Ma perché chiamavano Consorte?
Le famose intercettazioni dei colloqui telefonici intercorsi nel 2005 tra alcuni esponenti di vertice dei DS e l’allora presidente e amministratore delegato della compagnia assicuratrice Unipol non rivelano, almeno a prima lettura, nulla di penalmente rilevante. Lo hanno ammesso più o meno tutti gli osservatori, neutrali o interessati che fossero. Lo “scandalo” si è ridotto dunque alla rivelazione pubblica del segreto di Pulcinella: che cioè il movimento cooperativo cui l’Unipol appartiene ha un’origine e una tradizione che istituiscono una “parentela” con le forze di sinistra. E che ciò spiega e giustifica ampiamente non solo i contatti tra queste forze e i maggiori esponenti di quel movimento, ma anche – se così ci si vuole esprimere – il “tifo” dei dirigenti della sinistra per le iniziative sociali, economiche, finanziarie delle organizzazioni cooperative appartenenti alla propria area storico-culturale.
Così avviene in tutta Europa, così avviene anche in Italia. Con qualche differenza, ma non certo nel senso di una maggiore “neutralità” politica, di là dalle Alpi, della cooperazione. Si pensi che in passato esisteva, in seno alla rappresentanza parlamentare dei Laburisti britannici, un gruppo denominato esplicitamente “Co-operative Party”: a testimoniare della “colorazione” di quel movimento cooperativo, ben più marcata di quanto non sia in Italia, e del contributo in termini di voti (e, a monte, anche in termini organizzativi e finanziari) che il primo movimento cooperativo moderno (la più antica cooperativa britannica – quella detta dei “probi pionieri” – risale al 1844 e la sua sede può essere ancora visitata a Rochdale in quel di Manchester) ha dato e in parte ancora dà al proprio partito di riferimento.
In altri Paesi, come ad esempio la Germania e il Belgio, le affiliazioni del movimento cooperativo sono diverse e non unilaterali: dipendono dal settore merceologico e dalla rispettiva base associativa. Così la cooperazione di consumo o d’abitazione ha una colorazione prevalentemente socialista, quelle agricola e di credito agrario una appartenenza alla sfera democratico-cristiana. Da noi, il carattere multisettoriale delle associazioni nazionali del movimento cooperativo impedisce tale corrispondenza univoca fra settore e appartenenza politica, ma in compenso la pluralità delle organizzazioni ha uno storico riferimento alla pluralità delle appartenenze politiche: la Legacoop vicina tradizionalmente alla sinistra; la Confcooperative vicina alla vecchia DC e poi, in prevalenza, alla Margherita; l’AGCI tradizionalmente laico-democratica; l’UNCI consonante in genere con l’UDC (ma il suo presidente siede oggi alla Camera tra le fila dell’IdV). Al punto che durante la scorsa legislatura anche la destra (per iniziativa della corrente di AN facente capo all’on. Alemanno) si è dotata di un’organizzazione cooperativistica.
Se poi in quel “fare il tifo” qualcuno si fosse spinto più in là e questo “più in là” dovesse configurare qualche illecito, sarà la magistratura a doverlo accertare, ed eventualmente a intervenire. A chi osserva sarà bene consigliare, comunque, di non smarrire il senso delle proporzioni. Ché se anche qualche esponente della sinistra si fosse fatto prendere da un troppo attivo entusiasmo al pensiero che (finalmente, va detto) fosse possibile spezzate, tramite un’iniziativa di bancassurance in grande stile, il sempiterno monopolio conservatore della finanza italiana; e che magari, come avviene da decenni nei principali paesi europei, anche in Italia la cooperazione si potesse dotare di un suo robusto strumento creditizio; sempre di peccato veniale si sarebbe trattato a paragone delle colossali malefatte della finanza tradizionale: quella che magari godeva (e forse gode) di auguste benedizioni, ma non rifugge dagli intrecci più loschi, ha interi rami che puzzano di riciclaggio e può vantare nel proprio palmarès persino un banchiere penzolante da un ponte londinese. Tanto più che attraverso quell’operazione, ove fosse andata felicemente in porto, un importante settore dell’economia nazionale – appunto quello cooperativo – avrebbe potuto finalmente superare la persistente condizione di minorità sul terreno dell’acceso al credito e in genere del supporto finanziario, che tuttora spesso patisce: con evidente vantaggio non solo suo, ma di un’effettiva concorrenzialità del mercato italiano.
