IL PREZZO DELL’ANOMALIA
Su di un punto, a proposito del fattaccio del Duomo di Milano, si può essere facilmente d’accordo: che il gesto violento che ha costretto Silvio Berlusconi a ricoverarsi in ospedale, pur essendo opera di uno squilibrato e concernendo più l’efficacia delle misure di sicurezza che non il livello dello scontro politico, si inserisce però in un contesto generale che ne ha fatto qualcosa di non del tutto inaspettato. Vale a dire che l’atmosfera generale era tale, e non da poco tempo, da rendere in qualche misura probabile l’affiorare di pulsioni violente. Fatto, quest’ultimo, che sembra aver trovato un’inquietante conferma nel numero di fan del feritore che si sono apertamente schierati “pro Tartaglia” sul web (e su qualche muro di grande città).
Beninteso, la carica di odio e di ostilità irrazionale che è venuta emergendo in questa sanguinosa occasione non ha certo origine da una parte sola, né si esprime solo in una direzione, come molti nel centrodestra vorrebbero accreditare. Sarebbe fin troppo facile ricordare le espressioni verbali decisamente sopra le righe usate da numerosi esponenti dello schieramento di maggioranza, a cominciare proprio dal Cavaliere: maestro nell’esprimere disprezzo e viscerale avversione verso i “nemici” (per “nemici” intendendo tutti coloro che non si piegano ai suoi voleri, ovvero ardiscono criticarlo, o addirittura osano chiamarlo a rispondere di qualche accusa sul piano giudiziario), il più delle volte senza nemmeno curarsi di abbozzare una qualche motivazione ragionata e plausibile dei suoi atteggiamenti.
Il paragone con il terrorismo anni ’70, che pure è stato avanzato, non appare comunque plausibile. E non solo perché la storia difficilmente si ripete, né solo perché, da allora, troppa acqua è passata sotto i ponti, ma per motivi più specifici, che mi proverò a illustrare brevemente. C’è innanzi tutto il fatto che in quel caso si era in presenza di un fenomeno endemico, la cui portata – e il cui retroterra nell’“area grigia” di un più o meno esplicito consenso sociale nei confronti delle gesta dei gruppi armati – era di dimensioni in nessun modo paragonabili con ciò cui oggi assistiamo. E’ vero che nulla esclude in assoluto che il gesto di un folle possa prefigurare una vera e propria esplosione di violenza sul terreno fisico, ma si tratterebbe con tutta probabilità di qualcosa di molto distante dalla scia di sangue che meritò a quella fase della vita nazionale la pur sbrigativa definizione di “anni di piombo”.
Sarà opportuno rammentare, in primo luogo, che quella stagione di lutti fu aperta dalla strage milanese del 12 dicembre 1969: una bomba scagliata da oscuri gruppi neofascisti, con la copertura di porzioni deviate dei “servizi di sicurezza”, non solo contro l’inerme folla di clienti e impiegati della Banca dell’Agricoltura, ma anche contro la vigorosa spallata che il movimento dei lavoratori stava portando, in quel “caldo” autunno di quarant’anni fa, ai vetusti e iniqui equilibri di classe che immobilizzavano il Paese. Piazza Fontana, insomma, era stata un macigno gettato a sbarrare il cammino di un movimento dei lavoratori che, con capacità nuove di mobilitazione e in forme inedite mutuate in parte dal Sessantotto studentesco, minacciava pesantemente i poteri consolidati e gli interessi sociali più chiusi al nuovo, fino allora poco o nulla scalfiti dalle pur importanti novità degli anni Sessanta.
Senza capire che gli anni Settanta del Novecento si erano aperti sulla scia del più classico e feroce episodio di “sovversivismo delle classi dirigenti”, sarebbe difficile interpretarne con una qualche verosimiglianza gli sviluppi: sviluppi che sono ben più complessi e articolati di quanto lasci intendere l’espressione “anni di piombo”. Basterà citare alcune delle più significative riforme introdotte in quel periodo per comprendere che si trattò, in realtà, di una grande stagione di rinnovamento, che in qualche misura – e sia pure in modo non del tutto organico né realmente sufficiente – cercò di dar risposta alla diffusa domanda di adeguamento culturale, sociale e istituzionale emersa al termine del decennio precedente soprattutto mediante la “contestazione” studentesca del 1968 e quella operaia del 1969.
