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Alle radici del conflitto d'interessi

Quello qui riproposto è un saggio scritto (e non compiuto) nel marzo 2002. A rileggerlo, il contenuto appare ancora sostanzialmente attuale: i problemi che vi sono analizzati, posti allora all’attenzione di un centrosinistra uscito sconfitto nelle elezioni politiche del 2001 dopo una legislatura trascorsa al governo (sotto la direzione di Prodi, D’Alema e Amato) e avendo scelto come proprio candidato Francesco Rutelli, si ripresentano cinque anni dopo, irrisolti e più o meno identici, di fronte al Partito Democratico in via di fondazione. Si tratta, oggi come allora, di problemi senza affrontare adeguatamente i quali la nuova creatura politica (e con essa la democrazia italiana) non avrà vita facile né  prospettive entusiasmanti.

Stefano Sacconi 

 

Un conflitto s'aggira per l'Italia

Finora, Silvio consule, la faccenda del conflitto d'interessi ha partorito più interrogativi che soluzioni. Proviamo a elencarne qualcuno fra i principali.

1.      Quale peso va dato alla questione del conflitto d'interessi? E' il problema dei problemi, lo scandalo degli scandali, oppure "ben altre", come si sarebbe detto un tempo, sono le questioni da affrontare?

2.      Per l'opposizione questa storia del conflitto è o non è un argomento, un'arma efficace, da impugnare per sconfiggere Berlusconi? Quanto bisogna essere incoraggiati dal coro di critiche e dalla selva di sospetti che l'Europa perbene solleva, in particolare dalla campagna elettorale 2001 in poi, a carico dell'uomo delle tv che oggi ha in mano uno dei Paesi fondatori dell'Unione europea?

3.      Qual è (o sarebbe) di per sé, a parte ogni considerazione di opportunità, la via migliore per risolvere la questione?

4.      Perché il centrosinistra, nei suoi 5 anni di governo, non l'ha affrontata e risolta una volta per tutte, pur avendone i numeri in Parlamento?

Interrogativi che attraversano il dibattito pubblico in materia, dividono le opinioni, contrappongono le tesi, scaldano (o talora annoiano) gli animi. E se fossero, in buona misura, interrogativi mal posti? Se fossero posti su di un terreno sbagliato?

Pensiamoci bene. L'orizzonte concettuale entro il quale sorgono quegli interrogativi è basato su di una "derubricazione" del problema come tale. Questo è visto infatti semplicemente come uno dei problemi di irregolarità giuridica e democratica che si possono sollevare nei confronti del Nostro. Accanto alla questione del conflitto d'interessi – qualcuno afferma – dovrebbero porsi quelle delle pendenze giudiziarie del premier, del carattere sfacciatamente monopolistico delle sue televisioni, della poca trasparenza della fonte prima delle sue ricchezze, etc.

Ma guardiamo le cose più da vicino. Il problema "conflitto d'interessi" risulta ab origine derubricato già per il modo stesso in cui lo si pone e denomina: quasi fosse paragonabile al conflitto insorgente fra gli interessi privati di un costruttore e i doveri del suo ufficio pubblico, qualora costui fosse nominato assessore comunale all'edilizia.

Questo modo minimalista di impostare la questione è all'origine della divaricazione paralizzante insorta nel campo degli sconfitti del 13 maggio, messa ancor più crudamente in luce dalla sortita di Nanni Moretti in Piazza Navona. Da un lato i "puri e duri" alla Sylos Labini, che appaiono "fissati" con la storia del conflitto e incapaci di fare politica. Dall'altro i "politici" propensi, per far politica, a mettere fra parentesi il conflitto. A bordo campo gli "estremisti" che agitano il conflitto come una clava buona per far fuori l'uomo più ricco e potente d'Italia. In mezzo la massa fluttuante delle "persone di buon senso", che esortano i politici della loro parte a promuovere al più presto una buona legge che ponga rimedio al conflitto, per poi a passare alle "cose serie".

E dall'altra parte? Dalla parte dell'uomo di Arcore e della sua falange di stipendiati e di lacché? Qui si ride di cuore, sotto i baffi o allo scoperto poco importa. Si sfornano progetti di legge che nessun oppositore degno del nome prenderebbe in qualunque modo in considerazione. E nel frattempo si continua allegramente a farsi gli affari propri (intesi in primis come quelli del Capo), conflittuali o meno che essi siano con gli interessi pubblici. "Gridate e agitatevi pure – così i berlusconiani sbeffeggiano gli sconfitti. – Tanto non potete raggiungerci. Né farci alcun male". Allo stesso modo una banda di monelli può permettersi di sbertucciare un branco di lupi chiuso nella gabbia di uno zoo.

Proviamo a capire com’è fatta la gabbia in cui è andata a rinchiudersi l'opposizione, insomma come stanno effettivamente le cose.

Prima di tutto, il famigerato "conflitto d'interessi". Chiamandolo così lo si "derubrica", quindi ci si mette nell'impossibilità di affrontarlo e risolverlo sul serio[1]. Il conflitto d'interessi, nel senso proprio dell'espressione, è un vulnus inferto allo spirito liberale e allo Stato di diritto, secondo cui chi è investito di funzioni pubbliche deve fare al meglio gli interessi della res publica senza sovrapporvi i propri interessi privati. E non deve essere neanche soggetto alla "tentazione" di esercitare una tale prevaricazione: ecco il senso del blind trust anglosassone, grazie al quale il riccone asceso a posti di governo smette di interessarsi dei propri affari, la cui conduzione gli è sottratta e i suoi modi gli restano ignoti. Metodo, purtroppo, che ha una qualche efficacia solo nel caso di ricchezze puramente mobiliari, di quelle – insomma – che non olent. E questo non è, con tutta evidenza, il caso dell'impero berlusconiano.

Berlusconi patisce (ma perché patisce? Diciamo meglio che gode in allegria) di un conflitto d'interessi – in senso proprio – senza paragoni al mondo. Come muove un dito in qualità di governante, quel dito si ficca in un business di sua competenza in quanto privato imprenditore. Niente paura: una bella legge, un decreto fulmineo, una delega ben congegnata, provvedono a legalizzare la posizione sua o di qualche suo famiglio. Esercitando sfacciatamente il conflitto, Berlusconi e i suoi cari lo fanno sparire ope legis. Forse sono proprio le dimensioni inaudite di questo conflitto, e la fisionomia di super-Ghino di Tacco che esso conferisce al suo titolare, a obnubilare la vista dei suoi oppositori. Ne restano accecati e basiti, come l'uccellino sotto lo sguardo del serpente.

Eppure, quel conflitto sul terreno del diritto pubblico liberale non è causa sui ipsius. Trae origine da un'aberrazione precedente e – se possibile – ancor più intollerabile (eppure quanto a lungo stoicamente tollerata…). Un'aberrazione che si colloca, questa volta, sul terreno della legittimità democratica. La quale ha fra le sue condizioni irrinunciabili la sostanziale parità dei punti di partenza dei candidati alle cariche elettive: in primo luogo – ovviamente – alle cariche di governo; e fra queste massimamente alla presidenza del consiglio. La disputa elettorale del 2001 si è svolta, invece, con lo stesso livello d'equilibrio che vi sarebbe in un duello tra un fiorettista e un pistolero. Ma che dico? Tra un fiorettista e un reparto di artiglieria pesante. Dal cui esito, ovviamente, sarebbe difficile inferire il valore agonistico del fiorettista. Semmai la sua poca prudenza e il suo scarso acume, se non addirittura la sua vocazione suicida: qualora fossimo informati che, prima del duello, egli ha avuto ampie possibilità di disarmare l'avversario. E non l'ha fatto.

Insomma, Berlusconi ha vinto, il 13 maggio, una partita platealmente truccata: in regime democratico a un tycoon televisivo non è lecito partecipare alla gara per il governo del Paese. Se vi avesse concorso il capo di stato maggiore delle forze armate, o il presidente della CEI, nessuno avrebbe osato accusare di "demonizzazione dell'avversario" chi avesse opposto, a candidature di tal fatta, la denuncia di un tentato golpe. Eppure gli stessi patiti della "demonizzazione" non dovrebbero aver difficoltà ad ammettere che oggi in Italia il potere mediatico è più incisivo e a più ampio spettro (e in che misura!) di quello ecclesiastico o di quello militare.

