Cerca
  Porto
    Oggi
    Giornale di bordo
    Il Punto
    Glocal
    Dicono
    Otium
    Serbatoio
    Mappa
    Bottiglie
 


Links 
www.popica.org/d...
 
www.aduc.it
 
www.redattoresoc...
 
www.noidonne.org...
 
www.lavoce.info/...
 
www.quadrantefut...
 
www.luzzatti.it
 
www.cooperazione...
 
www.cslegacoop.c...
 
www.ica.coop/al-...
 


Home » Il Punto » PD, DOPO LE PRIMARIE IN PUGLIA »
PD, DOPO LE PRIMARIE IN PUGLIA

I BUCHI D’UNA STRATEGIA

La prima affermazione  di Pierluigi Bersani, appena eletto segretario del PD con una votazione ampiamente maggioritaria sia degli iscritti sia degli elettori partecipanti alle primarie, fu: ora si apre una grande stagione di alleanze. La seconda: basta fare solo opposizione, bisogna costruire l'alternativa. Fra le due affermazioni vi era un nesso chiaro: per costruire l'alternativa è necessario tessere una rete di alleanze.

Questo concetto Bersani lo ha ripetuto e meglio specificato dopo le primarie pugliesi, quelle  che il PD è stato alla fine costretto a convocare sia per il rifiuto del presidente uscente della Regione Nichi Vendola di compiere un “gesto di generosità” rinunciando a ripresentarsi, sia anche per l'incapacità dello stesso PD di presentare un proprio candidato che avesse l'appoggio di tutto il partito. Primarie nelle quali il candidato ufficiale dei Democratici (ala D'Alema-Bersani- Latorre) aveva dovuto soccombere, sopraffatto (in media 27 a 73 per cento, ma 15 a 85 per cento nei collegi rispettivamente di D'Alema e Latorre) dal plebiscito ottenuto proprio dal rivale Vendola.

“Quando parliamo di alleanze – ha spiegato il segretario dei Democratici a l'Unità (27 gennaio) – parliamo di noi, delle nostre idee (...), di una democrazia che non può diventare un plebiscito. Berlusconi – ha continuato Bersani – ha ancora consenso ma non offre più un orizzonte. E noi non stiamo lavorando su un accrocchio politicista. Stiamo cercando le vie politiche per unire tutte le forze che possono costruire un'alternativa”.

Di fronte alla plateale sconfitta subita in Puglia dalla sua strategia, il segretario, insomma, ribadisce le sue scelte. Con due innovazioni rispetto al primo mese di segreteria. In primo luogo esclude che l'ampliamento delle alleanze debba risolversi in un “cambio di cavallo” passando dall'asse con Di Pietro (rassicurato in un apposito incontro) a quello con Casini. Senza escludere nemmeno un qualche collegamento con le forze di sinistra prive di rappresentanza parlamentare ma – come dimostra il caso Vendola – non prive di un solido radicamento popolare e anche di una comprovata capacità di governo, almeno a livello locale. Se non si tratta di un ritorno all'Unione di prodiana (e non propriamente fausta) memoria, poco ci manca. Quello che sembra analogo, soprattutto, è il richiamo alla necessità di un rassemblement di tutte le forze d'opposizione per mettersi in grado di “mandare a casa Berlusconi”.

La seconda correzione d'accento riguarda le primarie. Qui Bersani, dopo la “serata amara” del 24 gennaio, quando il risultato pugliese aveva spietatamente mandato in fumo le illusioni di Boccia e dei suoi sponsor di vertice (ripetendo peraltro, e in termini più crudi, il film già interpretato cinque anni prima dagli stessi duellanti), sembra celare dietro un discorso spesso contorto un sostanziale ripudio di quello strumento statutario già in troppi casi messo da parte nella prassi preelettorale. E foriero, in Puglia, di esiti funesti.

Bersani, a proposito di primarie, comincia col dichiarare solennemente: “Noi le abbiamo inventate e non le molleremo mai”. Ma subito dopo aggiunge: “Tuttavia ci sono primarie e primarie. E' il collettivo degli organismi dirigenti che deve prendersi la responsabilità di modelli partecipativi. Perché le primarie sono meccanismi che possono suscitare la primavera oppure testimoniare che ci indeboliamo per le secondarie. E questo – precisa – in un partito deve essere valutato da collettivi, da organismi dirigenti, altrimenti non c'è ragione che ci sia un partito”.

