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Craxi oltre le diatribe

 IL SOGNO PROIBITO DEL COMPAGNO BETTINO

 

Bettino Craxi: statista o malversatore, fiero esiliato o latitante pervicace? Era da attendersi che il decennale della morte del politico milanese in terra di Tunisia avrebbe riacceso una disputa annosa. E la disputa, puntuale, si è riaccesa: temperata ma non del tutto spenta dalla lettera inviata il 18 gennaio dal presidente Napolitano alla vedova. A rinfocolarla, del resto, era stata qualche tempo prima la proposta, avanzata dal sindaco Letizia Moratti in vista appunto del decennale, di intitolare a Craxi una via o un giardino pubblico di Milano. Proposta probabilmente immatura, vista la considerazione tuttora non pacificata né “condivisa”, nella cultura politica nazionale, della figura del politico milanese: donde il sapore di forzatura che quel solenne riconoscimento finirebbe con l’assumere. Tanto più se si tiene conto che l’opinione contraria vi vede (anche al di là delle posizioni esplicite dell’on. Di Pietro, punta di diamante dell’iniziativa penale delle procura di Milano all’epoca di “mani pulite”) una sconfessione dell’intero operato “moralizzatore” della magistratura, in quei drammatici primi anni ’90, nei confronti di un sistema dei partiti appesantito (anche a titolo privato) da pratiche finanziarie illegali.

I termini della diatriba appaiono comunque alquanto angusti. Non entrerò qui nel merito dell’aspetto  giudiziario, sul quale mi sembrano condivisibili le parole di equilibrio e umana comprensione del capo dello Stato. Quello che più importa è invece l’aspetto storico-politico della questione. E mi sembra che su questo piano il dibattito non abbia fornito finora elementi sufficienti per esprimere sulla figura di Bettino Craxi un giudizio pienamente motivato.

Mi sembra che muoversi su tale terreno comporti in primo luogo uno sforzo di messa a fuoco di quelle che furono, sgomberate dagli aspetti strumentali o di mero contorno, le finalità strategiche perseguite dal leader socialista. E perseguite da lui appunto in quanto leader del PSI. Intendo dire che le altre componenti della sua strategia politica – in particolare quelle relative alla posizione e al ruolo dell’Italia sulla scena internazionale, su cui molto ha insistito e insiste la pubblicistica più apertamente favorevole alla tesi del Craxi “statista”: quelle componenti che nella cultura di Craxi sembravano affondare le radici nella passione per la figura di Garibaldi – non avrebbero neanche potuto emergere con una qualche efficacia se non avessero fatto da corollari (di tipo “risorgimentale” con venature nazionalistiche) alle scelte relative alla politica socialista.

La strategia di Craxi, a mio parere, può essere meglio compresa mettendo in luce la distanza che la caratterizzò da quella che era stata propria del suo mentore Pietro Nenni. Il Psi di Nenni era stato dapprima convinto sostenitore della politica “frontista”: aveva pienamente condiviso, e anzi in qualche misura contribuito ad accentuare, la netta opposizione del PCI di Togliatti, dopo la rottura del “tripartito” nel maggio 1947, ai governi centristi guidati da Alcide De Gasperi. Del PCI aveva anche condiviso, in politica estera, lo schieramento a fianco dell’Unione Sovietica contro quella che giudicava la subalternità delle scelte governative agli interessi statunitensi. A seguito della svolta determinata, nel 1956, dai fatti d’Ungheria e dalle “rivelazioni” circa le realtà tremenda dello stalinismo in occasione del XX congresso del PCUS, il PSI avviò un percorso di avvicinamento all’area governativa che sfocerà, nei primi anni ’60, nell’alleanza di centrosinistra con la Democrazia Cristiana.

La svolta comportò, certamente, l’abbandono della vecchia prospettiva “frontista” e – anche per la sostanziale chiusura di Togliatti nei confronti dei potenziali, ulteriori sviluppi di quella novità – una  rottura nei confronti del vecchio alleato comunista. Tuttavia, come dimostrerà la permanenza di solidi rapporti nel sindacato, in molte organizzazioni settoriali “unitarie”, nelle amministrazioni locali e, dal 1970, regionali, il sodalizio governativo con la DC non impedì ai socialisti di mantenere un filo di continuità “a sinistra”. Soprattutto, specie dopo il fallito tentativo di ricostruzione dell’“unità socialista” con i socialdemocratici di Giuseppe Saragat, il partito socialista non perseguì mai, di fatto, una riaffermazione del primato nei confronti del PCI irrimediabilmente (e sempre più vistosamente) perduto nelle elezioni politiche del 1948: quando la DC di De Gasperi aveva inflitto al “blocco del popolo” (l’alleanza socialisti-comunisti) una sonora sconfitta.