Una volta vinta la drôle de guerre grazie (anche) al generoso impiego dell'artiglieria mediatica, il prode Silvio, forte di una maggioranza prona ai suoi desiderata e ampia da far fremere d'invidia il De Gasperi del 1948, può sistemare a suo piacere, coi metodi sopra accennati, le altre sue “pendenze”, tanto giudiziarie quanto… d'interesse. E' o non è benedetto dal voto degli Italiani? Che cosa possono pretendere (e fare, in concreto), quelli che tale benedizione non sono stati capaci di ottenerla? Possono invocare quanto loro aggrada Montesquieu e Cavour, Einaudi e chissà chi altro. La risposta è invariabilmente il ritornello della vecchia canzone: "qui comando io, questa è casa mia…" (col seguito mica tanto implicito: "ora che vi ho buttato fuori, brutti comunistacci, provate un po' a rientrare, se ci riuscite…").

Ecco dunque com'è fatta la gabbia. Da una parte il cosiddetto conflitto d’interessi è un’aberrazione senza pari, un affronto alla democrazia e allo stesso liberalismo (prima all’una e poi all’altro, per la precisione), una circostanza che mette l’Italia in una posizione d’irregolarità democratica allarmante agli occhi di ogni serio osservatore europeo. In questo senso, al primo dei quesiti posti all’inizio deve esser data risposta ampiamente positiva. E si può tranquillamente dar ragione agli “apocalittici” che suonano la campana a martello: questo presidente del consiglio è una mina vagante per la Repubblica democratica.

Ma d’altra parte gli appelli antiberlusconiani, la chiamata alle armi nei confronti del conflitto d’interessi, il ricorso alle magre risorse offerte dal diritto e dagli istituti di garanzia, sono tutti conati destinati a dare magri risultati. A figurare quasi come “eroici furori” fuori tempo e fuori luogo. Un po’ come l’appello al plebiscito per la democrazia lanciato da Umberto Eco alla vigilia delle elezioni, accolto nel modo che sappiamo dagli italiani chiamati alle urne. Ciò per un motivo molto semplice, che è sotto gli occhi di tutti. Perché è sostanzialmente impensabile che chi, grazie all’esito favorevole della disfida elettorale, dispone del potere governativo e di una maggioranza blindata nelle Camere possa essere messo in mora dalla magistratura o da qualsivoglia altro potere “terzo”. L’abilità manovriera della sua schiera d’avvocati/legislatori lo pone e – presumibilmente – lo porrà al riparo dalle conseguenze delle accuse che gli sono mosse sul piano del diritto penale. E una maggioranza parlamentare a prova di franchi tiratori gli consente (in pochi mesi lo si visto fin troppo bene) di aggiustare il quadro normativo a suo uso e consumo: a scanso di eventuali ulteriori rischi giudiziari e soprattutto a scanso di esiti non graditi del suo famoso conflitto, nonché dei tanti conflittini che appestano attraverso i suoi scudieri le stanze del potere governativo.

Al secondo dei quattro quesiti iniziali, dunque, non resta che dare risposta sconsolatamente negativa: il conflitto di Berlusconi non è un’arma politicamente valida nelle mani dei suoi avversari. Non sarà la corda cui il Cavaliere si impiccherà. Ciò non significa, chiaramente, che non si tratti d’uno scandalo inaudito. Come scandalosa in massimo grado era la proprietà nel celebre assunto di Proudhon: “La propriété? La propriété c’est le vol”. Un proclama che tuttavia, così come le tante jacqueries contadine e i tanti assalti ai forni urbani nel corso dei secoli, non ha diminuito di un mignolo il potere, né le sostanze, dei proprietari.

Come si è potuti arrivare a questo assurdo? Se c’è una cosa sulla quale la sinistra e tutto lo schieramento d’opposizione dovrebbero recitare un onesto e serio mea culpa, questa è proprio il conflitto berlusconiano. Cominciamo dalla situazione presente per risalire alle origini. Oggi la mostruosa situazione conflittuale del Cavaliere non è sanabile: egli è avvolto come in un bozzolo in un circolo vizioso (ma invero per lui assai “virtuoso”) fra l’inaudito potere che assomma nelle sue mani e la pratica intoccabilità delle basi, palesemente aberranti dal punto di vista della legittimità liberal-democratica, di tale potere. Un comico televisivo di qualche anno fa avrebbe detto, mostrando i polsi congiunti: “abbiamo le mani legate…”.

Sarebbe stato possibile, in vista delle elezioni, ridurre il leader del “Polo” a una condizione di sostanziale parità nei confronti degli avversari? Evidentemente no, dal momento che, essendo stati per cinque anni maggioranza parlamentare e potere esecutivo in mano al centrosinistra, non si era tuttavia varato alcun efficace provvedimento per prevenire il realizzarsi del conflitto: come evitare, in quelle troppo tardive circostanze, di esporsi all’accusa (gridata per di più da un mago del vittimismo) di voler disarmare l’avversario per impedirgli di esercitare il suo sacrosanto diritto di partecipare all’agone elettorale? E infatti ci si è compuntamene astenuti da una simile, esecrabile prepotenza. Per di più – va notato – un’operazione legislativa di quella portata avrebbe avuto come necessario presupposto un’esplicita e inequivoca sottolineatura dell’intollerabilità liberal-democratica di una siffatta candidatura: cioè quella che la propaganda berlusconiana (fatta implicitamente propria dalla cattiva coscienza di una parte preponderante del centrosinistra) avrebbe senz’altro catalogato come “demonizzazione” del povero, innocente Cavaliere. 

Dunque, nel quinquennio tra la vittoria dell’Ulivo e la sconfitta del centrosinistra, la questione del “conflitto” era stata sostanzialmente accantonata, salvo qualche risibile conato di soluzione bipartisan arenatosi per di più a metà iter parlamentare. Sui presumibili perché di tale clamorosa omissione ritorneremo fra poco (per la loro individuazione, del resto, non c’è che il procedimento indiziario, ovvero – come direbbero i maligni – il processo alle intenzioni). Proseguiamo intanto il nostro percorso a ritroso.

Millenovecentonovantaquattro, anno fatale. Sulla scena politica italiana fa irruzione un personaggio tutto nuovo. Non nel senso dell’homo novus: si tratta infatti di un tipo assai noto anche al grande pubblico. Essenzialmente, è colui che ha dato agli italiani la tv che non si paga (nel senso che non chiede un canone. Ma in che misura la pubblicità di cui si abbevera gravi sull’economia domestica, gli schermi Mediaset non lo dicono mica). E soprattutto che non fa pensare: la si può guardare per ore e ore senza che un dubbio, un rovello, un coinvolgimento al di sopra della cintola venga a turbare il giulivo fruitore. Per di più, la sua natura essenzialmente pubblicitaria ne fa la pronuba ideale per una più approfondita e diuturna congiunzione fra il telespettatore e l’universo luccicante dei consumi. Con crescente soddisfazione tanto per chi si acconcia ad acquistare ogni genere di gadget offerto dagli spot onnipresenti quanto per chi su quella voracità bulimica “volentieri acquista”, nel senso dantesco dell’espressione.

Come mai questo signore, che pure dispone già di un impero finanziario, aziendale e mediatico da far invidia a chicchessia, si affaccia al girone underground della politica, nel quale si cala (“scende”, com’egli ama dire) con sovrana degnazione? In realtà, si tratta di un orfano. La famiglia, benevola e protettiva, gli è annegata nel gorgo putrido di Tangentopoli, travolta dal monsone giustizialista che da un paio d’anni spazza la sua “Milano da bere”. Non c’è più papà Bettino a salvarlo dai proditorii attacchi di magistrati arroganti e avversari invidiosi. E così la salute delle numerose ditte di cui l’impero è composto comincia a periclitare: lo spettro del declassamento – se non proprio di un’ingloriosa uscita di scena o, peggio, di un qualche successo delle persecuzioni giudiziarie di cui è da sempre vittima – comincia  a farsi incombente.

