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Gioventù drogata?

Ma quanta droga!

Circola troppa droga, in Italia. E non solo in Italia. Si produce troppa droga (oppio, per la precisione), in Afghanistan. Tanta droga, tanto oppio, in Afghanistan. Pare sia l’80% di tutto quello che si produce nel mondo. Addirittura, l’economia dell’Afghanistan si regge attualmente sulla coltivazione del papavero da oppio. E sembra che i talebani, quelli che l’intervento internazionale non è riuscito a stroncare ma sono anzi partiti al contrattacco, siano anche i signori dell’oppio, oltreché delle montagne da cui è formato in gran parte quel poverissimo, indomito e misterioso paese.

Insomma i talebani, in Afghanistan, occupano lo spazio che da noi, nell’Occidente civile, prospero e democratico, è presidiato dalle mafie. E, in Colombia, è ben picchettato dai narcotraficantes della cocaina. Tanto da rendere plausibile il sospetto che fra talebani, mafie internazionali, narcotraficantes d’ogni tipo e nazionalità, debba esservi un intreccio così fitto da costituire in realtà un’unica rete planetaria.

Una rete nelle cui maglie finiscono in gran massa, come branchi di sardine, i consumatori di eroina, cocaina e altre sostanze più o meno proibite. E ci finiscono, diciamo la verità, per il semplice fatto che il loro bisogno di polverine e pasticche è assai poco comprimibile e, non trovando altro canale per soddisfarsi, si rivolge a quelli offerti dalla suddetta rete globale e dai suoi capillarissimi tentacoli. E i signori della rete a loro volta, dal momento che il “vizietto”  di tanti giovani e meno giovani consumatori di sostanze proibite è per loro una fonte essenziale di arricchimento e di potere, si danno un gran daffare per consolidare e incrementare il bisogno di pasticche e polverine dei loro affezionati clienti. Anzi per aumentarne il più possibile il numero, magari con l’aiuto dei clienti medesimi, cui viene offerta, in cambio della trasformazione in solerti piazzisti, ogni sorta di incentivo (cosa che, ovviamente, funziona meglio con i clienti più sfigati che con quelli più danarosi, che pure non mancano).

Tutto questo ben oliato giro commerciale, che si distingue da quello – che so? – delle bevande alcoliche o del caffè essenzialmente per la natura illegale delle sostanze che vi circolano, suscita una comprensibile ripugnanza nelle persone perbene: quelle, per intenderci, che non sono in grado di cominciare la loro giornata lavorativa (o anche – perché no? – oziosa) senza sorbire una bella tazzina di caffè, né di sostenere una conversazione serale con gli amici senza stringere tra le mani un buon bicchiere di whisky. E non parliamo del ricorso massiccio al rito della sigaretta, dal momento che questo, ormai, non è più trendy come ai tempi di Humphrey Bogart.

E quante ricette…

Sul modo di interrompere quel circuito vizioso e criminale si producono da decenni in riflessioni profondissime e proposte acuminate schiere di specialisti d’ogni ramo. E di responsabili della cosa pubblica d’ogni paese civile. Qualcuno ricorderà che nei favolosi anni Ottanta, sotto il potente impero dell’ex cowboy hollywoodiano Ronald Reagan, il suo vice George Bush, già allora papà felice di un futuro inquilino della Casa Bianca e destinato egli stesso ad assaporare le glorie della presidenza, si fece un punto d’onore di stroncare le coltivazioni di coca che dalla Colombia, via narcotraffico transamericano, minacciavano la virtù dei giovani virgulti degli States. E, in coppia con l’incaricato governativo Bill Bennett (insignito pomposamente del titolo di “zar della droga”) si lanciò in una guerra senza esclusione di colpi.

Guerra fondata, secondo i dettami di ogni saggezza strategica, sulla più accorta accoppiata di bastone e carota. Dove il bastone era costituito (non vivendo la premiata ditta Bush & Bennet in epoca trogloditica, ma già nel tecnologico Novecento) dai più aggiornati lanciafiamme, usati per stroncare senza remore da femminucce le mefitiche piantagioni. E la carota era rappresentata (avendosi qui a che fare con intraprendenti campesinos e non con conigli ghiottoni) dal finanziamento della riconversione delle colture maligne in direzione di più salutari granaglie. Quale esito abbia avuto l’epica battaglia ognun ben sa.

Forse non hanno memoria di quelle gesta leggendarie e del loro sbocco miserando gli ideatori italiani della recente strategia anti-oppio e anti-talebani basata sull’acquisto dei raccolti afgani per trasformare il soporifero fiore in morfina a uso farmaceutico[1]. O forse essi, essendo marcatamente “di sinistra”, ritengono sufficiente, per distinguersi dalla strategia apertamente “di destra” di quella presidenza USA, la pura e semplice omissione di ogni ricorso a strumenti… incendiari, effettivamente – come dire? – assai poco politically correct.

Fatto sta che ai generosi proponenti sembrano non essere venute in mente un paio di domandine semplici semplici, di quelle che uno studente d’economia può sentirsi fare a tradimento da qualche sadico esaminatore. Prima domandina: a chi andrebbe venduta l’abbondantissima morfina prodotta con l’oppio acquistato in blocco dai coltivatori afgani? L’unica soluzione decente sarebbe regalarne gran parte a Gino Strada, perché la usi come antidolorifico negli ospedali di guerra di Emergency (e l’idea non sarebbe poi malvagia). Tuttavia, una volta che si fosse riusciti nell’improbo compito di convincere l’ONU e gli altri gestori dell’operazione ad attuare quest’ultima del tutto a fondo perduto (nonché le industrie farmaceutiche a rinunciare alle proteste per la concorrenza sleale), resterebbe comunque, grossa come una casa e senza una plausibile risposta, la seconda domandina.

La quale potrebbe essere formulata nei termini seguenti: dal momento che l’eroina oggi prodotta a partire da quei papaveri ha uno sbocco di mercato alimentato da una domanda finale massiccia, diffusa in numerosi paesi del mondo (e specialmente nel prospero e democratico Occidente), assai difficilmente comprimibile, che cosa vi rende così sicuri che i bravi coltivatori, una volta ottenuto il giusto ritorno dal raccolto dell’anno in corso grazie all’acquirente ONU sostituitosi al committente talebano, non si diano da fare per raddoppiarlo l’anno seguente, così da poter soddisfare, oltre agli agenti dell’ONU, anche quelli della rete talebano-mafiosa? E da raddoppiare, già che ci sono, anche i propri redditi? O da incrementare l’occupazione rurale del paese? Ovvero da reclutare anche all’estero nuovi adepti del florido investimento agrario?

Insomma, cari, sinceri e generosi proponenti, non vi passa per la mente che il vero problema, in tutta questa antipatica faccenda, sia proprio quello della domanda finale? Vale a dire (se vogliamo passare dal linguaggio freddo e asettico dell’economia a quello più partecipe dei fatti sociali e della politica come tentativo di risposta alle domande che quei fatti pongono ai responsabili della polis) il problema della diffusione del consumo di sostanze illegali e pericolose?

…ma nessuna funziona…

Su quest’ultimo problema il dibattito è aperto da molti decenni. Su quella che sbrigativamente viene chiamata “questione droga”, gli interventi legislativi si susseguono in Italia da più di trent’anni, numerosi e contraddittori. Soprattutto, nessuna forza politica è stata finora in grado di mettere in campo, se non altro a parole, una linea d’azione che avesse, non solo una qualche coerenza, ma anche una qualche prospettiva di successo: un successo almeno paragonabile a quello riportato (come testimoniano in modo incontrovertibile le statistiche) dalla legge 194/78 che regola l’interruzione volontaria della gravidanza.

…contrariamente alla “194” sull’aborto: ma lì c’era il movimento delle donne

Forse la spiegazione di tutto ciò va ricercata in un fatto: il compromesso in materia di aborto fu trovato, al culmine di una stagione di riforme che fecero fare enormi passi avanti al livello civile del Paese (dallo Statuto dei diritti dei lavoratori al divorzio, dalla riforma del diritto di famiglia a quella della psichiatria, dall’istituzione degli asili nido pubblici a quella dei consultori familiari, per non parlare infine del varo del Servizio sanitario nazionale), sotto la spinta di un vasto e possente movimento femminile di massa[2]. Una spinta che, di fronte all’attacco referendario convergente portato da clerico-reazionari e radicali a quella legge fermamente voluta dalle donne (stanche di mammane, cucchiai d’oro e viaggi abortivi a Londra e dintorni), lungi dall’affievolirsi si fece ancor più forte e ridicolizzò col risultato della consultazione popolare i suoi protervi e sciocchi avversari.

Sulla “questione droga”, invece, non solo non si è mai avuta, ma è anche assai difficile immaginare che si possa mai avere una mobilitazione di massa: una mobilitazione che beninteso non sia quella, ottusamente ipocrita, dei moralisti d’ogni risma i quali, proprio mentre aspirano sapide boccate di tabacco o sorbiscono una deliziosa “tazzulella ’e cafè” o s’inebriano con l’aperitivo reclamizzato in tv, s’indignano per la “canna” arrotolata dal figlio minorenne. Come se la loro sigaretta acquistata dal tabaccaio o la tazzina servita in casa o al bar o il bicchiere di liquido più o meno alcolico gustato a tavola o in salotto fossero meno inutili ai fini della sopravvivenza fisica, o meno dannosi per i polmoni, il fegato e il sistema nervoso, della modesta dose di cannabis indica contenuta in uno spino[3].

Non è che, beninteso, dietro la “questione droga” si celi un conflitto sociale meno imponente di quello che era alla base della “questione aborto”: se in quest’ultimo caso si trattava di una faccia particolarmente dolorosa del conflitto fra i generi (ovvero, se si vuole, della “questione femminile”), nel caso della “questione droga” ci troviamo in presenza di una manifestazione particolarmente virulenta del conflitto fra generazioni o “questione giovanile”: quel conflitto (o quella “questione”), per intenderci, che emerge ogni volta che si parla di ambiente consumato dalla generazione presente a danno di quelle future; di potere corporativo e gerontocratico che ammorba e paralizza le istituzioni, le forme della politica, tanta parte dell’economia e della società; di Stato sociale che ai bambini che nascono dà troppo poco e ai giovani nulla; di scuola abbandonata al degrado e all’irrilevanza; di mercato del lavoro (e mercato edilizio, e in generale assetto della proprietà) fatto in modo da negare ai giovani autonomia e prospettiva futura. Per cui poi ci si stupisce se un paese come il nostro (in buona compagnia nel prospero e democratico Occidente, ma con qualcosina in più rispetto agli altri) sta semplicemente sopprimendo (salvo il provvidenziale apporto dell’immigrazione) la propria capacità riproduttiva.

Qui, invece, c’è la questione generazionale (e nessun movimento)

Una volta constatato questo sottofondo corposo e serissimo della “questione droga”, non sarà poi troppo lungo il passo da compiere per capire perché, mentre sulla “questione aborto” il mondo politico di allora fu sospinto suo malgrado a trovare una soluzione tutto sommato adeguata ed efficace, sulla “questione droga”, viceversa, si continua a pestare l’acqua nel mortaio. Detta in due parole: perché là vi era la marea formidabile del movimento delle donne, in grado di costringere il potere maschilista a fare un passo indietro rinunciando (almeno in una sua parte significativa) a uno dei propri più solidi e antichi puntelli: il controllo della capacità riproduttiva della donna.

Qui invece vi è un esercito di paria muti e indifesi (i “drogati”) cui non è dato scendere in piazza e nemmeno – ovviamente – costituirsi in avanguardia sociale della giovane generazione. Ma che è invece il prodotto marginale e pressoché ineluttabile dell’intersezione perversa fra la crisi intergenerazionale e i meccanismi di un’economia che fa della persona umana un semplice elemento subordinato del proprio funzionamento: vuoi nella veste di forza lavoro condannata alla precarietà, vuoi in quella di consumatore di prodotti il cui bisogno è scientificamente indotto.

E, fra questi, il bisogno compulsivo delle merci che servono a rendere sopportabile una condizione altrimenti troppo difficile da tollerare: computer e telefonini che sostituiscono – ben più che facilitare – la comunicazione interpersonale, musica e ballo che stordiscono ben più che saziare l’anima, droghe d’ogni genere (non esclusi superstizioni religiose vecchie e nuove, e il sesso, e il cibo, e il digiuno). Droghe legali e ufficialmente esaltate da mille spot. E droghe vietate ma disponibili ovunque, perché oggetto di un mercato la cui illegalità non ne riduce la formidabile forza di penetrazione, ma anzi la rafforza dandole in più l’arma della complicità forzata, nel suo territorio eslege, del trafficante e del consumatore.

Del resto, non è solo questione di “drogati”. Ché, anzi, il parlare di questi ultimi è in fondo un modo come un altro per sfuggire alla sostanza del problema: come chi si affannasse attorno alla pustola per evitare di affrontare la peste. Ed è anche un modo per dare spazio a tutti quei tartufi che non perdono occasione per proclamare che “tutte le droghe fanno male” e che quindi fra marijuana ed eroina non si deve fare differenza, ma entrambe vanno represse allo stesso modo. E sono magari gli stessi che alimentano il detto volgare dell’antipolitica per cui “sono tutti uguali, rubano tutti, tutti si fanno gli affari loro e basta”. Insomma, gli stessi cui ripugna distinguere: cioè, almeno da Socrate in poi, pensare.

Servirebbe una “autocoscienza” della politica

In realtà, la “questione generazionale”, di cui la diffusione di massa delle droghe illegali è uno dei  sintomi patologici, richiederebbe – per essere affrontata con una qualche efficacia – che la generazione adulta sapesse guardare in faccia se stessa e il mondo che essa ha prodotto e lascerà in eredità, un giorno non lontano, ai propri figli. Richiederebbe che una tale mega-operazione di “autocoscienza” (ogni riferimento alle pratiche femministe degli anni ’70 è tutt’altro che casuale) fosse promossa dalle forze organizzate in cui il potere costituito si esprime: primi fra di esse i partiti che animano (o dovrebbero animare) la vita della democrazia. Perché solo attraverso una tale operazione di autocritica – dolorosa ma onesta – sarebbe possibile avviare a superamento l’impasse pericolosa in cui la nostra società e la stessa democrazia sono oggi bloccate.

