Viviamo, ormai da una ventina d’anni, nella repubblica delle supplenze. E non tanto con riferimento alla piaga diffusa del precariato scolastico, quanto piuttosto nel senso che il vuoto della politica ha lasciato un enorme e duraturo spazio all’intervento “di supplenza” di altri poteri. In primo luogo di quello giudiziario. Come si disse già all’epoca di “mani pulite”, l’incapacità dei partiti (quelli di governo, ma non solo) di controllare ed emendare se stessi, attuando un efficace ricambio di personale che li rimettesse in grado di rispondere al proprio ruolo costituzionale, aveva dato adito alla supplenza delle procure – prima fra tutte quella milanese – che operarono a modo loro un drastico “repulisti” di ministri, amministratori locali, dirigenti di partito di vario livello, faccendieri e manutengoli frequentatori a vario titolo delle stanze del “palazzo”. Producendo insomma quel vero e proprio tsunami in toga che impose alla “prima repubblica” la fine ingloriosa che tutti ricordiamo e aprì la strada al potenziale passaggio a una “seconda repubblica” che di quella correggesse i vizi e superasse la crisi ormai putrescente.
Perché tale passaggio si attuasse davvero, però, sarebbe stato necessario che la politica, dopo essere stata brutalmente strapazzata dalla discesa in campo delle procure, tornasse a dare qualche sufficiente segno di vitalità: che cioè i partiti, messi alla gogna nelle aule giudiziarie, dimostrassero non solo di aver compreso la lezione, quindi d’essere capaci di imboccare una via profondamente diversa per quanto concerne il rapporto fra politica e quattrini; ma dimostrassero anche, e in primo luogo, di saper rilanciare, in termini adeguati ai tempi, il proprio ruolo di soggetti essenziali per la vita della democrazia. Solo da un tale rilancio, infatti, ci si sarebbe potuti attendere l’avvento anche di una nuova moralità politica: poiché i partiti, se intesi come mere macchine per l’occupazione del potere ministeriale e amministrativo, non possono evitare di trasformarsi (presto o tardi e in misura più o meno pervasiva, ma comunque con certezza) in sedi e mezzi di impropri arricchimenti.
In realtà, una simile capacità i partiti (senza eccezione) non seppero dimostrarla. Il che significa, in sostanza, che una distinzione finì per emergere solo fra quelli (le forze di governo) spazzati senz’altro via dalla bufera giudiziaria e quelli invece – le opposizioni di matrice pci (e per la verità anche quella missina) e poco altro – che seppero uscirne, se non illesi, ancora integri nella loro consistenza di base. Una diversa sorte che non derivò affatto (checché ne dicessero i querimoniosi corifei della destra) da un preteso “occhio di riguardo” che la magistratura inquirente avrebbe avuto per gli eredi di Berlinguer. Ma piuttosto dal fatto che, per la diversa impostazione del “fare politica” e fors’anche per il minor numero e il più modesto livello delle “tentazioni”, questi ultimi prestarono assai di meno il fianco alla ventata moralizzatrice degli inquirenti. Cosicché ebbero anch’essi le loro ammaccature giudiziarie, ma non finirono addirittura demoliti come gli esponenti del caf.
Tanto più evidente e grave, allora, l’incapacità dimostrata dalle forze di matrice pci e dai loro potenziali alleati di riempire con una prospettiva di profondo rinnovamento democratico il vuoto abnorme che si veniva a spalancare sul fronte opposto. L’onore della politica (mi si permetta questa espressione enfatica) veniva a gravare per intero sulle loro spalle. Possono suscitare imbarazzo o addirittura orrore, a riguardarle oggi, certe immagini di quella stagione: le monetine lanciate a Bettino Craxi all’uscita dal Raphael, il calvario imposto al mite Citaristi, la stessa “diretta” impietosa di un Forlani incapace di trattenere il filo di bava all’angolo della bocca. Questa però era l’immagine che dava di sé un intero ceto politico governativo. A essa corrispondevano i sentimenti, un po’ da tricoteuses parigine di duecent’anni prima, del popolo elettore. Che non aveva poi tutti i torti nel sentirsi tradito.
