FINO A QUANDO GRIDA NEL DESERTO?
A Roma un sabato d’ottobre. Mentre a Messina si piangono i morti, mentre il Cavaliere tesse coi suoi la fase conclusiva del progetto piduista e il PD affronta lanciando le primarie il culmine del suo defatigante congresso, alcune centinaia di donne di età diverse si incontrano nelle sale della Casa internazionale della donna - affollandole ai limiti della capienza fisica - per discutere di “sesso e politica nel post-patriarcato”. Promotrici dell’incontro le cinque autrici dell’invito-manifesto che fa da piattaforma per la discussione: Maria Luisa Boccia, Ida Dominijanni, Tamar Pitch, Bianca Pomeranzi, Grazia Zuffa.
Si tratta, in sostanza, della prima uscita pubblica e collettiva del movimento delle donne dopo i lunghi anni in cui la sua voce si era fatta fioca, o aveva risuonato solo in circoli ristretti, tanto da non esprimere alcuna capacità d’incidere in una realtà culturale e sociale da tempo caratterizzata per una progressiva attenuazione, quando non senz’altro per una negazione, degli interessi, della specificità, della stessa visibilità delle donne come soggetto attivo e autonomo della vita associata. Un processo d’involuzione, insomma, che aveva spinto molti e molte a chiedersi perché mai le stesse donne “non si facessero sentire” neanche di fronte ai più spietati attacchi che venivano loro inferti. O di fronte alle più irridenti prese in giro, come nel caso del sempre proclamato e sempre tradito impegno della politica per una loro più dignitosa rappresentanza nei luoghi dove si decide.
Che si tratti di un tentativo consapevole di “rientrare in gioco”, rispondendo anche ai più recenti sviluppi della telenovela berlusconiana, lo dimostra sia il contenuto fortemente “politico” del documento introduttivo, sia il fatto stesso che la partecipazione all’incontro (definito senz’altro “pubblico”), sia presentata esplicitamente come “aperta a donne e uomini interessate/i”: rompendo così con la consolidata tradizione “separatista” del femminismo pur non rinunciando alla sostanza dell’impostazione – appunto – femminista del discorso.
In effetti, un sia pur limitato numero di uomini partecipa all’evento, recandovi qualche significativo contributo di riflessione. Anche se, ovviamente, la grande maggioranza degli interventi è opera di donne (parecchie decine, tanto che per dare spazio a tutte/i la discussione di protrae senza “pausa pranzo” fino al primo pomeriggio). Difficile qui ricostruire un così ricco dibattito, animato da contributi impegnati e in più casi sollecitati dal recentissimo insulto sputato in diretta televisiva da Silvio Berlusconi – fieramente spalleggiato dal leghista Roberto Castelli e senza che nessuno, in trasmissione, osasse aprire bocca – in faccia alla vicepresidente della Camera Rosy Bindi.
Quelle che invece meritano di essere rammentate sono le assenze.
Innanzi tutto, nessuna deputata del Partito Democratico (mi limito alle donne per il maggior clamore della loro assenza) partecipa all’incontro, pur essendo stata una di loro sbeffeggiata in trasmissione dal puttaniere di Palazzo Grazioli. E non costituisce certo un’attenuante il fatto che, a quanto risulta, neanche il presidente della Camera Gianfranco Fini avesse sentito il bisogno (e anzitutto il dovere) di esprimere solidarietà alla sua vice a Montecitorio di fronte all’offesa pubblica e inaudita recatale dal presidente del Consiglio. Quel Fini che pure ci ha abituati a frequenti e appropriate prese di distanza dal capo del governo: prese di distanza che, evidentemente, possono riguardare gli immigrati, ma non le donne. Specie se avversarie politiche e comunque non “mogli di”.