Sono del 1970 tre provvedimenti-cardine del rinnovamento italiano: l’istituzione delle Regioni a statuto ordinario, per le quali l’elettorato fu chiamato a votare per la prima volta proprio quell’anno; lo Statuto dei diritti dei lavoratori, che disciplinava i rapporti di lavoro (soprattutto nella grande industria), introducendovi per la prima volta elementi giuridici di ispirazione democratica; e la legge che istituiva il divorzio (confermata poi da un sonoro 59% di “no” all’abrogazione nel referendum del 1974), colmando un ritardo pluridecennale del nostro Paese rispetto ai principali ordinamenti civili, non solo europei. Sono del 1974 i decreti delegati che introducevano forme di partecipazione elettiva nell’ordinamento scolastico, permettendo per la prima volta (sia pure con poteri troppo limitati) a studenti, genitori e insegnanti di concorrere alla gestione dell’istituzione educativa pubblica.
E’ del 1975 la riforma del diritto di famiglia, che introduceva fra l’altro la parità tra i coniugi e quella tra figli “legittimi” e figli “nati al di fuori del matrimonio”. Dello steso anno sono l’abbassamento della maggiore età (quindi del diritto di voto) dai 21 ai 18 anni e la prima legge in materia di droghe che, depenalizzando il possesso di una “modica quantità” delle sostanze proibite, superava di fatto la criminalizzazione del consumatore. Del 1978 sono la riforma dell’ordinamento psichiatrico (la “legge Basaglia” sulla cui base fu posto termine alla vergogna disumana dei manicomi), quella concernente l’interruzione volontaria della gravidanza (poi confermata con circa il 70% di “no” all’abrogazione nel doppio referendum – clericale e radicale – del 1981) che, nell’attribuire alla sanità pubblica o convenzionata l’esclusiva dell’intervento, riconosceva alla donna l’ultima parola nella drammatica decisione; e infine l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale di ispirazione universalistica (sul modello inglese), che superava l’impostazione corporativa delle vecchie “mutue”.
Appare legittimo, dunque, interpretare la sequela di iniziative stragiste che segnarono orrendamente la cronaca italiana di quel decennio – da Piazza Fontana passando per Piazza della Loggia a Brescia e il treno Italicus, per finire con la Stazione di Bologna che apporrà alla strategia delle bombe il sigillo più sanguinario (e ho citato solo le principali) – come il ripetuto e organizzato tentativo di porre un freno a quella potente avanzata della democrazia italiana. Ovvero come una forma di contrasto violento delle forze da cui venivano le sollecitazioni più decise al processo riformatore: in primo luogo il possente e in gran parte nuovo movimento delle donne; il sindacato che, sull’onda dell’“autunno caldo”, veniva sperimentando forme organizzative nuove e un’inedita unità interconfederale; il cattolicesimo democratico continuatore dello spirito del Concilio; infine, ma non ultimo, il partito comunista in forte crescita sotto la guida di Enrico Berlinguer.
Né può stupire, guardando alla sequenza dei fatti violenti di quegli anni, che al terrorismo stragista si affiancasse ben presto il “partito armato” con le sue incarnazioni in diversi gruppi clandestini, prime fra i quali le Brigate Rosse. L’entrata in azione della strategia delle bombe, soprattutto con l’emergere sempre più evidente della sua matrice nelle trame eversive di porzioni non indifferenti degli apparati di sicurezza, offrì in effetti ai gruppi più accaniti dell’estremismo di sinistra una sia pur pretestuosa controprova delle tesi, già diffuse al loro interno, circa l’irreversibile degenerazione “fascista” dello Stato democratico e dell’ineluttabilità, per opporvisi, di imboccare la via della clandestinità e delle azioni armate.