Traduzione: macché statuto e statuto; deve essere il partito, e per esso i suoi organismi di vertice, a decidere di volta in volta se le primarie vanno fatte o no. “L'obiettivo – prosegue infatti Bersani – è battere la destra e portare avanti i nostri valori. Valori di uguaglianza, lavoro, solidarietà. E quindi la politica deve avere la sua barra”. Per concludere, lapidario: “Un partito non è un notaio”. Peggio: “Ci sono casi in cui le primarie vengono lette dai cittadini come un problema interno, come incapacità di decidere”.

Invece un partito, poiché “non è un notaio”, deve decidere. Un po' come nel Lazio dove, incapace di accordarsi su un proprio candidato credibile per succedere a Marrazzo e peraltro incapace di presentare Emma Bonino (eletta al Senato nelle sue liste) come propria candidata, finisce con l’accodarsi alla presentazione della stessa Emma come candidata radicale. Ovviamente, senza neanche adombrare la possibilità di indire regolari primarie (del resto, fra chi e chi?). Quando si dice il decisionismo...

Quella che risulta chiara, a chi legge (o ascolta) i ragionamenti di Bersani, è solo una cosa: che il segretario del PD, il quale a parole rivendica al suo partito il merito di “avere inventato” le primarie, considera in realtà questo strumento di partecipazione contrapposto al partito come tale. Il partito medesimo, se usa sistematicamente le primarie come prescrive il suo statuto, agli occhi di Bersani rischia di apparire all'elettorato come una cricca di gente incapace di decidere. Rischia anzi, di fatto, di destrutturarsi fino a dissolversi in una sorta di cappone disossato, in balìa delle ondivaghe pulsioni di una base allargata, preda magari di una folle cotta per il Vendola di turno. In sostanza, capace solo di consegnarsi a un plebiscitarismo verticista e profondamente antidemocratico.

Qui però, in questa radicale contrapposizione fra “partito-partito” e “partito delle primarie” sta a mio parere il nucleo di insuperabile debolezza di questo discorso. Esso infatti presuppone che chi ha lanciato le primarie, come strumento di metodica consultazione di una “base” del partito non ristretta ai soli iscritti, lo abbia fatto in vista di una sostanziale rinuncia alla dimensione-partito vera e propria. O abbia avuto di mira – come pure si è detto – un partito “liquido”, privo di una struttura permanente, affidato per le sue scelte a una sorta di plebiscito permanente. Plebiscito la cui inevitabile controfaccia sarebbe quella di una estrema personalizzazione, di una riduzione fino ad abolirle di tutte le garanzie collettive che fanno di un leader politico non un master and commander della nave-partito, ma un responsabile pro tempore accompagnato, controllato e sorretto nella funzione direttiva da organismi espressi democraticamente e in piena trasparenza da una base di iscritti.

Se qualcuno ha pensato questo: se ha creduto cioè che nella dimensione delle primarie si potesse riassumere per intero la vita democratica e partecipativa del partito, costui ha commesso un errore grave. Avrebbe ragione, allora, Bersani a bacchettarne la posizione come irresponsabile e foriera di disastri. E forse è questa la convinzione che animava Alfredo Reichlin (storico dirigente e intellettuale comunista, e uno dei cervelli più lucidi dell’ala sinistra del PD) nel dichiarare, all’indomani della vittoria di Bersani, che il partito era stato sull’orlo di “perdere tutto”. Giudizio a mio avviso ingeneroso nei confronti degli avversari sconfitti e incomprensivo della loro reale posizione.

La questione è un’altra. Non si tratta affatto di sostituire il partito strutturato con l’appello al “popolo delle primarie”. Si tratta invece di darsi uno strumento in più, del tutto inedito rispetto alla tradizione di entrambe le componenti “storiche” confluite nella fondazione del nuovo partito, per valutare di volta in volta l’adeguatezza delle posizioni e delle proposte avanzate dal partito rispetto al sentire diffuso della sua base elettorale, culturale e sociale. Si tratta quindi di adottare uno strumento moderno e agile (certo aggiuntivo e non sostitutivo rispetto a quelli collaudati da una pluridecennale esperienza, ma oggi in buona parte devitalizzati) per favorire il radicamento del partito “in seno al popolo”: uno strumento ulteriore di contatto, di verifica, di vera e propria osmosi fra partito e cittadini. Uno strumento la cui efficacia è stata già più volte testimoniata dalla risposta massiccia ed entusiasta, sempre oltre le attese, fornita dagli elettori di centrosinistra ogni volta che li si è chiamati a esprimersi.