Insomma il PSI si acconciò realisticamente, fosse alleato del PCI o della DC, a un ruolo di  “spalla” del partner che di volta in volta recitava la parte del protagonista. Un ruolo, beninteso, che non escludeva un suo originale contributo alle politiche praticate dalla coalizione, ma che restava pur sempre quello di un comprimario. Ciò anche quando alla guida del partito il vecchio tribuno romagnolo fu sostituito da altre personalità: Giacomo Mancini e Francesco De Martino. Potremmo dire che né l’autonomismo di Nenni né l’impostazione politica dei suoi successori si tradussero mai in perseguimento di una rivincita nei confronti dei “cugini” comunisti che fosse capace di restituire ai socialisti la primazia nell’ambito della sinistra. Vista con lo sguardo pacato della storia, quella rinuncia, peraltro, si presenta essenzialmente come la disincantata presa d’atto di un’impossibilità.

Qui appunto si colloca la novità radicale introdotta da Bettino Craxi, a partire dal congresso del 1976 che, al Midas, lo incoronò successore del vecchio De Martino reduce da un’umiliante sconfitta elettorale (il PSI era giunto al minimo storico); e soprattutto a partire dal congresso torinese del 1978, in cui la strategia craxiana si delineò in positivo al di là del “primum vivere” proclamato all’indomani dell’elezione alla segreteria. E si tratta per l’appunto della proclamata volontà – sulla scia dell’operazione già riuscita a François Mitterrand in Francia – di fare del partito socialista la principale espressione politica ed elettorale della sinistra italiana.

Una tale, esplicita ambizione, che fece di Craxi un leader socialista del tutto nuovo rispetto ai suoi predecessori, divenne un obiettivo da perseguire con ogni mezzo e senza risparmio di risorse. Proprio qui è l’origine di quella spregiudicatezza che, a chi osservava le mosse del segretario del PSI, dava l’impressone di uno “sgomitare” privo di scrupoli destinato a trasformarsi poi in arroganza autoritaria una volta conquistata la poltrona di palazzo Chigi. Il Craxi raffigurato dai vignettisti in camicia nera, fez e stivaloni non è altro che una trasfigurazione del “compagno Bettino” tutto teso a riconquistare ai socialisti il primato nella sinistra italiana “usurpato” dai comunisti.

Anche il suo coinvolgimento in “tangentopoli”, che decreterà la fine di un’avventura che si voleva epica al pari della vicenda del biondo condottiero dei Mille, non appare dovuta a una qualche brama d’arricchimento personale, ma all’uso spregiudicato del fund raising eslege necessario per soddisfare l’insaziabile appetito di un partito tutto teso – nella visione del suo capo – a riacciuffare il primato perduto nella sinistra. Ma certo non alieno – nelle concrete aspirazioni dei colonnelli e della sempre più fitta schiera di “nani e ballerine” che li contornavano – dal disperdere in scialo pacchiano, o dall’accumulare in casse private e paradisi fiscali, i cospicui movimenti di denaro che avrebbero dovuto sostentare quell’ambiziosa scalata.

La via al riequilibrio dei pesi nella sinistra italiana, perseguita da Bettino Craxi, si rivelerà, al tirar delle somme, sostanzialmente fallimentare. Parlano in tal senso i risultati elettorali: raccolta nel ’76 l’avara eredità di De Martino al di sotto del 10% dei suffragi, Craxi lascerà ai suoi, dopo un quindicennio di assalti, insieme alle rovine di un partito travolto dai processi, un bottino di voti fermo sotto la soglia del 15%. Il cuneo fra DC e PCI era stato, sì, conficcato; ma dalla sconfitta della strategia berlingueriana del “compromesso storico”, già premiata ampiamente dagli elettori nel 1976 a spese dei socialisti, non era emersa una “terza forza” capace di portare all’Italia la “modernizzazione” in chiave socialista che era nei propositi di Craxi. Era emersa piuttosto l’esperienza del “pentapartito” restauratore cementato solo dal ribadimento di una conventio anti-PCI senza più alcuna giustificazione; e infine quella di un triumvirato (il CAF) che, nell’intento dichiarato di salvare il salvabile di una repubblica allo stremo, finirà invece col darle l’ultima spinta verso il baratro.

L’eredità dell’“esule” (o del “latitante”, secondo i gusti) di Hammamet sarà raccolta infine da un altro arrampicatore: dal ras delle televisioni già allevato e protetto dal leader socialista come strumento del proprio potere politico e sociale. Sui rapporti e le differenze fra i due personaggi proverò a dire qualcosa tra breve, a conclusione di queste note. Prima, però, vorrei trarre le conseguenze del ragionamento fin qui condotto.