Tra i due fenomeni, pur di opposte matrici e ispirazioni ideologiche, si instaurò così una complementarità di fatto che si rifletté anche in una macabra alternanza fra le rispettive gesta: un minuetto di sangue che contrappunterà l’intero decennio spingendosi, anzi, ben oltre nel tempo. Gli “anni di piombo” furono tali, insomma, per il “piombo” che, prima da destra e poi da sinistra, soggetti esaltati e variamente protetti dall’ombra della clandestinità, conficcarono nel corpo – e nelle speranze – di una democrazia che cercava vie nuove d’affermazione e di crescita.
Una seria riflessione su quel decennio vale – mi sembra – a motivare un netto rifiuto del parallelo, proposto da qualcuno, fra quegli anni e l’epoca che stiamo vivendo. Non sembrano sufficienti a sostenere tale parallelismo né il tasso di contrapposizione fra schieramenti né l’emergere di fenomeni di violenza ascrivibili in qualche misura a quella contrapposizione. Quest’ultima, in effetti, esisteva dei Settanta non meno di quanto esista oggi. Allora si trattava, però, dell’estrema incarnazione di quel conflitto di classe che ha attraversato l’intera storia della società contemporanea dalla “rivoluzione industriale” del tardo Settecento in poi. Un conflitto, nel caso specifico, arricchito e reso più articolato, ma anche più acuto e di portata più generale, dall’entrata in scena di soggetti sociali a esso non riconducibili, com’è il caso dei giovani e delle donne.
Ma oggi? In che misura le contrapposizioni attuali possono essere credibilmente interpretate come un’incarnazione del vecchio conflitto di classe? Non sembra affatto necessario aderire alla tesi sbrigativa di chi dichiara senz’altro estinto quel conflitto per riconoscere che qualsiasi spiegazione affidata a una qualche riedizione della vulgata marxista rischierebbe di portarci fuori strada e di impedirci di capire cosa realmente stia accadendo nel nostro Paese. Qui, infatti, non si tratta dello scontro fra gli interessi dei salariati e quelli del capitale, cui faccia da corollario e spesso da battistrada il conflitto fra i generi e fra le generazioni: in rapporto al quale, dunque, siano costrette in ultima istanza a collocarsi le scelte delle diverse forze politiche e opzioni culturali.
Siamo piuttosto in presenza, in questa interminabile fase di passaggio a cavallo fra due secoli e –simbolicamente – fra due millenni, di un conflitto di matrice direttamente politico-istituzionale. Ciò che è in gioco – si potrebbe dire, sia pure al prezzo di una forte semplificazione – è l’ambito, la cornice al cui interno la dinamica sociale, i soggetti da cui essa è animata, i loro rapporti e i loro conflitti possono svolgersi trovandovi una disciplina e una garanzia comunemente accettate. In una parola, che sintetizza il carattere più tipico e prezioso della nostra epoca, quel che è in gioco sono nientemeno che i fondamenti della democrazia.
Qui, però, occorre intenderci bene: in che senso è in gioco – e in una simile misura – la democrazia? Non tanto nel senso che i suoi istituti corrano il rischio di essere messi senz’altro fuori gioco o addirittura aboliti, come avviene con l’instaurazione di una classica dittatura. Anche se va detto che per più aspetti, nell’Italia di oggi, il funzionamento normale delle istituzioni democratiche è ostacolato e inficiato in misura non insignificante da provvedimenti, azioni, stati di fatto sempre più gravi e frequenti.
Si pensi allo svuotamento del potere di rappresentanza del volere popolare (“della nazione”) che la Costituzione attribuisce, sì, al Parlamento come organo collegiale, ma anche individualmente a ciascun suo membro, “senza vincolo di mandato”. “Vincolo” che invece, grazie alla “legge-porcata” vigente in materia elettorale (che attribuisce di fatto alle segreterie dei partiti non solo la facoltà di proposta ma un vero e proprio, insindacabile diritto di nomina dei parlamentari, così spezzando il rapporto fra elettori ed eletti), è divenuto particolarmente stringente per il semplice fatto che la rielezione di ciascun parlamentare è legata non all’efficacia del suo modo di rappresentare la volontà e gli interessi degli elettori, ma alla sua comprovata fedeltà alle direttive di vertice del proprio partito.