Ma l’indomito Cavaliere non si dà per vinto: se la via della libera impresa si rivela troppo impervia e la competizione di mercato promette di rivelarsi matrigna, non gli resta che fare il salto. “Aiutati che il Ciel t’aiuta” dev’essere l’adagio di famiglia a cui il magnate della Brianza si aggrappa in quella stagione perigliosa. E così, da self-made man della finanza e delle tv, si improvvisa in un batter d’occhio self-made man del certame politico. In un paio di mesi (“abbiamo messo al lavoro i nostri manager”, spiegherà con l’orgoglio del padre-padrone di un’azienda familiare) crea un partito nuovo di zecca, dandogli per nome l’invocazione dei tifosi della Nazionale davanti alla tv. Poi prende per mano il leader postfascista e il ruspante senatùr padano, fin lì l’un contro l’altro fieramente armati, e con promesse di sdoganamento e gherminelle tipo “doppia alleanza” li trascina pacificati nell’arena.

Da sinistra lo accolgono quasi unanimi cachinni: chi è quell’intruso che pretende di contrastare la gioiosa testuggine progressista, cui lo sfacelo delle forze che per quarant’anni hanno dominato la scena consegnerà il governo a prezzo di realizzo? Ma al severo Scàlfaro non resterà invece altra scelta, a scrutinio ultimato, se non quella di consegnare obtorto collo al televenditore le chiavi di palazzo Chigi. Dove, per la verità, il dilettantismo politico renderà effimera la prima prova governativa del Nostro. Ma pochi mesi di premiership gli saranno sufficienti, con l’ausilio di qualche “tecnico d’area” assurto a fastigi ministeriali, per riportare i conti aziendali in nero e riprendere, a defenestrazione avvenuta, la carriera di Paperone brianzolo. Senza con ciò dismettere le mire dell’uomo di Stato.

Sette lunghi anni durerà infatti l’esilio, ben impiegati dall’ex novizio per studiare le tecniche della politica (non meno specialistiche di quelle del far soldi), tessere una più solida alleanza, irretire “i comunisti” in una ragnatela di seduzioni bipartisan fatte di promesse regolarmente tradite, ma buone per stornare ogni rischio d’essere chiamato a render conto del proprio agire. E soprattutto il rischio di dover scegliere una buona volta fra la via degli affari in grande stile e quella del potere elettivo, fra la corona dei media e quella dello Stato. A quelli, astuti come serpenti, non par vero di condividere con l’uomo più ricco d’Italia, titolare di un monopolio televisivo senza paragoni al mondo, il progetto di riformare il Paese: regalandogli così il brevetto di Statista, il diploma di Costituente, l’aureola di Padre della Patria. Spianandogli cioè la via della rivincita. 

Come ricorderai, l’astro di Berlusconi non nasce nel ’94. Viene da ben più lontano. Sorge e si afferma nel ventre molle di una "prima repubblica" già in crisi. Nella sempre più stretta e sfacciata commistione fra politica e affari trova spazi e occasioni. Della "Milano da bere", dove Bettino Craxi costruisce, pregusta e poi gode i suoi trionfi, è fruitore e insieme protagonista. La sua riconversione da palazzinaro in grande stile (e dai fondi di provenienza non sempre limpida) a sir Francis Drake della tv commerciale rappresenta icasticamente il passaggio (in versione meneghina) dall'economia della terra a quella dell'etere, dal materiale al virtuale come terreno d'elezione del business.

Forte della copertura della loggia P2, afferra con sicurezza i pioli politici che la grinta "terzaforzista" di Craxi gli offre generosamente. Nella repubblica del CAF si muove come un pesce nell'acqua, fino a farsi confezionare da Oscar Mammì una legge su misura, sfacciata fotocopia e sanzione a posteriori delle sue già consolidate conquiste di pirata dell'etere. Non hanno minimamente rallentato la sua scalata al monopolio televisivo né il passaggio obbligato oltre i limiti delle norme all’epoca vigenti (che non permettono l'emittenza privata su scala nazionale), né i conseguenti, ripetuti altolà pronunciati nei suoi confronti dalla magistratura: l'avallo dell'amico Bettino, installatosi nel frattempo a palazzo Chigi, gli sarà sufficiente a passare indenne tra i fulmini giudiziari.

Né, infine, il lungo attardarsi della sinistra nella difesa di un estenuato monopolio dell'emittente pubblica ha potuto minimamente frenare la sua "moderna" ascesa all'olimpo della televisione privata. E’ dalla metà degli anni ’70 che la Corte costituzionale ha dichiarato decaduto il monopolio televisivo RAI. Ma a sinistra ci si ostina a non capire che un’epoca è finita e che la priorità non è più (o non più soltanto) quella di affermare una qualche democrazia in quello che era stato l’emirato di Ettore Bernabei, ma piuttosto quella di creare le condizioni giuridiche, tecniche, organizzative per un effettivo pluralismo delle comunicazioni. Che un’epoca è finita, invece, il Nostro lo capisce benissimo. E ancor più chiaramente si rende conto che al vecchio sistema è succeduto un puro vuoto di potere. E che, in assenza di un’adeguata proposta di riorganizzazione democratica, concorrenziale, pluralista, quel vuoto può agevolmente esser riempito da chi ha più mezzi, più protezioni, più pelo sullo stomaco. Dal pirata più pirata di tutti. E non esita a incarnare questa parte corsara.

Non stupisce che editori puri come Rusconi e Mondatori, che sono entrambi imprenditori di stampo tradizionale, di fronte all’incertezza della normativa e alla necessità di operare come se le leggi non valessero, abbandonino il campo. Né che il bucaniere sia lesto a raccattarne le spoglie, triplicando quasi gratis la propria flotta filibustiera. Men che meno stupisce che gl’improvvisati vascelli che la sinistra vara di tanto in tanto in quel mare per lei ignoto naufraghino miseramente. Non si tratta, infatti, di attuare una qualche lottizzazione dell’etere, ma di aprirlo stabilmente all’emulazione dei molti, stroncando sul nasce ogni conato di monopolio.

Soprattutto, ciò che a sinistra non si capisce è la portata determinante che assume, nella nostra società sfatta, il potere della comunicazione. Viceversa, dietro l'"irresistibile ascesa" di Silvio Berlusconi traspare una consapevolezza istintiva, immediata, della base potenziale di tale potere. Di quale sia cioè la vera cifra dell'uomo contemporaneo: l'assoluta solitudine individuale nell'oceano immenso e ostile di un mondo senza più confini, senza legami comunitari, senza condivisione consapevole e accettata. A questo "volgo disperso" – per il quale un qualunque surrogato di comunicazione diviene bisogno primario – egli offre una droga domestica consumata tutti insieme e ognuno nel chiuso del suo isolamento individuale, un paradiso artificiale a portata di pulsante, l'illusione di partecipare - senza varcare la porta di casa - a un universo dove ogni desiderio è appagato, ogni rapporto è immediato e senza impegno, ogni luogo, ogni ambiente è visualmente nostro. Così la sua tv pretende di essere il superamento della solitudine e dell'isolamento, ed è insieme il suo ribadimento senza scampo e senza riscatto. Qui egli fonda e consolida il suo potere sociale, che precede e prepara (pur se in modo forse inconsapevole, almeno fino alla catastrofe di Tangentopoli) la sua ascesa politica.

Il non aver fatto nulla per prevenire la neoplasia berlusconiana quando si era in tempo testimonia che nulla, a sinistra, si era capito di tutto ciò. Quando, infatti, si poteva, quindi si doveva, agire? Quando il monopolio della tv privata non era ancora costruito. Quando il vuoto di potere generato dalla fine del monopolio pubblico era ancora tale. Quando si trattava di riempirlo riconducendo a norma l’anarchia, legiferando erga omnes senza poter essere accusati di voler colpire un singolo. Prima che nell’anarchia senza norma si affermasse il più forte e il meglio attrezzato per un comportamento eslege. Prima che il pirata Drake, dopo aver affondato o catturato i galeoni avversari, si facesse incoronare baronetto dalla sua regina. Già la legge-fotocopia che prese il nome da Oscar Mammì graverà di un’ipoteca pesante la possibilità stessa di sanare una situazione patologica.

