Alla fine Piergiorgio Welby, pochi giorni prima di Natale, se n’è andato: aiutato da quelli che gli erano più vicini e da un medico che non riteneva la pietà, la solidarietà umana, il coraggio civile cose estranee al suo dovere professionale; circondato dal clamore sollevato sul suo caso (col suo pieno consenso e il suo contributo consapevole e attivo) dai radicali e (contro la sua volontà ripetutamente espressa e contro ogni regola di fraternità) da una coorte di ideologi, di bigotti feroci e tremebondi, di sepolcri imbiancati, di idioti e di veri e propri mascalzoni.
Sul “caso Welby” molto è stato detto, durante la sua straziante, lucidissima agonia e dopo che un atto di dovuta pietà lo ha fatto ascendere, in modo non più discutibile, nel regno dei giusti. Welby resterà fra gli eroi civili di questo Paese e fra i testimoni dell’umanità: chi propone di intitolare, sull’esempio tunisino, strade e piazze a Bettino Craxi (niente da obiettare, visto che strade, piazze e persino scuole sono tuttora intitolate a personaggi nefasti del passato come Vittorio Emanuele III o Francesco Crispi), non dimentichi di onorare, fra le proposte toponomastiche, il mite combattente.
Nel vuoto d’informazione scritta in cui è caduto il “tubo staccato” di Piergiorgio Welby, una delle pochissime voci in edicola, il Riformista, ha riportato una impegnativa serie di note informative e di commenti accomunati in sostanza, a partire dall’editoriale del direttore Paolo Franchi, dalla sottolineatura del silenzio che le istituzioni e il mondo politico “che conta” hanno opposto all’appello accorato e ripetuto di Welby. Una risposta mancata tanto più assordante dopo la risposta pronta e adeguata del presidente della Repubblica alla lettera del sofferente, in cui Napolitano sollecitava con decisione l’istituzione parlamentare e le forze politiche a farsi carico, innanzi tutto discutendone apertamente nelle sedi appropriate, della tremenda, umanissima “questione”. E poi cose bellissime ha scritto, quando la stampa è ripresa, Adriano Sofri.
Vorrei aggiungere soltanto poche considerazioni. Quel sostanziale fin de non recevoir opposto da coloro che il Colle aveva chiamato in causa si è travestito, nei casi migliori, da appello ai “tecnici”: come nel caso della ministra della Salute Livia Turco, che ha dichiarato di attendere, per qualunque decisione in merito, l’autorevole parere del Consiglio superiore di Sanità su cosa debba intendersi per “accanimento terapeutico”.
Più diretta, allora, la disarmante confessione di quel medico curante che ha dichiarato di non poter “staccare il tubo” perché, a legislazione vigente, quell’atto comporta il rischio della galera per chi si azzardi a compierlo. Più diretta ma (mi scusi il dottore) anche un po’ codarda: visto peraltro che il collega che ha poi accettato di correre quel rischio in galera non ci finirà. E qui onore ai PM, dimostratisi capaci di dare dell’obbligatorietà dell’azione penale un’interpretazione non ottusamente burocratica. Del resto, un PM aveva promosso, in vita di Welby, un procedimento per consentire di “staccare il tubo” con l’autorizzazione di una sentenza. Ma il giudice “terzo” non si era sentito di emettere una sentenza siffatta.
L’agognato parere “tecnico”, alla fine, non si è fatto granché attendere. Ma i soloni del CSS, invece di azzardarsi a un impegno definitorio, si sono limitati a sentenziare sul caso specifico. Ostentando, anche loro, pollice verso. Welby, hanno detto in sostanza, non è un malato in fase terminale, quindi quello esercitato su di lui non è accanimento terapeutico. Tanto più che egli è circondato da cure affettuose. Come dire: un personaggio ormai pubblico, visto che è accudito amorevolmente dall’amatissima e coraggiosa consorte, aspetti buono buono e tutto intubato che la Grande Falciatrice si decida a fargli visita, adeguatamente preannunciata da sintomi continui e crescenti di soffocamento. Mentre, magari, a un barbone solitario e in fin di vita gettato in una discarica va riservato un bel colpo di grazia alla nuca. L’umanissima sentenza dei salomoni sanitari ha avuto la ventura di coincidere con lo sciopero dei giornalisti: non ne resta quindi traccia scritta per il grande pubblico.
Beati loro. Visto anche che l’atto pietoso che ha posto termine alle sofferenze di Welby ha seguito di sole poche ore l’aureo pronunciamento. E chissà che fra i due eventi, dal momento che il primo di essi si presentava come la chiusura dell’ultima porta disponibile per compiere quell’atto con l’avallo delle “competenti autorità”, non vi sia stato un qualche nesso causale.
Addio Piergiorgio, uomo di coraggio, testimone della vita. Non dovrai più sentire voci di cretini di centrodestra che, per negarti l’estremo atto di vicinanza umana, ricordano che in Italia non c’è… la pena di morte. Né quella di un vicepresidente del Consiglio di centrosinistra che alzando il ditino recentemente cattolicizzato ricorda all’urbe e all’orbo come “a nessuno sia consentito” staccare spine torturatrici. Non informandoci, però, su quale sarebbe stato in merito il suo parere quando egli frequentava i piani alti del partito di Pannella. E trascurando di ricordare (cosa che ha fatto invece – onore a lui – qualche prelato) il rifiuto dell’accanimento terapeutico da parte di un papa che pure, per anni, aveva esibito la propria sofferenza in giro per il mondo.
