Dunque, il “volare alto” promesso (e mantenuto) da Massimo D’Alema non ha risparmiato al governo Prodi la crisi esplosa in Senato al momento del voto sulla politica estera, più o meno allo scadere del tempo normalmente impiegato in una gravidanza. Di là dalla semplice cronaca e dalle polemiche spicciole su “chi ha fatto cadere il governo”, condite di più o meno sapide battute e giochi di parole (come quella sui “turigliatti rossi”, nuova specie di fossili viventi degli abissi oceanici), la crisi delle Ceneri lascia sul tappeto una nutrita serie di questioni, comunque irrisolte quale che sia l’esito di medio periodo della sua rapidissima chiusura.
Cinque sembrano di particolare evidenza: cinque questioni, senza affrontare le quali almeno impostandone una soluzione di respiro, la vita del governo di centrosinistra resterà difficile e affannosa; e, in un’ottica più ampia, la “transizione italiana” non potrà dirsi compiuta, con danno e rischio persistenti per la reale qualità della nostra democrazia.
Mareaperto tenterà, nelle prossime settimane, di elaborare in materia, proponendoli ai suoi visitatori, spunti sensati di riflessione. Fin d’ora è però possibile esporle e tratteggiarne sinteticamente i termini.
1. La prima questione è anche quella più comunemente avvertita come urgente e più immediatamente associata alla cronaca della crisi di governo: la questione del meccanismo elettorale. Non a caso, salvo la foga convulsa della Lega Nord e le consuete oscillazioni del capo di Forza Italia, premuto da un lato all’andamento lusinghiero dei sondaggi e dall’altro dai più prudenti suggerimenti dei suoi consiglieri, nessuno ha avanzato l’ipotesi di elezioni immediate, da tenersi ovviamente col sistema ideato dall’on. Calderoli e da lui stesso definito “una porcata”.
La renitenza delle forze d’opposizione a reclamare il ricorso alle urne senza una preventiva modifica del sistema elettorale ha offerto la riprova di quanto, a suo tempo, era stato da più d’uno ipotizzato: e cioè che quella legge fosse stata voluta dall’allora maggioranza di centrodestra, in un momento in cui tutti i sondaggi davano il centrosinistra ampiamente in vantaggio nelle preferenze degli elettori, proprio allo scopo di rendere particolarmente difficile agli avversari, sicuramente vincenti nell’urna, l’esercizio efficace del governo. Così che il passaggio di mano a Palazzo Chigi, ancorché ineluttabile, si configurasse però come l’avvio di una breve quaresima in attesa della prossima, sicura resurrezione elettorale di Berlusconi e dei suoi fedeli. Vaticinio non ancora del tutto smentito dall’andamento dei fatti. Per dirla con Barbara Spinelli, non sembra che si sia inverata la profezia di Indro Montanelli, secondo cui un quinquennio di governo in mano al tycoon brianzolo avrebbe inoculato negli italiani il più efficace dei vaccini.
La questione andrà affrontata, allora, da un lato considerando la legittima esigenza di rappresentare in Parlamento le diverse facce di un paese tradizionalmente composito sul terreno delle “identità” (e delle storie) politiche, ma dall’altro non relegando nel dimenticatoio le motivazioni alte, attinenti alla funzione di governo come uno dei contenuti ineludibili della democrazia, in base alle quali – di là dalla cronaca dell’epoca, invero non troppo confortante – fu effettuato il passaggio dal sistema proporzionale a quello maggioritario. Passaggio, non lo si dimentichi, attuato a seguito del risultato ampiamente maggioritario di un referendum popolare. Entrambe tali esigenze basilari (quella di una libera e veritiera rappresentanza politica dell’elettorato e quella di una maggioranza messa in grado di governare con efficacia su mandato degli elettori), dovranno essere soddisfatte dalla riforma elettorale di cui c’è bisogno per poter superare l’erto colle sul cui crinale rischioso si trova oggi a oscillare, in preda a una crescente vertigine, la seconda Repubblica.
2. Subito alle spalle della questione del sistema elettorale fa capolino il problema del sistema politico: problema che coinvolge, sì, le forme istituzionali; ma più direttamente, con più immediata cogenza, i partiti in cui si articola il panorama politico italiano. Salvo rare e secondarie eccezioni, i partiti italiani sono oggi lontani dal rispondere a ciò che di essi dice la Costituzione nell’atto stesso di riconoscere loro una funzione basilare per il concreto esercizio della democrazia.
