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Calcio assassino

Basteranno le misure “british style” promesse dal governo per riportare alla ragione il mondo del calcio dopo l’episodio di venerdì 2 febbraio, in cui un ispettore di polizia in servizio d’ordine pubblico allo stadio è stato ucciso (sembra con premeditazione assassina) durante il “derby siciliano” in corso di svolgimento a Catania?

Lo speriamo tutti. Anche perché, a proposito dell’estrema degenerazione dello sport più popolare (e più ricco), sarebbe ora di uscire dalla contrapposizione che sembra  riassumere in sé il grosso delle posizioni concettuali in campo: da un lato quella “minimalista” di chi si ostina a parlare di “un pugno di teppisti” infiltratisi nel corpo sostanzialmente sano della tifoseria calcistica, negando alla gente perbene e (soprattutto) alle famiglie il diritto di andare allo stadio per veder giocare e sostenere la squadra del cuore; dall’altro la posizione di chi fa della violenza da stadio una semplice espressione delle violenza diffusa nella società, per cui ogni intervento sul terreno specifico sarebbe velleitario e il discorso andrebbe spostato senz’altro “più a monte”.

Posizioni in entrambe le quali, ovviamente, si cela un nucleo di verità: non tutti i tifosi (né tanto meno tutti gli amanti del calcio) sono teppisti, o peggio criminali assetati di violenza e di sangue; così come, ovviamente, la “devianza” delle curve non nasce dal nulla, ma è il prodotto di una tendenza più generale, che ne costituisce in ultima istanza il terreno di coltura. Dire questo, tuttavia, non può bastare né a fare un passo avanti nella comprensione di un fenomeno di tale aberrante portata, né tanto meno a risolvere la questione.

Per capirne un po’ di più sarà opportuno anzitutto ricordare alcune delle reazioni che hanno fatto da contorno all’episodio criminale e alle prese di posizione del governo in proposito.

1.      Mani, per le quali la definizione di faziose sarebbe un onore, hanno tracciato in varie città scritte inneggianti all’omicidio: svariando solo fra il puro odio demente per chi porta una divisa e l’equiparazione di quell’assassinio a una vendetta del giovane ucciso nel 2001 a Genova, in piazza Alimonda, durante le manifestazioni contro la riunione del G8.

2.      Il ministro dell’Interno Giuliano Amato, facendosi interprete del sentimento di buona parte (della parte maggioritaria?) del Paese, ha dichiarato, nel promettere misure finalmente efficaci e non compromissorie, che coloro che compiono simili atti devono considerare ormai chiuso ogni spazio, negli stadi e attorno a essi, per ripetere le loro gesta; e che, se ciò non dovesse risultare possibile, sarà il calcio come tale a pagarne le severe conseguenze.

3.      Alcuni esponenti del mondo calcistico (mentre altri, fra i quali – sembra – lo stesso presidente del Catania, manifestavano il proposito di uscire da un universo tanto degenerato)  hanno ripetuto più o meno all’unisono che un morto non deve essere d’ostacolo a che “lo spettacolo vada avanti”, elevando la loro fiera protesta contro le misure prospettate dal governo: fra questi il presidente della Lega Calcio, l’ineffabile e sempiterno Antonio Matarrese, che ha paventato in proposito “la distruzione di un’intera economia”. 

4.      A tutto ciò va aggiunta la reazione, che a molti è sembrata non all’altezza, della città di Catania, impegnata nella preparazione dei tradizionali festeggiamenti in onore di sant’Agata, di cui la Chiesa locale ha, sì, smorzato in parte i toni, ma si è ben guardata dal proporre alcun rinvio in segno di lutto e di condanna dell’efferato episodio.