In merito al tema specifico sul quale vertono queste riflessioni, si scoprirebbe allora che la “questione droga” si pone a due livelli distinti, nessuno dei quali può essere trascurato: un livello specifico, costituito dalla diffusione dei consumi illegali (e dall’economia criminale che vi ruota intorno); e un livello più ampio, costituito dal carattere per più versi “drogato” del sistema della convivenza sociale (a partire dall’economia e dal sistema dei bisogni su cui essa s’impernia) in cui ci tocca vivere. Si scoprirebbe, in sostanza, che la questione dei consumi illegali va sì affrontata in quanto tale, ma non disgiuntamente da quell’altra, più generale faccia del problema. Ché, anzi, mentre un tentativo di affrontare senz’altro quest’ultima non ci farebbe fare un solo passo ai fini della soluzione della questione più specifica, affrontare tale questione col coraggio e l’onesta spregiudicatezza che sono necessari può essere viceversa un primo ma non indifferente passo avanti sulla via della soluzione del problema d’assieme. O per lo meno sulla via di un modo d’affrontarlo non più – com’è stato finora – meramente declamatorio.

Torniamo ora ai giovani e alla questione generazionale. Perché non possiamo aspettarci da loro, come invece fu per le donne, una spinta determinante verso la soluzione di un problema sociale che pure è legato alla loro condizione? Per il semplice fatto che, mentre le donne non le producono gli uomini, ma sono semplicemente l’altra metà del genere umano, parallela e reciprocamente complementare rispetto a quella maschile, ogni nuova generazione è “prodotta” invece da quella che la precede. Le donne, in altri termini, semplicemente esistono a prescindere dalla volontà e capacità degli uomini. I giovani, viceversa, in teoria potrebbero anche non esistere. E, ridotta all’osso, la loro “questione” consiste oggi nel fatto che essi avvertono di “non esistere” per la generazione precedente: di non esistere come persone, come cittadini, malgrado il diluvio di smancerie e motorini e telefonini che padri e madri premurosi fanno loro piovere addosso. Malgrado – persino – la mascalzonesca e ottusa complicità che si vedono largire da questi ultimi nella distruzione di ogni autorevolezza e ogni funzione della scuola.

Invece c’è chi parla di analisi delle urine…

Per poi trovarsi di fronte, non si capisce se sul serio o per burla, la proposta superciliosa di un ministro dell’Interno (uno dei più sottili dottori della generazione adulta) che li minaccia di sottoporli all’analisi delle urine dopo ogni interrogazione: come calciatori, insomma. Come rotocalcheschi  fidanzati di vallette o veline: per poi stupirsi se, piuttosto che impegnarsi nello studio, i medesimi giovani preferiscono darsi da fare con ogni mezzo per diventare essi stessi vallette, veline o calciatori destinatari (in virtù più dei miliardi di euro di cui dispongono che non della propria prestanza virile) delle loro ostentatissime avvenenze.

Sembra di sentir aleggiare, a proposito del legame stretto fra diffusione del consumo di sostanze proibite e condizione dei giovani, un’obiezione che si potrebbe sintetizzare così: non è vero, o almeno non lo è più nella situazione attuale, che il consumo di droghe proibite sia appannaggio esclusivo della giovane generazione; quindi è arbitrario indicare un legame fra le due “questioni”. Obiezione la cui sensatezza sarebbe destinata a svanire come il fumo azzurrino di uno spinello se solo ci si curasse di guardare un po’ più a fondo nelle motivazioni che dovrebbero fondarla. E cioè se si fosse disposti a compiere lo sforzo necessario per capire, almeno approssimativamente, quali siano i motivi per cui, in una determinata fase della seconda metà del secolo XX, non un manipolo di “viziosi” ma una percentuale cospicua di un’intera generazione (e non sempre i più stupidi al suo interno)  ha deciso di darsi a consumi non solo di discutibile salubrità, ma anche passibili di punizione a termini di legge.

Come tutti i fenomeni di massa, anche il fenomeno “droga” non fu allora, né è oggigiorno, un monolite uniforme. Si manifestò, ad esempio, in tempi almeno parzialmente sfasati da un luogo all’altro: prima negli Stati Uniti (alfieri d’ogni novità), poi nell’Europa nord-occidentale (insieme alla rivoluzione musicale dei Beatles e dei Rolling Stones giungevano a noi adolescenti dei Sessanta vaghe, pruriginose notizie di “erbe” e “acidi” proibiti, e persino di “merda” in forma di polvere bianca, di cui qualcuno fra i nostri coetanei si diceva facesse uso in riva al Tamigi), poi in quella mediterranea (quindi anche nel nostro Paese) e via via nel resto del pianeta. Eppure il tutto si svolse nell’arco di pochi anni (a cavallo fra i Sessanta e i Settanta, mentre l’equilibrio fra i blocchi precipitava nella carneficina vietnamita), col ritmo accelerato che già allora caratterizzava gli eventi e sempre più li caratterizzerà nei decenni successivi.

Andiamo un po’ a vedere: all’inizio ci fu il Sessantotto

Viste le date, l’accoppiata più ovvia appare quella col Sessantotto. E sarebbe in effetti difficile negare che fra l’avvento delle tossicomanie giovanili di massa e quel grandioso moto di rivolta degli studenti (seguita in molti casi da quella delle forze di lavoro più recenti, identificate dai sociologi nella figura dell’“operaio-massa”) vi sia una stretta connessione: in particolare per quanto concerne la rapida diffusione del consumo di hashish e marijuana, droghe tipicamente conviviali, blandamente e piacevolmente psicotrope, facili da reperire (o da autoprodurre) e al tempo stesso di sufficiente sapore “contestativo” nei confronti del mondo adulto e delle sue regole grazie proprio al loro essere proibite, quindi particolarmente omogenee alla ventata antiautoritaria che fu la sostanza prima della rivolta giovanile della fine degli anni ’60. E’ proprio nelle facoltà occupate dal movimento studentesco di quegli anni, in effetti, che molti giovani provarono per la prima volta l’ebbrezza del “fumo”.

Ma tutto questo non spiega affatto il fenomeno che farà seguito a quei primi assaggi di cannabis come consumo giovanile di massa. Non spiega cioè come mai, nel prospero e democratico Occidente, un numero tutt’altro che trascurabile di giovani farà ricorso di lì a poco a una droga che non ha nulla di conviviale, non porta alcuna allegria, ottunde la sensibilità e la mente, reca danni alla funzionalità sessuale, ti costringe per usarla a praticarti quotidiane e massacranti iniezioni endovena, è facile portatrice di contagi dannosissimi (dalle epatiti più gravi all’AIDS), può lasciarti con una siringa nel braccio e senza vita in un qualunque prato di periferia, o nel cesso di un bar. Semplice, esclameranno trionfanti i seguaci della religione proibizionista e della connessa scelta repressiva: il consumo di cannabis è solo l’anticamera dell’ineluttabile passaggio all’eroina.

E lo dicono seriosi mentre aspirano la loro bella marlboro, col bicchiere in mano, stravaccati sul divano a godersi una qualunque “isola dei famosi” in tv. Ma basterebbe chiedere loro perché l’ “elementare, Watson!” che scaturisce dal loro cerebro come un limpido sillogismo medievale non debba valere anche per la sigaretta che il pargolo ruba dalla borsetta di mammà o per quella che il babbo gli offre, virilmente complice, alla prima occasione. Basterebbe, insomma, chiedere loro quanti fumatori di cannabis abbiano saltato la prima iniziazione al fumo via tabacco (che peraltro costituisce l’involucro dell’hashish). Perché mai, dunque, la catena dei “post hoc, ergo propter hoc” debba cominciare solo con l’orribile erba proibita e non, un anello prima, con quella legalmente in vendita presso gli appositi spacci autorizzati chiamati tabaccherie. Perché, inoltre, se è ben vero che solo una parte dei tabagisti passa al consumo di cannabis, è altrettanto vero che solo una parte dei consumatori di cannabis passa dallo spinello al “buco”. Perché, infine, visto che tutto ciò dimostra con palmare evidenza che non vi è alcun legame meccanico tra i diversi modi e gradi del “drogarsi”, il consumo di eroina, dilagato fra i giovani negli anni ’70 e ’80, sia spiegabile a loro avviso facendone una conseguenza ineluttabile della diffusione dei derivati della canapa indiana.

Forse, per capirne qualcosa di là dalle supponenti certezze dei tartufi, occorre andare un po’ più a fondo. Occorre guardare un po’ meglio dentro i fenomeni macroscopici che caratterizzarono quegli anni, e non ridurre tutto a una questione di “droga”. Occorre innanzi tutto tirare in ballo un fattore potente di quel fenomeno, e cioè il mercato clandestino delle sostanze proibite. E’ proprio allora, come illustrò magistralmente un libro di Pino Arlacchi, che il fenomeno vetusto e provinciale della mafia siciliana, ancorata fin lì alla gestione di affari tutto sommato limitati, fece il salto a “mafia imprenditrice”, dando vita alla più formidabile multinazionale del crimine. E poté farlo, conquistando per qualche tempo un vero e proprio primato mondiale, proprio grazie a un sostanziale monopolio del mercato internazionale dell’eroina (monopolio che a sua volta le riuscì d’ottenere grazie sia all’uso senza risparmio del kalashinikov e del tritolo, sia all’intermediazione di cospicui flussi di denaro pubblico destinato all’isola del sole).

E qui i moralisti di destra, nella gara a spiegare il fenomeno, cedono il campo a quelli di sinistra: la colpa, dicono costoro, è tutta del mercato e di coloro che lo manovrano: si tratti della Microsoft, della Nestlé, della Monsanto o di Cosa Nostra, sempre di multinazionali si tratta. Sono loro che, applicando un piano diabolico ispirato a un’inestinguibile sete di lucro e di dominio, hanno avvelenato il sangue dei giovani, ridotti così a povere vittime nelle loro mani. E, dal punto di vista di chi vuole sottrarli a quelle grinfie, a “malati” irresponsabili da curare: dove, ai fini della cura, la loro consapevole volontà, dato l’assunto, è poco più che un orpello.

Non tema il paziente lettore: non sarà tediato da ulteriori esposizioni di queste tesi consolatorie, né da tentativi di una loro puntuale confutazione. Si dirà solo, per sommi capi, quale sia a parere di chi scrive l’anello mancante di tutto il discorso. Ciò che sembra chiaramente mancare, in questo e altri tentativi di spiegazione (siano essi di destra o di sinistra) è un’adeguata considerazione della dimensione propriamente storica di quel grandioso sommovimento sociale e culturale che prese il nome dal fatale 1968. Si è già detto del suo carattere eminentemente antiautoritario: questa ne fu senza dubbio la cifra più evidente, come ben si addice a ogni moto di rivolta dei figli, ansiosi di libertà, al potere dei padri  avvertito come opprimente.

Ma che cosa fu, davvero, il Sessantotto?

I modi e gli indirizzi specifici che quella rivolta sono stati oggetto, fin da allora, di troppe analisi perché ci si torni sopra. Qui basti osservare che, restando all’interno di quell’interpretazione (in chiave puramente antiautoritaria), pur trattandosi  ovviamente di una componente decisiva, qualcosa d’importante rischia però di sfuggire: rischia di sfuggire, per la precisione, il fatto che quella ventata antiautoritaria segnalava qualcosa che andava oltre la sua consapevolezza, e che comunque le giovani menti dei suoi protagonisti non possedevano strumenti sufficienti per comprendere appieno. Come al solito, sarebbe spettato ai padri più aperti e consapevoli dare risposta agli interrogativi – vivacissimi, ma di necessità anche confusi – posti con impazienza dai figli ribelli. Sarebbe spettato loro, nel momento stesso di aprire le porte della casa comune all’ansia di novità dei figli, indicare loro le vie attraverso cui quella volontà di rinnovamento potesse efficacemente incanalarsi. E chiamare i giovani ad assumere una piena corresponsabilità della costruzione del nuovo tanto anelato e preteso, quale pegno necessario del di più di libertà meritatamente ottenuto.

Chiedetevi, chiediamoci: questa risposta vi fu? Quale risposta fu data? Limitandoci qui, per non complicare troppo il discorso, alla realtà italiana, sembra di poter dire che quella risposta in qualche misura fu data, ma fu pesantemente insufficiente, e contraddittoria. Dai giovani come tali, dal loro movimento nato nelle facoltà universitarie, non era lecito pretendere più che un atto deciso di rottura. La richiesta pressante che in troppi rivolsero loro: “Diteci, di grazia, che cosa volete”, sapeva troppo di alibi per sfuggire a una domanda cui non era facile rispondere. Perché una risposta vera avrebbe comportato una troppo forte – e dolorosa – messa in discussione di se medesimi e dell’edificio per molti versi esemplare, ma ormai angusto e già vecchio, che si offriva come dimora a quei figli.

Per la prima volta scendeva allora in campo, ansiosa di giocare la sua partita, una generazione per la quale il fascismo, la guerra, la sconfitta, la lotta di liberazione, le ristrettezze del dopoguerra, la conquista della democrazia, le fatiche della ricostruzione e del primo impetuoso sviluppo, non erano esperienze di vita, ma semplici narrazioni: trascoloravano dalla cronaca viva del presente nella foto già un po’ ingiallita delle memorie di famiglia.

Questi fummo noi del Sessantotto. E avevamo di fronte i nostri padri: che quegli ultimi trent’anni avevano vissuto in prima persona, poco importa a che età, in che ruolo e da quale parte della barricata. I padri ci invitavano a entrare nella casa costruita per noi al prezzo di inenarrabili sacrifici: la Repubblica democratica era lì che ci aspettava come suoi nuovi cittadini. Perché recalcitrammo a quell’invito? Perché la nostra prima risposa fu la ribellione?