Si sarebbe trattato, per la sinistra sopravvissuta pressoché solitaria all’uragano, di farsi carico in modo efficace e lungimirante dell’eccezionale responsabilità caduta sulle sue spalle. Sarebbe stato necessario che essa, memore dei momenti migliori del proprio passato, in cui la sua posizione (dall’orgogliosa apologia di Gramsci di fronte al tribunale fascista fino alla scelta “badogliana” imposta da Togliatti, a Salerno, al suo partito e all’intera Resistenza) si era collegata indissolubilmente alle sorti della nazione, alla salvezza della sua libertà e del suo onore; che la sinistra, insomma, si dimostrasse capace di andar oltre il suo esser parte, la sua stessa natura di “sinistra”, per farsi costruttrice di una nuova fase della democrazia in nome e al servizio della nazione e della Repubblica. Potendo sperare, in tal modo, di raccogliere un consenso ben più ampio dei suoi tradizionali confini.
La sfida, certo, era difficilissima: da intendere prima ancora che da raccogliere e da vincere. Fatto sta che non fu vinta, non fu realmente raccolta, forse non fu nemmeno intesa nella sua vera natura. Alle miserabili rovine dell’area governativa si oppose la sfida speciosa del “progressismo”: dietro cui era difficile non scorgere la soddisfazione tutta di parte di chi vede l’avversario caduto nella polvere e l’ora ormai giunta di prenderne il posto senza soverchia fatica, essendo il campo sgombro per il passaggio dell’impietosa falce giudiziaria. Donde la convinzione che l’accozzare una raccogliticcia, e sia pur gioiosa, “macchina da guerra” fosse sufficiente per meritarsi la gloria di un trionfo annunciato.
Una convinzione destinata ben presto a rivelarsi del tutto illusoria. Come, infatti, per la supponenza del potere, la stagionata e affaristica classe dirigente del caf, erede a sua volta del “pentapartito” nato sulle macerie della stagione di Berlinguer e di Moro quale estrema e catafratta versione della conventio anticomunista; come dunque per la supponenza del potere la dirigenza del caf si era alla fine vista processare in massa come una qualunque banda di malfattori; allo stesso modo la supponenza della vittoria facile, di fronte a un avversario decimato dalle procure, farà trovare i “progressisti” di fronte alla sorpresa della più inaudita e stupefacente delle supplenze: quella di un tycoon televisivo.
Non, infatti, gli accampamenti dell’esercito progressista andranno a occupare il deserto lasciato da “mani pulite” nell’area già governativa. Ma un’armata di alieni della politica, “scesi in campo” al seguito di un condottiero d’insospettate risorse militari. La salvezza di una patria evidentemente restia a riconoscersi nella prospettiva “progressista” sembrava affidarsi, piuttosto, allo sfavillio della tv commerciale, al cabaret di dubbio livello propinato a milioni di “casalinghe di Voghera” da un guitto stramiliardario, al funerale quotidiano della politica, dei suoi partiti corrotti o ferocemente cosacchi e dei suoi soporiferi istituti (aule parlamentari in testa): il tutto riassunto in uno slogan da stadio come nome dell’inedito “partito” fondato in due mesi “mettendo al lavoro” i manager dell’azienda del capo. E portato già alla prima prova a un successo strepitoso.
Così avvenne che dalla demolizione della “prima repubblica” a opera della supplenza giudiziaria ne nascesse una seconda a opera di una supplenza mediatico-padronale. Una “seconda repubblica” nella quale alla politica, due volte sconfitta e impropriamente “supplita”, spetterà il ruolo annaspante e ansimante di un esemplare sopravvissuto alla catastrofe cosmica da cui la sua specie fosse stata, milioni di anni prima, annientata. Così avvenne che il paese di Machiavelli, fondato come Stato dal conte di Cavour, restasse orfano proprio di quella politica che il primo aveva fatto assurgere al rango di scienza e il secondo aveva portato a un livello inimitabile di raffinata efficacia. Che il paese di Gramsci vedesse tornare in auge, pur dopo la caduta del Muro, un anticomunismo pavloviano come strumento di dominio. Che il paese di Aldo Moro (dopo, non a caso, aver permesso che la lucida follia d’una banda di assassini ne sgombrasse fisicamente il terreno) vedesse tanta parte del suo popolo, di proclamati sentimenti cristiani, ridursi a osannare come proprio condottiero un mega-impresario di tv spazzatura.