Che cosa dedurre da questa semplice spigolatura? Sembra derivarne una clamorosa conferma di un fatto che tante accurate analisi, e non da ieri (è del 1983 il libro “All’ultimo stadio – Una Repubblica fondata sul calcio” firmata dal giornalista Oliviero Beha e dal sociologo Franco Ferrarotti), hanno dimostrato, ma che sembra non avere scosso, almeno finora, la pigra acquiescenza dei responsabili della cosa pubblica: del fatto, cioè, che il mondo del calcio, da decenni, non è più, di fatto ed essenzialmente, un universo sportivo, ma piuttosto una componente degenerativa del sistema sociale ed economico dominante, pienamente funzionale ai meccanismi profondi di quel sistema e a un tempo radicalmente separata rispetto alla superficie visibile della convivenza civile, della produzione e distribuzione della ricchezza, della dimensione propriamente politica, giuridica e amministrativa in base a cui quei meccanismi sono (o si dicono) espressi  e governati. Del fatto, anzi, che il mondo del calcio è funzionale a quei meccanismi proprio in quanto mantiene intatta la propria apparente separatezza.

Non sarà necessario sottolineare come tale intreccio ambiguo e torbido abbia trovato la propria più vistosa incarnazione, a cavallo fra la prima e la seconda Repubblica, nella figura di colui che da vent’anni è l’indubbio (e sostanzialmente incontrastato) protagonista dell’Italia contemporanea: Silvio Berlusconi. Il quale (in virtù di quel misto di calcolo furbesco, di istinto seduttivo e guittesco della comunicazione e persino di sincerità disarmante, che è alla radice del suo straordinario successo in tutti i campi in cui ha scelto di misurarsi) non a caso ha voluto e mantenuto un ruolo primario nel mondo del pallone: sostegno di un’imperitura popolarità presso il vasto universo dei tifosi (non solo rossoneri), perno tutt’altro che secondario di un impero mediatico e anche – il che non guasta – succoso business finanziario. Infine, ma non secondariamente, plastica dimostrazione del fatto di incarnare personalmente la “discesa in politica” di un genuino “esponente della società civile”, interprete del sentire comune anche di ambienti per i quali il “fate come me” sul terreno dell’impresa e degli affari rischia di sconfinare dall’utopia americanizzate nella pura e semplice presa per i fondelli.

Senza voler attribuire soverchie colpe al solito capro espiatorio di tutte le impotenze della sinistra, sembra difficile negare che la “Repubblica fondata sul calcio”, che ha dato a Catania un così significativo segnale di sé, altro non è se non la repubblica del Cavaliere. Non certo nel senso – è bene ripeterlo – che all’origine di tale vistosa e scoraggiante degenerazione vi sia semplicemente il teletycoon di Arcore: spiegazione troppo banale e troppo assolutoria per tutti gli altri soggetti della più recente vicenda nazionale. Ma nel senso, piuttosto, che la stessa impotenza delle forze democratiche a dare sbocco alla crisi della prima Repubblica può senz’altro essere indicata come radice e piattaforma dell’ascesa al potere di questa inedita e per molti versi stupefacente figura di showman-magnate-politico. E - dettaglio non trascurabile - patron di uno dei più blasonati club del pallone.

La linea d’intervento prefigurata dal governo sembra godere di un ampio apprezzamento tra le forze politiche, e non solo tra quelle di maggioranza. Di certo quella strategia, se applicata con serietà e coerenza e senza risparmio di mezzi, è destinata a ottenere il plauso di chiunque creda ancora nella possibilità di una convivenza civile senza isole franche per la violenza fuorilegge. Essa gode dunque delle basi di partenza più incoraggianti. Meno incoraggianti sono i precedenti. Quelli legati in modo diretto alla questione della violenza negli stadi, se è vero che i provvedimenti del precedente ministro degli Interni Beppe Pisanu erano rimasti finora colpevolmente inapplicati. Ma non essi soltanto.

Un altro precedente che induce a moderare gli entusiasmi è quello, ancora caldo nella memoria, della vicenda di “moggiopoli”. Per affrontare lo scandalo degli arbitraggi truccati il governo di centrosinistra, che se lo era trovato fra i piedi appena insediato, aveva mobilitato personaggi dell’esperienza e dell’autorevolezza di un Francesco Saverio Borrelli e di un Guido Rossi. Se si eccettua (con molta buona volontà) la retrocessione in B della Juventus, il cui dirigente Luciano Moggi aveva ostentato una sicumera davvero eccessiva nel farsi manager di malaffare, non si va lontano dal vero affermando che, in tal caso, la montagna ha partorito il più classico dei topolini.