La facoltà di elaborazione, di proposta, di indicazione di una prospettiva, non può spettare altro che al partito (ai partiti, in una visione pluralistica della società, della politica, dello Stato), da intendersi come associazione libera, ma altresì durevole e strutturata, fra cittadini; mirante a consentire a questi ultimi di “contribuire con metodo democratico a determinare la politica nazionale” (art. 49 della Costituzione).  Da intendersi quindi non come un’ameba informe, come un tram su cui si sale e da cui si scende senza assumersi alcuna responsabilità. Ma come una libera comunità che si dà i propri organi e i propri dirigenti e in essi, finché sono in carica, ripone la sua fiducia.

L’introduzione del ricorso alle primarie nello statuto del partito democratico non deve essere intesa come negazione di tutto ciò. Deve essere intesa piuttosto come un fattore di verifica delle decisioni prese, sotto propria responsabilità e non certo sotto la pressione dei sondaggi, dal partito come comunità politica organizzata. In particolare per quanto riguarda la scelta del candidato per una carica monocratica (la guida del governo nazionale in primo luogo). Va detto che, nell’entusiasmo a volte un po’ ingenuo del cambiamento, cioè in quella temperie che è stata definita “nuovismo”, l’introduzione delle primarie nella norma e nella prassi del partito è andata soggetta a più d’un elemento di superficialità[1]. In particolare, sembra ci si sia ben guardati dal trasferire nel nuovo statuto lo spirito effettivo che quello strumento esprime nel suo paese d’origine: gli Stati Uniti d’America. Qui, infatti, le primarie sono consultazioni dell’elettorato (esplicitamente dichiarato) di ciascuno dei due maggiori partiti al fine di determinare la scelta del candidato (alla Casa Bianca, ma non solo) da contrapporre a quello degli avversari. Nessuno si sognerebbe, invece, di sottoporre a un tale tipo di consultazione allargata la scelta dei dirigenti del partito.  

Le primarie americane investono, insomma, una sfera più ampia di quella strettamente di partito. Ed è sensato che lo facciano proprio perché si tratta, attraverso di esse, di ottenere un’indicazione già a suo modo “elettorale”: un’indicazione riguardante la migliore candidatura a un’elezione. La sfera investita, in altre parole, è quella del rapporto fra partito e dimensione istituzionale: la sfera della scelta (che l’elettorato effettuerà tra i candidati proposti dai partiti) di chi investire della titolarità pro tempore di quell’istituzione pubblica e dei relativi poteri.

Si tratta, evidentemente, di una logica che di per sé non concerne la scelta dei dirigenti di partito: i quali non a caso, negli Stati Uniti, non sono scelti facendo ricorso alle primarie. Quest’ultima scelta, infatti, investe la sola sfera partitica come tale. Meglio, allora, che essa sia esercitata da coloro che al partito aderiscono in modo pieno, con un effettivo coinvolgimento, non solo con una semplice opzione pre-elettorale.

C’è anche, oltre il puro argomento logico e la coerenza con il collaudato modello statunitense, un’altra motivazione che avrebbe consigliato di mantenere distinti i metodi elettorali e le basi d’adesione rispettivamente investite nei due casi. L’affidare la scelta dei dirigenti di partito (in particolare, come di fatto avviene, quella del segretario nazionale) alle primarie, quindi a una base più ampia e meno definita, comporta quanto meno il rischio che al momento del ricorso alle primarie effettive la dirigenza eletta con quella procedura impropria incontri più di qualche difficoltà nell’effettuare scelte chiare e nette, assumendone conseguentemente la responsabilità. Cercherà in ogni modo (vedi di nuovo i casi pugliese e laziale) di mantenere la scelta nel chiuso delle “segrete stanze”, dove le logiche prevalenti sono spesso quelle delle spartizioni e dei compromessi di potere. Salvo poi doversi acconciare all’indizione di primarie dall’esito probabilmente sfavorevole a quelle scelte mal partorite (Puglia) o addirittura ad accettare (Lazio) candidature imposte da formazioni politiche di portata elettorale modesta ma di maggiore tempestività ed efficacia nel farsi avanti.