Allora bisognava agire. E non per punire Silvio Berlusconi, ma per dare all’Italia un sistema di comunicazioni fondato sulla libera concorrenza soggetta a regole valide per tutti e strutturata in modo tale da far prevalere effettivamente i migliori. Che, in un settore vitale e delicato come questo, non sono necessariamente, o non soltanto, quelli più capaci di “fare audience”. Si potrà agire davvero in tal senso, l’unico plausibile per una politica delle comunicazioni che voglia dirsi a un tempo moderna e democratica, quando Berlusconi sarà uscito dalla scena politica. Quando si potrà legiferare sul settore che egli ha invaso, facendone la piattaforma di partenza del proprio dominio sulla Repubblica, senza essere ostacolati dal fatto che una legislazione democratica in materia non potrebbe fare a meno di colpire gli interessi vitali del capo del Governo.

Possiamo ormai rispondere anche al terzo dei nostri quattro interrogativi. E non è certo una risposta consolante. Nello stato presente delle cose, in effetti, la questione del “conflitto d’interessi” non può avere alcuna risposta adeguata. Poteva averla prima che Berlusconi divenisse il re dell’etere. Potrà averla dopo che il suo potere politico sarà finito, a patto che gli ipotetici vincitori della sfida per il governo sappiano far tesoro dell’esperienza bruciante di questi anni, capiscano la portata del problema, si mettano in grado di trattare il televenditore come un cittadino la cui iniziativa privata deve trovare nella legge (e prima ancora nella Costituzione[2]) i suoi criteri di accettabilità sociale, e non un “unto del Signore” reso intoccabile prima dalla mano protettrice di un padrino politico e poi dal voto degli elettori.

Si può andare anche oltre. Sembra legittimo ritenere che, a causa di questa impossibilità presente di dare al problema una soluzione adeguata, ogni soluzione legislativa che ragionevolmente sia possibile elaborare e attuare in questa situazione sia inadeguata, quindi politicamente dannosa. Il massimo che sarebbe possibile (in astratto) ipotizzare sarebbe infatti una “grida” spagnolesca di manzoniana memoria: un provvedimento tanto verbalmente minaccioso nei confronti del telemagnate quanto inefficace sul piano applicativo.

Si pensi all’ipotesi, in sé rigorosa, avanzata dal prof. Sartori: quella della vendita obbligata delle televisioni di proprietà del presidente del consiglio. Ammettiamo pure che sia possibile: 1) far approvare in Parlamento (evidentemente col voto determinante di parlamentari berlusconiani…) una legge siffatta; 2) far applicare (dall’Esecutivo presieduto da Berlusconi…) una tale legge; 3) trovare hic et nunc acquirenti per un patrimonio di quelle dimensioni. Resterebbe pur sempre il problema di un presidente del consiglio in possesso di un patrimonio liquido di decine di miliardi di euro. Si riprodurrebbe dunque in forma nuova il conflitto di interessi: sanabile questa volta, almeno teoricamente, ricorrendo al blind trust. Ma chi avrebbe la forza di imporre al presidente del consiglio un amministratore pro tempore dei suoi quattrini non scelto da lui medesimo?

E’ realisticamente presumibile che qualunque soluzione si riesca a varare sia meno rigorosa di quella proposta da Sartori. Tanto più che a un simile provvedimento, ammesso che la maggioranza non approvi una sua legge-foglia di fico, si dovrebbe giungere con una procedura bipartisan. Insomma – se è lecito un paragone un po’ forte – dal momento che Al Capone guida il governo, nessuna riforma del codice penale potrà farsi se non insieme ad Al Capone, e comunque col suo consenso. E così qualunque legge in materia di conflitto d’interessi non potrebbe avere, oggi, altra valenza politica che non sia quella di legittimare il conflitto medesimo e consolidare quindi il potere del suo titolare. L’indecente balletto di proposte, controproposte, comitati di fedeli spacciati per saggi, authorities chiamate in causa e poi ricusate, affidamento del controllo e delle sanzioni al Parlamento, vale a dire ai seguaci di Berlusconi che ne occupano la maggioranza: tutta la farsa inscenata dal governo a proposito del conflitto testimonia ad abundantiam della sostanziale insolubilità del problema finché gli equilibri politici restano quelli usciti dalle urne il 13 maggio 2001.

Diciamolo chiaro: per un’opposizione che ha lasciato, quando era maggioranza, che le cose arrivassero a tal punto, e che prima ancora neanche ha dato segno di accorgersi della decisività della questione (o comunque ha dimostrato in materia un desolante vuoto d’idee), il conflitto d’interessi del signore di Arcore è sostanzialmente un alibi. Agitarlo oggi è un modo come un altro di lavarsi la coscienza, di scaricare sul “destino cinico e baro”, o sulla bovina acquiescenza dell’elettorato, responsabilità che sono, in gran parte, proprio dell’attuale opposizione.

Niente da fare, dunque? Non resta altro che aspettare che il fulmine divino, o una qualche provvidenziale defezione dal campo polista, ponga termine, come avvenne già nel ’94, all’infausta avventura berlusconiana? In presenza di una situazione come quella descritta, può l’opposizione esercitare il proprio mestiere con un’efficacia superiore a quella di qualche fastidiosa punzecchiatura sulla pelle coriacea della maggioranza governativa? Che cosa, in altre parole, deve fare l’opposizione per poter ragionevolmente sperare, alla scadenza naturale della legislatura e se possibile anche prima, di ottenere il consenso maggioritario dell’elettorato?

Sono interrogativi che meritano una risposta meditata e distesa, alla cui formulazione cercherà di contribuire un successivo intervento. Quello condotto in queste pagine non è però un esercizio pedante, un attardarsi sul passato, un malevolo (e forse masochista) far le bucce a un ceto politico volonteroso ma sfortunato. E’ invece la “pars destruens” assolutamente necessaria, la base critica e autocritica senza dotarsi della quale, e senza trarne le conseguenze più coerenti e rigorose in termini di comportamenti, a quelle domande non si saprà dare risposta. E si continuerà a sbagliare. E a perdere. A tradire le attese delle tante e dei tanti che “si sentono di sinistra”, che hanno votato a sinistra, che avvertono il rischio a cui questa maggioranza e questo governo sottopongono la democrazia italiana (ed europea), e vorrebbero che il Paese fosse liberato al più presto da tale iattura. 

Essi attendono non soltanto un leader che sappia far meglio di quelli sconfitti il 13 maggio 2001, né semplicemente un’onesta “squadra di governo” capace di amministrare con efficienza la cosa pubblica[3], ma una proposta politica che apra loro una prospettiva in cui finalmente riconoscersi, alla cui costruzione partecipare, di cui sentirsi, ciascuno nel suo piccolo, protagonisti. Formulare una tale proposta presuppone, evidentemente, che si possieda (e si sappia comunicare) una chiave di lettura del presente, delle sue origini e dell’avvenire che esso prepara. Un’interpretazione convincente, che possa esser compresa e fatta propria da una moltitudine crescente di donne e di uomini consapevoli. Che sappia congiungere, nella vita e nella coscienza di ciascuno, l’interesse e l’ideale. Che per tutto ciò sia premessa razionale di un’accensione degli animi e di una convinta, ampia mobilitazione.

Questo ha saputo fare, per i suoi fini, a suo modo e con i suoi mezzi, Silvio Berlusconi. Questo sapeva fare, fino a qualche decennio fa, la sinistra che proponeva l’ideale dell’uguaglianza alle masse lavoratrici e già da subito ne traduceva gli interessi in organizzazione, mobilitazione sociale, conquiste economiche e istituti di democrazia. Questo, evidentemente, non ha saputo fare in questi anni una sinistra ormai priva di bussola. Questo deve tornare a saper fare, se vuole “tornare a vincere”.