Questa dunque, sia pure con qualche evidente semplificazione, la sostanza della “interminabile transizione” del Bel Paese: una vera e propria “repubblica delle supplenze”, dove la seconda e più vistosa di queste ultime non ha soppresso ma praticamente inglobato la prima. Dove a un movimento di dichiarata ispirazione moralistica (che significa, altrimenti, attribuirsi la tutela dei “valori”?) è assegnato il ruolo di contraltare della maggioranza – così palesemente “immoralista” – a questa però unito dalla comune pretesa di tenere ai margini, o di sottomettere, la politica. Dove lo schieramento parlamentare di opposizione non può fare a meno, non solo – ovviamente – di tener conto del movimento dipietrista, ma di stringere con esso un’alleanza sostanzialmente a priori: tanto da offrire all’ex pm dapprima un seggio senatorio fondato sulla fedeltà del proprio elettorato in un collegio fra i più “rossi” della Toscana; e più recentemente il posto di alleato unico, facendo solo per lui un’eccezione rispetto al conclamato proposito di “andare da soli”.
Supplenze la cui invadenza non ha ovviamente risparmiato le forze parlamentari d’opposizione. Come testimonia la vicenda di alcune candidature che si prospettano per le elezioni regionali di primavera. Dove, in sostanza, l’esigenza di un visibile rinnovamento – tanto più urgente di fronte a certi risultati delle giunte di centrosinistra, specie meridionali – non sembra destinata a esser soddisfatta se non in presenza di vistosi guai giudiziari e/o mediatici, invece di essere affrontata mediante un ponderato e coraggioso giudizio politico.
E’ il caso, tanto per non far nomi, dell’ex presidente della regione Lazio. Il quale è uscito di scena a seguito del noto “scandalo delle trans” (e della cocaina). Mentre nessuno ha pensato, nel PD, di sostituirlo in base a una valutazione seria del suo operato alla Pisana: specie in relazione al cruciale assessorato alla salute. Anzi, sembra addirittura che lo stesso comportamento di Marrazzo in materia di frequentazioni e di consumi voluttuari fosse da tempo noto quanto meno ai vertici regionali del partito: ma si fosse deciso ugualmente di ricandidarlo in base ai risultati favorevoli pronosticati dai sondaggi. Se questa non è resa della politica…
La domanda che sorge ora spontanea – anche se agli occhi di molti, dopo decenni di speranze sempre riaccese e sempre tradite, può apparire stancamente rituale – è se sia possibile intravedere finalmente una luce in fondo al tunnel. Se insomma (poiché di questo si tratta) l’arrivo del partito democratico, dopo una lunga sperimentazione, alla pienezza della sua vita di soggetto politico organizzato e partecipato, saprà davvero introdurre nel panorama nazionale quel germe attivo di rinnovamento, di iniziativa politica nel senso alto e forte della parola, che ponga fine alla stagione delle supplenze e, con esse, alla “interminabile transizione” italiana.
Difficile oggi, all’indomani dell’insediamento di Pierluigi Bersani alla guida del PD, anche soltanto abbozzare una risposta argomentata a tale quesito. Il compito che si presenta al partito è senz’altro arduo: non meno di quanto lo fosse quello, caduto sulle spalle dell’ultimo segretario del PCI, di instradare il Paese sulla via di un’uscita in avanti dalla crisi irreversibile della “prima repubblica” nel quadro di un’Europa non più divisa in due dal Muro. Quel muro che, per citare la spietata analisi di Barbara Spinelli, era caduto “sulla testa della sinistra italiana come il giorno del Signore nella prima lettera di Paolo ai Tessalonicesi”. Oggi, per la verità, non sembrano profilarsi passaggi storici di quel genere: anche se la crisi profonda dell’economia globalizzata e i segni che essa è destinata a lasciare mettono in atto uno scenario forse non meno drammatico e non meno difficile da padroneggiare.