Perché i giovani si ribellarono?

Ci dice la storia dei primi decenni della Repubblica che proprio allora veniva a scadenza la validità delle politiche imperniate sulla centralità indiscussa del partito fondato da De Gasperi: tanto nella prima versione, quella centrista, quanto nella versione del primo centrosinistra. Il corso canalizzato in tali sponde, che anche grazie a quelle politiche si era fatto particolarmente impetuoso, non trovava più in quell’alveo spazio sufficiente per andare avanti. La strategia delle riforme, che a metà degli anni Sessanta aveva dato alcuni frutti importanti (dalla nazionalizzazione dell’energia elettrica alla scuola media unificata), si era ben presto impantanata. Non aveva sostanzialmente toccato, in particolare, i canali della formazione superiore, strutturati secondo le esigenze e le possibilità di una società ancora ampiamente agricola e patriarcale. Né aveva sostanzialmente intaccato la stratificazione proprietaria dell’economia e la tradizionale subordinazione della donna.

Non stupisce, allora, che quella corrente impetuosa si aprisse un varco nell’argine sottile e vetusto dell’università. Né che al Sessantotto studentesco si saldasse l’“autunno caldo” operaio del 1969. Né che, infine, alla spinta di quei movimenti facesse ben presto seguito, con tutta l’autonomia conferitale dalla rivendicazione, oltre l’uguaglianza, della propria “differenza”, il nuovo e vasto movimento femminile degli anni Settanta.

Che cosa poteva dunque attendersi, dai padri più aperti e consapevoli, il movimento dei figli esploso nel Sessantotto? Poteva attendersi – si attendeva in effetti, di là dalla propria stessa consapevolezza – un’indicazione positiva su come costruire un ordine più comprensivo e più ampio oltre la crisi di quello postbellico. Un ordine in cui la successione delle generazioni non fosse più soggetta alle strozzature classiste e patriarcali del passato, ma trovasse canali adeguati al mondo nuovo alla cui costruzione gli stessi giovani sarebbero stati chiamati a contribuire con piena responsabilità. Di là dalla furia dissacratrice dell’antiautoritarismo, quei figli chiedevano – certo confusamente, ma reclamando chiarezza dai padri – un’autorità diversamente, più ampiamente e solidamente fondata.

Non a caso, di fronte alla sordità della “controparte”, e alla risposta repressiva che fu, se non l’unica, la più immediata e appariscente, andarono a pescare nel variegato armamentario ideologico della rivoluzione comunista (se vera o sognata poco importava alla loro inesperienza) le ricette per darsi da sé soli le risposte mancanti. E fu così che lo scanzonato, confuso ma sostanzialmente unitario movimento degli studenti si frantumò lungo le faglie ideologiche di teorie vecchie e mal digerite, dietro le quali si celavano spesso esperimenti politici trasformatisi da tempo in regimi oppressivi. E la rivoluzione studentesca, da magma indistinto ma profondamente vitale, di trasformò in caleidoscopio di piccole rivoluzioni libresche, irreali, fallite in partenza e serbatoi potenziali di pericolose avventure.

Dal movimento ai “gruppetti” ideologizzati

Il movimento studentesco divenne allora “gruppettaro”: esibì con l’audacia insolente di tutti gli estremismi (“voilà les groupuscules!” fu lo slogan irridente che un’imponente manifestazione parigina contrappose alla critica della sinistra “ufficiale”) la propria autonomia “adulta”. Senza rendersi conto di quanto il far propri i cascami ideologici delle rivoluzioni d’ogni colore (vi furono persino alcuni che si proclamarono “nazi-maoisti”) equivalesse in sostanza a negare la propria potenzialità di movimento capace di imporre trasformazioni profonde: non solo per l’inevitabile riduzione della propria presa di massa a miriade di rumorosi mini-partiti senza base; ma anche perché l’allegra utopia dell’“imagination au pouvoir” (uno dei più fortunati slogan del Maggio francese), così palesemente incurante dell’imperativo di “tenere i piedi per terra”, rinunciava in tal modo all’allegria senza nulla acquistare in realismo.

Passava dal frustare la stanchezza satolla dei partiti al pretendere di far loro concorrenza. Invece di praticare alla politica adulta una salutare iniezione di spirito utopistico, pretendeva di rifriggere Lenin e Totskij e Castro e Mao, e persino Stalin, in pentole europee occidentali la cui refrattarietà a simili ricette aveva trovato la propria definitiva sanzione già all’indomani dell’Ottobre russo. Né alcunché di meglio sapeva proporre l’ala più movimentista, quella che si rifaceva alla severa ideologa Rosa Luxemburg o al medico guerrigliero Ernesto “Che” Guevara: poiché solo di vie diverse, più finemente intellettuali o più romantiche, si trattava. Comunque di richiami in cui l’aureola di martirio degli eroi eponimi non poteva certo palliare l’inevitabile fallimento di una rivolta ormai ripiegata su se stessa.

Le tracce permanenti…

Pur così frammentato e ideologizzato, il Sessantotto non passò tuttavia senza lasciare una traccia profonda nella società e nella cultura del Novecento. Tutto il decennio dei Settanta reca evidente l’impronta di quella rivolta generazionale, la cui cifra ispirata alla critica d’ogni autorità tradizionalmente consolidata ma incapace di giustificarsi nel presente è riconoscibile in ognuno dei suoi principali momenti. E l’onda lunga sessantottina plasma di sé, anche oltre il decennio, l’assetto sociale del secolo: basta por mente alla “rivoluzione sessuale”, col suo grande portato di liberazione umana non meno che con le sue distorsioni speculative, per rendersi conto di quanto, dopo d’allora, “nulla sarà più come prima”.

Di fronte a quella sollecitazione forte e per i più inattesa, la reazione della politica e delle istituzioni, seppure inizialmente variegata e non sempre negativa, finì poi col confluire, come si è già accennato, in una comune incomprensione. Pochi seppero vedere nella rivolta studentesca e giovanile un moto di fondo della società, una domanda di cambiamento cui, più che inutile, sarebbe stato dannoso per tutti opporre il volto arcigno della conservazione. Fra questi pochi vi sarà Aldo Moro. E prima ancora Luigi Longo, successore di Togliatti alla segreteria del PCI, che ricevette già nella primavera del 1968 una rappresentanza del movimento studentesco romano: un estratto della conversazione fra il vecchio comandante partigiano e i giovani contestatori fu poi pubblicata dal settimanale “Rinascita”[4]. 

La sconfitta politica del Sessantotto, vista la sua parabola sommariamente descritta poco sopra, era comunque nelle cose. Si trattava fuor d’ogni dubbio, anche a prescindere dalla coscienza e dalle espressioni esplicite dei suoi protagonisti, di un movimento a carattere rivoluzionario: non perché fosse figlio dell’impeto guerrigliero del “Che” e della furia iconoclasta delle Guardie Rosse, e neanche della rivolta nata nei campus californiani contro la macelleria vietnamita scatenata da Lyndon B. Johnson e più in generale della rivolta contro l’“imperialismo yankee”. Ma proprio perché rivoluzionaria, nel senso alto e insieme concreto del termine, era la rivendicazione implicita nella ribellione studentesca e giovanile: la rivendicazione di un accesso al mondo adulto che fosse davvero per tutti, e insieme fosse davvero all’altezza delle potenzialità accumulate dallo sviluppo del ventennio postbellico sul terreno della democrazia non meno che su quello dell’economia. E fu quella rivendicazione a restare inevasa, affogata nel muro di gomma che la società adulta (l’odiato “sistema” oggetto d’ogni condanna da parte dei sessantottini) le oppose. Fu proprio quella rivoluzione (la vera rivoluzione che il Sessantotto avrebbe potuto essere) a fallire.

…e la risposta mancata

Quale fu infatti, di là dalle formule politiche, la risposta che fu data alla rivolta studentesca e giovanile? Quella, come si è ora accennato, del muro di gomma. Ovvero, per riprendere una definizione di Herbert Marcuse, massima icona intellettuale del Sessantotto, la “tolleranza repressiva”. Senza andare troppo lontano, come si potrebbero altrimenti definire i criteri ispiratori delle politiche scolastiche e universitarie attuate nel nostro Paese negli ultimi quarant’anni? Il più elementare dei parametri per valutare le motivazioni immediate della rivolta studentesca è indubbiamente costituito dal rapporto fra numero degli iscritti da un lato, e dall’altro strutture e numero dei docenti. L’università italiana (e in buona misura anche la scuola superiore) presentava alla fine degli anni ’60 una struttura sostanzialmente non diversa da quella prebellica: concepita come canale di formazione e perpetuazione di ristrette classi dirigenti, essa era calibrata anche dal punto di vista numerico e quantitativo su parametri omogenei a tale finalità.

Roma era forse l’unica delle grandi capitali europee a disporre di un’unica università pubblica, capace di non più di dodici-quindicimila posti. Si trattava di un ateneo (l’attuale Sapienza) concepito e costruito in epoca fascista, secondo i canoni accademici di Giovanni Gentile e quelli architettonici di Marcello Piacentini. Si era trattato, ai suoi tempi, di una realizzazione a suo modo esemplare: pur senza avere nulla dei campus anglosassoni, era apparsa come una realizzazione moderna sia sotto l’aspetto strutturale sia sotto quello organizzativo. Se rapportata alle esigenze dei tempi, del regime littorio e della società che esso pretendeva di rappresentare, la “città universitaria” costruita attorno alla statua della Minerva era destinata a svolgere egregiamente il proprio compito.

L’università rischiava di scoppiare

Trent’anni dopo, tuttavia, i tempi e la società – per non parlare, ovviamente, del regime – erano così profondamente cambiati da trasformare quell’ateneo cui era stato imposto il nome pomposo di “città” in qualcosa di simile a un angusto villaggio sotto assedio: sull’onda della crescita democratica del Paese, del boom economico, dell’emigrazione e dell’inurbamento massiccio che ne erano stati i più vistosi corollari, la popolazione studentesca dell’ateneo della capitale si era praticamente decuplicata, mentre sia il corpo docente sia la capacità recettiva della struttura erano rimasti sostanzialmente gli stessi. La “città universitaria”, allo scadere dell’anno fatidico, era letteralmente sul punto di esplodere. (E si risparmia qui al lettore l’aspetto dei contenuti e dell’articolazione della cultura elaborata e trasmessa tramite quelle strutture fuori tempo: discorso, questo, al tempo medesimo troppo scontato e troppo complesso per poterlo affrontare in poche paginette. Già affrontato, del resto, da troppi esperti e in troppe occasioni – con risultati, peraltro, che appaiono assai modesti – per aggiungere a quelle voci illustri quella di un puro dilettante).

Il caso di Roma era del resto assolutamente esemplificativo, ovviamente in dimensioni macroscopiche, della situazione più generale dell’università italiana. Si ponga mente, per intenderne la gravità, a un solo fatto: la sostanziale assenza (o comunque l’assoluta insufficienza), nell’organizzazione universitaria italiana, di quella dimensione residenziale che dovrebbe qualificare (ed effettivamente qualifica in altri paesi) una struttura di formazione superiore al servizio di una vasta e mobile platea di discenti. Salvo sporadiche ed encomiabili eccezioni, le “case dello studente” erano, nelle università italiane, strutture marginali, appendici insignificanti di complessi accademici, per dir così, meramente diurni: destinati cioè a ospitare solo studenti residenti in città o nelle immediate vicinanze; oppure – se “fuori sede” – in grado di sostenere per proprio conto le spese d’alloggio[5].

Adeguare alle esigenze nuove l’intera istituzione universitaria sarebbe stato dunque il primo impegno che la politica avrebbe dovuto assumere per rispondere in positivo alla rivolta di massa dei giovani. Questo impegno è stato assunto? Molto confusamente. E’ stato onorato? Sarebbe ipocrita rispondere di sì. Più onesto è riconoscere, nell’atteggiamento delle forze politiche (e in tal senso sarebbe difficile individuare una netta demarcazione fra il PCI e l’area di governo ruotante attorno alla DC), un riflesso di quella domanda ipocrita e paternalista che molti adulti rivolgevano al movimento studentesco: “Ma insomma, figlioli cari, che diavolo volete?”. Pronti a cogliere ogni conato di risposta come alibi per la propria incapacità di fornirne una sensata, in conformità con gli obblighi comportati dai capelli grigi. 

La finta soluzione del lassismo

E allora, di fronte alla critica della “selezione” (giustificata, a un’analisi onesta, per la mancanza di una finalità leggibile e aggiornata, quindi accettabile, per la quale sottoporvisi), si accettò di avviare all’estinzione qualunque criterio o prassi selettiva: il “18 politico”, mero elemento del folklore sessantottesco, fu preso sul serio dall’establishment, tanto da essere applicato dall’università a se medesima. Alla penuria di docenti in rapporto al numero degli studenti si rispose gonfiando il corpo docente al di fuori d’ogni criterio di merito, in buona sostanza ampliando ad libitum la vecchia prassi delle cooptazioni baronali: la casta dei baroni fu fatta crescere a dismisura, attorniata da una corte più o meno marginale di valvassori e valvassini. Alle mancate facilitazioni infrastrutturali e/o finanziarie si supplì ammettendo una moltiplicazione praticamente senza limiti dell’istituto del “fuori corso”, ignoto alle più serie università straniere. Con il corollario di un rapporto fra laureati e iscritti ai corsi di laurea che non ha paragoni in altri paesi. 

Alla denuncia della ristrettezza ormai muffita della classificazione delle discipline si rispose con una  moltiplicazione degli insegnamenti tanto macroscopica quanto insensata (ma buona per soddisfare i più minuti e diffusi appetiti clientelari). Alla vistosa inadeguatezza delle infrastrutture, a partire da quelle recettive di tipo residenziale, si rispose con la disseminazione di atenei nuovi di zecca, e di filiali dei già esistenti, nelle sedi più improbabili: fino a trasformare il Bel Paese nella più ricca disneyland di mini-università al servizio non della disseminazione della cultura, ma delle più svariate clientele politiche e corporative, quando non decisamente mafiose.

