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Walter

La seconda via

 Auguri a Walter Veltroni nel momento in cui si mette al timone del vascello il cui varo è previsto per il 14 ottobre. Ne avrà bisogno. Anche se sembra che il sindaco di Roma abbia ben chiara, prima ancora dell’I care di don Milani, una delle frasi storiche attribuite al generale De Gaulle: “Il potere non si conquista, si raccoglie” (sottinteso: quando viene deposto ai tuoi piedi da avversari e concorrenti stremati). E così è stato per la designazione a leader del Partito Democratico: senza che lui, seraficamente affacciato sul panorama mozzafiato dei Fori, movesse una paglia, in pochi giorni la giostra delle candidature si è dissolta come un cartone animato e tutti, con in testa l’eterno rivale Massimo D’Alema, si sono precipitati a offrirgli la corona di dominus incontrastato della nuova formazione politica. E con ciò, ipso facto, di potenziale salvatore delle sorti del centrosinistra.

Riuscirà, il Walter nazionale, nell’ardua impresa? Chi ha a cuore le sorti del riformismo italiano (anche al di là dell’uso inflazionato e un po’ stucchevole che si fa della parola) non può che augurarselo caldamente. Del resto sembra proprio, a giudicare dai sondaggi, che l’accoglienza dell’elettorato sia stata, fin dal primo momento, più che incoraggiante. E c’è da attendersi, data la maestria dell’uomo nel catturare il consenso, che questo sia solo l’inizio: se a bocce ferme il suffragio ai partiti dell’Ulivo era accreditato – con qualche ottimismo – di uno scarso 25%, con Veltroni alla guida il nuovo partito non dovrebbe fallire, anzi potrebbe senz’altro superare, l’obiettivo del 35% che egli stesso si è posto. Un risultato da socialdemocrazia europea. O, se si preferisce, da PCI di Enrico Berlinguer a metà dei ’70.

E dire che la decisione del sinedrio dei 45 di andare subito alla elezione di un segretario “vero” invece che di una semplice longa manus di Prodi era stata interpretata da più d’uno, a caldo, come una mossa mirante a “stanare” Veltroni, o meglio a metterlo fuori gioco strozzandogli i tempi fisiologici della candidatura. Si pensava forse che il sindaco di Roma, per un intreccio ferreo di motivi, non potesse partecipare a una gara così ravvicinata per la leadership. O che, se invece avesse voluto concorrere a quel posto di “numero uno”, ciò avrebbe significato per lui il rischio, e qualcosa più che il rischio, di “bruciarsi”.

Ma quale competizione? – sembra essere stata la risposta di Veltroni. Se mi volete candidare, non mi tirerò indietro. Ma alle mie condizioni. E i presunti competitors, di fronte a questo discorso – sia stato esso esplicito o a bocca chiusa – hanno scoperto con dolorosa sorpresa che Walter era l’unico a poter dettare condizioni: vi immaginate un Rutelli, un Fassino, o persino un D’Alema che pongono le proprie condizioni per accettare la candidatura alla segreteria del PD? A loro non sarebbe  stata concessa altra chance che quella di scendere in lizza senza rete. E di massacrarsi a vicenda. Walter no. Lui amministra la capitale e tanto gli basta. A meno che…

D’Alema, per evitare di dover scendere nell’arena gladiatoria prevista per il 14 ottobre, ha provato a fare una dichiarazione analoga: fare il ministro degli Esteri è un mestiere troppo appagante per sacrificarlo sull’altare di una leadership di partito. Solo che a lui nessuno ha offerto quella segreteria. E così non avrà neanche la tentazione di lasciare la Farnesina: potrà serenamente, e con ottimo profitto, continuare a svolgere il suo affascinante e difficile mestiere. Non così Veltroni: fare il sindaco di Roma è anch’esso un mestiere appagante, specie quando lo si esercita per scelta e sull’onda di un suffragio massiccio e convinto. E infatti, tra le condizioni poste da Walter, c’è proprio quella di restare al Campidoglio per qualche tempo ancora.

Fino a quando? Azzardo un pronostico: fino a che Prodi regge a Palazzo Chigi. Perché il giorno che il governo attuale va in crisi si creano le condizioni perché leadership e premiership si ricongiungano nella stessa persona: quella di Walter, appunto, che passerà da semplice leader di partito a candidato premier. Poi si tratterà di vincere le elezioni, e questo è un altro ragionamento. Anche se, a giudicare da certi discorsi che corrono nelle file della destra (a partire dal leader di AN, che a proposito di Veltroni ha parlato di novità che non potrà non avere conseguenze anche nel Polo), per la Casa delle Libertà non sarà facile né mantenere in sella il Cavaliere né, senza di lui, ripetere le performance del passato.