Resta l’ultimo interrogativo, forse il più spinoso: perché il problema del conflitto non è stato affrontato e risolto sul serio quando ciò era possibile grazie al consenso elettorale ottenuto, ai rapporti di forza parlamentari favorevoli, al possesso delle leve di governo? Se hai seguito fin qui il ragionamento, sai già che, nell’imminenza delle elezioni, era particolarmente difficile effettuare un’operazione di tale portata. Si sarebbe trattato, secondo ogni apparenza (ma non siamo forse immersi nella “civiltà dell’immagine”?), di una legge contra personam, volta a togliere di mezzo un avversario altrimenti troppo temibile. Per vararla si sarebbe dovuto dire chiaramente che una situazione à la Berlusconi è intollerabile per la democrazia e che quindi la legge deve impedire a chiunque di venircisi a trovare, imponendo da subito a chi già vi si trovi (Berlusconi, appunto) di uscirne.

Non se ne aveva il coraggio o la forza. E prima? Prima, per un quinquennio, majora premebant. Al tempo di Prodi il carattere forzosamente bipartisan dell’operazione-euro: mandare il capo dell’opposizione su tutte le furie non sarebbe stato certo il modo migliore per assicurarsene l’appoggio, o quanto meno il benign neglect, sulla delicata e decisiva manovra. Poi, Maximo consule, l’operazione ancor più bipartisan della Bicamerale: concessa al Cavaliere la commenda di riformatore dell’ordinamento costituzionale, come spogliarlo con un brutale divieto delle sue legittime ambizioni di governante? O, peggio, come imporgli di privarsi di un impero mediatico conquistato in tanti anni di “duro lavoro”? E come pretendere, da ultimo, che un governo di fine legislatura, avente cioè come orizzonte le elezioni, si sbilanciasse in senso così smaccatamente “giustizialista”: quando il problema era semmai quello di attirare il voto centrista e moderato? Non si poteva certo chiedere al Dottor Sottile di fare, tra difficoltà quasi insormontabili, ciò che il più stimato cultore della politique politicienne non aveva nemmeno tentato quando era al culmine del proprio potere.

Questa, in due parole, la cronistoria di un’omissione nel corso di un’intera legislatura a maggioranza ulivista. Eppure, dietro questa sequela di scuse ragionevoli sembra celarsi “qualcosa”: un fattore indefinibile ma potente, che ha più a fondo e più lontano la sua ultima radice. Un fattore che richiama un po’ i personaggi oscuri che affiorano dall’analisi freudiana. Che cosa mai ha accecato e paralizzato per decenni i responsabili del maggiore partito della sinistra, e in generale l’insieme delle forze costituzionali, di fronte al potere inaudito che un parvenu dei salotti altolocati, un avventuriero della finanza, un imbonitore televisivo andava accumulando nelle proprie mani? Come hanno potuto non accorgersi del rischio a cui questa mostruosa escrescenza mediatica sottoponeva gli equilibri sociali in cui la democrazia ha le sue basi? E come, infine, poterono tollerare, in quell’inverno del 1993-94, che un siffatto condottiero portasse l’attacco, con le sue bande mercenarie, direttamente “al cuore dello Stato”?

Ma andiamo al sodo. All’origine dell’insuperata impotenza della sinistra e in genere degli avversari di Berlusconi ad arginarne l’ascesa, l’invadenza, l’ingiuria che esso reca alle basi stesse della democrazia, vi è quello che si potrebbe definire un duplice abbaglio. Da un lato, e per prima, l’incapacità, manifestata nei lunghi anni dell’incubazione e della prima espansione del potere mediatico dell’uomo di Arcore, di vedere dove portasse il mutamento di scenario giuridico determinato dalla duplice sentenza della Corte Costituzionale che, nel corso dei ’70, aveva posto fine al monopolio pubblico dell’etere. Dall’altro lato, e più recentemente, la cecità di fronte alla novità qualitativa rappresentata dal fenomeno politico Berlusconi: non meno inedito, nell’Italia degli anni Novanta, di quel che era stato il fenomeno Mussolini nel primo dopoguerra[4].

In entrambi i casi, la miopia interpretativa si traduceva tanto in percezione illusoria di un assetto obsoleto come ancora vigente, quindi – per un riflesso inconsapevolmente conservatore – da difendere; quanto in vacua presunzione circa le proprie capacità di attuare con sicura efficacia tale difesa. Di giocare, insomma, col parvenu del potere (prima mediatico e poi politico) come il gatto veterano col malcapitato, imprudente topolino. Salvo accorgersi – troppo tardi – dell’avvenuto ribaltamento delle parti fra gatto e topo.

Dura circa un ventennio l’itinerario che condurrà Silvio Berlusconi, lungo le vie dell’etere, alla prima “discesa” nell’agone elettorale e al primo approdo a palazzo Chigi. Lungo quella rotta, che a ogni tappa introduce nel panorama nazionale novità destinate a rivelarsi alla lunga sconvolgenti, l’uomo delle citta-satellite meneghine e delle cento società off-shore non incontra resistenze di una qualche efficacia. Il ramo mediatico della sua ditta, nuovo di zecca come si addice a un genuino imprenditore schumpeterianio, lo porta alla ribalta in veste di Robin Hood antistatalista e gli consente di presentare da subito come barbogio difensore di un passato illiberale chiunque gli contesti l’immoralismo piratesco. Lui sa come va il mondo: come va oggi, e soprattutto come andrà domani. E si attrezza fin d’ora: sarà lui e non altri a occupare i posti migliori nella platea del prossimo futuro. Anzi, poiché ama fare le cose in grande, a prenotare l’intera gradinata, le gallerie e il palco regio: agli altri è tanto se resterà qualche loggione striminzito dove appollaiarsi. Il tutto, ovviamente, in nome della concorrenza e della “libertà d’impresa”.

E gli avversari? Non mancano, certo, di avvertire un certo puzzo di bruciato. Ogni tanto, anzi, emettono un grido d’allarme: questo arrivista che sta invadendo territori inconsueti, e fino a poco fa off limits per imprenditori e finanzieri d’assalto, genera a sinistra, oltreché una franca antipatia, un’inquietudine oscura. A voler essere maliziosi, si potrebbe pensare che il corsaro di Arcore sia guardato come un guastafeste introdottosi di straforo in un palazzotto televisivo dove, tramontata ormai l’era dei monarchi assoluti democristiani e rapidamente consumata quella del semplice duopolio DC-PSI, si sta affermando un sistema lottizzatorio più ampio e pluralistico, in cui c’è posto, pur se in chiave minoritaria come si addice a chi è escluso per principio dal governo, anche per il maggiore partito della sinistra.

Sia come sia, la linea di difesa che, prima distrattamente e poi in termini sempre più allarmati, si mette in campo, si fonda quasi per intero sulla difesa a oltranza della tv pubblica e del suo monopolio. Monopolio al quale l’evoluzione delle tecniche televisive e il conseguente abbattimento dei costi ha tolto la caratteristica “naturale” che lo giustificava: metter su un’emittente televisiva (già da tempo la fioritura delle “radio libere” ha spezzato il monopolio radiofonico) non è più impresa inaccessibile per una pluralità di soggetti privati. La suprema Corte ne ha preso atto e il piazzista brianzolo non manca di interpretarne estensivamente, a proprio uso, le pronunce. Gli tocca forzare, con le sue iniziative, le leggi tuttora vigenti? Poco male: se qualche magistrato, troppo ligio alla norma, osa prendere provvedimenti sanzionatori nei suoi confronti (per esempio “oscurandogli” qualche rete televisiva), ci sarà a palazzo Chigi qualcuno che, come lui lungimirante, ripristinerà la libertà d’antenna del Cavaliere. Suscitando sdegnate reazioni a sinistra, ma venendo incontro a milioni di “casalinghe di Voghera” cui l’improvvido editto ha sottratto l’ormai consueta distrazione quotidiana a tariffa zero.

