha mai scritto, ad esempio, musiche per teatro: nemmeno un’operina piccola così… Eppure, c’è da scommettere che, oggi, la maggior parte degli appassionati di musica bachiana siano laici, anzi allegramente miscredenti. E comunque non si curino delle severità nerovestite dei pastori protestanti. Il che non gl’impedisce affatto di elevarsi lo spirito con concerti e fughe del grande Brandeburghese: compresi ovviamente i brani per organo che vorrebbero poter ascoltare dal vivo in locali idonei, senza dover passare per l’acquasantiera. E invece niente: no chiesa, no organo, no Toccata e Fuga… Questi preti cattolici devono essere davvero ecumenici: meglio un luterano in chiesa che perdere il monopolio del più solenne degli strumenti musicali!
Curioso il Bel Paese: la sua capitale, mancando di un auditorium proprio dopo la demolizione di quello che occupava il mausoleo di Augusto (dopo d’allora ridottosi a un deposito di monnezza), paga l’affitto per oltre mezzo secolo al Vaticano per quello di via della Conciliazione, a due passi da San Pietro. Poi, finalmente, riesce a costruirsene uno in proprio, affidandone il progetto nientemeno che a Renzo Piano. Però l’auditorium nuovissimo, dotato di ben tre sale e una cavea all’aperto, non viene fornito dell’unico strumento che non può esservi trasportato all’occorrenza: l’organo a canne.
Niente paura: Roma ha tante chiese. E una parte di queste – di quelle antiche, ma anche di quelle più recenti – sono dotate di organo a canne. E alcuni sono davvero ottimi. Mancando la concorrenza “laica”, i bravi canonici potranno tranquillamente continuare ad arrotondare i proventi dell’otto per mille – peraltro sapientemente congegnato per finire nelle loro tasche in misura assai eccedente le scelte dei contribuenti – organizzando concerti di Palestrina, Haendel, Bach.
Queste meste considerazioni mi sono state ispirate dalle reazioni in verità un po’ sopra le righe di tanti porporati (e anche di cattolici qualunque, compreso un ex ministro della Pubblica Istruzione di appartenenza piddina; per non parlare della sempiterna sen. Binetti) di fronte alla sentenza del TAR del Lazio che ha stabilito che gli insegnanti di religione (cattolica, si capisce: e quale sennò?) non debbano partecipare agli scrutini finali degli anni scolastici, né attribuire “crediti” agli alunni. Una sentenza del tutto ovvia in qualunque altro paese, ma da noi oggetto di anatemi per lesa cultura nazionale, per… discriminazione nei confronti degli indifesi scolari cattolici e rispettive famiglie, per vulnus inferto – nientepopodimeno! – al sacrosanto principio della laicità.
Piuttosto che inseguire i tarantolati nelle loro contorte fantasie, sarà allora opportuno avviare una riflessione approfondita e non ideologica sull’opportunità di mettere in cantiere una seria riforma del regime concordatario, che il Trattato craxiano del 1984 ha – malgrado ogni apparenza – sostanzialmente peggiorato rispetto a quello mussoliniano del 1929. In particolare per quanto concerne l’insegnamento scolastico della religione.
Nei cinquantacinque anni di vigenza del vecchio Concordato, in effetti, la religione cattolica era materia d’insegnamento curricolare, dalla quale però l’alunno, a richiesta, poteva essere esentato. Si facevano esentare, perciò, gli appartenenti ad altre confessioni (in gran parte israeliti e protestanti), del tutto minoritarie rispetto a quella cattolica, o gli atei convinti (diciamo pure i professanti una “confessione atea”). Il che significava che l’esenzione era richiesta da una modestissima minoranza degli alunni. Ma l’estensione pressoché universale dell’insegnamento cattolico costringeva in qualche misura i titolari (o almeno una parte crescente di essi) a conferire alla propria impostazione didattica un carattere più o meno “aperto”. Anche al fine di evitare per quanto possibile di consegnare il proprio insegnamento e la loro stessa presenza in aula alla più assoluta insignificanza, se non di fare senz’altro la parte dello zimbello.
La bella trovata del Concordato del 1984, cioè la trasformazione della religione in insegnamento “facoltativo”, quindi esplicitamente scelto dall’alunno, ha esentato per principio l’insegnante da ogni obbligo di tener conto di una platea confessionalmente variegata. “L’hai scelto tu”, può dire il prof di religione all’allievo “avvalentesi” (così si esprime il linguaggio ministeriale). “Nessuno ti ha obbligato. Ma dato che così hai voluto, questo è il piatto che devi trangugiare”. Che poi di fatto, dato il mutar dei tempi, gran parte dei docenti di religione si comportino in modo un po’ meno clericale e autoritario di così, non cambia il punto di principio.