Col bel risultato complessivo di un livello medio della nostra accademia che si colloca agli ultimi posti nel mondo sviluppato (per tacere di paesi come l’India), di una mancata valorizzazione dei cervelli e delle buone volontà, con la sostanziale preclusione, per quei “capaci e meritevoli” di cui parla l’art. 34 della Costituzione, “a raggiungere i gradi più alti degli studi” se non hanno alle spalle un più che consistente sostegno familiare. Cosicché, insomma, il tanto vituperato classismo del sistema formativo statunitense, a confronto col nostro, appare non solo funzionale al mantenimento di livelli d’eccellenza nella formazione scientifica e nella ricerca, ma anche, grazie a una serie di provvidenze puramente meritocratiche, enormemente più omogeneo a un qualsivoglia criterio di democraticità.

Scuola e università ridotte all’insignificanza

C’è poco da stupirsi, allora, se l’università come fabbrica e dispensatrice di cultura sia diventata via via più insignificante; se da un lato i cervelli migliori non hanno, spesso, altra seria possibilità di esser valorizzati che non sia quella dell’emigrazione; e se dall’altro le aree a più forte dinamismo economico – come il mitico Nord-Est – hanno ben presto smesso di considerare gli studi come via d’emancipazione, arrivando a registrare un tasso d’abbandono scolastico da far invidia alle aree più depresse del Mezzogiorno. Ecco: questa del divorzio fra università e avanzamento economico-sociale (troppo spesso banalizzato, nella pubblicistica corrente, in divorzio fra università e impresa) è il portato più grave della mancata risposta del mondo adulto, della politica, delle istituzioni, alla domanda impellente e seria, di là dalla crosta scanzonata ed estremistica, che i figli posero ai padri in quell’estremo scorcio degli anni ’60.

Il Sessantotto ebbe in Italia un andamento e una durata diversi che nel resto dell’Europa occidentale. In particolare, non fu una fiammata bruciante e presto sopita come nella vicina Francia, a proposito della quale non a caso si parlò di “Maggio” più che di Sessantotto: non vi era da noi, al vertice dello Stato, un generale De Gaulle in grado di mobilitare sugli Champs Elysées un milione di buoni borghesi avvolti nel tricolore per sancire che le chienlis era ormai finito. Il Sessantotto italiano durò ben oltre quell’anno famoso, prolungandosi di fatto per tutto l’anno seguente, fino a incontrarsi col risveglio operaio delle grandi città del Nord che, nell’“autunno caldo” del 1969, doveva sorprendere e in parte scombussolare le dirigenze tradizionali del sindacato. E a consegnare così a quell’altro, ben più radicato soggetto della rivolta sociale il testimone di una ribellione da cui molti degli assetti del passato erano destinati a essere irreversibilmente scompaginati. Una ribellione fatta di rivendicazioni in gran parte nuove, della pretesa di una democrazia più estesa e immediata, dell’aspirazione a certezze e diritti più ampi e più solidi. Infine, e riassuntivamente, della pretesa di un rapporto fra le classi sociali meno ingessato nei vecchi equilibri consolidati, resi insostenibili sia dallo sviluppo degli ultimi anni sia anche dalla coscienza nuova di cui gli studenti per primi si erano fatti portatori.

Una saldatura, questa fra rivolta studentesca e nuove lotte operaie, che rese palese, anche a chi aveva sottovalutato la portata di quella ribellione giovanile, quale fosse alla fin fine la vera posta in gioco del confronto in atto. Lo rese palese a tal punto che in certi apparati dello Stato vi fu chi pensò bene, per evitare che le cose andassero troppo avanti, di ricorrere alle armi più canagliesche: la strage milanese del 12 dicembre 1969 impose a quella stagione una svolta oscura e sanguinosa. Una svolta dalla quale doveva scaturire un corso della vita politica e civile del Bel Paese segnato a lungo dall’alternarsi dello stragismo senza volto e dei colpi mirati del “partito armato”, che farà di lì a poco le sue prime prove nelle fabbriche del “triangolo industriale” per poi spostare il proprio bersaglio, quando l’azione di contrasto delle forze di polizia ebbe mietuto i primi consistenti successi, in direzione del “cuore dello Stato”.

12 dicembre 1969: come un colpo di cannone…

Trasformare per questo gli anni Settanta, tout court, in “anni di piombo” sarebbe, a ben vedere, tributare un onore immeritato al terrorismo a due facce che allora insanguinò la democrazia italiana nel tentativo di bloccarne la crescita impetuosa. Se, nella tragica primavera del 1978, la “linea della fermezza” fu assunta e mantenuta dal grosso dei responsabili della cosa pubblica per evitare il riconoscimento alle BR dello status di soggetto politico, e per ciò si accettò di pagare il prezzo non lieve del sacrificio di Aldo Moro loro prigioniero, non si capisce proprio perché un simile riconoscimento, anzi senz’altro l’alloro di protagonisti e di eroi eponimi di tutta un’epoca, si dovrebbe oggi tributare agli stessi brigatisti, e persino agli scherani neri dell’eversione stragista. Altro è il segno predominante di quegli anni, che la democrazia italiana può rivendicare a testa alta: un segno di grande mobilitazione popolare, in primo luogo contro il terrorismo e per la liberazione delle donne, e – come già si è sottolineato – di profonde, moderne innovazioni nell’ordine civile e sociale del Paese.

Sta di fatto, comunque, che in quel decennio il terrorismo, in Italia, vi fu davvero, operò con criminale determinazione, si lasciò dietro una scia di sangue senza paragoni in Europa per intensità e lunghezza (con l’ovvia eccezione dei casi in cui alla base vi fosse, come per il Paese Basco e l’Irlanda del Nord, un’irrisolta questione nazionale). E sta anche di fatto che allo stragismo “nero” fece da pendant il brigatismo che si proclamava comunista e che anzi pretendeva di porsi in continuità col movimento di piazza che continuò a lungo ad agitare le città italiane, spesso con un sinistro corollario di atti di devastazione e di violenza. Una pretesa, questa, non poi del tutto campata per aria, se è vero che nella frangia estrema di quel movimento (l’“area dell’Autonomia Operaia” con la sua scelta metodica ed esplicita del ricorso alla violenza come mezzo d’azione) il “partito armato” trovò un aperto fiancheggiamento e un terreno di reclutamento di nuovi adepti.

Il millantato credito delle BR…

Attraverso l’Autonomia Operaia, e – di là da quest’ultima – attraverso la variegata costellazione dell’estremismo degli anni ’70, il terrorismo brigatista pretendeva dunque di esprimere una qualche continuità con la rivolta studentesca del decennio precedente e – ancor più – con l’ondata contestativa che, soprattutto nelle fabbriche del Nord, aveva accompagnato la stagione contrattuale del 1969-70. Fin troppo facile rispondere che si trattava, in sostanza, di un caso evidente di millantato credito: alla stragrande maggioranza dei giovani ribelli di quella passata stagione, e degli stessi esponenti della figura sociale dell’“operaio-massa”, cui pure stavano strette la rappresentanza sindacale tradizionale e le vecchie formule dei rapporti di lavoro, difficilmente sarebbe venuto in mente di rispondere con un sì alle sirene del passaggio alla clandestinità e dell’adesione a una rigida struttura paramilitare.

Sirene che, in concreto, significavano non solo esporsi al rischio della galera, se non addirittura della morte in occasione di qualche conflitto a fuoco; ma anche rinunciare per un lunghissimo periodo alla famiglia, agli amici, a ogni libertà nella vita privata. E soprattutto mettere da parte, nella propria coscienza morale come premessa per metterlo da parte nella pratica effettiva, il comandamento “non uccidere”. Altro che “immaginazione al potere”: farsi brigatista significava contraddire ogni possibile significato vitale della ribellione giovanile, barattare l’allegria antiautoritaria di quella rivolta con la consegna di se stessi alla più tetra delle mortificazioni.

Eppure è innegabile che un qualche travaso, sia pure limitato, sia avvenuto, passando per l’estremismo di piazza e l’“area dell’Autonomia”, fra sessantottini e brigatisti. Come è potuto accadere? Sarebbe del tutto incomprensivo il giudizio di chi mettesse in rapporto diretto (come pure qualcuno non mancò di fare nell’area più ottusa del conservatorismo nostrano) il movimento studentesco e giovanile della fine degli anni ’60 con il terrorismo. Si trattò infatti non dell’approdo nei covi delle BR di giovani rivoltosi alla ricerca della via per dare il potere all’immaginazione. E nemmeno di una affrettata traduzione dei classici del pensiero rivoluzionario nella terapia salvifica della gambizzazione, del kidnapping, della raffica di kalashnikov.

…e lo stillicidio dei disperati

Chi approderà a quei lidi bui non era animato dalla speranza, sia pure giovanilmente frettolosa, di poter rigenerare con un moto collettivo una società malata e oppressiva. Non si avviava a gustare, con l’ebbrezza delle occupazioni, quella della prima liberazione della sessualità unita a quella di un fumo “diverso” anzitutto perché proibito. Non si trattava di giovani aperti al futuro, disposti a battersi per entrarvi a modo loro, che opponessero le loro garrule bandiere ai fortilizi di un mondo adulto avvertito come lontano e ostile. Si trattava piuttosto di una generazione sconfitta e frustrata nelle proprie generose, ingenue aspettative. Ma non sconfitta e frustrata perché quelle aspettative fossero eccessive e assurde, come pure – se prese alla lettera – effettivamente erano in buona misura. Ma perché la rivendicazione chiassosa in cui quelle attese si esprimevano avrebbe richiesto, per non essere mandata a vuoto, che da parte del “mondo adulto”, vale a dire da parte delle forze politiche e delle istituzioni in cui si articola la democrazia, si fosse capaci di andare oltre la lettera e dare a quella rivendicazione una risposta al tempo stesso coraggiosamente nuova, costruttiva, seriamente responsabilizzante.

Le vie d’uscita dalla sconfitta: 1) la politica “ufficiale”

Il Sessantotto degli studenti era stato una stagione piena di promesse e di illusioni. Tanto più forte sarà dunque la frustrazione comportata dalla sconfitta della ribellione giovanile. Come reagirono i suoi protagonisti? Non si trattò, ovviamente, di una reazione uniforme. Una parte cospicua trovò forme e vie di prosecuzione del proprio impegno nel quadro della politica “ufficiale”[6]: non si va, ad esempio, molto lontano dal vero se si riconosce nella mossa lungimirante di Luigi Longo (cfr. supra, pp. 8-9) e poi soprattutto nella politica di Enrico Berlinguer[7] le premesse per un ampio confluire dei militanti del Sessantotto nelle file del PCI. Ma questa confluenza fu, più che il portato di una sconfitta, il risultato di un più maturo riconoscimento, da parte di quei giovani, delle forme della democrazia come l’alveo più adatto, benché forse meno immediatamente esaltante, in cui proseguire una battaglia di libertà e di rinnovamento avviata occupando gli edifici vetusti delle università.

2) l’irrazionalismo estremista

Ma non a tutti fu possibile, né tutti vollero, affrontare un simile passaggio: non tutti seppero, o vollero, affrontare l’ingresso nell’età adulta proiettando in un futuro lontano e indeterminato le aspettative di un “nuovo” così fortemente desiderato. Alcuni continuarono a combattere quella battaglia oltre i confini della sua minima plausibilità: e ingrossarono le fila di un estremismo sempre più disperato, cui veniva meno ogni riferimento culturale, persino quelli già ritrovati negli scaffali polverosi dei maestri rivoluzionari. Questi furono coloro che, di lì a pochi anni, daranno vita al movimento del Settantasette, culmine per più versi irrazionale dell’estremismo del decennio, che prese a bersaglio, ben più che le vecchie forze della conservazione politica e sociale, il partito comunista accusato di tradimento per il suo impegno a risanare il Paese e salvare così la democrazia a rischio. E che fece a Bologna, tradizionale roccaforte “rossa” del buon governo, la prova generale della sua sfida al potere, ma anche alla capacità riformatrice, del maggiore partito comunista dell’Occidente.

In questo assalto disperato alla più forte e coerente espressione politica del movimento operaio vi erano le premesse per quello stillicidio di giovani disamorati di ogni forma di democrazia verso gli scantinati oscuri del “partito armato”. Varcare quella soglia senza ritorno significava infatti, al tempo stesso, lanciare una sfida mortale ai rappresentanti della classe operaia accusati di tradimento, e sostituire (almeno nella propria mente obnubilata) il comunismo rinunciatario e venduto al nemico del PCI con quello senza compromessi delle BR: sostituire, insomma, la politica alta e severa di Enrico Berlinguer con la sanguinaria non-politica di Renato Curcio e di Mario Moretti.

Nato come critica dei limiti di un presente avvertito come soffocante, il Sessantotto non era stato però del tutto avulso da una considerazione della dimensione storica. Se aveva esortato a “demander l’impossible” quale unica rivendicazione realistica, non aveva però pensato davvero di poter costruire da sé solo e sul nulla quel mondo tutto nuovo che la sua “domanda” pretendeva. Perché di certo quel “chiedere” presupponeva, per quanto lontano e ostile lo si considerasse, un interlocutore.

Ora, poiché l’interlocutore si era rivelato sordo o comunque impari alla domanda, alcuni pretesero di farne a meno. Dopo la parodia frammentaria di una rivoluzione appresa da testi mal digeriti, avevano cercato di fare a meno di qualunque maestro, pescando piuttosto nel repertorio floreale e in una qualche rinnovata versione del “buon selvaggio” le proprie fonti d’ispirazione. Per ritrovare infine un mefistofelico magistero nella chiamata di capi autonominatisi depositari della ricetta dell’avvenire e ben decisi a propinare la loro pietanza, a colpi d’arma da fuoco, al corpo inerte d’una società considerata ormai senza dialettica e senza vita.