La questione vera, per chi ne sappia appena un po’ in materia di economia cooperativa, è un’altra. E consiste nel fatto che, per dirla in una parola, della questione BNL Fassino e D’Alema parlassero con l’Unipol e non con la Lega Nazionale delle Cooperative. In altre parole, che il rapporto fosse ricercato, da parte dei massimi dirigenti dei DS, con la compagnia assicurativa a controllo cooperativo e non con la rappresentanza elettiva di quello stesso movimento cooperativo di cui l'Unipol e il suo presidente sono un’espressione.
Non si tratta di una sottigliezza, ma di un fatto di sostanza. Immagini il lettore che il ministro degli Esteri di un paese, nel trattare affari di comune interesse, si rivolgesse direttamente, anziché al suo omologo, a un manager pubblico o a un alto ufficiale di un paese alleato. E lo facesse non solo (il che sarebbe già quanto meno irrituale) in via diretta, ma senz’altro escludendo il governo alleato da ogni contatto in proposito. Roba da crisi diplomatica. E non è ravvisabile una diretta analogia, rispetto a questa ipotesi, nel comportamento dei vertici DS in questa circostanza?
In una delle conversazioni fra D’Alema e Consorte si ha un’indiretta ma eloquente conferma di tutto ciò. Consorte, giunto a una fase avanzata della trattativa per la “scalata” alla BNL, annuncia a D’Alema una riunione con i dirigenti delle cooperative. “Sono gasati”, dice, testimoniando così – in una forma non proprio rispettosa – del grande interesse delle stesse cooperative per l’operazione. E auspica che questo entusiastico interesse valga a convincere i cooperatori ad allentare i cordoni della borsa: ha bisogno di un mucchio di quattrini per portare a termine l’affare e spera che le cooperative glieli forniscano senza fare troppe storie. Le cooperative, dunque, come mucche da mungere ai propri fini. Poi lo stesso dominus dell’Unipol ricorda – bontà sua – che in origine la BNL era nata come banca per la cooperazione, poi trasformata nella forma attuale dal fascismo. E d’Alema, di rincalzo, evidenzia che oggi, comunque, si chiama banca “del lavoro”: anche il blando cenno “storico” di Consorte alle origini cooperativistiche della BNL viene così sommerso nella generica dizione odierna.
Dicono le cronache che Giovanni Consorte, accompagnato dal fedele… consorte Ivano Sacchetti (la cui partecipazione paritaria a tutti i benefici è legittimamente sospettabile fosse dovuta alla funzione di copertura svolta dai suoi ben più maturi e genuini lombi cooperativi), ha svolto a latere dell’affare principale alcune “consulenze” multimiliardarie (in lire). Niente di male, verrebbe da dire (e del resto è ciò che dice lo stesso Consorte): c’è chi può. E crepino gli invidiosi.
Domanda: come mai c’è stato qualcuno (peraltro non proprio un estraneo alla faccenda principale) disposto a sborsare decine di miliardi (di lire) per ottenere i preziosi consigli finanziari dell’ingegnere teatino e del suo inseparabile vice? Non sarà, per caso, che i galloni di “consulente” Consorte se li è guadagnati non sperimentando in proprio la sua abilità nel mondo occhiuto e rapace della finanza, ma agendo su formale mandato (oltreché con l’accredito e spesso – lo si è visto or ora – col sostegno finanziario) di quelle medesime cooperative che ora gli servono come semplice mucca da latte? E che, in sostanza, le famigerate “consulenze” senz’altro intascate a titolo personale da Consorte (e Sacchetti) avevano la stessa legittimità della “scalata” alla BNL di esser considerate come peculio privato: le une e l’altra avendo invece come loro unico significato accettabile – anzi come unico titolo di legittimità – quello di servire gli interessi collettivi del movimento cooperativo, non quelli personali e privati dei signori Consorte e Sacchetti?
Qui non è il magistrato a dover scavare: o comunque non lui in primis. Può essere che intascare personalmente i frutti di un credito dovuto a mandato altrui non sia, anche giuridicamente, l’atto più limpido del mondo. Gli avvocati della Legacoop sapranno se e in che modo rivalersi sul mandatario infedele. Quel che qui importa, però, è altro: come mai – ci si deve chiedere – è potuto avvenire che un funzionario dell’Unipol non solo arrivasse al vertice della compagnia (onore alle sue capacità e ai suoi meriti), ma a poter rompere ogni cordone ombelicale con la fonte primaria della legittimità della propria posizione, e infine a rovesciare quel rapporto originario, fino a esser chiamato dai media “capo delle coop” senza che nessuno si sentisse in dovere di smentire e precisare?