Addio Welby, mi mancherai. Come mancherai a tutti coloro che hanno seguito con partecipazione e insieme con sgomento la tua vicenda: conclusa (tardi, troppo tardi) nel modo da te scelto, ma che non chiude, ma piuttosto inaugura, una stagione nuova di riflessione su quale debba essere il rapporto fra la legge e i casi estremi della vita: e la morte non è certo, per l’essere umano, la semplice negazione della vita, ma il suo atto estremo. Da vivere, per quanto possibile, umanamente.
Mi mancherai, mancherai a tutti noi che abbiamo ascoltato con sincera partecipazione la tua voce. Mi mancherai anche se so che quella voce è stata strumento di una campagna guidata da altri. Perché tu questo lo hai voluto, e di quella campagna hai voluto, fermamente voluto, esser parte. Anche per questo mi (ci) mancherai: perché sei stato una guida e un esempio sul crinale più difficile e doloroso. Perché hai saputo unire la lotta per te alla lotta per tutti. Trascinando dalla tua parte, oltre una soglia che lei non avrebbe voluto passare, anche la tua cara Mina, compagna nella buona e nella cattiva sorte. E tanti che, come me, non condividono la base politica della tua campagna, ma a essa si sono associati di slancio, guidati dal tuo richiamo di dolore e di pienezza vitale. Tanti che, come me, non condividendone la fede, si sono però uniti col cuore a quelle suore-sorelle che in piazza Don Bosco ti sono state vicine presentandoti al trono dell’Altissimo. E a quei preti amici e sinceri che con la loro preghiera non hanno riimbiancato il proprio sepolcro, ma hanno gettato, nel tuo stesso stile, la più mite e sferzante condanna su una gerarchia sorda e incapace di esser fedele al Vangelo che ha continuamente sulle labbra.
P.S.
1. I preti. A che servono i preti? Per chi non crede, ovviamente, a ben poco. A meno che uno non sia un “ateo devoto” (come Mussolini, che si dichiarava “cattolico non cristiano”), e allora possono fungere, almeno quelli peggiori, da utili compagni di merende. Per chi crede, invece, dovrebbero mediare fra il peccatore e Dio. Non solo né tanto in sede di confessione, ma anche e soprattutto dando rilevanza pubblica alla fede. Per esempio, in sede funeraria. Per un defunto, il singolo credente può pregare tranquillamente a casa sua, o comunque nell’intimità del suo cuore. Al prete spetta invece di onorare il trapassato con un rito, che fa del suo accompagnamento all’ultima dimora (in pari tempo sotterranea e celeste) un fatto corale, riconosciuto, comunitario. Se al defunto, invece, si nega l’ingresso in chiesa per il funerale religioso, quel che gli si nega è per l’appunto tale accompagnamento collettivo. Allora, è inutile che poi il prete (peggio, il vescovo o il cardinale) dichiari di pregare comunque per l’escluso. Perché in questo modo mette ancor di più in evidenza quell’arcigna esclusione. Lui prete (vescovo, cardinale) prega per il trapassato né più né meno di come può farlo, per proprio conto, qualunque fedele. E dichiara così la propria inutilità in quanto prete, vescovo, cardinale. Negando il funerale in chiesa a Piergiorgio Welby e dichiarando in pari tempo di pregare per l’anima sua, la chiesa ufficiale ha compiuto uno di quegli atti autolesionisti e suicidi che non le sono del tutto inconsueti. Poiché in tanti credenti quell’atto ha suscitato uno scandalo e una ribellione che preludono a un’accresciuta distanza. Mentre noi che non crediamo non abbiamo motivo di dolercene: ma piuttosto di constatare che così si avvicina di un altro passetto il giorno in cui l’inutilità dei preti diverrà, per loro stessa ammissione, evidente a tutti.
2. La memoria. Hanno ricordato il gesto di Giovanni Paolo II. Bravi. Ma nessuno ha ricordato un episodio più lontano nel tempo, che pure aveva avuto la consacrazione del mezzo che fa di un fatto qualunque una verità: la televisione. Molti anni or sono, in una trasmissione che non ricordo quale fosse, comparve l’attrice Sandra Milo. E non si esibì in una qualche gag o in una banale conversazione col presentatore di turno, ma in un episodio di tv-verità davvero scioccante. Col volto congestionato e in lacrime, ricordò come avesse infine accettato, su insistente preghiera della madre, affetta da una malattia inguaribile e straziata da pene tremende, di porre termine alle sue sofferenze praticandole un’iniezione letale. Non risulta che l’attrice felliniana abbia poi dovuto subire, per questa pubblica confessione, alcuna persecuzione giudiziaria: anche in quell’occasione, evidentemente, i PM si rivelarono più umani e intelligenti di tanti bigotti dell’etica e del diritto. Quello che stupisce di più, comunque, è la mancata menzione dell’episodio da parte dei tanti che in occasione del “caso Welby” si sono prodotti in dotte disquisizioni. La vita, evidentemente, passa in tv come l’acqua sul marmo: senza lasciare traccia. Anche quando un’attrice prosperosa, invece delle solite tette e chiappe, mostra le ferite strazianti del proprio cuore.