Ora, è ben vero che lo stesso Concordato craxiano prevede la facoltà dell’alunno “non avvalentesi” di chiedere un insegnamento alternativo. Ma l’esperienza insegna che, in assenza di indicazioni positive al riguardo, l’alternativa all’“ora di religione (cattolica)” può svariare nel modo più bizzarro: dallo studio dell’arpa celtica a quello dei fenicotteri sardi, dall’esercizio dello yoga a quello della mistica zen, dalla contemplazione indù alla cronistoria dei pigmei della regione dei Grandi Laghi. Con ipotetiche incursioni nelle più ardue plaghe del calcolo matriciale o della grammatica swahili. Senza escludere, peraltro, i più domestici impegni della pasticceria siciliana o della coltivazione delle cactacee in balcone.
Tutte spiritosaggini, ovviamente, visto che, perché si dia un qualche “insegnamento alternativo”, dovrebbero verificarsi simultaneamente almeno due condizioni: la disponibilità di un insegnante dotato di apposita laurea e relativa abilitazione; e un numero sufficiente, all’interno dell’istituto o quanto meno del plesso scolastico, di alunni “richiedenti” proprio quell’insegnamento. Con l'immaginabile codazzo di complicazioni in materia di orario e simili. Ecco perché, poi, di “insegnamenti alternativi” non se ne istituiscono gran che. E perché, di conseguenza, gli alunni “non avvalentisi” finiscono spesso col trovarsi, di fatto, in una condizione sostanzialmente identica a quella dei vecchi alunni “esentati su richiesta”: escono dalla classe e, se l’orario non gli consente di uscire anche dalla scuola, se ne stanno un’ora a bighellonare nei corridoi o, se sono diligenti, a ripassare la lezione dell’ora seguente.
Come non rendersi conto che, in tale situazione, attribuire all’insegnante di religione un rango, in materia di valutazione, identico a quello degli altri docenti pone in essere una discriminazione pesante a danno dei “non avvalentisi”, dato che un “credito” attribuito dall’insegnante di religione (cattolica) raramente può avere, per gli altri, un effettivo equivalente? Che anche per questo, dunque, la sentenza del TAR, più che accettabile, è addirittura sacrosanta?
Stupisce che in proposito (la Repubblica del 13 agosto) Paola Binetti, donna pia ma anche senatrice democratica, faccia appello a fatti statistici: solo il 7% degli alunni – sottolinea – sceglie di “non avvalersi” dell’insegnamento cattolico. Il che significa – ne deduce con ferrea logica aritmetica – che il 93% delle scolaresche è composto da giovani “avvalentisi”. E per quei quattro gatti – conclude – vogliamo passare sopra alla volontà di una così schiacciante maggioranza? Come dire: visto che ormai le funzioni religiose sono frequentate da una netta minoranza della popolazione, perché mai si dovrebbe spendere un solo centesimo – ma che dico? concedere una sola licenza edilizia – per costruire nuove chiese in periferia, come invece reclamano a ogni più sospinto vescovi e prelati? Forse sarebbe bene che il rispetto delle minoranze non fosse invocato solo quando gli “altri” sono maggioranza, ma sempre e comunque.
Resta da spiegare una così stridente contraddizione fra le cifre delle scelte scolastiche e quelle della pratica religiosa. Una spiegazione plausibile sembra essere questa. Al tempo del vecchio Concordato quelli che chiedevano l’esenzione erano, come già ricordato, una sparuta minoranza. Ciò non solo perché, appunto, era necessario un atto esplicito per essere esentati dall’insegnamento religioso. Ma anche e forse soprattutto perché un tale atto significava escludersi da un mainstream sociale e culturale che, in epoca fascista, trovava un potente fattore di rinforzo nell’essere il cattolicesimo “religione dello Stato”. Un po’ come rifiutare la tessera del partito, insomma.
Quel fattore verrà poi meno – è ben vero – con l’avvento della Repubblica democratica, ma sarà surrettiziamente riproposto nei termini di un conformismo quanto mai difficile da spezzare. Per chiunque non fosse animato da una fede alternativa a quella cattolica, e non meno convinta, era difficile decidere che il proprio figliolo dovesse starsene per un’ora fuori dell’aula. E per l’ allievo accettare di autoescludersi per quell’ora dalla comunità della classe. Col rischio di essere additato dagli altri con un certo sospetto: “Sei ebreo, valdese, luterano? No. E allora perché esci dall’aula?”.