La vicenda dell’Unipol e di Giovanni Consorte è un episodio significativo dell’involuzione del movimento cooperativo come realtà innanzi tutto liberamente associativa, capace proprio in quanto tale di produrre risultati importanti anche sul terreno dell’impresa, oltreché su quello dell’emancipazione umana, della coesione sociale, della crescita civile dell’intera società. Questo processo involutivo si può descrivere anche nel modo seguente. Con la sua presenza e la sua iniziativa la cooperazione dà tradizionalmente spazio e ruolo nell’economia concorrenziale a ceti e strati sociali per i quali altrimenti quella via sarebbe preclusa. Ha potuto e può farlo perché in essa si materializza un modo di concepire e realizzare l’impresa costitutivamente diverso da quello proprio dell’economia lucrativa: un tipo d’impresa, quello cooperativo, in cui il capitale e il profitto sono strumentali alla crescita della collettività dei soci e non viceversa. Un fattore, quindi, di effettivo pluralismo della struttura economica e del mercato: anche e soprattutto per questo, un tipo d’impresa la cui peculiarità è direttamente omogenea alla democrazia.
Questa peculiarità, peraltro, richiede per realizzarsi alcune condizioni. La prima delle quali è costituita dal mantenimento dei principi giuridici e funzionali di base dell’impresa cooperativa: in particolare il voto per testa, la limitazione delle quote detenibili dal singolo socio, la destinazione di una parte significativa degli utili d’esercizio a riserva perennemente indisponibile per il singolo socio (il “patrimonio intergenerazionale” dell’impresa) e ad attività di promozione e sviluppo della stessa imprenditoria cooperativa al di là della singola realtà aziendale.
La seconda condizione, poi, è costituita dalla natura di “movimento organizzato” che è propria della cooperazione: cioè dal suo presentarsi sulla scena economica (e sociale, e peculiarmente politica) non come galassia dispersa di singole iniziative ma come realtà associativa di ampia portata, cui le singole imprese aderiscono. Va detto che la scelta del legislatore italiano (diversa in ciò da quella di altri paesi, principale fra i quali la Germania) di lasciare l’adesione alle diverse organizzazioni del tutto libera per la singola cooperativa ha comportato la permanenza di una non trascurabile moltitudine di cooperative “non aderenti”. Ciò non toglie che la presenza cooperativa a livello nazionale si caratterizzi prevalentemente come presenza organizzata. E che dunque a tale carattere si faccia riferimento, anche a prescindere da una più precisa analisi dei pesi relativi delle cooperative “aderenti” e di quelle “non aderenti”, quando si parla di movimento cooperativo italiano.
Ecco, il movimento cooperativo è in grado di muoversi non solo come capillare e disperso fenomeno sociale, ma anche come forza capace di incidere nel tessuto dell’economia nazionale e capace a tal fine di dotarsi di una moderna strumentazione, in quanto si aggrega nelle associazioni rappresentative (peraltro giuridicamente riconosciute e investite per legge di alcuni poteri pubblici delegati) che ne fanno un movimento organizzato. L’Unipol è per l’appunto uno di tali strumenti: non solo per origine, ma perché solo svolgendo tale ruolo la sua esistenza mantiene una specifica giustificazione.
I colloqui intercettati nel 2005, invece, testimoniano proprio il venir meno di quel legame, e con esso l’esaurirsi del ruolo peculiarmente politico della “compagnia delle coop”. D’Alema e Fassino parlano con Consorte e non con i vertici della Lega per due motivi: perché l’Unipol è divenuta ormai, di fatto se non di diritto, la “compagnia di Consorte” e non più la “compagnia delle coop”; e poi perché, all’interno della galassia cooperativa – nella labile misura in cui l’Unipol continua a farne parte, sia pure in veste di mero “mungitore” di risorse per le proprie operazioni di potere – il presidente dell’Unipol conta ormai ben più del presidente della Lega. Per cui si può affermare incontrastata, in una parte almeno della sinistra (quella che conta di più negli equilibri “di sistema” e che di questo “contare” fa lo strumento principe del proprio operato), una concezione che vede nella cooperazione, esattamente come la vede Consorte, non più uno dei possibili fattori di trasformazione democratica dell’economia e del mercato, ma una pingue mandria da mungere. E nell’Unipol, viceversa, un punto di forza per operazioni (o tentativi) di modifica di equilibri peraltro ritenuti sostanzialmente immutabili dal punto di vista qualitativo.