Si pensi, inoltre, alla sempre più accentuata preminenza del potere esecutivo rispetto al Parlamento, accentuata anche dagli effetti or ora evidenziati della vigente legge elettorale. E alla progressiva messa in non cale dell’autonomia della magistratura (compresa quella costituzionale) e della sua stessa funzione di applicare equamente la legge mediante la giurisdizione, senza distinguere i cittadini secondo le posizioni di potere da essi occupate. Tendenze prevaricatorie, queste, già da tempo in atto in termini fattuali, ma che l’esecutivo cerca con insistenza di sancire anche sul terreno formale con appositi provvedimenti legislativi.
E si pensi infine (per non allungare troppo l’elenco) alle ripetute minacce rivolte dal capo del governo e dai suoi corifei nei confronti della libertà d’informazione e di critica, identificate come intollerabili attacchi al solerte lavoro dello stesso governo a favore dei cittadini. Quando non addirittura come incitamenti all’eversione e alla violenza. Attacchi tanto più gravi in quanto provenienti – in violazione del più elementare “galateo istituzionale” vigente in tutti i paesi democratici – da chi non solo detiene il potere esecutivo (cioè quel potere per controllare il quale e prevenirne i possibili abusi esistono le istituzioni di garanzia, la libertà d’informazione e di critica, lo spazio autonomo dell’opposizione), ma possiede direttamente o controlla per via politica gran parte della comunicazione televisiva e una porzione consistente di quella editoriale e giornalistica nazionale.
Quella verso cui l’Italia sta avviandosi, insomma, non sarà, con tutta probabilità, una democrazia formalmente abolita per sostituirla col potere violento di un singolo o di una parte, ma piuttosto una democrazia sterilizzata e completamente inefficace. Per usare le parole con cui Nadia Urbinati conclude, riferendosi specificamente alla libertà d’informazione, il suo “Lo scettro senza il re” (Donzelli, Roma 2009): “L’informazione, dunque è un bene pubblico come la libertà e il diritto ( e come la libertà e il diritto non è a discrezione della maggioranza). E’ soprattutto un bene che ci consente di avere altri beni: di monitorare il potere costituito, di svelare ciò che esso tende a voler tenere segreto. Essa fa parte dell’onorata tradizione dei poteri negativi o di controllo, anche se il suo è un potere indiretto e informale. Senza questo potere di controllo le democrazie moderne sono a rischio, anche qualora il diritto di voto non sia violato; anche qualora non ci sia più, nemmeno nell’immaginario, l’idea di un altrove rispetto alla democrazia; anche qualora la democrazia non abbia più nemici politici”.
Paradossalmente, la democrazia corre forse il rischio più grave proprio quando, come avviene in Italia e in buona parte d’Europa, la sua affermazione storica come alveo ordinario della politica è giunta al punto di abolire ogni immaginabile “altrove” rispetto a essa in cui la dialettica pubblica possa svolgersi. Quando essa non ha più nemici dichiarati. Quando chiunque aspiri a far politica è obbligato preliminarmente a fare professione di democraticità.
Questo è per l’appunto ciò che sta accadendo nel Bel Paese. Dove la presenza al governo di un supermagnate televisivo, di là dallo stesso, ciclopico “conflitto d’interessi” che egli incarna per il solo fatto di potersi valere della sua posizione pubblica per favorire i propri affari privati (e l’andamento nel tempo dei bilanci delle sue aziende testimonia che questa non è una mera potenzialità), pone in essere un “vulnus” particolarmente grave e pernicioso nei confronti dei principi fondativi della rappresentanza. Quindi nei confronti delle basi stesse della democrazia.