Colpisce pure la totale assenza di uomini della politica (con qualche isolata eccezione come quella di Valentino Parlato, giornalista di forte impegno) e delle istituzioni: amministratori eletti ai diversi livelli. Insomma, l’evento non interessa: quattro-cinquecento donne si riuniscono in pubblico, confluendo a Roma da tutta Italia, per discutere di un tema di evidente e bruciante attualità, esplicitamente concernente la politica. Ma la politica “ufficiale” – donna o uomo che sia, e non solo quella di vertice – ha altro di cui occuparsi.
Non avverte il bisogno (e il dovere, se vuole riprendere il contatto da tempo dissaldato con la società, a parole idolatrata) quanto meno di andare a sentire con le proprie orecchie che cosa quelle donne hanno da dire, quali riflessioni propongono, su quale piattaforma hanno deciso di “tornare in campo”. E magari, se ne ha la forza (nonché, mi si permetta, la necessaria sfacciataggine), il bisogno di ricominciare a interloquire, a dire qualcosa (qualcosa di sensato, se possibile) sui temi proposti da quelle donne che proprio la politica interpellano (come più di tutte fra le intervenute – mi è sembrato – una femminista “storica” come Alessandra Bocchetti) perché dia spazio alla loro collettiva soggettività di forza potente di rinnovamento, attrice indispensabile di ogni possibile rinascita di questo disgraziato paese.
Eppure, l’invito-manifesto che ha fatto da base all’incontro era stato inviato da tempo, e circolava in rete. Le sue autrici non sono parvenues della cultura femminista, anzi della cultura tout court. Sono cinque intellettuali di valore, riconosciute tali (al netto del consueto pregiudizio misogino) da chiunque ne conosca gli scritti e i discorsi. Alcune di esse sono giornaliste affermate o hanno esperienza della politica “ufficiale”. Sono comparse persino in qualche trasmissione televisiva. Il documento che hanno proposto alla discussione non è un papiro ponderoso e indigeribile: è un testo denso e sintetico, in cui le loro tesi sono esposte con la chiarezza consentita dalla serietà e profondità della riflessione.
Riconoscerlo non significa ovviamente – neanche per chi scrive queste righe – sposarne acriticamente e integralmente i contenuti. Trascurarlo significa però, evidentemente, cercare di confinare chi l’ha scritto nell’insignificanza. Significa ribadire le donne (in questo caso, le donne che pensano con la propria testa e non affidano il proprio destino all’esposizione di chiappe, tette e pelo pubico, né alla partecipazione a “cenette” con vecchi mandrilli) nel ruolo di non-cittadine, non-soggetti, meri oggetti di una sessualità maschile che nulla ha più di gioioso. Né di realmente gustoso, se il massimo godimento è - in realtà - far godere attraverso un libero incontro fra pari.
Questa defezione dall’appuntamento del 10 ottobre ha significato, a dirla tutta, un regalo a chi proprio questo concetto possiede e propaganda della sessualità maschile, del ruolo della donna, del rapporto fra i sessi. A chi di questa concezione, che fa fare alle donne un inaccettabile passo indietro rispetto a un processo che le aveva viste protagoniste, fa uno dei pilastri del proprio potere, negatore dei principi su cui si fonda la nostra Repubblica. Un regalo, se non fosse chiaro, a Berlusconi e al suo nefasto regime.
Mareaperto, per modesta e flebile che sia la sua voce, non intende adattarsi né tirarsi indietro: trovate qui sia il testo dell’invito-manifesto di cui si parla nell’articolo, sia una riflessione di Antonia Moretti, particolarmente acuta e significativa, su temi analoghi. Trovate anche, riprodotto da la Repubblica, un articolo denso e ampiamente condivisibile, in materia, di Nadia Urbinati.
Le donne, insomma, stanno riprendendosi la parola: farsene interlocutori attenti e rispettosi invece di scappare a gambe levate è, per le posizioni riformatrici, condizione perché la loro forza collettiva torni a essere motore decisivo del rinnovamento che è necessario. A partire dalla lotta senza quartiere a Berlusconi, alla sua ideologia, al suo regime oppressivo e corruttore.
Stefano Sacconi
Roma, 12 ottobre 2009