Il mancato (o comunque tardo e parziale) ricambio dei loro gruppi dirigenti, la trascuratezza nel rispetto delle regole di trasparenza (prima fra tutte quella che imporrebbe la pubblicità degli atti che registrano le principali decisioni in merito alla linea politica, a partire dai resoconti congressuali), lo scarso peso della partecipazione degli aderenti nella vita interna ai diversi livelli e soprattutto nelle decisioni “che contano”, la composizione della base associativa e, assai di più, degli organi dirigenti, tanto più vistosamente maschilista e gerontocratica man mano che ci si innalza di livello: si tratta di caratteri che negano con tutta evidenza, nei fatti, quel “diritto di tutti i cittadini” alla libera associazione in partiti finalizzata a “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”, di cui appunto parla l’art. 49 della Carta costituzionale.
La legge-porcata, imposta dalla maggioranza berlusconiana al Parlamento in articulo mortis, ha potuto propinare i suoi frutti avvelenati ai suoi presumibili destinatari proprio perché le vittime designate (e cioè le forze del centrosinistra), avendola dovuta subire, in origine, a causa dei numeri insuperabilmente avversi in Parlamento, si sono poi ben guardate dal ribaltarne il senso a proprio favore, come avrebbero pur potuto (lo diceva la recentissima esperienza) mediante l’indizione di consultazioni primarie del proprio elettorato per definire almeno una parte del segmento superiore delle proprie liste; ma invece ne hanno fatto l’uso più letterale e conservatore: quello di uno strumento per popolare buona parte dei propri seggi parlamentari di quel ceto dirigente partitico che invece, indicendo le primarie, avrebbe altresì messo a rischio la propria elezione alle Camere. Con la conseguenza, ovviamente, che la composizione del Parlamento, nella sua metà sinistra non meno che in quella destra, ha finito col rispecchiare, più che la volontà degli elettori, i desiderata delle segreterie dei partiti e dei rispettivi apparati.
Con ciò, infine, sono venute sostanzialmente a compimento due processi già da tempo avviati. Da un lato il processo di trasformazione dei partiti un tempo definiti “di massa” in comitati elettorali del ceto politico professionale, condito magari con una spruzzata di “esponenti della società civile” cooptati per iniziativa del medesimo ceto. Dall’altro, e parallelamente, il distacco progressivo dei partiti dalla vita sociale concreta, dai bisogni effettivi, dalle aspirazioni immediate e di lungo periodo, dalle potenzialità espressive e decisionali che in essa, attraverso molteplici forme organizzative, vengono alla luce. E che così restano di fatto prive di strumenti e momenti di positivo collegamento con la vita delle istituzioni.
Affrontare la questione del sistema dei partiti, dunque, significa trovare le forme più adeguate e aggiornate per ridare senso al volere espresso dai Costituenti nell’atto di formulare l’art. 49 della Carta, ridando i partiti in mano ai cittadini come strumenti effettivi, e non solo formali, del loro diritto a essere protagonisti della vita democratica del Paese.
3. Per quanto concerne più specificamente le forze del centrosinistra, il problema prende oggi il nome di Partito Democratico. Si discute se la vicenda della crisi sia destinata ad accelerare ovvero a frenare il processo, già avviato, di costituzione della nuova formazione politica. Se non addirittura a farlo abortire. Posta in questi termini, astrattamente politologici, la questione appare sostanzialmente sterile: si faccia o meno la “fusione fredda” tra DS e Margherita, vale a dire il matrimonio d’interesse fra i rispettivi apparati, la situazione non farebbe concreti passi in avanti: si tratterebbe probabilmente di un’operazione “a somma zero”, in cui il peso comunque più cospicuo del maggiore partito della coalizione rispetto agli altri offrirebbe un avaro compenso alla rinuncia a identità specifiche che una parte almeno degli aderenti a entrambi in partiti sentono come importanti per il proprio essere e il proprio agire sul terreno politico. Con l’inevitabile conseguenza di più o meno cospicui abbandoni, forse non abbastanza compensati dagli auspicati nuovi acquisti. E forse anche di qualche nuova e non trascurabile scissione.