3) il riflusso nel “privato”

Nata da una originale critica della storia, la rivolta giovanile, sconfitta, si ribaltava alfine in distacco e negazione assoluta della storicità come tale. Questo appare il senso della parabola dell’estremismo degli anni Settanta, fino al suo sbocco autistico nell’avventura disperata del terrorismo. Ma non fu, questo, l’unico finale di partita. La negazione e il distacco dalla storia aveva come possibile corollario la negazione e il distacco del singolo da ogni dimensione sociale che non fosse quella del mero interesse individuale. Quella che per alcuni dei sessantottini sconfitti fu una torsione estrema dell’impegno politico fino alla sua sostanziale negazione, per altri di loro fu una negazione immediata, radicale e sprezzante di quella stagione della propria vita. Questi furono coloro – non pochi – che si lasciarono trascinare dalla corrente del disimpegno, del rientro puro e semplice nel “privato”, dell’immersione – frustrante per i più, ma portatrice per qualcuno di concrete soddisfazioni – in quella competizione di mercato, in quella caccia al “posto”, in quella ricerca di protezioni clientelari, in quella voluttà di consumare, su cui pure così accanitamente si erano puntate le frecce della loro contestazione.

4) il rifiuto della vita

Vi fu poi una parte di quei giovani sconfitti e sfiduciati, oltreché dell’impegno politico, di qualunque dimensione sociale come ambito di realizzazione umana, che volse contro se medesima l’arma della critica radicale già impugnata contro il “sistema”. Non certo la critica attraverso la quale la parte più rapidamente maturata di quei giovani ribelli aveva messo da parte l’utopismo per trasferire il proprio impegno nelle forme tradizionali della politica. Ma una critica autodistruttiva, disperata, capace di tramutare il rifiuto dell’esistente senz’altro in rifiuto dell’esistenza. Della propria esistenza: della vita come tale.

In un ampio e dolente articolo pubblicato sul “Manifesto” nell’agosto del 1978, Rossana Rossanda esponeva le sue riflessioni (acute come spesso le capita) sull’“epidemia” di suicidi allora in atto fra i giovani già protagonisti del movimento del Settantasette. E questa dell’atto estremo fu in effetti una delle forme – la più clamorosa anche perché la più assolutamente irrimediabile – che assunse quel volgere contro di sé l’arma della critica: togliersi di mezzo per non poter sopportare la disperazione del fallimento di un “assalto al cielo” senza alternative. Ma non fu, quella, l’unica forma che la scelta dell’autodistruzione assunse per una parte (fortunatamente minoritaria) dei giovani sconfitti del Sessantotto e – ancor più – del Settantasette. La forma più diffusa, attenuata ma di significato non  molto dissimile, fu quella dell’eroina.

5) il “buco” come sfida, rinuncia, suicidio differito

L’eroina comincia a diffondersi in Italia, non più solo come fatto meramente individuale e sporadico, nella prima metà degli anni ’70: il primo decesso per overdose ufficialmente accertato è – salvo errore – del 1974. Alla fine del decennio i morti registrati sono centinaia ogni anno: supereranno i mille di lì a poco. E’ chiaro a tutti (o quasi: la madre dei lenti a capire è sempre incinta) che si tratta ormai di un fenomeno di massa, che investe una parte non più solo marginale della giovane generazione. Negli ambienti più consapevoli si diffonde la convinzione che, a proposito dei giovani consumatori, non si possa più parlare di “vizio”, né tanto meno di “crimine”; che quindi  una politica meramente repressiva sia destinata al fallimento. Anzi ad aggravare ulteriormente la situazione. Una legge del 1975 dichiara non punibile il possesso di una “modica quantità” finalizzata al consumo personale della sostanza (che comunque resta proibita, tanto che chi è sorpreso con una quantità “non modica” è perseguibile come spacciatore) e istituisce presidi per il “recupero” dei tossicodipendenti[8].

I dati del consumo resteranno a lungo imponenti: le oscillazioni del numero annuale delle morti “da eroina” dipenderanno non tanto dalle politiche via via applicate, ma da altri fatti: la qualità della polvere bianca immessa nel mercato, i cambiamenti nel costume giovanile, e così via. Dopo i lunghi anni di predominio assoluto fra i consumi giovanili più “trasgressivi”, l’eroina viene infine, almeno parzialmente, sostituita da sostanze diverse: le pillole da discoteca, la cocaina e il crac come suo succedaneo a buon mercato, le più fantasiose miscele in cui l’alcool ha generalmente una parte non trascurabile.

La tragedia si prolunga: dalle morti per overdose a quelle “del sabato sera”

La tragedia di massa del “buco” trapassa lentamente in quella, non meno massiccia e impressionante, delle “morti del sabato sera”: la fuga nel suicidio mimato, e quotidianamente rischiato infilandosi in vena un ago spesso infetto e una sostanza malfida, viene in parte rimpiazzata dalla fuga nello “sballo” notturno a mille decibel, in locali in cui ogni dialogo è impedito se non altro dal folle inquinamento acustico, col cervello succhiato via da cocktail micidiali di alcool e pasticche, con la prospettiva di un ritorno a casa mattutino a duecento all’ora sull’auto di papà, troppo spesso destinato a finire – per sempre – contro un albero o il muso di un tir.

Ma qui siamo alla cronaca dei nostri giorni. Sarà bene tornare invece, per un attimo, a trent’anni or sono, quando lo spettro dell’eroina aleggiava sul Bel Pese e sulla sua gioventù figlia del baby boom degli anni ’50 e ’60, reduce da una ribellione di massa dallo sbocco quanto meno incerto, comunque – per molti, forse per i più – deludente. A materializzare quello spettro concorsero allora due fattori, entrambi indispensabili: la sconfitta della rivendicazione di nuova libertà, nuova giustizia, nuova solidarietà, nuova responsabilità, in cui era la verità della contestazione giovanile; e l’ingresso massiccio della multinazionale mafiosa della droga nel mercato italiano.

Perché si diffuse l’eroina: la multinazionale mafiosa incontrò gli sconfitti

Sappiamo che senza la spietata induzione da parte dei piazzisti della “mafia imprenditrice” ben pochi dei nostri compagni d’allora si sarebbero gettati a capofitto nel rito del “buco”, accettando di sancire così, ed eternare, quella stessa solitudine, quell’angoscia tremenda del vivere, di cui la bianca polvere prometteva di offrire un palliativo efficace e senza prezzo di fatica. Non avrebbero accettato, quei tanti che caddero nella rete, di trasformare la propria vita quotidiana, una volta riemersi dall’ebetudine prodotta dalla sostanza iniettata, in uno “sbattersi” senza requie, senza pietà per se stessi e per gli altri, alla ricerca della prossima dose e dell’ebetudine agognata come rifugio dall’immagine insopportabile di sé e del mondo. Non avrebbero accettato di diventare durevolmente estranei e nemici dei familiari, degli amici, dei vicini, d’ogni prossimo in cui potesse rispecchiarsi, per contrasto, la propria rovina. Non avrebbero accettato di trasformarsi, da paladini di un’idea, in ladri impenitenti, scippatori, rapinatori, talora assassini, avidi e spietati diffusori – a loro volta – di  quello stesso contagio in cui pur riconoscevano la matrice della propria sciagura. Perché a ciò si ridussero, a migliaia, quelli fra i reduci sconfitti del Sessantotto e del Settantasette che affidarono la terapia delle proprie ferite alle cure dell’eroina.

D’altra parte, solo una mitologia astorica e bolsamente ideologica potrebbe attribuire alla sola mafia, sia pure ormai divenuta multinazionale e imprenditrice, il potere stregonesco di trasformare una così folta schiera di aspiranti rivoluzionari in un gregge di zombie senza spina dorsale e senza dignità, schiavi e insieme supporter del più infame dei mercati. E’ chiaro invece che, senza la sconfitta di quel movimento ingenuo e generoso, la stessa “mafia imprenditrice” avrebbe incontrato qualche seria difficoltà nel propinare il suo mefitico elisir a una gioventù animata da ideali, fiduciosa nella socialità del vivere e nella possibilità di migliorare insieme le sue condizioni, consapevole di sé e delle proprie potenzialità, ben decisa a rivendicare un posto adeguato nel mondo e nel futuro. Vale la pena ripeterlo ancora una volta: la generazione anziana, e le articolazioni politiche e istituzionali della democrazia da essa edificata, non potrebbero onestamente ricusare una parte preponderante di responsabilità per la caduta in trappola, allora, di migliaia dei propri figli.  Se Pinocchio cede alle lusinghe dell’omino di burro, la colpa non può essere attribuita in toto allo stesso burattino, né solo al “cattivo maestro” Lucignolo: la buona fata, il grillo parlante e lo stesso Geppetto, per non parlare dei gendarmi e del giudice dalla singolare idea di giustizia, farebbero bene, prima di accusare, a esaminare con più equanimità e severità il valore delle proprie prediche.

Sento già aleggiare, grazie all’atmosfera fiabesca introdotta dal richiamo a Collodi, l’obiezione estrema di quelli che attribuiscono il potere di trasformare i ragazzi in asini, più che alla mafia e ai suoi piazzisti, alla merce che quell’organizzazione benefica diffonde a piene mani (non senza ricavarne un certo lucro: ma che volete? La carne è debole..): ma quelli là erano già imbottiti di marijuana; non aspettavano altro che l’offerta di qualche bustina per passare a una droga più forte… Obiezione, per chiunque ragioni, del tutto risibile. Immaginiamo, infatti, che la marijuana fosse stata disponibile per vie legali, e/o coltivabile legalmente sul balcone di casa: in tal caso, il consumatore di spinelli non avrebbe avuto più occasioni di venire a contatto con la rete di distribuzione dell’eroina di quante non ne avessero suo padre o suo fratello maggiore, fumatori da sempre di sigarette offerte dal monopolio di Stato. 

Dallo spinello al “buco”: un percorso già segnato?

Certo, l’irruzione nel mercato nostrano della “mafia imprenditrice” col suo bel campionario di oppiacei non sarebbe stata così gloriosamente baciata dal successo se non vi avesse trovato una platea giovanile già avvezza da qualche anno a consumi “contestativi” come quelli dei derivati della cannabis. Solo che non per mero caso tale terreno poté rivelarsi così fecondo per i suoi affari, ma anche qui per il concorrere di due fattori: la frustrazione diffusa nella potenziale clientela e la sua già consolidata abitudine ad attingere, per i propri consumi “trasgressivi” al mercato clandestino.

I giovani sessantottini (e a maggior ragione i loro fratelli minori “settantasettini”) avevano trovato nel fumare qualche spinello, oltreché un piacevole diversivo, un modo per affermare simbolicamente la loro autonomia dal mondo adulto, il loro modo nuovo e diverso di “stare insieme”, la loro capacità di non ripetere pedissequamente il curriculum della generazione adulta. In tal senso, il “fumo” era stato parte integrante della loro rivolta generazionale. Non c’era in loro, a ben vedere, alcuna intenzione di andare oltre: non consideravano quel consumo “diverso” (rispetto a quelli dei padri) come una “droga”, un vizio peccaminoso, un sintomo di perversione da viversi nel chiuso di una coscienza tormentata. Viceversa, dati i caratteri propri di quell’“erba” nuova ed esotica, lo consideravano in genere come qualcosa di solare, di conviviale, come un blando rito introduttivo al significato della vita.

Il carattere contestativo di quel nuovo consumo, tuttavia, in sé lieve e pressoché innocuo, era moltiplicato non da una qualche carica ulteriore che gli imprimessero gli stessi consumatori, ma dal fatto che per accedervi era inevitabile violare la legge. O quanto meno (nel caso di normative più “liberalizzanti” nei confronti del mero consumo) entrare in contatto, più o meno direttamente, con personaggi e organizzazioni fuori legge. Per la maggior parte dei ragazzi perbene, la prima sigaretta recava con sé, da sempre, un certo gusto del proibito: la si fumava – da sempre – a un’età più precoce di quella considerata, dai genitori e in genere dagli adulti (il più delle volte essi stessi fumatori), ammissibile per quell’iniziazione.  L’accesso alla cannabis, oltre al brivido del proibito, portava con sé anche quello dell’illegalità e della conseguente, forzata clandestinità. Una clandestinità destinata, nel caso del tabacco, a venir meno a breve scadenza. Destinata invece, nel caso dello spinello, a perpetuarsi ad infinitum. A essere associata a quel consumo a tempo indeterminato: quindi a diventare essa stessa un’abitudine man mano che l’uso del “fumo proibito” diventava abitudinario.

La comune illegalità

Quando sbarca nel Bel Paese, la “mafia imprenditrice” trova già pronta, in molti giovani, questa abitudine a porre in non cale l’illegalità dell’offerta con cui soddisfare il “consumo voluttuario” avvertito come più specifico, più esclusivo della propria generazione. Un’abitudine, quindi, in linea di principio estendibile ad altri consumi, meno innocui e meno facilmente “gestibili” senza restarne prigionieri. Tanto più che sarebbe stata la stessa mano, da cui il consumatore era già abituato a prendere l’“erba”, a offrirgli ora la polvere bianca. Qui, nella comune appartenenza delle due “droghe” alla stessa dimensione dell’illegalità, quindi nella comune clandestinità della produzione e del mercato, quindi infine nel comune monopolio criminale dell’offerta, è da individuare il ponte, anzi l’invito, che tendeva a favorire il passaggio dalla cannabis all’eroina.