Certo, la “gratuità” delle trasmissioni berlusconiane ha pur essa un prezzo: costituito, per lo spettatore, dall’obbligo di vedersi interrompere gli spettacoli da frequenti e invadentissimi spot pubblicitari. Non sembra, però, che questo sgradevole balzello disturbi in qualche apprezzabile misura il grosso dei fruitori. Uno sbuffo stizzito nel caso l’interruzione tagli in due la scena d’amore, vanifichi la suspense di un giallo o ritardi la risposta al quiz di turno; al più il ricorso al telecomando per un rapido zapping, e il caso è chiuso: non si negherà per così poco l’omaggio quotidiano a san Silvio, medico pietoso (e generoso) delle nostre solitudini. Fanno ovviamente eccezione, oltre agli antiberlusconiani per scelta ideologica o d’affari, i telespettatori più acculturati: i quali faticano ad accogliere come doni del Cielo i “consigli per gli acquisti” elargiti a piene mani dai teleschermi.

E non gli si può dar torto: come negare, infatti, che l’irruzione dello spot sia un pugno in un occhio, una negazione violenta del rapporto tra chi comunica qualcosa attraverso la tv e chi riceve (o vorrebbe ricevere) la comunicazione, quindi della possibilità di un’attenzione vigile, di una ricezione criticamente avvertita, di una comprensione effettiva di ciò che la stessa televisione propone? O che, per altro verso, l’interruzione pubblicitaria rivesta lo stesso significato insultante, nei confronti dell’autore di spettacoli televisivi e della sua produzione, che esprime  il “graffito” sguaiato del tifoso sul monumento insigne o sull’opera d’arte? Non solo, infatti, quell’incongrua invasione spezza laidamente l’unità dell’opera e la continuità della comunicazione, ma reca un’ingiuria più sottile e profonda: tratta quel prodotto dell’ispirazione e dell’ingegno, il cui contenuto l’autore ha insindacabilmente configurato, quale mero strumento e veicolo di un contenuto radicalmente estraneo, anzi il più delle volte del tutto contrastante con quello originario. Così fa il vandalo idiota che immortala col pennarello, sui marmi della Torre di Pisa, il proprio nome e la data memorabile della propria visita.

Di più: l’intero significato del mezzo televisivo è stravolto dall’invadenza degli spot. La protostorica discrezione dei “caroselli” d’un tempo non solo si inseriva in spazi ben distinti e separati rispetto alla programmazione “normale”, ma anzi si armonizzava nelle forme e nei ritmi alle produzioni non pubblicitarie. Viceversa, l’incontenibile raffica degli spot fulminei che ormai inzeppano le trasmissioni inverte il rapporto finalistico tra i due momenti: la programmazione tv, di fatto, è sostanzialmente privata di una finalità sua propria per divenire mero veicolo e contenitore della comunicazione pubblicitaria. E quest’ultima, a sua volta, tratta l’intera comunicazione televisiva come sua ancella. Non molto diverso, d’altra parte, è il destino cui è via via andata incontro la stampa periodica illustrata, a partire da quella “femminile” e dai supplementi settimanali dei grandi quotidiani: chi saprebbe dire, in effetti, se questi prodotti editoriali servono a dare al pubblico articoli da leggere, o non piuttosto a offrire alle agenzie pubblicitarie veicoli per esercitare il proprio mestiere (e agli editori qualche più cospicua entrata)?

Su tutto ciò si focalizza, in effetti, l’attenzione delle forze che resistono all’incredibile ascesa del telepirata. Anzi, più esattamente, sulla difesa dell’integrità della trasmissione televisiva dall’intollerabile invadenza della pubblicità: sulla denuncia dello scarso o nullo rispetto di quest’ultima per l’integrità e il significato (l’”emozione” che suscita) dell’opera dell’ingegno trasmessa via etere. Così facendo, quell’impostazione coglie indubbiamente un bersaglio importante sul piano dei principi. E’ assai meno efficace, però, su quello della battaglia politica: a chi concretamente interessa, infatti, un discorso polemico così impostato? Oltre agli autori delle trasmissioni televisive e dei film che la tv manda in onda, solo a una ristretta cerchia di cittadini acculturati e sensibili a quei temi: non si tratta di fattori di ampia mobilitazione. Anzi, una volta fallito in Parlamento il tentativo di limitare per legge l’invadenza degli spot, la marea montante non troverà più freni e dilagherà, senza suscitare apprezzabili proteste, dalle reti Mediaset a quelle RAI. Fino a omologare di fatto l’intera tv nazionale al modello Berlusconi, ben prima che il telepiazzista giungesse ad apporre, via presidenti delle Camere, il marchio del biscione anche su Saxa Rubra. 

Quella linea di contrasto rivelava, in effetti, un’incomprensione del vero pericolo rappresentato, per il tessuto connettivo della democrazia, per il suo radicamento nella società, dall’assalto globale di Berlusconi all’etere. Pericolo consistente in primo luogo nell’attentato alla pluralità del sistema  comunicativo e delle sue fonti, prima ancora che all’integrità degli oggetti comunicati. Che un film sia infarcito di spot, se è questo che passa (“gratuitamente”) il convento televisivo, poco importa al telespettatore medio, generalmente privo di altre fonti informative e di strumenti culturali capaci si sostenere una lettura critica di ciò che la tv gli propina. Quella linea di contrasto, dunque, rivelava un sostanziale distacco dal sentire delle grandi moltitudini: era perciò destinata già in partenza al fallimento. E l’averla perseguita con ostinazione, incapaci di mutare spalla al proprio fucile malgrado le dure lezioni della realtà, evidenzia una sostanziale incapacità di comprendere i processi evolutivi in atto e la presunzione di chi pensa, invece, di aver capito e, conseguentemente, di poter giocare le carte vincenti. Ma il gioco, e il tavolo stesso, gli stavano cambiando sotto il naso.

Altro effetto avrebbe potuto avere, per esempio, la proposta di un’adeguata tassazione sugli spot il cui introito fosse destinato a finanziare il pluralismo dei soggetti televisivi privati e una o più reti pubbliche prive di interruzioni pubblicitarie. Ma questo avrebbe significato abbandonare la difesa pregiudiziale di un monopolio RAI che non solo Berlusconi, né solo la Consulta, ma la sensibilità diffusa considerava ormai un inutile e ingombrante residuato. E puntare piuttosto a un mercato delle comunicazioni adeguatamente regolato. Scelta, questa, a cui si frapponeva un inveterato pregiudizio ideologico (e anche – perché negarlo? – la consuetudine ormai maturata con la gestione spartitoria piuttosto che con la concorrenza e la sua regolazione), con la  conseguenza finale di lasciare di fatto campo libero a un mercato eslege, ineluttabilmente destinato a tramutarsi in monopolio.

Aperte che furono, dunque, le porte della cittadella televisiva al cavaliere di ventura e alle sue milizie prezzolate, era inevitabile che la questione assumesse prima o poi – se ne fosse consapevoli o meno – una portata politica più diretta e generale. E qui veniamo al secondo dei due “abbagli” di cui si è detto. In effetti, era uno dei pilastri della costituzione materiale della Repubblica a essere intaccato. E il fallimento del conato di “restauro conservativo”, esperito invece di sostituirlo con più adeguate e moderne strutture, introduceva nell’assetto democratico del Paese una variabile minacciosa. Ciò ben prima che il tycoon dei teleschermi si desse alla politica in prima persona: l’anomalia del monopolio delle tv private alterava pesantemente l’equilibrio di un settore particolarmente delicato, decisivo per la formazione dell’opinione pubblica.

Tuttavia, malgrado l’inestimabile favore elargitogli dalla legge Mammì, il Cavaliere non aveva ancora vinto l’intera posta. La stessa reazione della sinistra dc, i cui ministri si dimisero in segno di protesta, dimostrava che non sarebbe stato impossibile tessere una trama di vasto respiro e capace di ampio consenso, finalizzata a imprimere un colpo di barra al timone della politica nazionale in materia di comunicazione. A due condizioni. La prima (repetita juvant), che si abbandonasse la pregiudiziale “pubblicistica” per tentar di tracciare una linea di riforma incentrata sulla regolazione del mercato. La seconda, che si ricalibrasse l’intera strategia politica in funzione di un’adeguata analisi delle novità strutturali di cui l’avvento dell’era Berlusconi era al tempo stesso sintomo e portatore.