Nel corso degli anni ’90, parallelamente al crollo inglorioso del “sistema dei partiti” imperniato sul CAF, anche le forme tradizionali del rapporto fra politica e organizzazioni cooperative giunse al suo definitivo esaurimento: nella Lega Nazionale delle Cooperative, in particolare, furono dichiarate definitivamente sciolte le vecchie “componenti” partitiche facenti capo al PCI (poi al PDS), al PSI, al PRI; e fu solennemente proclamata l’autonomia del movimento cooperativo e della stessa Lega dai partiti. A tale “riforma” (per più versi, com’è intuibile, dovuta a una mera presa d’atto; e comunque, in linea di principio, salutare) non fece però riscontro l’elaborazione e la messa in atto di una diversa e più aggiornata governance dell’organizzazione. Se ne discusse, anche intensamente, ma non si giunse a una conclusione condivisa ed efficace.
Con qualche approssimazione (ma non andando troppo lontano dal vero) l’orientamento di quella discussione si può dividere in due fasi. Nella prima, coincidente con l’impatto più crudo della crisi della vecchia governance caratterizzata dal ruolo regolativo delle “componenti”, sembrò affermarsi una concezione dell’associazione come mera rappresentanza delle imprese aderenti, e fra di esse, ovviamente, in primo luogo di quelle più forti e solide: il che avrebbe significato altresì ridurre a fatto marginale, a mero “fiore all’occhiello”, l’impegno tradizionalmente costitutivo (e sancito persino dalla legge) nella promozione di nuove cooperative e nel sostegno allo sviluppo di quelle più deboli. Col corollario inevitabile del sostanziale accantonamento di ogni impegno meridionalistico e persino di ogni proiezione nazionale dell’organizzazione (non casualmente circolò all’epoca la tesi di trasferire la sede della Lega Nazionale a Bologna, a più diretto contatto con la realtà cooperativa più forte e radicata).
I presupposti “ideologici” di questa impostazione erano sostanzialmente omogenei alla temperie politico-culturale attraversata allora dal Paese: la “centralità dell’impresa” rispetto alla quale commisurare in modo esclusivo la congruità e la funzionalità della struttura associativa; la sostanziale negazione di ogni obbligo redistributivo come impegno “di movimento” e viceversa la liceità di una visione “egoistica” da parte della cooperazione più forte, visione grosso modo omogenea a quella del “federalismo” di Bossi e del suo mentore prof. Miglio; la competitività di mercato come unico criterio di valutazione delle imprese e del loro comportamento. Il rischio, non troppo remoto, che discendeva da una tale impostazione era quello della messa in non cale della peculiarità cooperativa, quindi dell’omologazione dell’impresa cooperativa a quella lucrativa, quindi anche della sostanziale irrilevanza, anzi della sostanziale dannosità, di una organizzazione rappresentativa specifica dell’economia cooperativa. Non si trattava, in conclusione, di una soluzione ai pur realissimi e urgenti problemi posti dalla crisi della vecchia governance, ma piuttosto di una resa e di una dichiarazione di fallimento.
Si trattava, dunque, di una via impraticabile. Almeno per un’organizzazione che escludesse di sottoporsi a un’operazione di eutanasia. Si passò dunque a una seconda fase. Questa si caratterizzò, più che per una dimostrata capacità di affrontare e risolvere i problemi sul tappeto, per la scelta di spostare altrove l’accento. Le operazioni compiute furono sostanzialmente due, fra loro complementari. Per un verso, la decisa riaffermazione del carattere nazionale dell’organizzazione fu compensata con l’ulteriore autonomizzazione dei “punti forti” del tessuto aziendale da ogni effettivo vincolo d’indirizzo: l’appartenenza alla Lega e il sostegno alla sua vita e alle sue iniziative fu sostanzialmente trasformato in un obolo da versare in cambio della garanzia di una sostanziale “non ingerenza”. Per altro verso, la funzione residua della Lega Nazionale divenne quella di organo dell’“immagine” cooperativa: non del tutto inutile, quindi, ai fini del mantenimento della peculiarità di quella forma d’impresa; ma soprattutto assai omogeneo al precipitare della crisi della “prima Repubblica” in un trionfo anche politico della “società dell’immagine”.