Un passaggio, beninteso, tutt’altro che automatico e generalizzato: non tutti i fumatori di “erba”, ma solo una minoranza tutto sommato esigua, diventeranno consumatori di eroina; né peraltro tutti coloro che assaggeranno la “roba” diventeranno eroinomani. Compiranno quel passo, e resteranno presi nella rete, solo i più deboli. Quelli (per richiamare il percorso lungo il quale si è cercato di condurre il paziente lettore) che non erano stati in grado di metabolizzare lo shock della sconfitta: né prendendo la via di una riconversione della ribellione in impegno politico lungo i canali tradizionali; né fuggendo dalla politica verso le comode spiagge del “riflusso”; né trasformando l’ingenuità dell’assalto al cielo in banditesco assalto al treno verniciato di una pretestuosa tinta “rivoluzionaria”; né infine sopprimendo direttamente la propria esistenza individuale sentita ormai come insopportabile. Ecco, il gregge dei giovani eroinomani si compose di coloro che, non rinunciando del tutto a contrapporsi al mondo adulto, lo fecero però da disperati, gridando il “più uno” dell’autodistruzione, affidando il senso della propria vita a una merce distruttiva della volontà e della coscienza, consegnandosi legati mani e piedi ai più loschi e spietati manovratori del più lurido dei mercati. Quasi a subire la più irridente delle nemesi nei confronti della loro già convinta (e, chissà, mai del tutto né consapevolmente abbandonata) “contestazione del sistema”.

Se le cose stanno in questi termini (e su chi pensa che stiano diversamente ricade per intero l’onere della prova), allora appare chiara la posizione davvero centrale occupata dalla clandestinità nella vicenda delle tossicomanie giovanili di massa dilagate negli anni ’70: quel fenomeno inquietante da cui in ultima istanza traggono la loro origine tanta parte delle più drammatiche “devianze” giovanili dei nostri giorni (devianze di cui le “morti del sabato sera” sono solo il sintomo più tragico e più macroscopico). Dal che si deve trarre la ragionata convinzione che, fra le componenti della risposta positiva e “in avanti” che la generazione dei padri, e la democrazia repubblicana da essa costruita, avrebbe dovuto impegnarsi a dare alla rivendicazione innovatrice del movimento studentesco e giovanile della fine degli anni Sessanta, vi sarebbe stata una rivisitazione seria e impegnativa delle giustificazioni storiche e ideali dell’impostazione proibizionistica in materia di sostanze – per usare il freddo linguaggio della legge – “stupefacenti e psicotrope”.

Quel che gli adulti non capirono

Avrebbe dovuto guardarsi davvero dentro, quella generazione, per mettersi in grado di guardare davvero negli occhi i propri figli. E scoprire così in quale misura il proibizionismo in materia di “droghe” aveva ormai fatto il proprio tempo, dal momento che nulla aveva potuto contro l’affermarsi, presso tanta parte dei giovani, di consumi da loro ritenuti sostanzialmente innocui e ormai essenziali per affermare la propria identità. E, ancora, scoprire quanta parte dell’irremovibilità del vecchio mondo rispetto a quella proibizione derivava da un pregiudizio rassicurante, aggrappandosi al quale quel mondo poteva sperare di evitare il confronto col nuovo e con i figli che ne avanzavano la pretesa. Era come se fra le generazione ci si rimbalzasse un’accusa di affezione eccessiva alla propria identità: entrambe immemori del motto antico secondo cui a chi ha più senno spetta di usarlo. E come pretendere, senza scadere nella più imperdonabile ipocrisia, che i figli ne avessero più dei padri?

La mancata messa in discussione del proibizionismo in materia di canapa indiana recò con sé, come  conseguenza prevedibile, l’esporre un’intera generazione al rischio di precipitare nelle sabbie mobili dell’eroina. La frattura che allora si produsse si trascina ancor oggi, sia pure in forme mutate nel corso dei decenni. Considerare le conseguenze durevoli di quella frattura consente anche di rispondere al dubbio, cui si faceva cenno più sopra, circa l’effettivo legame tra “fenomeno droga” e conflitto generazionale. E’ ben vero, infatti, che oggi, contrariamente a quanto avveniva nei Settanta, il consumo di sostanze proibite non concerne più soltanto, e neanche in grande prevalenza, i giovani. Vanno però tenute presenti diverse circostanze che, differenziando i nostri anni da quelli, concorrono a spiegare anche questa apparente incongruenza.

Com’è cambiata in trent’anni la “questione”

Vi è innanzi tutto il fatto che, col progressivo differenziarsi della gamma delle “droghe” disponibili e con la diminuzione dei prezzi medi al dettaglio di molte di esse, si è anche abbassata, nel corso degli anni, l’età del primo “assaggio”: il carattere generazionale del fenomeno, sotto questo profilo, anziché attenuarsi si è piuttosto accentuato. Se fosse lecito fare dell’ironia su un tale dramma, si potrebbe notare che si tratta di un rischio non più corso dai figli, ma addirittura… dai nipoti[9].

C’è in secondo luogo il fatto che l’abitudine al consumo di “droghe pesanti”, se ha stroncato o ridotto a larve molte giovani vite, per altre si è invece trasformata in una componente “normalizzata” della quotidianità, spesso facendosi più rada (limitandosi magari al weekend) e perciò meno dannosa, assumendo cioè un ritmo simile a quello del consumo delle “nuove droghe” (extasy e simili) ed entrando insieme a queste nel costume di consistenti frange del “popolo della notte”. Per di più, in un’ampia fascia di consumatori abituali, la cocaina, un tempo droga d’élite, si è venuta sostituendo all’eroina, sostituendo altresì, conformemente alle diverse caratteristiche tossicologiche delle due polveri bianche, l’aiuto a estraniarsi dal mondo con la frustata utile per aumentare l’aggressività necessaria per affrontarlo, il mondo: un po’ come se un super-caffè si fosse sostituito alla vecchia super-camomilla. Con la conseguenza che l’essere consumatore abituale di “droga” configge meno che un tempo con il condurre una vita più o meno “normale”.

Ciò ha comportato anche che, contrariamente a quanto avveniva trent’anni or sono, quando uscire dal “tunnel della droga” era condizione necessaria per intraprendere una vita “normale”, questa contrapposizione fra “drogarsi” e “normalità” è man mano diventata meno netta e l’alternativa fra disintossicarsi e morire (o vivere più o meno a lungo da zombie), per i “drogati” non è stata più così perentoria: molti hanno scoperto di poter campare ed entrare nel mondo adulto anche senza abbandonare del tutto le vecchie, perniciose abitudini. Ecco che, allora, si è venuta formando una realtà sociale in buona misura inedita: quella di consumatori abituali di “droga” che hanno passato la quarantina, la cinquantina, forse anche la sessantina. “Droga” e gioventù hanno smesso di essere categorie sovrapponibili.

C’è infine un ultimo fattore da considerare. Nell’arco di trenta-quarant’anni l’età giovanile si è prolungata in misura un tempo non immaginabile. I giovani, in percentuali molto più elevate che non in passato, terminano molto tardi gli studi, lasciano la casa natale in età già adulta, si sposano o avviano una convivenza stabile a un’età in cui i loro genitori avevano già uno o due figli, mantengono uno status pressoché adolescenziale, comunque dipendente dalla famiglia d’origine, molto più a lungo di quanto avvenisse un tempo. Ed è ovviamente con questa condizione giovanile estesa a dismisura che bisogna fare i conti quando si parla, oggi, di conflitto generazionale e di problemi connessi. Fra i quali ultimi il “problema droga”: che concernerà non un arco temporale, nella vita del “giovane”, strettamente limitato nel tempo, ma un periodo assai più ampio, che può estendersi in alcuni casi fino alla quarantina e oltre: tanto più quando si tratta di persone che abbiano fatto in età scolastica, e continuino a fare più o meno intensamente, uso di sostanze il cui consumo – pur essendo oggi più “governabile” di un tempo – non favorisce certo l’assunzione, da parte dell’individuo, delle responsabilità proprie dell’età adulta.

Un “drogarsi” sempre più precoce, una tendenziale “normalizzazione” del consumo fuorilegge, un prolungamento dell’età definibile come “giovanile” oltre i limiti d’un tempo: ecco dunque tre fatti che hanno cambiato non poco i rapporti del “problema droga” con il conflitto tra le generazioni e i caratteri stessi di tale conflitto. Il che non toglie che la matrice di quel problema sia da mettersi in stretto rapporto con quest’ultimo: ciò sia in considerazione dell’origine, che si è cercato di tratteggiare, del fenomeno delle tossicomanie di massa; sia in rapporto alla situazione attuale, in cui la “questione droga” si è venuta sovrapponendo, fino a rendersene quasi indistinguibile, alla condizione “drogata” in senso ampio di una generazione cui è ampiamente precluso di entrare “normalmente” nell’età adulta: passando dall’essere cittadini in formazione all’assumere i ruoli produttivi, professionali, civili, sociali, culturali, politici, dei cittadini ormai del tutto formati.

In tal modo il cerchio si chiude: siamo tornati al punto di partenza di un discorso che, come il tenace lettore ricorderà, ha preso le mosse da alcuni esempi della radicale insufficienza delle proposte e delle strategie che oggi le forze politiche e le stesse posizioni di governo di rivelano capaci di mettere in campo per affrontare la “questione droga”. Anzi, se si volessero trarre tutte le conseguenze del discorso condotto fin qui, si dovrebbe convenire che non solo quell’insufficienza appare tanto radicale oggi quanto lo era trent’anni or sono, e semmai un po’ di più visto che l’esperienza maturata nel frattempo sembra non aver sollecitato alcuna riflessione utile nei responsabili d’ogni livello e d’ogni posizione; ma anche che la linea conduttrice della strategia antidroga attivata “da sinistra” (quella “di destra” identificandosi semplicemente con la linea stolida e ottusamente repressiva del proibizionismo “senza e senza ma”), lungi dal produrre sia pur limitati passi in avanti, ha contribuito a bloccare la situazione, se non addirittura a farla arretrare.

Politica antidroga (e antimafia) o cure palliative?

Per capire il senso di questa affermazione – in apparenza incomprensiva dei generosi sforzi che pure sono stati fatti nel corso di questi decenni, “da sinistra”, per individuare, sperimentare, promuovere una politica di contrasto del fenomeno droga che si differenziasse sostanzialmente dal proibizionismo irriflessivo della destra e sapesse esprimere una qualche riconoscibile efficacia – è necessario attenersi a una distinzione preliminare e ineludibile. La distinzione, cioè, fra politiche miranti a porre sotto controllo il “fenomeno droga” al fine di ridurne la portata, e politiche miranti a ridurre le conseguenze distruttive del consumo di droghe illegali. Politiche, beninteso, che non si escludono affatto a vicenda. Ma delle quali la seconda può esprimere tutta la sua potenzialità solo in un quadro concettuale e di scelte operative mirante in primo luogo a configurare e attuare la prima. Mentre il contesto che ha nettamente prevalso “a sinistra” è stato tale da accentuare in modo pressoché esclusivo la seconda linea d’azione, fino a riassorbire in essa ogni residuo conato in direzione della prima.

Il che significa poi, in concreto, rinviare sine die il perseguimento di un’effettiva strategia antidroga, limitandosi per il momento (cioè, date le premesse, all’indefinito) ad attuare una pietosa politica di “riduzione del danno”. Mentre l’altro campo, quello di un effettivo e realistico contrasto del fenomeno, è lasciato libero alle scorribande delle più fantasiose e vacue invenzioni. Ovvero, in concreto, alla strategia proibizionistica[10] e repressiva delle posizioni di destra. Con risultati inevitabilmente analoghi a quelli ottenuti negli USA, negli anni Venti, dalla legislazione proibizionistica in materia di alcool: risultati sostanzialmente nulli quanto a riduzione dell’alcolismo, ma  fiorenti quanto a sviluppo della criminalità organizzata.

Chi scrive ha dedicato una serie di scritti, nel corso degli anni ’80[11], alla proposizione di possibili linee d’intervento in materia di lotta alla droga: intesa, tale lotta, non nel senso tartufescamente  moralistico del proibizionismo, ma in quello costruttivo e realistico di chi vuole combattere il sistema di potere che si serve delle “droghe” come proprio strumento, e grazie a tale battaglia ritiene di poter ottenere risultati anche sul terreno del contenimento della diffusione di quei consumi (specie, fra di essi, di quelli più pericolosi) e dell’attenuazione dei loro effetti negativi sugli stessi consumatori e sulla società nel suo insieme.

Il tutto nella ragionata convinzione che l’obiettivo di reprimere quei consumi fino a eliminarli sia tanto irrealistico da non essere preso sul serio nemmeno da coloro che (almeno a parole) se lo pongono. I quali, se “di destra”, nulla fanno perché esso sia effettivamente perseguito se non emettere “gride” di sapore manzoniano destinate in partenza a essere disattese (applicarle vorrebbe dire dichiarare guerra, e non metaforicamente, a mezz’Italia, se non di più). E, se “di sinistra”, pur coltivando in cuor loro quel sogno, si acconciano però a perseguire, in mancanza di una qualunque proposta sensata per combattere il fenomeno, una politica volta a “ridurne il danno”. Discettando magari, quasi fosse un problema serio, di quante “canne” si possano portare con sé senza essere accusati ipso facto di spaccio.

Prima di concludere questo lungo e faticoso tour, che ha portato chi scrive – e con lui il lettore che abbia avuto la costanza di seguirlo – a rivisitare gli eventi di quasi quarant’anni or sono, e quelli del decennio dei Settanta, per mettere a nudo le origini del fenomeno “droghe di massa” scoprendone il parallelismo, fra l’altro, con l’origine del fenomeno brigatista, e la responsabilità in entrambi del fallimento della ribellione giovanile del Sessantotto e del Settantasette, e infine quella della risposta insufficiente, sul piano sia politico sia culturale, che quella ribellione ebbe dal “mondo adulto” e dalle articolazioni della democrazia repubblicana; prima dunque di concludere il nostro viaggio, non è possibile sfuggire all’obbligo di esprimere qualche considerazione di carattere propositivo su una materia pur così ardua e impegnativa: un obbligo tanto più stringente per chi non nasconde il proprio giudizio  non propriamente positivo verso le politiche in atto, quindi nei confronti di quanti si sobbarcano giornalmente la fatica (assai poco gratificante) di farsene carico.

Insomma, che fare?