La facoltà di scegliere avrebbe dovuto superare questa penosa condizione. Tanto più che introduceva la possibilità di optare per un’“alternativa”. Un’opzione, però, in realtà illusoria. Ecco allora che il “non avvalersi” ha finito con l’equivalere, di fatto, alla vecchia “esenzione”.
Sarebbe stato possibile imboccare una via diversa? E, oggi, cambiare strada nel pieno rispetto delle sensibilità di tutti, compresi ovviamente i cattolici? Penso di sì. Mi sembrerebbe opportuno tener conto, a tal fine, del parere espresso (la Repubblica del 13 agosto) da Massimo Cacciari, filosofo acuto e sensibile oltre che sindaco di Venezia. A suo avviso la religione dovrebbe essere materia obbligatoria: non è un optional, ma una dimensione decisiva della cultura. Non, ovviamente, nel senso di un indottrinamento confessionale, ma appunto in quanto fattore importante della formazione culturale.
E neanche riducendola ad asettico apprendimento della “storia delle religioni”, argomento per specialisti e del resto tanto ampio e variegato da non poter essere contenuto in un programma scolastico. Sarebbe invece opportuno, secondo Cacciari, che a scuola si apprendessero i contenuti di base delle grandi religioni monoteiste, di cui la nostra cultura è così profondamente tributaria. E’ assurdo, egli fa notare a mo’ d’esempio, che un giovane, sia egli credente o meno, possa sapere tutto di Platone e ignorare chi sia stato Gesù, quindi anche il significato delle numerosissime immagini e simbologie religiose che costellano le nostre città e i nostri edifici storici; nonché la nostra letteratura. E, ragionevolmente, non gli si può dare torto.
L’osservazione di Cacciari potrebbe essere assunta come spunto di partenza per l’impostazione di una seria riforma di quel punto del Concordato del 1984. Anzi per avviare una riforma più ampia della disciplina dei rapporti fra Stato e Chiesa. Diciamo meglio, fra dimensione civile e dimensione religiosa. Una riforma, quest’ultima, che dovrebbe e potrebbe toccare in primissimo luogo le istituzioni della formazione culturale di ogni grado. Affrontando per esempio, a livello universitario, il problema dell’istituzione, in Italia come avviene all’estero, di facoltà o dipartimenti laici di teologia nelle università pubbliche (tema proposto dal teologo Vito Mancuso nel suo colloquio con Corrado Augias pubblicato recentemente da Mondatori: “Disputa su Dio e dintorni”, Milano 2009).
E, a livello scolastico, quello dell’introduzione della dimensione religiosa come materia di studio non confessionale, alla pari con la dimensione matematico-scientifica, quella linguistica, quella storica, quella letteraria, musicale e artistica, quella filosofica. Rispetto a Cacciari, vista la dimensione globale ormai raggiunta dall’orizzonte della cultura, amplierei convenientemente la sfera dell’insegnamento di cultura religiosa anche al di là delle confessioni monoteiste (vale a dire della sfera mediterranea o poco più) per toccare anche le grandi “narrazioni” spirituali politeiste (essenzialmente l’induismo, da riconnettere utilmente con la radice animista per un verso, per l’altro con le religioni antiche) e le loro filiazioni post-religiose (essenzialmente il buddismo).
Se la proposta politica democratica facesse propria un’impostazione di questo genere, forse ne risulterebbe facilitato l’arduo (ma necessario) impegno di riformulare gli spazi delle fedi e delle culture religiose nella vita della Repubblica. Perché è chiaro che (malgrado le cifre della sen. Binetti) non è più proponibile, nel nostro Paese come in ogni altro che sia meta di un così vasto moto migratorio da ogni parte del mondo, parlare di “chiesa” o di “religione” al singolare. E che, anzi, riconoscere la pluralità delle fedi e delle culture è condizione necessaria (benché certo non sufficiente, né l’unica) per salvaguardare l’unitarietà del tessuto della nazione e la pacifica convivenza delle diverse presenze al suo interno. Un interesse primario, evidentemente, della nostra democrazia. Ma che dovrebbe essere riconosciuto come proprio anche dalla Chiesa cattolica, proprio in virtù del profondo e peculiare legame storico che la unisce alla nazione italiana.