Un po’ come la volpe presa nella tagliola, la Lega pagò la propria sopravvivenza con l’auto-amputazione della zampa prigioniera. Questa amputazione (fuor di metafora, questa rinuncia ad alcune funzioni un tempo essenziali) fu particolarmente significativa sul terreno finanziario. Qui la rinuncia fu drastica, unilaterale, puntualmente determinata nell’individuazione del beneficiario. Il dipartimento finanziario nazionale fu semplicemente soppresso e corrispondentemente fu abolita la funzione di coordinamento e di indirizzo che esso bene o male svolgeva. In tale contesto, fra gli organi finanziari dell’imprenditoria cooperativa dell’area Lega, quello già affermatosi come azienda competitiva sul mercato – la compagnia assicuratrice Unipol – non faticò a imporre il proprio primato assoluto. E a essere investito dal vertice Lega di un ruolo di “perno” della finanza cooperativa sostanzialmente autonomo da ogni soggezione a indirizzi “di movimento”.
E’ questo il paesaggio in cui sale al cielo l’astro di Giovanni Consorte. Asceso alla presidenza della compagnia – dopo una lunga e oscura trafila interna – poco dopo la scomparsa di quel Cinzio Zimbelli cui era dovuta la fondazione e il primo sviluppo dell’Unipol, l’ingegnere abruzzese trapiantato a Bologna poté agevolmente approfittare dell’autonomia pressoché assoluta dell’azienda dalla “casa madre” cooperativa, da un lato per accelerare, con una condotta abile e spregiudicata, l’ascesa della stessa Unipol nel gotha delle assicurazioni, dall’altro per trasformare l’universo cooperativo, da terreno di coltura e di sviluppo della stessa Unipol, in mero retroterra del proprio potere aziendale e personale. Il funzionario assicurativo divenne così per molti versi, grazie anche al peso crescente della dimensione finanziaria per l’impresa, compresa quella cooperativa, il dominus delle scelte strategiche della Lega e della cooperazione a essa facente capo. Una serie di interventi della compagnia in funzione di “salvataggio” di grosse realtà cooperative in crisi diede al presidente dell’Unipol un’aureola di “salvatore della patria” che facilitò ovviamente l’incremento del suo potere.
Questo, nel bene e nel male, è il personaggio con cui i massimi responsabili politici della sinistra italiana hanno intrattenuto la loro corrispondenza. Questo, soprattutto, il retroterra che aveva reso possibile la sua affermazione. E’ possibile che la comprovata abilità di un Consorte, mantenuta all’interno di un indirizzo strategico rispondente alle finalità proprie del movimento cooperativo, avrebbe sviluppato una seria utilità al fine di perseguire quelle finalità. E’ certo che, se il movimento cooperativo, attraverso la propria più antica e dinamica organizzazione nazionale, avesse saputo (e anzitutto voluto) mantenere nelle proprie mani la facoltà di determinare il proprio destino, e di governare a tal fine gli strumenti di cui dispone, esso sarebbe stato altresì in grado di sottoporre Consorte o chi per lui a un vaglio severo fondato su principi condivisi. Gli eventi del 2005, insomma, non rispondevano a una necessità inderogabile, né a un qualche destino.
La questione non va ridotta, comunque, all’ambizione di un uomo. E neanche alle aspettative improprie che tale ambizione può aver suscitato, eventualmente, in alcuni esponenti di partito. La questione ha carattere eminentemente politico, nel senso alto e forte del termine. Attiene infatti alla capacità delle forze politiche della sinistra di tracciare innanzi tutto un disegno di respiro adeguato alle aspettative e alle potenzialità di sviluppo democratico della società. E in secondo luogo di avvalersi in modo corretto ed efficace degli strumenti più adatti al perseguimento di quel disegno.
Il movimento cooperativo, per la sua storia, per le sue caratteristiche distintive e nel rispetto della sua ormai raggiunta autonomia, è potenzialmente uno di questi strumenti: un partner prezioso per una proposta politica d’assieme che punti non solo a spostare gli equilibri vigenti fra i potentati dell’economia, ma a incidere a fondo nei suoi meccanismi profondi. A incidere sulla qualità del mercato, dell’impresa, del rapporto tra sfera economica e sfera sociale, tra interessi e valori, tra punti di vista particolari e obiettivi comuni.
Il modo con cui il movimento cooperativo, la Legacoop e la stessa Unipol hanno saputo reagire alla bufera che li ha investiti, mettendo in atto un deciso processo di rinnovamento, dimostrano che questo ruolo essi sono ben in grado di svolgerlo. Purché da parte della politica si sia capaci di avanzare una proposta al cui interno quel ruolo sia previsto, valorizzato, stimolato. Un appunto che dovrebbe figurare fin da subito nell’agenda del Partito Democratico e del suo leader designato.
25 giugno 2007