Perché invece la nuova formazione politica possa svolgere davvero il suo ruolo potenziale è necessario, per dirla con Walter Tocci, parlamentare dell’Ulivo e già vicesindaco di Roma, che essa sia in grado di fare “cose mai fatte prima”. Essa deve, in altri termini, porsi come partito pienamente rispondente, più di quanto lo sia qualunque altro partito oggi esistente, e anche più di quanto lo fossero i partiti della “prima Repubblica” (costretti com’essi erano nella proiezione domestica della divisione dell’Europa in due campi avversi), al dettato della Costituzione: quindi come avanguardia e forza trascinatrice della riforma complessiva della politica democratica e dei partiti come sua principale (benché non esclusiva) forma d’esercizio.
In tal modo, fra l’altro, il nuovo partito non nascerebbe sulla base di un recinto da erigere, di una separazione ideologica da sancire in modo definitivo in seno al variegato panorama attuale dell’Unione. Ma piuttosto sulla base di una proposta alta, di una sfida di ampio respiro lanciata all’intero arco delle forze che puntano, pur partendo da storie, ideologie, matrici identitarie diverse, allo scopo comune di rinnovare il Paese nel senso di una più ampia e concreta democrazia. Sulla base, dunque, più che di una riaffermata origine “riformista” dei promotori (troppo spesso sinonimo di semplice richiamo a un passato che si vuole più “moderno”), a un forte, comune impegno “riformatore”.
Un aggettivo, quest’ultimo, che, per il fatto di indicare non semplicemente chi sceglie le riforme come strumento, ma chi le riforme le fa quando sul serio governa dopo essersi impegnato seriamentea farle quando ha chiesto i voti per governare, non si presta, non essendo un “ismo”, a divenire (come troppo spesso capita oggi al riformismo) un mantra accidioso, ma piuttosto a essere assunto come obiettivo da una vasta platea di donne e uomini “liberi e forti”. Partito Democratico Riformatore potrebbe forse essere, di là dalle dispute un po’ stantie sul “socialismo”, il nome di una nuova formazione politica che voglia rispondere sul serio alle esigenze di rinnovamento del Paese.
4. Il quarto ordine di problemi da affrontare (forse, in concreto, il più immediatamente rilevante al fine di affrontare con realismo ed efficacia i primi tre) è quello relativo, non tanto al programma come tale, ma all’asse ideale attorno a cui unificare le diverse proposte, i diversi impegni di riforma di cui il programma si compone: offrendo con ciò il principale, nuovo fattore d’identificazione e di mobilitazione degli aderenti al nuovo partito, provengano essi o meno dall’appartenenza ai partiti già esistenti.
Non si tratta, dunque, di pensare già subito a qualcosa di simile a un “programma fondamentale” del nuovo partito (il Partito Democratico Riformatore), a imitazione di quello della SPD tedesca. Sarà probabilmente opportuno, a un certo punto, che un tale “programma” sia formulato, e che esso sia chiaro, sintetico, leggibile: oltreché, ovviamente, pregnante, impegnativo, mobilitante nei contenuti. Ma perché esso meriti davvero tali qualificazioni, e non si riduca, volenti o nolenti, a una pur ricca giaculatoria di desideri, di buoni propositi, di progetti tecnocratici, occorre preliminarmente che si superi la condizione che oggi, e da oltre un quindicennio, caratterizza l’intero panorama politico del Bel Paese: la soggezione all’ideologia e al potere di fatto (oltreché a quello costituito) del berlusconismo.
Il che è ben altro che una soggezione voluta e consapevole. E’ qualcosa di somigliante a un’ipnosi collettiva: cui soggiacciono non solo le destre, che comunque ne hanno tratto in questi decenni benefici palesi e cospicui (basti pensare allo “sdoganamento” governativo degli eredi di Salò, nel cui simbolo campeggia tuttora la fiamma di Predappio, e a quello dei secessionisti xenofobi e antiitaliani della Lega Nord), ma anche gli avversari dichiarati di Berlusconi, che nell’avversione al Cavaliere e nel terrore del suo minacciato ritorno a Palazzo Chigi trovano il principale, se non l’unico, cemento della loro unità. Come la fulminea e unanime approvazione dei 12 punti di Romano Prodi all’indomani della crisi delle Ceneri ha icasticamente confermato.