Una linea riformatrice che si muova su tale falsariga offrirebbe, in sostanza, un reciproco vantaggio per lo Stato democratico e per la confessione religiosa che all’interno del suo territorio ha la sua sede centrale e rappresenta a tutt’oggi l’espressione ecclesiastica maggioritaria in seno alla nazione. La Chiesa cattolica vedrebbe riconosciuta, grazie al superamento di ogni impostazione ideologica di tipo laicista da parte dello Stato democratico, la piena legittimità della presenza pubblica della fede religiosa, che verrebbe tra l’altro assunta esplicitamente come componente decisiva della formazione culturale delle giovani generazioni a ogni livello. Peraltro, tale riconoscimento essa, come è del tutto ragionevole anche perché imposto dal mutare dei tempi (la presenza dei musulmani e dei cristiano-ortodossi non è più da tempo, in Italia, un fatto marginale), dovrebbe condividerlo con qualunque altra confessione o espressione religiosa operante nel Paese. E qui.. chi ha più filo da tessere, tessa.
In tale contesto apertamente pluralistico, per parte sua, lo Stato democratico cesserebbe di dover pagare la pace religiosa (come avvenne invece attraverso la “costituzionalizzazione” del Concordato voluta congiuntamente da De Gasperi e Togliatti) con il riconoscimento di un privilegio esclusivo alla Chiesa cattolica. Il motto cavouriano “libera Chiesa in libero Stato” ne verrebbe sì superato, ma al tempo stesso inverato in un più vasto orizzonte: potrebbe prendere la forma nuova di “libere fedi riconosciute in un libero Stato”.
All’interno dell’area politico-culturale democratica, in particolare all’interno del PD, gli spiriti laici, anche se – anzi proprio perché – non animati da pregiudizi anticlericali e men che meno antireligiosi, hanno qualche difficoltà a comprendere i motivi di certi atteggiamenti di una parte almeno della componente più apertamente cattolica della stessa area, e dello stesso partito.
Si tratti della testarda opposizione all’umanissima preghiera di Piergiorgio Welby e poi dell’ostracismo impostogli post mortem. Si tratti della feroce persecuzione di papà Englaro e di sua figlia ridotta a un corpo inerte artificiosamente mantenuto – per anni – in stato vegetativo. Si tratti della continua messa in discussione della legge 194 per fare delle donne le colpevoli esclusive del dramma dell’aborto, che peraltro quella legge ha di fatto dimezzato; e per imporre loro, comunque, un massimo di sofferenza vietando l’uso di una pillola misericordiosa. Si tratti di imporre alla ricerca – che è per l’uomo – limiti privi d’ogni plausibile giustificazione. Si tratti del rifiuto di rinunciare a qualunque “stampella” che vecchie leggi e vecchie concezioni offrono a una presenza religiosa evidentemente, senza quei sostegni, penosamente zoppicante. Si tratti infine di negare anche il più ovvio riconoscimento ufficiale dei diritti maturati da chi vive una vita di coppia di lungo periodo pur senza essere sposato.
In ogni caso l’attaccamento al vecchio e il rifiuto di qualunque sperimentazione del nuovo; la difesa di posizioni di privilegio e il rifiuto di qualunque aperta condivisione e confronto; il rifugiarsi nel bozzolo dell’esclusività e il terrore di rischiare i propri talenti per farli fruttificare; l’accettazione di alleanze con uomini di governo palesemente incompatibili con ogni possibile interpretazione del messaggio di Cristo: tutto ciò sembra mostrare in quei cattolici dichiarati, nel loro essere – troppo spesso – più papisti del papa, una pavida lontananza dal coraggio rivoluzionario dei Vangeli. Un aggrapparsi alla terra conosciuta, per fetida che essa sia diventata, piuttosto che rischiare d’avventurarsi in mare aperto.
Minando in tal modo la possibilità stessa che sia coronato da successo l’esperimento audace di portare l’ispirazione cristiana a dar frutti nel fondersi con le altre ispirazioni riformatrici in un quadro apertamente condiviso di piena democrazia. Infine, e paradossalmente, dando spazio e motivo alla curvatura anticlericale che, di rimbalzo, sono tentate di assumere le posizioni d’altra matrice. Di tutto ciò, se davvero si vuole superare la palude intollerabile in cui sta sprofondando il Bel Paese, occorre tenere adeguato conto. Da parte di tutti coloro che a tale superamento sono interessati. Laici e religiosi.
Stefano Sacconi
Roma , 16 agosto 2009