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A. MORETTI - UNA QUESTIONE POLITICA

Berlusconi e le donne

Perchè è una questione politica

 

In questi anni passati, con i miei amici – soprattutto amiche – attraversati, come me, dal femminismo degli anni ’70, mi sono spesso trovata a discutere sugli esiti di quella stupefacente stagione.

Spesso, in solitudine mi ritrovavo a dire la mia amarezza per non riuscire a vedere cambiamenti in termini di felicità (ovviamente quella legata alla propria condizione di genere) nella vita delle donne e spesso concordavo con le mie amiche sul fatto che “le figlie” non volevano saperne di conflitti di genere e di femminismo. “Le figlie” si sentivano “uguali”.

Pensavo, e penso tuttora, che i tempi storici delle grandi rivoluzioni siano lunghi: ma che ormai c’erano i libri e i saperi delle donne e che non erano più cancellabili.

Pensavo anche, e lo penso tuttora, che uno dei motivi che aveva portato il movimento delle donne ad interrarsi (nei gender studies, nella mistica, nei meandri di carriere accademiche o politiche marginali, ma pur sempre prestigiose, o nei “voglio tornare a casa” di vario genere e natura – lungi da me una condanna persino delle più modeste tecniche di sopravvivenza) fosse stato l’eccesso di dolore: l’intollerabilità di un sapere troppo duro da portare. Anche se alcune coraggiose (forse nemmeno le più sensibili) resistono, e un senso diffuso del pensiero femminista è comunque entrato nel sentire comune.

E visto che dei miglioramenti nella vita delle donne della mia generazione ci sono stati, almeno sul terreno delle libertà, economiche e legislative, anche se non sempre e non per tutte, sono giunta a una conclusione, per certi aspetti, liberatoria.

Il femminismo, e prima ancora l’emancipazione del dopoguerra, una vittoria l’hanno ottenuta. E l’hanno ottenuta nei confronti di un fenomeno storico che, per quanto millenario, erroneamente avevamo spesso identificato con il maschilismo: il patriarcato.

Un tale errore di analisi spesso adombrato, ma mai esplicitato (almeno credo), dovuto forse alla nostra scarsa dimestichezza con i fenomeni storici che ci riguardano, mi si è reso evidente all’improvviso. Di fronte al crescendo di una recrudescenza razzista e misogina nei confronti delle donne.

Il patriarcato, che certo non rimpiangiamo, è stato, infatti, un sistema valoriale, che, pur avendo delle contropartite, era sostanzialmente mafioso: affidava il compito di difesa della donna, della sua verginità e della sua maternità al pater familias e alla sua onorabilità, in cambio ovviamente della libertà femminile. E questo anche laddove erano le donne stesse a trasmetterne alle figlie i valori (complice – almeno nell’Europa cristiana – una Chiesa non estranea a tutta l’operazione).

Il patriarcato, come sistema valoriale, grazie alle molte conquiste legislative, ad una certa emancipazione economica e culturale, è stato smantellato e spazzato via come fenomeno residuale dal femminismo in piazza (che allegramente ne ha disvelato la trama di potere), ma non così il maschilismo come pulsione sopraffattiva del maschio sulla femmina, che ha più a che vedere con la bestialità primordiale, che con le dinamiche sessuali che ci appartengono, le quali sono solitamente mediate da una qualche, prevalentemente inconscia, cultura di riferimento (come già Freud aveva ampiamente spiegato e rispetto alla quale sarebbe opportuno indagare ancora ).

Insomma il maschilismo, che preferisco chiamare razzismo misogino, poi vedremo perchè, si sta risvegliando nella sua veste più laida e triviale.

Non voglio parlare qui dei nodi strutturali (economici e politici) mai veramente messi in discussione dal femminismo (se non in termini generalissimi), ma vedere le implicazioni a livello di immaginario collettivo sulle donne di fatti recenti di cronaca (che qualcuno spudoratamente chiama rosa) che coinvolgono non solo i gruppi marginali  di una società disperata e ingaglioffita, ma anche la squallida figura dell’attuale primo ministro e del suo entourage.

La riflessione sull’immaginario delle donne e sulle donne è stata ed è “patrimonio” della cultura femminista. Un immaginario svilente o perdente ha fatto parte dei macigni che le donne dovevano e debbono rimuovere per affrontare la propria liberazione. Ma, per contro, non basta dirsi quanto siamo belle brave e buone e capaci di sopportare di tutto, né discutere se le donne sono forti o deboli in questa fase storica (vedi articoli di Veronesi e Mafai); ci interessa invece evidenziare e denunciare quali pensieri, parole, opere e omissioni, costituiscano un attacco alle donne in quanto genere, all’immaginario su di loro e quindi a livello della cultura antropologica, profonda, di una società e che, pertanto, hanno una forte valenza politica.

Vorrei citare tre tipologie di fatti che mi sembrano rilevantissimi a tal proposito:

1) In famiglia e dintorni, ogni tre giorni viene uccisa una donna (come la stampa ha finalmente rivelato);

2) Lo stupro torna a far parte dei rischi che insidiano comportamenti femminili ormai ritenuti normali (tipo rientrare a casa tardi da sole);

3) La vicenda Berlusconi e veline.