La vicenda politica e umana di Bettino Craxi è riassumibile nell’inseguimento di un “sogno proibito”: quello di riportare il PSI al posto di primo e decisivo partito della sinistra italiana, indebitamente scippatogli dai cugini-rivali del PCI. Un obiettivo che doveva rivelarsi utopistico e destinato a un esito infausto. Si tratta di una semplice constatazione, che deriva direttamente dalla cronaca del quindicennio dominato dalla figura del leder socialista. Come sempre, tuttavia, i fatti della storia non bastano a spiegare se stessi: passare dalla cronaca alla storia significa non solo considerare i fatti con animo per quanto possibile scevro da passioni contingenti, ma anche cercare di individuare i motivi più profondi (che spesso significa anche più remoti) da cui i fatti sono prodotti.

Ora, a me pare evidente che, nella discussione sulla figura di Bettino Craxi, questo passaggio sia ancora lontano dal compiersi: non solo perché i giudizi sono tuttora troppo mescolati con le passioni e gli interessi di parte, ma anche perché troppo debole è lo sforzo per portare alla luce le motivazioni profonde di quella vicenda. Essa appare a tutt’oggi mossa dalle scelte individuali di un uomo politico – sia pure di un politico di rango – animato dallo spirito “garibaldino” di chi vuole risarcire una ferita di cui la sua parte sarebbe da troppo tempo vittima. E vuole farlo comunque, quale che sia il prezzo da pagare, e quello da imporre agli altri. Quel che finora non ci si è chiesti, tuttavia, è il perché di quel carattere di “sogno proibito” da cui il proposito di Craxi era segnato. Non ci si è chiesti, in altri termini, perché in Italia, contrariamente alle altre grandi nazioni dell’Europa occidentale, la sinistra era stata rappresentata, dal 1948 in poi, non da un partito socialdemocratico ma da un partito comunista. Non ci si è interrogati su quale sia stata la radice dello straordinario successo del PCI, della sua crescita pressoché ininterrotta dal 1948 al 1976, della sua acquisita e salda “primogenitura” in seno alla sinistra italiana. Senza rispondere a questi interrogativi si è destinati a ripetere, su quegli anni e sui loro protagonisti, la tiritera della cronaca, condita magari dal ribadimento rancoroso e incomprensivo dei propri (pre)giudizi.

Si tratta di interrogativi che, a quanto è dato sapere, Bettino Craxi non si pose, mentre forse se li erano posti – magari in forma oscura, ma non inutilmente – i suoi predecessori alla guida dei socialisti italiani. Di fronte al muro impervio dell’egemonia comunista sulla sinistra, forse egli non perse troppo tempo a riflettere: la sua mente, pur lucida e acuta, scelse “garibaldinamente” la via di “gettare il cuore oltre l’ostacolo”. L’ostacolo, però, non era fittizio, ma aveva radici profonde nella peculiare storia civile e politica del nostro Paese. E l’averlo sottostimato gli costerà caro. Forse quell’opera di autocorrezione del suo giovanile carattere riottoso, di cui Craxi parlerà durante un’intervista registrata in Tunisia nell’estremo scorcio della propria vita, era rimasta incompiuta. Non era stata sufficiente, in particolare, a metterlo in grado di calcolare bene, lui così dotato d’intuizione politica, le reali possibilità offerte dalla situazione.

Stupisce alquanto, invero, più che l’abbaglio preso da Craxi nel perseguire quel suo “sogno proibito”, il silenzio degli storici in merito a quell’interrogativo, che essi dovrebbero porsi – come dire – per dovere professionale. Quando se lo porranno, e sapranno rispondervi con un minimo di plausibilità, allora si potrà dire che della Repubblica italiana e di quel suo passaggio cruciale si sarà cominciato sul serio a fare la storia.

Stupisce ancor di più, tuttavia, il silenzio in materia degli eredi del PCI. Nell’orgia delle palinodie, che ha spinto qualcuno di loro persino a negare di essere mai stato comunista, si capisce pure che non sia venuto loro in mente di chiedersi come mai, nei decenni dell’ascesa e della rocciosa tenuta del PCI, il suo primato nella sinistra non fosse stato mai neanche lontanamente minacciato dalle pur legittime aspirazioni dei socialisti. Perché il PCI non solo fosse stato capace, nelle prime elezioni repubblicane, di “sorpassare” il PSI che ancora due anni prima aveva ottenuto un risultato migliore del suo; ma avesse poi allungato il passo rispetto ai “cugini” lasciandoseli ampiamente alle spalle. Fino a raggiungere, nel 1976, un risultato elettorale più che triplo rispetto a quello socialista. Perché, infine e per riassumere, l’elettore italiano orientato a sinistra scegliesse, il più delle volte, di votare comunista.