Certo, il passaggio d’epoca (a cavallo fra gli anni Ottanta e i Novanta) era particolarmente radicale e insieme complesso: la fine del bipolarismo mondiale trovava il suo riscontro in Italia nella fine di una prima Repubblica già ampiamente degenerata tra direttorio del CAF, debito pubblico straripante, bubbone di Tangentopoli in agguato. La stessa unità dello Stato era messa in forse dall’emergere di inedite tensioni separatiste. I riferimenti sociali tradizionali – la classe operaia organizzata per un verso e per l’altro la sostanziale tenuta culturale del “mondo cattolico” – stavano lasciando rapidamente il campo a uno sfarinamento individualista e corporativo della solidarietà civile. Il Paese andava di fatto preparandosi, in assenza di una lettura comprensiva delle sue dinamiche, cui corrispondesse la delineazione di una prospettiva adeguata di rinnovamento, ad ascoltare la sirena del sedicente self-made man brianzolo.

Così come all’irruzione del piazzista nell’arengo televisivo bisognava far fronte imponendogli regole valide erga omnes e non attestandosi nel fortilizio ormai diroccato del monopolio RAI; analogamente non era possibile domarne gli animal spirits di uomo di potere (economico, finanziario, televisivo e infine politico) ergendosi semplicemente a paladini della democrazia repubblicana: bisognava piuttosto promuovere una profonda riforma di quest’ultima che la mettesse in grado di esprimere l’evoluzione in atto e insieme di canalizzarla entro regole e verso obiettivi condivisi.

Tre erano i punti deboli messi in luce dalla crisi della prima Repubblica, e sui quali l’ascesa dell’uomo di Arcore faceva leva, e ancor più avrebbe fatto leva nel passare direttamente sul terreno della politica. In primo luogo, la consunzione delle istituzioni: la forma di Stato e di governo, la legge elettorale, il centralismo amministrativo, la giustizia. In secondo luogo, il rapporto fra intervento pubblico e iniziativa privata nella sfera economico-sociale, dove il raggiungimento del punto di rottura era evidenziato dall’elefantiasi del debito pubblico, ammortizzatore ormai non più utilizzabile pena il rischio della bancarotta. Infine il sistema dei partiti, sempre più distanti sia dalle effettive esigenze, potenzialità e aspirazioni di un corpo sociale in rapida e profonda trasformazione, sia dalle necessità di riforma evidenziate dalla crisi della res publica.

Le tra questioni erano connesse, com’è evidente, da un legame profondo: tanto da costituire, nel loro intreccio, un’unica “questione italiana”, che l’iniziativa di “mani pulite” mostrerà senza più veli nei suoi risvolti di corruzione e farà esplodere col massimo clamore. Delle tre questioni, a ben vedere, quella davvero cruciale era la terza, data l’importanza tutta particolare che nella Costituzione scritta della Repubblica[5] e ancor più in quella materiale, così come del resto nelle sue stesse origini, rivestono i partiti. In effetti, una soluzione adeguata della “questione italiana” nelle sue diverse componenti non avrebbe potuto esser promossa se non da un’iniziativa dei partiti che fosse in primo luogo iniziativa di autoriforma: qualunque altra ipotesi essendo viziata in origine dal rischio del plebiscito populista e autoritario.

Difficile negare che un tentativo, coraggioso anche se forse alquanto in ritardo, vi sia stato, e proprio da parte del maggiore partito della sinistra: il processo drammatico di autoriforma, intrapreso dal PCI nel 1989 con la “svolta della Bolognina” promossa dal segretario Achille Occhetto, aveva appunto questo significato. E dava segno di voler investire, nella prospettiva che la “nuova formazione politica” avrebbe cercato di offrire al Paese, anche gli altri due nodi: quello istituzionale e quello del rapporto fra pubblico e privato. Tuttavia, se quel processo porterà nell’arco di un biennio alla nascita del nuovo partito (il PDS) nel 70° anniversario dello storico congresso di Livorno, non si può dire però che il suo sia stato un risultato pieno. Si trattò piuttosto di un processo interrotto a metà: dell’ambizioso progetto di “nuovo inizio” abbozzato da Occhetto alla Bolognina rimase alla fine il cambio del nome e del simbolo del partito, sufficiente per sottrarlo alle macerie del comunismo ma non per farne – come avrebbe ambito, e dovuto, diventare – il poderoso traino di una riforma vincente. E fu pagato per di più al prezzo di una significativa scissione “a sinistra”.

Tanto più questa constatazione è amara in quanto la coraggiosa iniziativa di Occhetto era sembrata cogliere ampiamente nel segno: la mobilitazione di forze spontanee, di cittadine e cittadini di ogni ceto sociale e di diverse matrici culturali e ideali, che rispose a quella provocazione, ne fu eloquente testimonianza. E ne fu testimonianza, parallelamente, l’attenzione che in tutt’Italia (e non solo), pur accompagnata da non poca diffidenza e da qualche scetticismo, fu prestata al travaglio del PCI da partiti, gente di cultura, organizzazioni sociali.

Perché quell’interruzione di un processo tanto promettente? In breve, si era venuta a determinare una contrapposizione fra due possibili alternative concernenti la base “di massa” da dare al processo di costruzione della nuova formazione politica. Da una parte il partito consolidato, organismo ancora robusto benché già eroso rispetto al passato, e soprattutto dotato di un corpo di funzionari e dirigenti non di rado forti di esperienze elettive e amministrative tuttora in atto o comunque recenti. Dall’altra la moltitudine della “sinistra diffusa” presente in seno alla società in forma spesso sommersa, impegnata in molteplici esperienze di carattere istituzionale, associativo o soltanto individuale, in genere delusa dalla militanza partitica o mai approdata a quei lidi; ma che ora, risvegliata dal richiamo della Bolognina, tendeva ansiosa l’orecchio alle novità promesse, pronta a entrare in prima persona nell’agone politico, a dare una mano per salvare, rinnovandolo, un Paese in crisi.

Due opzioni, a ben vedere, non mediabili, almeno a breve scadenza. Perché il partito consolidato non poteva non avvertire quei nuovi adepti potenziali come un fattore di disturbo e di rischio per le proprie abitudini e per la propria stessa permanenza. E perché, del resto, la diffidenza degli “esterni” nei confronti dei partiti tradizionali non poteva certo essere superata d’un balzo, sulla base di un pur generoso proclama e di una pur seducente promessa. Bisognava scegliere, dunque. E, per essere coerente con l’ispirazione della svolta, la scelta avrebbe dovuto essere, in prima battuta, la seconda, quella in direzione degli “esterni”. Non per “nuovismo” superficiale e preconcetto, né tanto meno per un qualche disprezzo nei confronti del corpo di un partito cui era comunque da riconoscere un ruolo decisivo nella difesa e promozione della democrazia. Ma per la profonda saggezza espressa dal detto secondo cui non vale mettere il vino vecchio nell’otre nuovo: un partito è nuovo se esprime, oltre a un nome e a un simbolo nuovi (certo importanti), anche la capacità di rappresentare nuovi interessi e nuove aspirazioni, quindi una base associativa nuova.

Si può ipotizzare che a imboccare con decisione questa via abbia fatto ostacolo la necessità, per farlo, di esercitare per tutta una prima fase una direzione del partito con forti venature “cesariane”: tale cioè da scavalcare il “ceto senatorio” (la dirigenza di matrice funzionariale) e da appoggiarsi direttamente sul “popolo” della sinistra. Contando che la base tradizionale del partito, dopo una prima comprensibile resistenza, avrebbe poi sostenuto convintamene, viste le nuove, numerose adesioni dall’esterno, la linea della svolta. Fidando inoltre che tale processo di profondo rimescolamento, oltre a favorire la nascita di una nuova leva di “quadri” politici espressi dalla base recentemente acquisita, avrebbe attuato una selezione in seno alla dirigenza tradizionale, facendone emergere e valorizzandone le personalità più omogenee al partito nuovo. Un processo, infine, che con tutta probabilità, per il suo carattere non connotabile nei termini delle vecchie divisioni interne, avrebbe consentito di evitare la scissione di Rimini. O quanto meno di ridurla a proporzioni assai modeste in confronto alla crescita complessiva delle adesioni e della militanza.