Varrà qui la pena di rammentarlo ricorrendo ancora una volta a un duplice paragone già in precedenza usato da chi scrive queste note. Se il capo di stato maggiore della difesa in carica si candidasse dalla presidenza del Consiglio, non pochi griderebbero al tentativo di colpo di Stato militare (cose simili accadono, in genere, nei paesi privi di una consolidata tradizione democratica). Similmente, se il presidente della Conferenza episcopale in carica avanzasse per sé una tale candidatura, sarebbe giustificato un esplicito allarme per il tentativo di colpo di Stato clericale. E, a guardare le cose da vicino, un tale allarme, legittimo – ripeto – in ambo i casi, non sarebbe certo motivato dal rischio pur reale del manifestarsi, in caso di successo di tali candidature, di macroscopici conflitti d’interessi: vale a dire la possibilità, nel primo caso, di un arbitrario gonfiamento delle spese militari, nel secondo di un altrettanto arbitrario incremento dei sostegni pubblici alla Chiesa.
Queste sarebbero alcune delle gravi e assai probabili conseguenze dell’avvento di tali figure alla guida del governo nazionale. E costituirebbero altrettante, pesanti violazioni del principio, liberale ancor prima che democratico, della distinzione tra la sfera privata e quella pubblica. Alle proprie spalle, però, una tale violazione ne avrebbe un’altra, condizione e viatico al suo attuarsi. La violazione, cioè, del principio squisitamente democratico (poiché discendente da quel principio di uguaglianza fra i cittadini che della democrazia è il primo fondamento, ed è anche la sua prima e fondamentale distinzione dal liberalismo) della rappresentanza dei cittadini come tali, individualmente considerati. Ancorché magari associati in partiti, come prevede esplicitamente la nostra Costituzione, e in altre libere forme di aggregazione sociale.
La violazione starebbe, in quei casi, nel fatto che la rappresentanza (cioè, in sintesi, il voto di un gran numero di elettori) sarebbe condizionato pesantemente dal potere, vuoi militare (cioè armato) vuoi spirituale (in forma organizzata), di chi proporrebbe la propria elezione alla massima carica del potere esecutivo. Nel primo caso, la libertà del voto per il generalone come capo del governo sarebbe gravemente limitata dal ricatto esercitato sull’elettore, almeno potenzialmente, dal poter egli disporre della forza delle armi: argomento – come dire – prepolitico e non precisamente razionale, rispetto al quale ogni discorso non può non apparire, al cittadino debole e “non eroico”, del tutto secondario. Nel secondo caso, poi, la coartazione della volontà dell’elettore (di quello cattolico praticante, ovviamente, ma si tratterebbe pur sempre di una buona base di “consenso” preventivo) avverrebbe grazie al ricatto esercitato dal vescovone-candidato sulla coscienza dell’elettore e sulle sue aspettative ultraterrene.
Bene. Difficilmente può sfuggire, però, che quelle qui avanzate sono, fortunatamente, solo ipotesi di scuola. Il loro realizzarsi ci trasferirebbe infatti, di per sé, in un “altrove” rispetto alla democrazia che, come nota Nadia Urbinati, è stato ormai escluso (sperabilmente in modo definitivo) dal novero degli spazi in cui è lecito e decente esercitare la politica. Si tratterebbe in ambo i casi di veri e propri “golpe” di quelli che oggi, in Italia, neanche il più militarista dei generali o il più clericale dei porporati oserebbe tentare. E forse neanche immaginare.
Ma allora, come definire la “discesa in campo” di Silvio Berlusconi, annunciata da un proclama registrato trasmesso da tutte le televisioni nazionali? Si trattava, a ben vedere, di una violazione palese e particolarmente grave dei principi della democrazia. Anche se nessuna pattuglia armata andava in giro a rastrellare i dissidenti né alcuna tonaca suggeriva al timorato elettore che un voto a sinistra sarebbe stato un tradimento della fede, causa di lagrime amare per la vergine Maria e anticamera sicura delle fiamme dell’inferno.