Vorrei, non dico dipanare, ma almeno cercare di allentare i nodi del filo aggrovigliato che mi porta a dire che non ci troviamo in presenza di fatti di cronaca, né di questioni private, né di goliardate, né di una questione morale, ma di un affaire politique.

Come dicevo prima, tralascio di dire quanto la ristrutturazione economica e la crisi (nell’ordine) pesino sulla vita delle donne e in particolare delle ragazze, che lavorano, quando va bene, a 800 euro al mese e le cui speranze di fare un buon matrimonio, non solo sono scarse, ma, nel caso vi puntassero, le farebbero sentire un po’ puttane. Però è bene dire che questo è il contesto in cui si inseriscono i fatti suddetti.

Forse se conoscessimo meglio la storia delle donne – e quel poco che ne sappiamo ce lo conferma – ci renderemmo conto che le ristrutturazioni del potere in chiave misogina sono sempre nate da contesti di questo tipo e che l’attacco culturale cioè all’immaginario sulle donne le accompagna da sempre puntualmente (vedi: avvento del Patriarcato nella Chiesa, vedi Dolce Stil Novo e ristrutturazione cittadina del potere dopo l’anno 1000, vedi leggi fasciste sul tema, etc.... ).

Tali ristrutturazioni hanno bisogno di veicolare una immagine dicotomica della donna: vittima o cortigiana (madri di famiglia, sorelle, massaie rurali o madonne sono, nel nostro caso, ancora un po’ in disuso), le prime da difendere secondo i termini del patto mafioso, le seconde da usare e, al momento opportuno, perseguire.

Ora, chi è nell’età giusta per farlo, ricorderà, alcuni slogan degli anni del femminismo, come DONNA E’ BELLO, NE’ PUTTANE NE’ MADONNE FINALMENTE SIAMO DONNE,  PER OGNI DONNA STUPRATA E OFFESA SIAMO TUTTE PARTE LESA.

Mi pare evidente che, con tutti i limiti della sloganistica e dell’entusiasmo di quei giorni (ben altre e approfondite riflessioni sono state fatte!), da questi slogan emergeva una prepotente voglia di identità positiva: il rifiuto, appunto, di un immaginario svilente o impossibile e, soprattutto, una coscienza di genere che ci portava di necessità ad assumere, come identità collettiva, i torti fatti ad ogni donna in quanto donna. Cioè sentivamo come impellente uscire da un immaginario impostoci che ormai ci soffocava.

Ora possiamo ben dire che tutti e tre i fatti di cui sopra veicolano un immaginario miserrimo dei maschi sulle femmine della specie umana e, mentre i primi due fatti sembrano essere il portato di una società complessivamente imbarbarita, di cui è difficile chiedere conto a qualcuno, e, nel caso, ci dovrebbe pensare lo psichiatra o il magistrato, per quanto riguarda il terzo ci apprestiamo a chiederne conto agli autori: persone a cui non dovrebbe mancare la cultura per capire questo discorso (e che sono soggetti al nostro voto).

E questo per uscire dalla penosa diatriba sul tema delle escort, in cui sembra che una società “nata ieri” non sappia bene se considerare il fatto come privato, di cui signorilmente non parlare (sinistra), oppure una cosa moralmente disdicevole (la Chiesa), oppure ancora come un discorso tra maschi con tanto di smentite e strizzatine di occhi compiacenti (destra).

Con le dovute eccezioni.

Ovviamente c’è una consapevolezza crescente della valenza politica di questi fatti e ne sono testimonianza gli articoli di Michela Marzano e altre, ma la mia impressione è che nel complesso ci sia stato un certo smarrimento, una certa afonia, di fronte al razzismo misogino, che la coraggiosa presa di posizione di Veronica Lario ha fatto emergere, “a partire da sé” secondo la migliore tradizione della politica delle donne. Pensiamo ai giudizi sulla stessa Veronica, che risulterebbe “influenzata”, anticipate da una serie di gaffe su Rita Levi Montalcini, su Rosy Bindi, sulle belle segretarie, e cosi via. Ci mancava solo che citando quel vecchio satiro di Cecco Angiolieri si concludesse con “ ...... le vecchie e laide lasserei altrui” per far sì che il frasario da postribolo potesse continuare a circolare indisturbato, senza che se ne denunciasse il razzismo (la parola maschilismo sembra non spaventare più nessuno, anzi sembra essere quasi risibile, mentre la parola razzismo suscita ancora qualche trasalimento) e non solo la mancanza della più elementare forma di buona educazione.

Infine un’ultima riflessione: qualcuno dice che le ragazze siano complici, qualcun altro allarga il discorso della complicità anche alle madri e credo che sia anche vero, ma nulla toglie al fatto che, anche se tra gli schiavi c’era chi faceva gli interessi dei padroni e anche se nei campi di concentramento c’erano i kapò, siano esistiti sia la shoah che lo schiavismo e che entrambi siano nati da un pensiero profondamente razzista.

 

                                                            Antonia Moretti

                                   insegnante, appassionata di cultura femminile

 

            Roma, settembre 2009





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