Lì, del resto, non c’era il morto, l’attacco proditorio a un servitore dello Stato, l’insulto al complesso delle forze dell’ordine, il lutto composto e toccante di una famiglia. Lì c’era soltanto un raggiro organizzato in grande stile, un affare multimilionario gestito con metodi da Cosa Nostra, una ciclopica presa in giro nei confronti non solo di milioni di tifosi, ma anche di migliaia di soci, azionisti, fornitori e clienti a vario titolo delle maggiori società calcistiche. C’era “un’intera economia” (per dirla con Matarrese) che rischiava, se si fosse fatta davvero pulizia, di uscirne con le ossa rotte.

E allora via: qualche punto di penalizzazione alle squadre più esposte, qualche straccio che vola, qualche sostituzione più o meno dignitosa  (positiva la nomina di Pancalli come commissario della FIGC, per esempio) e, per dirla con i capocomici americani di un tempo, “the show goes on”. Anche se il grosso del settore continua a sguazzare nello stesso fango rivelato, con improntitudine quasi simpatica, dalle telefonate di “Lucianone”.

Ecco, può essere che la Repubblica italiana non sia “fondata sul calcio”. Anzi di certo non lo è. Ma altrettanto certamente non è riuscita, finora, a spezzare la catena di ricatti criminali (ed economici) che avvince il mondo dello sport tuttora più popolare, quello per la cui nazionale l’intero Paese si ferma, ritrovando attorno ai suoi trionfi quello spirito corale che sembra mancarle per cose di maggiore serietà e momento. E, non essendo riuscita a spezzare quella catena soffocante, essa non riesce (finora) nemmeno a divincolarsi dal ricatto che il mondo del calcio, querulo e arrogante, le punta contro come un’arma. Proprio come fa il Cavaliere, quando una sentenza della Cassazione non gli aggrada o una legge sulle tv minaccia non già (dio ne scampi!) di mandarlo in rovina, ma di sottoporre il suo sfacciato monopolio a un briciolo di competizione di mercato.

Infine, forse non è azzardato trarre un insegnamento più generale e di prospettiva dalla vicenda criminale di Catania . Se la politica democratica, e in particolare quella che ama dipingersi come "riformista", non sarà in grado di riaffermare con efficacia la sua capacità di scegliere, nelle cose grandi come in quelle apparentemente marginali, l'interesse comune dei cittadini rispetto (e se necessario contrapponendosi) a quello delle corporazioni consolidate, delle "intere economie" che contro l'interesse autentico e la volontà profonda dei più fanno valere la propria virtù presunta, che troppo spesso significa piuttosto la propria violenta capacità di ricatto; se non sapranno, quelle forze, dare al Paese una prospettiva di cambiamento capace di sostituire la pigra acquiscenza al dato (un "dato" troppo spesso, ormai, putrescente e mortifero), non ci sarà per loro speranza di vincere la loro battaglia, che deve essere battaglia di lungo periodo. E il loro "riformismo" si ridurrà al livello di un mantra autoconsolatorio, di un oppio miserabile  per le loro coscienze.

Ciò vale quando si tratta di resistere all'agitazione dei farmacisti, dei benzinai, dei tassisti, delle mille corporazioni che si spartiscono e intasano le fonti minute del nostro benessere quotidiano e contribuiscono, ciascuno nel loro piccolo, a bloccare lo sviluppo produttivo e civile del Paese. Ma vale anche e innanzi tutto nei campi in cui grandi oligopoli e grandi "vested interests" tengono in mano le sorti di settori decisivi della vita della nazione: dall'energia al credito e alla finanza, dalle infrastrutture alle comunicazioni al mondo straripante dei "circenses".

Sarà insomma, il nascituro Partito Democratico, all'altezza di queste sfide?

 
 
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un cattivo...ca...
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