E chi oserebbe sostenere che in Italia, ai tempi nostri, il potere reale delle forze armate e quello della Chiesa cattolica siano anche solo paragonabili a quello delle televisioni e in genere dei mezzi di comunicazione di massa? Chi entra in tutti i tinelli, le cucine, le camere da letto, forse anche i gabinetti delle famiglie italiane? Il prete o il televisore? A chi danno più retta i milioni di “casalinghe di Voghera” (o di pompieri di Viggiù, o di picciotti di Mondragone, o di osti di Frascati): al card. Bagnasco o al cav. Berlusconi? Di chi hanno più timore reverenziale, i bravi cittadini italiani: del gen. Camporini o – di nuovo – del cav. Berlusconi? Fenomeno, sia chiaro, non solo italiano, ma planetario. Sarebbe perfino superfluo chiedersi chi, fra Rupert Murdoch (o, a scelta, Bill Gates) e, dall’altra parte, il comandante della Nato o l’arcivescovo di Canterbury sia più potente, amato, temuto dai bravi cittadini dei paesi democratici. La risposta potrebbe essere una sola: i veri potenti della terra sono i detentori del potere comunicativo.
Solo che, diversamente da quanto è accaduto da noi nel 1994 e poi si è implacabilmente ripetuto, né Murdoch né Gates si sono mai candidati alla Casa Bianca. E nemmeno – per quanto riguarda Murdoch – al governo della natia Australia. Candidature che, in quei “paesi normali” sono semplicemente impensabili. Tanto da far supporre che simili idee non siano neanche passate per la mente di quei potentissimi magnati. Anche perché le dosi di potere conferite loro dai rispettivi imperi mediatici sono di tali dimensioni da rendere satollo anche il più bulimico dei crapuloni autocratici.
Silvio invece l’ha fatto. E con un certo successo, dal momento che siede ancora, imperterrito malgrado i due “incidenti elettorali”del 1996 e del 2006, a palazzo Chigi. E solo il lancio di un puntuto souvenir turistico da parte di un povero squilibrato sembra avergli dato la sensazione della caducità delle cose umane, superpoteri compresi. Anche quelli berlusconiani. Perché l’abbia fatto è abbastanza noto, benché ci sia chi si ostina ad attribuire quell’atto clamoroso a motivazioni più edificanti. L’ha fatto perché, essendo egli cresciuto all’ombra di Bettino Craxi e del CAF, la fine della stagione che da quelli prese il nome, con la conseguente uscita di scena dei suoi protettori, lo aveva lasciato pericolosamente scoperto rispetto alla giungla del mercato (politico) per un verso, agli imminenti guai giudiziari per l’altro. Tanto che le fortune delle sue già prospere aziende cominciavano a periclitare in un incipiente sfarfallio di avvisi di garanzia. Donde la decisione di ergersi a protettore politico di se medesimo e della cospicua argenteria accumulata grazie, più che all’audacia dell’imprenditore, alle capacità manovriere del frequentatore di angiporti della politica.
Per valutare quella vicenda che ha traghettato l’Italia dalla prima alla seconda repubblica si potrebbe anche ricorrere alle parole di Alberto Asor Rosa. “Berlusconi – afferma l’intellettuale romano – non è che il prodotto finale e consequenziale di una lunga decadenza – l’involuzione del sistema liberaldemocratico – cui nessuno per trent’anni ha saputo offrire uno sbocco politico-istituzionale in positivo. Egli è figlio naturale” prosegue Asor Rosa “anche dell’affarismo democristiano dell’ultima stagione (ben altro, s’intende, è il blasone storico della Democrazia cristiana). E’ figlio naturale di quella tendenza che in lui ha assunto forme parossistiche, ossia il culto dell’interesse personale. E’ figlio naturale di un diffuso degrado morale, di cui al tempo stesso rappresenta un esemplare fomentatore. La ‘democrazia’ che incarna presenta gravi aspetti di degenerazione, come ha ben evidenziato la spallata istituzionale contro il Quirinale a proposito del ‘caso Englaro’; il disprezzo per la Carta Costituzionale; l’evidente estraneità alle forme e alla sostanza del sistema democratico; la degenerazione crescente della separazione dei poteri; la tendenza a sottomettere tutto a un potere unico, anzi personale”. E il professore conclude: “Mi sembra che tutti i suoi gesti rappresentino con chiarezza la scalata, talvolta provocatoria e nevrotica, più spesso paziente e tenace, verso una diversa forma dello Stato, dove le procedure elettorali avranno una valenza solo immaginaria”.