Si tratta di divincolarsi finalmente dalla presa illusionistica del guitto di Arcore. Non certo per una via del tipo di quella indicata da Franco De Benedetti su Il Sole 24 Ore di domenica 25 febbraio, e cioè la messa in non cale di tutte le specificità del dominio berlusconiano, a partire da quel clamoroso e inaudito fattore di anomalia democratica che va comunemente (ed eufemisticamente) sotto il nome di “conflitto d’interessi”. Ma neanche soltanto mediante un’operazione-verità come quella suggerita (peraltro ben a ragione) da Barbara Spinelli su La Stampa della stessa domenica. Perché invero non si tratta né di nascondere ancor più la testa sotto la sabbia, magari per il timore complessato di pronunciare la parola “regime” e di colpire rendite e armi improprie del superpotente di turno; ma neanche si tratta, semplicemente, di denudare il re e, come il bimbo della fiaba, denunciarne le vergogne.
Si tratta piuttosto di interrogarsi senza pregiudizi, pudicizie, timori reverenziali neanche verso le pecche passate della propria parte, sulle ragioni per cui un intero regno è stato ceduto nelle mani di un fascinatore da baraccone, di un manipolo di avventurieri eslege, di una galassia di corporazioni operanti ai limiti delle norme comuni. E in ogni caso perseguendo gli interessi propri contro l’interesse della nazione. Perché solo da questo esame aperto e spietato può nascere davvero l’ispirazione nuova, all’altezza dei tempi nostri e del futuro che ci attende, di un’autentica strategia riformatrice. E di un partito ad ampia base popolare, di cultura forte, di audace fantasia innovatrice, che se ne faccia efficace promotore.
5. L’ultima, ma certo non la minore, delle questioni che la crisi lascia aperte, è la questione della politica internazionale dell’Italia. In apparenza essa è altresì la meno evidente. Come negare, infatti, che nelle linee di politica estera impostate e già esplicitate attraverso una serie di atti e iniziative di gran peso, risieda la più evidente e significativa novità del governo Prodi rispetto alla squallida figura internazionale dell’Italia berlusconiana? E che al ministro D’Alema vada buona parte del merito del riacquistato prestigio del Paese nei confronti dei partner stranieri?
Non sembri espressione di incontentabilità, tuttavia, la sottolineatura di come tale impostazione di politica estera, pur così fortemente innovativa rispetto a quella del precedente governo, si collochi tuttavia all’interno di un quadro d’assieme accettato in modo sostanzialmente passivo. Dove certamente, trattandosi di un quadro liberato definitivamente dalla ferrea costrizione del bipolarismo postbellico, il grado di libertà di una nazione come l’Italia, potenza minore ma non trascurabile, è maggiore di quel che avvenisse prima del 1989-91. Dove dunque solo l’acquiescenza servile verso la residua iperpotenza di una destra senza reale dignità politica e nazionale, come quella incarnata dal telepromotore brianzolo, poteva condurre l’Italia alle scelte sciagurate compiute a più riprese nel quinquennio 2001-2006.
Ma proprio per questo, mentre il passaggio qualitativo attuato in questi pochi mesi di governo del centrosinistra risalta con estrema nitidezza, c’è forse da chiedersi se non sarebbe pensabile un’iniziativa politica dell’Italia in Europa, dell’Italia nel mondo insieme all’Europa, insomma dell’Italia come nazione d’Europa, che esca sul serio dalla dicotomia anacronistica tra filoamericanismo e antiamericanismo, tra “fedeltà alle alleanze tradizionali” e tentazione di far da soli. Se non sarebbe pensabile, di là da pur necessario realismo, un’iniziativa dell’Italia nazione d’Europa per contribuire a promuovere apertamente un assetto istituzionale del mondo all’altezza delle novità già visibili e di quelle prevedibili nel più o meno prossimo futuro: un assetto nel quale le potenze maggiori (gli Stati Uniti d’America oggi, la Cina e l’India domani) possano riconoscersi, e proprio per questo, attraverso di esso accettare di sottoporsi a una regola comune che dia corpo e sostanza al principio del multilateralismo: in concreto, a una democrazia globale avente per scopo la garanzia di una pace sicura per tutti e la promozione di uno sviluppo equo e sostenibile per l’intero pianeta.
Costituzione della Repubblica italiana, art. 49: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.