Poiché sarebbe difficile da credere una spiegazione che faccia appello alla migliore qualità organizzativa, o al maggiore spirito di sacrificio, o in genere alla più rigorosa tempra morale; poiché queste e altre spiegazioni di tal genere non “spiegherebbero” nulla trattandosi piuttosto di fenomeni bisognosi essi stessi di una credibile spiegazione; sarà allora necessario che il quesito sia posto in tutta la sua serietà. Altrimenti si rischia di restare al livello dei ricorrenti e banali sfottò sulle salamelle cotte dai volontari nelle feste dell’Unità o dell’onnipotenza taumaturgica dell’“oro di Mosca”.

Non mi avventurerò qui in un presuntuoso tentativo di rispondere a un interrogativo di tale portata. Basti averlo posto, come sollecitazione ad altri, più titolati, ad affrontarlo. Quando lo si sarà davvero fatto, anche il giudizio sulla figura di Bettino Craxi potrà trovare espressione, com’è necessario, nella luce severa, e a un tempo serena, della storia.

L’erede di Bettino Craxi non è un politico di professione: è un imprenditore affermatosi in un crescendo vertiginoso, passando dalle origini piccolo borghesi nella provincia brianzola ai fasti dell’uomo più ricco e potente d’Italia. Ci sono fra i due personaggi diversi punti di contatto: l’indole lombarda insofferente delle formalità e di ogni ostacolo al “fare”; il considerare con disprezzo le pastoie che si frappongono al perseguimento dei propri scopi e, all’occorrenza, la scelta delle vie più spicce, senza curarsi d’altro, per sciogliere quei fastidiosi legacci; la fiducia in se stessi sconfinante nella temerità; il tutto riassunto in una vistosa ipertrofia dell’ego. Ci sono poi i legami diretti fra i due: senza la protezione di Craxi, probabilmente la parabola di Berlusconi non avrebbe mai raggiunto il suo culmine. Simmetricamente, senza la brusca caduta del suo protettore, Silvio Berlusconi non avrebbe mai deciso che era giunta l’ora, scendendo direttamente nell’agone politico, di farsi protettore di se stesso.

Ma il parallelo tra le due figure, in sostanza, finisce qui. Craxi è l’erede – sia pure, come si è visto, con un brusco scarto – di Pietro Nenni e della tradizione del socialismo autonomista. Il suo ego ipertrofico si esprime comunque come portavoce di una prospettiva politica. La strategia che persegue è una strategia tutta politica: qui si realizza, e in sostanza si esaurisce, la somma delle sue personali aspirazioni. Berlusconi è, sì, l’erede di Craxi, ma solo nel senso che ne raccoglie e fa proprio il potere sulla scena nazionale. La strategia che persegue, però, non ha nulla di propriamente politico: contrariamente al suo protettore, non possiede alcuna visione della polis e delle sue necessità. La politica, il potere, la stessa nazione sono per lui meri strumenti dell’affermazione della propria azienda, del proprio clan familiare e amicale, in ultima istanza di se stesso come individuo.

Mentre Craxi, “totus politicus”, vive la politica come una proiezione esterna della sua persona, un rapporto simile Berlusconi lo ha con l’azienda e il suo retroterra, più in generale con la dimensione economica del potere e del mondo. Insomma, mentre per Craxi la politica (nello specifico, l’essere socialista) equivale alla vita, per Berlusconi la vita è l’intraprendere per arricchire, l’acquisizione fine a se stessa, mentre la politica è un mero strumento, una componente dell’attrezzatura necessaria a mandare l’intraprendere a buon fine. Infine, e più in concreto, l’uno è un personaggio tutto interno alla “repubblica dei partiti”, che con la “grande riforma” vorrebbe adattare alla prospettiva posta in essere dalla propria iniziativa; l’altro guarda invece oltre, a una dimensione in cui ogni regola diventerà superflua perché il tutto deve essere disciplinato dai suoi interessi personali e aziendali. Craxi concepisce ancora se medesimo come un “servitore della polis”, Berlusconi concepisce la polis come mero terreno del suo intraprendere, o se si vuole come retrobottega della sua azienda.

E tuttavia questa differenza di fondo non toglie che Craxi, uscendo di scena per le conseguenze della sua spregiudicatezza nel perseguire il proprio “sogno proibito”, ci abbia lasciato l’eredità avvelenata di un’Italia in mano a un siffatto personaggio. Che poi l’Italia si sia acconciata a consegnarglisi, è ben vero. Ma è oggetto di un altro racconto.

Stefano Sacconi

Roma, 21 gennaio 2010





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