Per riprendere ora il filo del discorso e avviarci alla conclusione, occorre precisare che questo richiamo alla profonda e violenta innovazione introdotta dall’avvento dell’“era Berlusconi” nel nostro assetto democratico è una considerazione che si colloca già, nel contesto attuale, più sul piano del discorso storico che non su quello della politica attiva. Altro sarebbe stato il momento d’agire politicamente per scongiurare il “vulnus” berlusconiano alla democrazia: quando, cioè, nelle mani di quel corsaro eslege si veniva accumulando un potere mediatico senza precedenti e senza paragoni in un singolo paese democratico.
Una volta che al signore di Arcore fu consentito di assurgere a monopolista della tv privata, diventava ben difficile, proprio grazie a tale monopolio, sbarrargli la strada per via legislativa. E ciò a maggior ragione quando, conquistato palazzo Chigi grazie allo “zoccolo duro” di consenso fornito da quell’inaudito vantaggio, alla spregiudicata abilità comunicativa del tycoon mediatico, all’insipienza degli avversari, disarcionarlo e soprattutto metterlo fuori gioco diventava impresa addirittura proibitiva. Non certo nel senso che il governo accozzato dal Cavaliere fosse infrangibile (dal momento che in effetti, quella prima volta, andò in pezzi nello spazio d’un mattino), ma perché la sua fragilità era dovuta all’instabilità del patto macchinoso su cui si reggeva e all’inesperienza dello stesso Berlusconi sul terreno della manovra propriamente politica.
Avvenne dunque che quelle stesse forze della democrazia italiana che si erano rivelate – quasi senza eccezioni – inette a comprendere dove si stesse annidando il potere reale dei tempi nuovi, e che dunque si erano lasciate sorprendere dalla mazzata elettorale del 1994 mentre giocavano un risiko immaginario, si dimostrarono infine del tutto non all’altezza dell’esigenza di predisporre una strategia politica vincente nella nuova situazione venutasi a creare con la famigerata “discesa in campo”. Una strategia di cui finora non si vede la luce all’orizzonte. Perché, certamente, ha una sua importanza guardarsi intorno nel panorama delle forze politiche non direttamente organiche al potere berlusconiano per individuare quali possano essere dei plausibili compagni di viaggio. Ma su questa falsariga si potrà al massimo allestire una qualche “linea Maginot” buona (anche se il precedente storico non è confortante) per arginare l’aggressività del tycoon e dei suoi sodali. Non si potranno però tracciare le linee di una proposta davvero vincente: che sappia non semplicemente costruire nel migliore dei modi quell’argine difensivo; non solo, magari, disarcionare il governo in carica; ma anche e soprattutto aprire alla democrazia italiana una fase nuova.
Quello cui l’Italia e il mondo hanno assistito in diretta, sbigottiti dallo spettacolo di un leader nazionale ridotto a una maschera di sangue dal gesto di un povero matto, non è solo un clamoroso e allarmante episodio di cronaca. Non è neanche – salvo smentita – il preannuncio dell’esplosione di una stagione di violenze stile anni Settanta del Novecento. È piuttosto il segno che l’anomalia democratica al cui interno ci troviamo a vivere e – nella misura del possibile – a ragionare è gravida di svolgimenti che possono anche presentare aspetti imprevedibili. Perché la contraddizione che la “discesa in campo” di Berlusconi, quindi l’avvento di quello che riesce difficile evitare di definire il suo “regime”, ben poco ha della “lotta di classe” di matrice otto-novecentesca, ma è una contraddizione fra l’inedita compressione della democrazia recata con sé da quella svolta (e già, del resto, preannunciata dall’ascesa mirabolante del magnate telecratico) e le esigenze di libero e dinamico sviluppo delle potenzialità insite nella società nazionale.
