L’ufficiale che le comanda ha parlato chiaro: le “Frecce Tricolori” tracceranno il tricolore italiano nei cieli della Sirte. Oppure se ne torneranno a casa. Senza il bianco e il rosso, quel verde, caro oltre che ai… Verdi e a Bossi anche a Gheddafi, non può essere sparato dalla nostra pattuglia acrobatica. Neanche quando essa sfreccia nel cielo altrui a onore e gloria di quello che Israele definisce “un bulletto”, ma che detiene le chiavi di tanto bendiddio liquido, solido e gassoso. E anche di galere desertiche popolate di povericristi “abbronzati” in fuga dalla non-vita che la sorte gli ha riservato. Disposto, il bulletto, a ripigliarseli dopo averceli spediti, a patto che non gli chiediamo conto di che fine gli farà fare.
Il nostro presidente-superman (se lo dice da solo) ha fatto la “faccia firoce” con la Commissione UE: la smetta di criticarmi. E soprattutto la smettano i singoli commissari e i loro portavoce: parli soltanto, se ci tiene, il presidente. Altrimenti, faccio una strage: bloccherò i lavori e sarà tanto peggio per loro, quei rompipalle di Bruxelles. Insomma, a forza di frequentare i bulletti…
Ma c’è un bullo più ingombrante che gli piace davvero ‘na cifra: l’ex KGB Vladimir Putin, super-zar di tutte le Russie. E, visto che (per ora) non può trattare le (rare) plaghe riottose del Bel Paese come quello ha trattato la Cecenia, lui si limita a imitarne le gesta sul più plasmabile terreno dell’informazione. Guai a voi, anime prave!, grida roteando gli occhi di bragia. E, rimpiangendo di non disporre ancora di killer dotati di piombo e polvere pirica, si adatta a battere col remo chiunque s’adagia (nell’illusione della libertà di stampa). Cosicché, per sua fortuna, il direttore di Avvenire non ha fatto la fine della Politkovskaja e delle sue sorelle di sventura, ma una bella stroncatina alla carriera se l’è dovuta beccare: così impara, brutto culattone impertinente, a rifiutare d’incensarmi. Quanto a Mauro (l’evasore), a De Benedetti (lo svizzerone) e a quella streghetta impunita della De Gregorio, dovranno assaggiare lo spiedo del mio fido Ghedini. E sentiranno se punge!…
Insomma, chi ancora dubita che la struttura di potere installata in Italia dal telebulletto possa definirsi un regime, non ha che da attendere il dispiegarsi della “campagna d’autunno” di cui stiamo già assaggiando le prime cannonate. E magari da dare un’occhiata alla girandola di direttori che ha già stravolto l’assetto comunicativo della tv e della carta stampata “che conta”.
Certo, sarebbe sbagliato attribuire tutto il negativo che ci tocca di vivere a un uomo solo, anche se la fortuna, l’abilità, la cinica spregiudicatezza e l’insuperata insufficienza di chi gli si sarebbe dovuto opporre hanno deposto nelle sue mani una somma di potere tale da non trovare, in democrazia, alcun riscontro. Silvio Berlusconi interpreta un paese, una società, un’epoca. Contribuisce potentemente a dar loro forma ovvero, secondo i punti di vista, a corromperli nel profondo. Ma non se li inventa, né li plasma dal nulla. Ci sta piantato nel mezzo col suo codazzo di cortigiani e il suo sfarfallio di veline, con le sue “cenette” innocenti che nessuno dei suoi sembra chiedersi come si concilino con il suo proclamato, sovrumano orario di lavoro giornaliero al servizio del “pubblico” (del resto, che superman sarebbe, sennò?).
Il punto forse più corruttivo di tutta l’epopea del regime è visibile, mi sembra, proprio nella riduzione della sfera pubblica nazionale a un lupanare. In senso proprio, non solo figurato (per questo bastavano certi aspetti del potere del CAF…). Non dimentichiamo che l’ottimo Silvio è colui che al primo ministro danese offrì in pubblico i favori della bella consorte, rivelandone a un tempo la presunta tresca con il sindaco di Venezia; e che peraltro (omaggio alla coerenza…) ha posto a capo del giornale di famiglia uno che nel giugno scorso aveva rivelato apertis verbis la sua impotentia coeundi, attribuendola a un’operazione di cancro alla prostata (e non l’aveva mica scritto in latino). Insomma, ha dimostrato di sapere bene che una carogna smette di essere tale se è la “nostra” carogna.