Non fu scelta, evidentemente, questa via. E’ probabile che il segretario della svolta si attendesse che la sua iniziativa – pur se assunta, com’era forse inevitabile, in solitudine – suscitasse una risposta ampiamente positiva non solo all’esterno del partito, ma anche al suo interno. Ciò che avvenne nella base degli iscritti, o almeno in una sua parte non trascurabile. Ma quella svolta repentina non trovò un pari apprezzamento, né tanto meno un appoggio convinto e corale, da parte della dirigenza più autorevole e consolidata. Al punto che la scelta di appoggiare la proposta rinnovatrice del segretario finì ben presto col configurarsi come una vera e propria corrente interna (gli “occhettiani”), cui si contrapposero altre posizioni di varia coloritura, ma tutte accomunate dalla mancata accettazione della svolta, ovvero da una sua interpretazione secondo canoni tradizionali che ne sminuivano di fatto la portata innovatrice.

Finì così col prevalere, nel gruppo dirigente del PCI, una linea di resistenza, ora sorda ora esplicita, alla ventata innovatrice generata dalla svolta della Bolognina. Resistenza facilitata dal risultato in buona misura deludente, per il maggiore partito della sinistra, della prima prova elettorale dopo il fatidico Ottantanove: quella regionale del 1990. Tale risultato diede al gruppo dirigente ristretto del partito l’occasione di riprendere in mano le fila del potere interno, già scompigliate dall’iniziativa del segretario, e di spegnere le velleità “cesariane” di quest’ultimo. Invece di stimolare e indirizzare, col proprio convinto sostegno alla svolta, il consenso della base e del quadro intermedio, questo atteggiamento finì col sollevare in questi ulteriori diffidenze e resistenze nei confronti di un’operazione che, se portata fino in fondo, avrebbe fatto nascere un partito politico del tutto nuovo sul tronco ormai sterile del vecchio PCI.

Dal congresso di Rimini del ’91, viceversa, invece di una formazione più vasta e aperta, uscirà in sostanza una versione aggiornata del vecchio partito, per di più pesantemente mutilata dalla scissione ala cossuttiana. Ne conseguì un’estenuazione della capacità del PDS di porsi come interlocutore privilegiato dei variegati fermenti della “sinistra diffusa”, che pure erano almeno in parte l’eco e il portato della stessa svolta della Bolognina. Ne riuscirà progressivamente indebolito il legame tra dimensione partito ed evolversi delle esigenze sociali e culturali, quindi del ruolo stesso del partito (come di tutti o quasi i partiti tradizionali) quale punto di riferimento, espressione e guida del rinnovamento della società e delle istituzioni. Con la paradossale conseguenza di una base associativa che ha potuto godere, negli anni seguenti, di un rapido e cospicuo flusso di nuove adesioni senza che ciò si traducesse in incremento del numero complessivo degli iscritti, ma piuttosto in un veloce e generalizzato turnover. Cui peraltro non ha corrisposto, se non in misura assai modesta, un rinnovamento del quadro dirigente, formato tuttora in massima parte da esponenti del vecchio PCI.

Non può stupire che, in queste condizioni, la nuova formazione politica abbia incontrato serie difficoltà, più ancora che nell’attrarre la “sinistra diffusa”, nel presentarsi come casa accogliente per quella parte degli aderenti ai vecchi partiti di governo (in primo luogo una parte cospicua dei militanti del PSI) che il ciclone di Tangentopoli aveva lasciati “orfani” senza che fossero stati coinvolti, in precedenza, nella corruzione dei rispettivi gruppi dirigenti. Né a ciò potrà porre minimamente rimedio l’ingresso di sparuti ancorché dignitosi esponenti del vecchio ceto politico nei vertici del nuovo partito: di ben altro che di una cooptazione ci sarebbe stato bisogno per fare davvero della nuova formazione la “casa comune” di una sinistra sfollata e umiliata. Sarebbe occorso che anche la parte della sinistra uscita meno lordata da quella piena fangosa mostrasse fino in fondo di sapersi mettere in discussione: non semplicemente “ripudiando il comunismo”, ma smettendo di concepire l’esser partito come qualcosa di separato – e ormai sempre più contrapposto – all’essere società in trasformazione.

Non a caso la seconda metamorfosi del partito, ben più nettamente di facciata, non sarà accompagnata, in sostanza, da alcuna mobilitazione degna di nota: fuori dalle stanze della politica professionale nessuno, in pratica, si accorgerà del passaggio dal PDS (inesorabilmente sconfitto nel ’94 dalla “discesa in campo” di un parvenu televisivo) ai DS. Operazione, di fatto, rivolta al solo ceto politico sbandato delle vecchie formazioni della sinistra. E gravata dal sospetto che il tutto (fanfare dispiegate per la sostituzione del simbolo del PCI con la rosa alla base della quercia e l’introduzione della sigla PSE) mirasse alla “cattura” di un solo uomo, sia pure di prestigio: Giuliano Amato. Sia come sia, la modestissima iniezione di nuovi “acquisti” a livello di vertice e il “gran rifiuto” dello stesso Amato non potevano certo produrre un qualsivoglia incremento dell’adesione di base, né quindi del prestigio politico, della maggiore formazione della sinistra. Mentre l’operazione non mancava di acuire il già forte distacco tra lo stesso partito, diffusamente avvertito come una qualunque espressione del professionismo politico, e dinamica sociale in atto.

A questa impostazione chiusamene “autoreferenziale” dell’attività politica si connette gran parte delle iniziative di cui il “nuovo” partito dei Democratici di Sinistra si farà promotore. Se infatti, per recuperare una prospettiva di riscatto dopo la sconfitta del ’94, i DS avevano compartecipato al lancio dell’Ulivo e della candidatura Prodi, dopo il successo del ’96 e una volta ottenuto l’obiettivo primario dell’aggancio all’euro, gli stessi DS sembreranno riprendersi la propria libertà di manovra favorendo una soluzione tutta “di palazzo” della crisi di governo e perdendo così ogni contatto con quel movimento referendario – supplenza parziale ma necessaria all’incapacità riformatrice dei partiti, in primo luogo della sinistra – da cui era scaturito un sia pur imperfetto sistema elettorale maggioritario.

 

(3 marzo 2002)



[1] Se non è sensato sparare cannonate su una mosca,  men che meno lo è cercare di abbattere un cacciabombardiere con la fionda. O meglio cercar di cacciare allodole con uno struzzo al posto del falcone (lo struzzo si può cavalcare, ma non vola. Oltre a non avere alcuna propensione per la caccia).

[2] Art. 41: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.  Art. 42:  “[…] La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti. La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale. […]”.  Art. 43: “A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti, determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano caratteristiche di preminente interesse generale”. Forse è meglio che Berlusconi non legga questi articoli. E, soprattutto, nessuno lo informi che questo testo, entrato in vigore nel 1948, reca fra le altre la firma di Umberto Terracini (un noto comunista).

[3] Cose, queste (un governo onesto e una buona amministrazione), di per sé apprezzabilissime, e già fornite al Paese, per un quinquennio, dal centrosinistra. Ma evidentemente insufficienti a consolidare il consenso. Vale forse la pena di ricordare che la giunta Vetere, a Roma nel 1985, fu fatta cadere dal voto di quelle stesse borgate cui l’amministrazione di sinistra aveva finalmente portato fogne, elettricità, acqua, gas, risanamento e inserimento nella legalità e nel tessuto urbano. E che l’unico esponente di quella giunta eletto poi deputato per più legislature, praticamente senza fare campagna elettorale, sarà l’inventore dell’”Estate romana”, Renato Nicolini. Potenza dell’”effimero”? No. Solo una dimostrazione terra terra di cosa significhi, in politica, il detto evangelico “non di solo pane vive l’uomo”. Del resto, Berlusconi ha vinto promettendo un po’ di pane (meno tasse e più pensioni) e fornendo per decenni tanti circenses televisivi.

[4] Cfr. in proposito “Un uomo forte di tipo nuovo”.

[5] Art. 49: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.





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