Che si potrebbe fare, insomma, di più e di meglio che darsi da fare per “ridurre il danno”? Si tratterebbe, in due parole, di recuperare il tempo perduto da quegli anni lontani a oggi. Di porre quindi termine alla deriva che, senza ottenere successi decisivi in materia di effettiva e radicale “riduzione del danno”, ha fatto però incancrenire una situazione già in origine difficilissima, diffondendo la convinzione che, un po’ come la guerra, la droga illegale sia un fenomeno col quale occorre acconciarsi a convivere: come ci si acconcia a convivere con la mafia, il pizzo, l’illegalità diffusa. Come ci si acconcia a convivere con una gioventù che vede eternata la propria condizione adolescenziale.

Condizione, quest’ultima, che a sua volta comprende in sé, episodicamente ma non poi tanto, la sfida di filmare col telefonino – regalato da papà e mamma come indispensabile strumento di controllo perenne e capillare – e divulgare on line le gesta del branco che picchia il più debole, costringe la ragazzina a farsi oggetto sessuale, umilia fino alle lacrime l’insegnante senza più autorità, usa la più bestiale violenza per affermarsi in luogo della legge e di qualunque barlume morale. Comprende in sé, in una parola, un’irresponsabilità spinta fino a limiti che già prefigurano una disgregazione irrecuperabile di ogni possibile convivenza civile.

I genitori, gli zii, talvolta i nonni di questi giovanissimi sono stati partecipi, trenta o quarant’anni fa, di quel moto di contestazione giovanile che segnò un’epoca. Gli adolescenti col cellulare superacessoriato sono figli e nipoti di “quelli del Sessantotto” (e del Settantasette). Figli e nipoti – per stare alla distinzione che più sopra si è fatta fra le diverse reazioni dei giovani contestatori di allora alla sconfitta del proprio movimento – soprattutto di quelli che rifluirono nel “privato” rinnegando come errore giovanile lo slancio fiducioso che poco prima li aveva portati a opporsi frontalmente al vecchio e tarlato mondo degli adulti. Si tratta di una semplificazione, evidentemente: fra i giovani col cellulare ci sono anche figli e nipoti di quelli che mantennero un più o meno attivo impegno politico, di quelli che fecero esperienza di droghe anche “dure”, di quelli che frequentarono un estremismo non alieno dal sostenere l’ipotesi della lotta armata (oltreché, naturalmente, di quella parte dei giovani di allora che con la “contestazione” non ebbero alcun contatto).

Eppure, le semplificazioni talvolta aiutano a capire. Chi consente che i propri ragazzi tengano comportamenti del tipo ormai spesso riportato dalle cronache non possiede fra i propri cromosomi mentali il gene della responsabilità: lascia che essi si comportino da irresponsabili (anzi talora sostiene tale comportamento contro le pur flebili reazioni della scuola) perché è egli stesso un compiuto irresponsabile. E come non riconoscere in tale atteggiamento, in tale vuoto etico, il germe ormai sviluppato di quella contestazione antiautoritaria ribaltata nel rifiuto di ogni impegno, nel badare solo a se stessi, nel non pensarsi più come parte di una comunità, ma come isola autosufficiente, disposta per illudersi di esser tale ad arraffare l’occorrente dove esso si trova, senza dover rispondere a nessuno, men che meno alla legge?

Riaffermare l’autorità (vera) della legge

Ecco, il crinale da scavalcare, la boa da passare per recuperare il tempo perduto è una  riaffermazione seria e senza doppi fondi dell’autorità della legge. Non certo nel senso della law and order di tutti i forcaioli, fatta di sguardi truci e nodosi bastoni, ma cieca di fronte ai problemi che sottostanno a ogni illegalità diffusa e a ogni “disordine” sociale. Ma nel senso di una legge e di una sua applicazione che possano contare sull’autorevolezza dell’intelligenza, della capacità di comprendere, del senso profondo della storia: dei mutamenti di cui essa è intessuta e delle prospettive che essa apre per il comune avvenire.

Sul terreno specifico della “lotta alla droga”, anche se la situazione si è fatta assai più complessa e articolata di allora, la questione da affrontare è rimasta, in radice, la stessa. Quando il “mondo adulto” di allora preferì chiudere gli occhi non solo di fronte alle verità implicite nella contestazione giovanile, alle sollecitazioni positive che da essa potevano scaturire nei suoi confronti, ma anche – per stare al tema specifico della presente riflessione – di fronte all’insostenibilità di proibizioni non più rispondenti al sentire comune di una generazione, quel “mondo adulto” rifiutò di compiere un passo difficile ma necessario: quello di sperimentare vie nuove e diverse per affrontare il tema di “consumi voluttuari” per più versi inediti ma nondimeno entrati rapidamente nel costume.

Un atto tanto più difficile da compiere in quanto tale mutamento del costume non concerneva l’intero corpo della società, ma solo un suo strato generazionale. Aprirsi a quella novità, che suscitava negli adulti una pur comprensibile inquietudine, sarebbe stato possibile solo a patto di ammettere che non tutto ciò che veniva dai giovani – come il rifiuto  di una “selezione” elitaria e classista o come il “libero amore” di cui gli occupanti delle facoltà, per dirla con una celebre canzone del tempo, “facean professione” – era ipso facto da condannare. Neanche quella strana “erba” dall’aroma vagamente peccaminoso, la cui proibizione, più che alle sue intrinseche caratteristiche, poteva ormai attribuirsi solo a un rifiuto pregiudiziale: un rifiuto di quelli da cui, una volta che li si è solennemente pronunciati, è difficile tornare indietro.

Il coraggio di rimangiarsi quel “mai!” solenne e vacuo: promemoria per il PD

Ecco, proprio un simile ritorno indietro rispetto al “mai!” già pronunciato è ciò che sarebbe stato necessario. Non se ne ebbe il coraggio – né l’umiltà – e le conseguenze non sono certo mancate. Ancor oggi quella è l’unica via possibile. Più difficile ancora, perché quel diniego è stato ribadito, senza una vera motivazione, per decenni. Perché la sinistra “ufficiale” non ha mai avuto il coraggio – e la sensatezza – di compiere quel passaggio: lasciando così in mano ai radicali (oltreché a poche voci isolate al proprio interno) la bandiera dell’antiproibizionismo. Quasi si trattasse di una (mal posta) questione di “diritti umani” e non di quella – ben più corposa – della via da intraprendere per liberare una parte cospicua della gioventù dalla dipendenza non da un povero spinello, ma da una rete criminale pronta a strumentalizzarne il desiderio d’autonomia per ridurla in schiavitù.

La sinistra, nel perseguire la sua strategia, ha dimostrato la propria sostanziale subalternità, su questo terreno, alle idee della destra: tremando al solo pensiero di metterle seriamente in discussione e di dimostrarne l’inconsistenza. Trovare questo coraggio è dunque il primo passo. C’è da chiedersi se ne saranno capaci quegli ex “ragazzi del Sessantotto” (e del Settantasette) che tuttora costituiscono gran parte dei quadri della sinistra “ufficiale”. E se, soprattutto, ne saranno capaci quei giovani dirigenti di nuova generazione che stanno cominciando timidamente, qua e là, a  prenderne il posto. Se ne sarà capace, in sintesi, il nuovo Partito Democratico.

Superare il “divieto di spinello”: la cannabis come il tabacco

Si tratterebbe dunque, in primo luogo, di superare decisamente ogni proibizione nei confronti della cannabis indica e dei suoi derivati[12]: riconoscendovi un consumo divenuto ormai comune presso milioni di cittadini e da sottoporsi alla stessa disciplina commerciale che concerne il tabacco (con la variante, derivata anch’essa da un costume piuttosto diffuso, dell’esplicita legalizzazione dell’autoproduzione) e alle stesse restrizioni per quanto riguarda l’uso in luoghi pubblici chiusi, la pubblicità, etc.

Per le “droghe varie”: strategie di riduzione della pericolosità sociale

Più complesso il discorso riguardante le altre droghe oggi illegali. Per quanto possibile, si dovrebbe inaugurare in relazione a esse una linea d’intervento che porti gradualmente, con una politica opportunamente calibrata secondo le diverse categorie di sostanze, a superare l’impostazione proibizionistica sostituendola con l’introduzione di un rigoroso controllo pubblico del mercato e in generale dell’offerta commerciale delle sostanze: avendo come bussola, insomma, lo scopo principale e inderogabile di sottrarre questo business miliardario alle mani della criminalità organizzata.

Per molte sostanze (come le pasticche “da discoteca” e forse la cocaina e simili) sarà opportuno pensare a normative simili a quelle che sono in via di formulazione e sperimentazione per il consumo di alcool: miranti in sintesi a limitarne la pericolosità sociale (ma l’applicazione di tali normative presuppone logicamente una legalizzazione delle stesse sostanze, in assenza della quale anche una qualunque regolamentazione appare quanto meno ardua).

Per l’eroina: vendita legale e controllo statale sulla catena distributiva

Per l’eroina, infine, si potrebbe imbastire un discorso centrato sul binomio legalizzazione-controllo statale: potrebbe essere liberamente venduta in farmacia mantenendo strettamente in mano pubblica l’intero ciclo distributivo. Dove potrebbero acquistare un senso anche proposte come quella, recentemente avanzata e sottoposta a una critica impietosa all’inizio del presente scritto, di acquistare il raccolto di oppio dell’Afghanistan: ma non, evidentemente, par farne morfina dall’incerta destinazione, bensì per produrre l’eroina legale. Così da spiazzare a un tempo la mafia nostrana, cui si sottrarrebbe il fiorente il mercato di sbocco, e quella incarnata laggiù dai “manager” talebani, privati dei fornitori necessari al loro ricco traffico.

Affrontare il problema in un’ottica europea (ma senza aspettare gli altri)

Due condizioni, infine, per rendere credibile una tale strategia antiproibizionista. In primo luogo, trattandosi di un fenomeno a forte caratterizzazione sovranazionale, sarà necessario che attorno a quella strategia si sappia coagulare il massimo possibile consenso al di là dei confini, in primo luogo a livello europeo. L’ideale sarebbe, infatti, che la nuova linea d’intervento fosse fatta propria dall’Unione Europea. Tuttavia, le ovvie difficoltà, che c’è da aspettarsi siano opposte alla coraggiosa svolta qui tratteggiata, non dovrebbero costituire un ostacolo insormontabile. Soprattutto, non dovrebbero essere utilizzare come alibi preventivo per una pavida rinuncia. Si tratterà, piuttosto,  di muoversi in modo da cautelarsi circondando l’esperimento di una serie di “protezioni” economico-politiche, lasciando agli altri partners nazionali l’onere di rimanere ancorati alla vecchia impostazione proibizionistica, subendone tutte le negative conseguenze.

Oltre la “medicalizzazione”: il punto è mettere fuori gioco le mafie

La seconda condizione è una netta distinzione da qualsivoglia impostazione “medicalizzante”. Nulla in altre parole interessa, ai fini dell’esperimento da intraprendere, il possibile uso terapeutico delle sostanze da esso investite: si tratti di oppiacei, di derivati dalla cannabis o d’altro. Né interessa, a quel fine, la condizione o meno di “malati” attribuita ai consumatori di quelle sostanze. L’operazione da compiere si colloca piuttosto (e ciò è necessario, fra l’altro, perché essa possa risultare efficace) sul terreno della politica economica e di mercato: si tratta di sottrarre a un determinato monopolio privato (quello delle mafie internazionali) un traffico lucroso ed eslege, riconducendolo alla fisiologia del mercato regolato dalle leggi dello Stato (degli Stati e delle autorità sovranazionali).

Da questa operazione, se portata a buon fine, deriveranno poi “effetti collaterali” di segno positivo per l’opera di prevenzione, recupero sociale, terapia ove occorra, sottratta al condizionamento del potere mafioso che troppo spesso ne condiziona e ostacola l’efficacia. Insomma, mentre dalla strategia centrata sulla “riduzione del danno” si cava ben poco in materia di “lotta alla droga” e alle mafie che la maneggiano a scopi speculativi, da una strategia come quella qui abbozzata potrebbe derivare la costituzione delle condizioni migliori per un’effettiva, seria e duratura “riduzione del danno”.

 

Roma, aprile 2007



[1] Gli ideatori della strategia pan-farmaceutica criticata nel testo hanno poi specificato di riferirsi non a un’azione in grande stile, ma piuttosto a qualche sperimentazione di portata circoscritta. Spiegazione che certo non smentisce l’impostazione strategica sottesa alla proposta, qualunque ne sia la portata nell’immediato: appare lecito infatti supporre che, se si sperimenta un metodo, non lo si faccia per cestinarlo, ma piuttosto per affinarlo in vista della sua attuazione. Comunque, se la specificazione stesse a significare una più o meno esplicita resipiscenza, meglio così…

[2] Sarà stato anche frutto di boriosa nostalgia il titolo (“Formidabili quegli anni”) del libro dedicato da Mario Capanna agli anni che fecero seguito al 1968; ma non meno riduttiva, e francamente reazionaria, è la vulgata che applica  senz’altro a quell’epoca il titolo (“Anni di piombo”) di un celebre film di Margarethe Von Trotta. Una più pacata considerazione storica sembra piuttosto spingere a considerare la feroce strategia delle stragi per un verso, e per l’altro il dispiegarsi della guerriglia vigliacca del “partito armato”, come reazioni a una strategia di riforme che, sull’onda della grande rivolta giovanile, operaia e soprattutto femminile, nonché grazie alle politiche lungimiranti e convergenti di Enrico Berlinguer e di Aldo Moro, aveva di mira un pieno sviluppo della democrazia italiana oltre le barriere della “conventio” anticomunista e le angustie della vecchia società bloccata.