La presenza di Silvio Berlusconi al vertice del potere politico italiano esprime, accompagna, accelera il grave decadimento della nazione cui da troppo tempo assistiamo. E rischia di togliere agli italiani anche l’ultimo residuo di fierezza repubblicana di cui essi dispongono. Così in tutto il mondo, dove la stima per l’Italia è in caduta libera. Così nelle relazioni internazionali, dove al nostro premier resta l’amicizia di personaggi quanto meno dubbi: dallo “zar” Putin al dittatore libico a quello ucraino. Così nel rapporto diretto col maggiore alleato, esemplato dall’immagine eloquente dell’incontro con il presidente Obama: il vecchio ripittato accolto con condiscendenza, dopo esser stato a lungo evitato, dall’aitante e giovane uomo “abbronzato” sulle cui spalle posano non solo una responsabilità sproporzionata a ogni forza umana (soprattutto per l’accidia senile del vecchio continente), ma anche le migliori speranze degli uomini di buona volontà.
La spietata immagine, infinitamente reiterata dai teleschermi di tutta Italia e del mondo, dell’attempato dongiovanni, mago della comunicazione e dell’avanspettacolo politico, ridotto a icona della fragilità umana, della povera carne e del sangue pronto a fuggir via che tutti ci accomunano, monito della morte sempre in agguato e del tempo che tutto travolge, è apparsa un po’ una nemesi della superpotenza mediatica che lo stesso Berlusconi incarna. Per questo appaiono non solo miserabili ma inani le grida sguaiate di chi ha inneggiato al povero Tartaglia. Perché altro è il problema: non quello di “far fuori” Berlusconi: non ovviamente sul piano fisico (dal momento che la morte dell’avversario è fuori e contro ogni possibile declinazione di una volontà democratica), ma neanche su quello politico.
Sconfiggerlo e sostituirlo al governo, ammesso che ciò sia oggi nel novero delle cose possibili, lascerebbe del tutto aperti numerosi e cruciali interrogativi: si pensi solo alla permanenza, nel corpo del Paese, della metastasi mediatica introdottavi – certo non solo da ieri – dall’uomo di Arcore; si pensi allo sfascio della dimensione pubblica in quasi tutti i suoi aspetti; si pensi allo stato miserevole delle nostre istituzioni formative, della ricerca, culturali in genere; si pensi alla devastazione del territorio e allo sciupio di un’intera generazione lasciata ai margini di ogni realistica prospettiva di sviluppo; si pensi infine (di nuovo: per non farla troppo lunga, visto che l’elenco potrebbe allungarsi all’indefinito) all’estensione e al radicamento della presenza mafiosa nel tessuto sociale ed economico del Paese. Tutte cose che non sparirebbero d’incanto se sparisse Berlusconi. Cose che, di certo, i governi berlusconiani hanno contribuito ad aggravare. Ma che toccherebbe poi a chi lo avesse rimpiazzato di affrontare e risolvere.
Stefano Sacconi
Roma, 20 dicembre 2009
In quel conflitto era insomma ancora riconoscibile, nella sostanza, quella medesima “lotta di classe” cui, com’è noto, Karl Marx riconduceva in ultima istanza l’intera dinamica della società e della storia. E lo faceva non per un qualche pregiudizio ideologico, ma perché faceva propria, pur criticandola, la lezione dei grandi economisti Smith e Ricardo, nonché quella degli eventi del suo tempo (per una interpretazione del pensiero di Marx vedi, in questo sito, “Leggere Marx oggi – Noi e Marx/Appunti per un’interpretazione”). Quando, ricorrendo a una rima corriva, i manifestanti dell’“autunno caldo” (ma già qualcuno dei sessantottini) denunciavano Agnelli e Pirelli come “ladri gemelli”, essi non facevano altro che dare una sia pur rozza espressone a quel conflitto: i maggiori capitalisti venivano infatti indicati come sfruttatori del lavoro proletario, e come tali senz’altro accomunati e condannati in quanto “ladri” della fatica altrui e del suo frutto.