Proprio di questa prospettiva è necessario che il PD e il suo nuovo gruppo dirigente sappiano dimostrarsi all’altezza. Con il gravame ulteriore, rispetto a quel che avviene in altri paesi europei, di trovarsi di fronte il compito non solo di costruire e affermare una politica che sia in grado di soppiantarne un’altra, una linea di riforme rispetto a una di conservazione. Ma a quello, in primo luogo, di ricostruire e riaffermare la politica come tale, di là dalla stagione interminabile delle supplenze improprie. E dovendo fare i conti con un vincolo cruciale: quello della qualità tutta nuova, rispetto alle tradizioni d’origine, della politica cui dar forma e vita.
Nel biennio della prima sperimentazione del partito democratico proprio questo vincolo è stato posto in luce: tanto da farne, in ultima analisi, il contenuto centrale dell’iniziativa e della stessa identità del partito. Iniziativa e identità che anche per questo non sono mai davvero riuscite (se non, forse, nella prima parte della segreteria Franceschini) a superare la dimensione generica del “nuovo”. E’ ciò che Bersani sembra aver compreso e che ha a sua volta posto al centro della “svolta” che egli dichiara di voler incarnare rispetto a quella stagione. Con un’avvertenza, però: che tale “svolta”, se si dovesse attuare nei termini di una conversione a U rispetto al cammino già intrapreso, difficilmente potrebbe dare frutti. Poiché invero quella certa genericità “nuovista” spesso caratterizzante la fase d’avvio potrebbe a quel punto figurare come l’acqua sporca, per gettar via la quale anche al delicato infante del PD si potrebbe rischiare d’infliggere una precoce estinzione.
Dando pienamente ragione, in tal caso, a coloro (fra i quali anche l’autore di queste note) che in sede congressuale hanno sostenuto la candidatura di Franceschini alla segreteria: non tanto nella convinzione che il coraggioso dirigente ferrarese nascondesse nella propria bisaccia la soluzione adeguata, quanto piuttosto nella speranza che comunque, se delegati ed elettori delle “primarie” gli avessero dato fiducia, il partito avrebbe goduto di una più certa garanzia di apertura al rinnovamento, alla pluralità, alla sperimentazione senza pregiudiziali. Un’apertura, per la verità, che anche il nuovo segretario ha proclamato. Accompagnandola con un avvio unitario della gestione del partito, sperabilmente quale pegno di pluralità e di libero concorso delle sue diverse “anime”. E con il più netto diniego di ogni possibile ritorno all’indietro, verso i comodi lidi di una socialdemocrazia di cui non un qualche avversario, ma l’elettorato europeo ha recentemente testimoniato l’insufficienza come via per rispondere alle esigenze di rinnovamento della società del XXI secolo.
Anche nel caso di Bersani, come in quello dei due primi segretari, il proposito merita d’essere preso sul serio. E in pari tempo di essere atteso alla prova: senza diffidenze pregiudiziali, ma anche senza sconti. Non è del resto l’occhio supercilioso dell’osservatore a non sentirsi autorizzato a farne, di sconti: è la realtà di un paese che, per fare a meno delle supplenze cui è da tempo avvezzo e per tornare a dar credito alla politica, non si accontenterà certo di una ripresa quale che sia di un’iniziativa di partito, per “radicato” che esso riesca a diventare, ma pretenderà di vedersi offrire una prospettiva alta e forte. Tale da attirarlo a impegnarvi le proprie energie diffuse, a partecipare attivamente alla sua costruzione e attuazione, lasciando da parte i luccicanti sfarfallii ipnotici di mille schermi, e con essi anche il ringhio spocchioso degli autoproclamati guardiani della pubblica moralità.
Stefano Sacconi
Roma, 9 novembre 2009