[3] Curiosa, in proposito, la logica degli anglosassoni. Il giornale britannico “The Independent”, di orientamento decisamente liberal, dopo essersi fatto promotore una decina di anni or sono di una campagna a favore della legalizzazione della cannabis, si è prodotto recentemente in una clamorosa palinodia, proclamando a gran voce, in prima pagina, che quella campagna era tutta sbagliata, che le “canne” fanno malissimo e che perciò l’incauto legalizzatore si sente oggi in dovere di chiedere umilmente scusa ai propri lettori e in genere a quanti avevano seguito i suoi avventati consigli. Perché mai una simile virata di 180 gradi? Presto detto: pare che da un po’ di tempo in qua il mercato sia stato invaso da un nuovo tipo di droga, dal nome vezzoso di skunk (la graziosa puzzola bianca e nera dei cartoni animati), in tutto e per tutto simile alla marijuana o all’hashish, ma decine di volte più potente. E, di conseguenza, assai dannosa per la salute. Notizia alla quale il baldo quotidiano fa seguire non, come logica vorrebbe, un opportuno richiamo alla pericolosità della nuova droga pesante, ma senz’altro l’equiparazione del buon vecchio spinello alla modernissima insidia dello skunk. Insomma, invece di avvertire i bevitori che nelle bottiglie da birra potrebbero trovare centerbe abruzzese, urla ai quattro venti che la birra è stata portata, da infidi trafficanti, a una gradazione prossima ai 90°. Dev’essere un segno dei tempi. E che tempi!…

[4] L’influenza che il movimento giovanile ebbe, anche nell’immediato, sul quadro politico nazionale è testimoniata dai risultati delle elezioni politiche del 19 maggio 1968. Ci si limita qui a riportare i dati dei tre principali partiti: la DC, il PCI e il PSI, affiancando alla percentuale la differenza con la percentuale riportata nelle elezioni del 1963, la differenza in percentuale fra il risultato della Camera e quello del Senato e la differenza di tale “delta” rispetto a quello delle elezioni precedenti.

Partito

Democrazia Cristiana

Partito Comunista Italiano

Partito Socialista Italiano

% Camera (+/- 1963)

39,1 (+0,8)

31,3 (+6,0)

14,5 (+0,7)

% Senato (+/- 1963)

38,3 (+1,8)

30,1 (+4,7)

15,2 (+1,2)

∆ Camera/Senato (+/- 1963)

+0,8 (-1,0)

1,2 (+1,3)

-0,7 (-0,5)

Da queste cifre sembra risultare con chiarezza un deciso “travaso” della spinta giovanile sul versante sinistro dello spettro parlamentare, e in particolare in direzione dell’opposizione comunista. Il PCI appare infatti premiato con un aumento percentuale complessivo  assai consistente, ma che assume proporzioni addirittura clamorose alla Camera, dove il risultato registra le preferenze anche dell’elettorato più giovane (fissato ancora al 21° anno). Per i comunisti, il “delta” Camera/Senato, che nel ’63 era negativo, sia pure in misura minima (-0,1%), balza al +1,2%. La DC, viceversa, pur registrando un incremento, vede restringersi lo stesso “delta”, che nel 1963 era dell’1,8%, allo 0,8%. I socialisti, infine, vedono naufragare nelle elezioni del 1968 l’esperimento della riunificazione coi socialdemocratici: la lista unificata assorbe una parte decisamente esigua del 6,1% (6,3% al Senato) conquistato dal PSDI nel ’63, mentre vede passare dal -0,2% al –0,7% la differenza percentuale fra Camera e Senato. Una severa punizione, insomma, per l’afflosciarsi della spinta riformatrice del primo centrosinistra, di cui il PSI era stato uno dei portabandiera.

[5] Ancora una volta è la Capitale a fornire, in negativo, il caso esemplare. Quando, negli anni ’70, Roma fu dotata di una seconda università pubblica, essa fu costruita fuori città, in aperta campagna, nella zona di Tor Vergata: ottima occasione, si sarebbe detto, per varare un esperimento serio di università residenziale. E invece no: in quell’aperta campagna sorse un’università… diurna come il vecchio ateneo prebellico. Con l’aggiunta del mancato collegamento via metropolitana, benché un ramo dalla stessa arrivi a non molte centinaia di metri da Tor Vergata. Come dire: gli studenti sempre al centro dell’attenzione… Morale: gli studenti di Tor Vergata, come quelli della Sapienza, come poi quelli di Roma Tre, se non abitano a Roma e dintorni, devono sobbarcarsi affitti da 400-600 euro mensili per una stanza in coabitazione. Siano essi “capaci e meritevoli” o meno, ovviamente.

[6] Cfr. nota 4.

[7] Berlinguer succederà a Longo alla segreteria del PCI nel 1972, ma ricopriva la carica di vicesegretario, per una grave indisposizione dello stesso Longo, fin dal 1969.

[8] Appare significativo, per comprendere la grave insufficienza del dibattito fin qui sviluppato in materia di consumo di stupefacenti, il fatto che, più di trent’anni dopo, la quantità di sostanza il cui possesso è tollerato (depenalizzato di fatto) sia ancora al centro delle polemiche: come nel caso del provvedimento della ministra Turco e dei fulmini che esso ha attirato sul suo capo. Semmai, il fatto che la polemica verta oggi addirittura sul possesso di una certa quantità di cannabis dà il senso di una discussione sempre più avvitata su se medesima, fatta di alibi e paraventi, francamente ridicola se non si trattasse di un problema dai risvolti tragici.

Così come assolutamente incomprensivo della natura del “fenomeno droga” appare l’indirizzo predominante “a sinistra” fin dal dibattito che precedette il varo della legge del ’75 citata nel testo: l’indirizzo caratterizzato dal passaggio dalla “criminalizzazione” del consumo alla “medicalizzazione” del consumatore. Indirizzo cui fa da corollario la strategica della “riduzione del danno”: non nel senso immediato della frase, per cui essa sarebbe pienamente condivisibile (chi mai potrebbe rifiutarsi di fare il possibile per “ridurre il danno”?); ma piuttosto, appunto, come strategia riassuntiva del complesso degli interventi e del loro significato. Una strategia che a chi scrive appare francamente rinunciataria e buona, più che per affrontare sul serio il problema, per mettersi in pace la coscienza. Un po’ come chi, di fronte al problema della guerra, rispondesse…telefonando alla Croce Rossa.

Non sembri, infine, impietoso il giudizio di chi metta in luce, a proposito di tale impostazione (rispetto alla quale, a tutt’oggi, non si è fatto un solo passo avanti; ma anzi se ne sono fatti parecchi all’indietro, non sapendo cosa rispondere alle tartufesche campagne repressive della destra), la buona dose d’ipocrisia che essa contiene. Si badi solo, per farsene un’idea, al fatto che tutte le leggi improntate al pio scopo della “riduzione del danno” depenalizzano il possesso di sostanze per uso personale, ma nulla dicono su come il consumatore possa procurarsele. Quindi partono dal presupposto che egli faccia ricorso all’offerta illegale. E si tratta di leggi promosse da persone che, in perfetta buona fede, ritengono che “legalizzare le droghe” (sia pure soltanto quelle “leggere”) sia socialmente e culturalmente dannoso, nonché gravemente diseducativo nei confronti dei giovani…

 

[9] Si potrebbe aggiungere, fra le circostanze che concorrono a modificare il rapporto fra giovani e droghe proibite, nonché lo stesso conflitto fra generazioni, il fatto che non di rado, nelle famiglie attuali, sono consumatori di tali sostanze gli stesi genitori: che dunque l’abitudine ad accedere al mercato clandestino – magari soltanto per procurarsi qualche “canna” con cui accompagnare il rito televisivo della sera – i figli la trovano già imperante tra le mura di casa. Si tratta, insomma, di un vero e proprio, piuttosto diffuso “costume parallelo” che si affianca senza troppi drammi a quello delle famiglie drug free. Ma di cui non può sfuggire la pericolosità dal punto di vista dell’abitudine al rispetto della legge.

[10] E’ forse opportuno precisare qui il senso in cui va inteso il termine “proibizionismo”, distinguendone in primo luogo il significato da quello di una semplice “proibizione”: non tute le proibizioni, infatti, configurano un indirizzo proibizionistico. Tale per esempio non è la proibizione dell’omicidio. Tale non è nemmeno, in ambito culturale islamico, la proibizione dell’alcool o della carne di maiale, che invece costituirebbe un caso evidente di proibizionismo in ambito culturale cristiano. In entrambi gli ambiti culturali, viceversa, sarebbe “proibizionistico” il divieto della carne bovina, niente affatto tale, invece, in ambito culturale indù.

Per “proibizionismo” deve dunque intendersi la proibizione,  meglio una politica che propugni la proibizione, di un comportamento diffuso e socialmente accettato: tale era evidentemente (pur essendovi associazioni e correnti di pensiero apertamente favorevoli alla sua repressione) il consumo di alcool nell’America del tempo, cosicché la pretesa di proibire quel comportamento veniva a scontrarsi con la cultura diffusa, dimostrandosi inane e controproducente.

E forse “proibizionistica” sarebbe apparsa, nel “selvaggio Ovest” nordamericano, la pretesa di proibire l’omicidio con la stessa severità e la stessa generale estensione in uso nelle terre “civili”: di certo sarebbe apparso proibizionistico estenderne il divieto all’uccisione dei nativi, o anche a quella di chi invadesse le terre altrui, o anche solo sembrasse averne l’intenzione. In quel ruvido contesto culturale, insomma, appariva meno proibizionistico il divieto di abigeato (punito magari con una sommaria impiccagione) che non quello di assassinare il prossimo. Singolarità etico-giuridica, questa, che troverà puntuale riscontro in quell’emendamento costituzionale, tuttora in vigore, che autorizza i cittadini della libera America a portare armi come proprio inviolabile diritto. O nella norma che rende impunibile l’omicidio se effettuato nei confronti di chi viola la proprietà privata. Norma, quest’ultima, che qualche buontempone di centrodestra ha preteso di estendere anche da noi, con conseguenze, ahimé, non proprio edificanti.

Ora, perché è legittimo ritenere che il divieto delle “droghe” abbia carattere proibizionistico nel senso ora precisato? Perché tale interpretazione, inserita com’è necessario, nel contesto storico-culturale italiano degli anni Settanta, si riferisce in primo luogo, e direttamente, al divieto concernente i derivati della cannabis indica (hashish e marijuana), che da alcuni anni erano divenuti consumo voluttuario di massa presso la giovane generazione: mantenendo, sì, presso quest’ultima, l’originario significato contestativo del “mondo adulto”, ma perdendo in sostanza il carattere di tabù che aveva avuto in precedenza. Cosicché quel divieto era venuto perdendo, nel breve volgere di alcuni anni, ogni possibilità che le motivazioni ne fossero sostanzialmente e diffusamente condivise dai destinatari: si trattava, ormai, di una mera, immotivata imposizione che ai giovani sarebbe toccato subire da parte degli adulti. E infatti essi non la subirono affatto: continuarono allegramente a servirsi, in mancanza di meglio, presso il supermarket clandestino a gestione criminale e mafiosa.

“Ma la droga fa male!”, continuavano a sbraitare le vestali della virtù adolescenziale, col bicchiere di whisky in mano, la sigaretta pendente dalle labbra, la tazzina di caffè sul tavolino. “E poi – continuavano – non dimentichiamoci che si fa presto a passare dallo spinello al buco!”, dimenticando che prima dello spinello c’era stata la sigaretta offerta da papà. E dimenticando soprattutto che l’unico legame in qualche misura cogente fra lo spinello e il buco era (ed è) l’identità dei canali di mercato attraverso i quali entrambi giungono al giovane consumatore. Per non farla troppo lunga, una tempestiva presa d’atto del nuovo carattere di consumo giovanile di massa assunto dalla cannabis, con il conseguente superamento della legislazione proibizionistica in materia, avrebbe probabilmente evitato che i giovani cascassero così numerosi nella rete velenosa dell’eroina. E avrebbe contribuito, per di più, a delimitare le possibilità espansive, in Italia, della “mafia imprenditrice”. Con quale risparmio in vite, in corruzione diffusa, in asservimento di intere aree geografiche e  sociali allo strapotere delle mafie, è facile immaginare.

[11] Si tratta in prevalenza di articoli pubblicati su Paese Sera (condirettore e poi direttore Piero Pratesi) e, con maggiore respiro d’elaborazione, sul Nuovo Spettatore Italiano (direttore Giaime Rodano); a essi va aggiunto un articolo ospitato dall’Unità (direttore Emanuele Macaluso) e un’ampia lettera pubblicata da Rinascita (direttore Giuseppe Chiarante) accompagnandola con una risposta non negativa sul suo contenuto. Alla fine del decennio, poiché la coscienza dell’insensatezza del proibizionismo sembrava essersi fatta strada in posizioni non prive d’autorevolezza della sinistra anche “ufficiale”, parve a chi scrive inutile, se non dannoso, continuare una campagna condotta fin lì a titolo puramente personale: nulla potendo un quivis de populo aggiungere, oltre le cose già dette, a un dibattito che si prospettava come destinato a proseguire ai più alti livelli. Il precipitare degli eventi, con la crisi della “prima Repubblica”, fece accantonare quell’argomento “secondario” come oggetto di un confronto serio e impegnato. Lasciandolo per lo più in mano a cialtroni frettolosi, ideologi forcaioli, maneggioni; e, sull’altro versante, a persone sprovvedute ancorché di buona volontà. Visti gli svolgimenti, quella decisione di lasciare ad altri il campo appare oggi, col senno di poi, alquanto affrettata.

[12] Non sembra rientrare fra questi ultimi lo skunk, variante sintetica molte volte più potente della marijuana e dell’hashish (cfr. supra, nota 3): questa new entry del pantheon delle droghe andrà piuttosto trattata come una qualunque “droga pesante”





  
Note su estremismo e terrorismo nei Settanta

Merita forse tentare una ricostruzione un po’ più approfondita del rapporto tra frange violente del “movimento” operanti negli anni ’70 e “partito armato”.Un libello pubblicato anonimo in quegli anni col titolo “Del terrorismo e dello Stato”, poi attribuito alla penna maliziosa e superinformata di u...

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