A questa prima pecca delle “primarie all’italiana” adottate (peraltro a corrente alternata) dal PD se ne aggiunge poi anche una seconda, che esercita un peso decisivo nel rendere erratico il ricorso a tale strumento. Si tratta del fatto che, mentre negli Stati Uniti le primarie si svolgono secondo regole consolidate e inderogabili (anche se a volte, come nel caso dei caucuses, di matrice solo consuetudinaria), il PD non ha mai provveduto a imporre loro una qualche regolamentazione.

Due, quindi, le cose più urgenti da fare, se non si vuole che tale innovazione passi presto nel dimenticatoio, o magari venga ridotta – come in fondo vorrebbe il segretario – a un optional di cui la dirigenza possa fare o non fare uso secondo le sue insindacabili scelte. In primo luogo, con un’apposita modifica statutaria, è necessario che si precisi che il ricorso alle primarie è riservato – ed è allora obbligatorio e vincolante – ai soli casi in cui si tratta di scegliere i candidati a cariche elettive (e lo statuto dovrebbe anche precisare quali cariche). La seconda necessità è quella di stabilire regole precise e inderogabili per lo svolgimento delle primarie: condizioni per il diritto a parteciparvi e metodi registrazione e di controllo, tempi (rispetto alla scadenza elettorale) e modi delle votazioni, responsabilità di gestione degli elenchi dei votanti e dei fondi raccolti in occasione del voto.

Resta infine da affrontare, anche alla luce del ragionamento fin qui condotto, la questione delle alleanze. L’errore di Bersani nel fare di tale tema una scelta strategica sta nel fatto che, facendo della ricerca di alleanze una priorità assoluta, si rischia di cedere all’alleato (anche solo potenziale) il manico del coltello. Sarà infatti l’alleato a dare il tono all’alleanza, a determinarne le priorità programmatiche, a imporre i candidati con esso “compatibili” o a porre veti insuperabili sui candidati sgraditi. L’influsso sproporzionato dell’IdV nel corso degli ultimi due anni e il rapporto squilibrato con l’UDC in vista delle prossime regionali sono la rappresentazione plastica di questa conseguenza nefasta delle alleanze come scelta strategica.

Conseguenza tanto più grave in quanto quella scelta viene effettuata non da un partito dall’identità già delineata e consolidata (come poteva essere, in passato, il PCI), ma da un soggetto collettivo di recente formazione e dall’identità politica ancora sostanzialmente indefinita. E nel quale pesano non soltanto la sua duplice origine dai DS e dalla Margherita, ma una pluralità di posizioni anche estreme (si pensi solo al cattolicesimo tradizionalista della senatrice Binetti, che giunge a dichiarare di voler fare campagna contro la candidata presidente nel Lazio, condizionando per di più la sua permanenza nel PD alla sconfitta della Bonino), spesso fra loro in stridente contrasto. In tali condizioni, la subalternità all’alleato può non concernere solo determinate scelte, ma investire addirittura la determinazione dell’identità del partito. Anche qui, insomma, la rinuncia alla “vocazione maggioritaria”, che era la scelta strategica e qualificante all’origine del PD, rischia gravemente di rovesciarsi di fatto in “vocazione minoritaria”. Cosicché anche in questo caso (si parva licet…) può capitare di assistere al singolare spettacolo della “coda che agita il cane”[2].

                                                                       Stefano Sacconi

Roma, 28 gennaio 2010



[1] Vedi in proposito, in questo stesso sito, la nota “Ma quali primarie?”, scritta al tempo dell’assemblea costituente del partito democratico.

[2] Il paragone è con il rapporto fra Israele e Stati Uniti, così designato, in certe fasi, da qualche autorevole commentatore internazionale.

 

 





Richiedi informazioni Invia la pagina Stampa la pagina

Mare Aperto di Stefano Sacconi   

- Roma
E-mail: mail@mareaperto.net
Realizzazione web by euchia