Ma al di là di ogni episodio, per quanto repellente, della vita privato-pubblica del nostro presidente del Consiglio, la telenovela infinita delle sue vantate (e a fasi alterne smentite) gesta sessuali è segno di una degradazione profonda, che coinvolge il Bel Paese ben oltre la sfera pur ampia della corte berlusconiana: è di ben altra e più seria portata. Si tratta infatti di un degrado che tocca in termini generali la qualità del rapporto originario e basilare della società umana: quello fra i sessi. E, con il rapporto fra i sessi, la collocazione della donna nell’immaginario diffuso e la sua condizione reale nel contesto delle relazioni sociali.
La riduzione della sfera pubblica nazionale – con significativi sconfinamenti nel tessuto dei rapporti internazionali – alla dimensione di una più o meno allegra casa d’appuntamenti, per cui la prestazione diretta di favori sessuali o comunque l’accettazione di un ruolo meramente ornamentale e di contorno in feste, festini o “cenette” diviene per le donne quasi l’unica via per ottenere vuoi una parte nel circo mediatico vuoi (a scelta del satrapo) una candidatura elettorale o un posto da assessore o da ministro; una tale riduzione pone in essere, a ben vedere, un arretramento fin qui non sperimentato della condizione femminile, della dignità personale, culturale e sociale delle donne. Diciamo pure una sostanziale pietra tombale sulla lunga stagione dell’“emancipazione” e poi della “liberazione” delle donne rispetto alla loro plurisecolare soggezione alla cultura maschilista e alla struttura patriarcale della società.
Le donne, nella “cultura” che promana dall’universo berlusconiano e che – trattandosi non di un qualunque puttaniere ma del monopolista della comunicazione e del capo del governo nazionale – tende a permeare in modo preponderante l’immaginario italiano, scompaiono del tutto come soggetti umani, sociali, culturali per reincarnarsi in meri corpi di cui “chi conta” può fungere agevolmente da “utilizzatore finale”.
Del resto, Silvio Berlusconi non è forse colui che gongola visibilmente di fronte alla definizione di Mara Carfagna come “il più bel ministro del mondo”, mentre dichiara allegramente che, se Margaret Thatcher fosse stata una “bella gnocca”, egli certamente ricorderebbe di averla incontrata? Episodi, questi e mille altri, non confinati al bancone di un bar o al tavolo di un’osteria, ma del tutto pubblici e perciò riportati dai media di mezzo mondo. Sintomi, insomma, non solo di un costume apertamente praticato, ma di una mentalità profonda. Non “vizi privati” cui corrisponda una qualche “pubblica virtù”, ma parametri di valutazione apertamente proclamati e proposti all’imitazione generale.
Si dirà che, da oltre un quarto di secolo, la stagione del protagonismo collettivo delle donne, sia sul terreno dell’“emancipazione” sia su quello della “liberazione”, sembra aver imboccato un inesorabile viale del tramonto. Che le memorabili battaglie delle nonne e delle madri non hanno trovato eredi nelle figlie, che da tempo sembrano appagate delle conquiste consegnate loro dalle più anziane; e prive d’ogni volontà di mettersi a loro volta in gioco per portare più avanti il percorso avviato.
Qui, però, non si tratta di questo soltanto. Non si tratta solo, per le donne e le ragazze italiane d’oggi, di contentarsi del già conquistato (non per loro merito): si tratta, invece, di rinunciare senz’altro a quell’eredità, di tornare a una sottomissione inedita, di accettare una negazione della propria soggettività per ridursi a mero, passivo strumento. Ma forse, portando agli estremi il suo percorso di demolizione di un livello di civiltà già acquisito, l’avido “utilizzatore” di Palazzo Grazioli rischia oggi di superare il limite di ogni elementare prudenza: già si avverte, fra le donne che non hanno rinunciato a esprimere una qualche autonomia di pensiero e consapevolezza di sé, il fermento di una ragionata ribellione, premessa necessaria per la futura, necessaria riscossa. Per una ripresa d’iniziativa collettiva da cui l’intera democrazia italiana potrebbe trarre occasione e stimolo per avviare una stagione nuova. Oltre il regime soffocante che ci avvolge.
Con queste prime considerazioni Mareaperto intende solo avviare un discorso che avrà presto un seguito, con la pubblicazione di un saggio in materia di Antonia Moretti, insegnante e già impegnata nella cooperativa Libera Stampa, editrice di Noi Donne. A presto.
Stefano Sacconi
Roma, 5 settembre 2009