Comunque sia, la discesa in campo di Veltroni – cui forse si contrapporrà qualche candidato di bandiera nel meritorio intento di non lasciarlo troppo solo e di continuare a dare alla votazione ottobrina almeno l’apparenza di una “primaria” – ha smosso gagliardamente le acque di un panorama politico stagnante: solo nel più stretto entourage berlusconiano si ripete il mantra scaramantico del “non cambia nulla”. Un po’ come il bimbo perduto nel bosco che biascica una rassicurante filastrocca per non cedere alla paura del buio. E del lupo di Cappuccetto Rosso che vi si nasconde con le sue lunghe zanne e la sua bocca smisurata.

Anche se, a dir la verità, pochi vedrebbero nel “buonista” Walter un credibile lupo cattivo delle fiabe. Eppure è proprio così: il candidato (praticamente) unico alla guida del PD sembra capace di scompaginare la saldezza dello schieramento di opposizione non meno che di rinsaldare le fila del centrosinistra.

Tutto fa ritenere, insomma, che la scelta di Veltroni sia stata senz’altro la migliore per l’Ulivo e per l’intera maggioranza di governo. Eppure un dubbio resta: non sulla persona del leader designato, ma sul metodo. E non solo sul rischio dell’elezione plebiscitaria, ma su qualcosa di più sottile, di cui però sarebbe sbagliato non tener conto.

In un sol colpo, nella fatale giornata del 14 ottobre, il Partito Democratico si doterà di una base di aderenti, che si spera la più ampia possibile; di una vasta Assemblea costituente, eletta dai medesimi neo-iscritti senza “quote” precostituite per i partiti fondatori; di un segretario “vero” dotato di una leadership piena. Troppa grazia, verrebbe da dire. Sembra pensarlo anche Goffredo Bettini, storica eminenza grigia del PCI romano – poi della sinistra sua erede – (gli si attribuisce, fra l’altro, l’“invenzione” a suo tempo della candidatura di Rutelli al Campidoglio) e molto vicino a Veltroni. Il senatore diessino ha dichiarato infatti, in una ragionata intervista all’Unità, che avrebbe preferito l’elezione del segretario da parte dell’Assemblea costituente e non direttamente da parte della base. Evidentemente, aggiungerei, non nella stessa giornata del 14 ottobre, ma dopo un congruo periodo di discussione e in genere di maturazione del nuovo partito.

La riserva espressa da Bettini appare senz’altro condivisibile. L’idea che il PD, nell’atto stesso di nascere, debba dotarsi non solo di un’ampia rappresentanza della sua base associativa, ma anche di una guida bell’e fatta, non appare forse come un’idea semplificatoria e frettolosa, ignara della complessità di un partito politico? Diciamo pure, usando parole diverse, che dietro questa procedura raccorciata fa capolino una volontà di semplificazione, di ingabbiamento della libera dialettica che è presumibile si manifesti nell’eligenda Assemblea costituente, di riduzione dell’ascolto nei confronti delle esigenze e proposte “di base” a vantaggio di un inquadramento aprioristico nelle scelte “di vertice”.

Sarebbe stato preferibile, se il nuovo partito deve essere anche un “partito nuovo”, che alla creatura che sta per venire alla luce si garantisse innanzi tutto lo spazio e il respiro per vivere, per lanciare i primi multiformi vagiti, per mettersi in grado di scegliersi consapevolmente, quindi liberamente, un leader. E ciò senza cadere in alcuna tentazione di sgangherato assemblearismo: è evidente, infatti, che l’Assemblea costituente del PD, come qualunque assemblea (tanto più in quanto si tratti, come in questo caso, di un consesso molto ampio), ha bisogno per funzionare di essere coordinata, organizzata. In una parola, governata. Ma questa inderogabile esigenza ha poco a che vedere con quella, non meno cogente, che un partito possa contare su una guida politica nella pienezza dei suoi poteri e delle sue funzioni.

Sarebbe stato possibile chiamare l’Assemblea costituente, pochi giorni dopo la propria elezione, a eleggere al proprio interno un presidente; ovvero anche un comitato di presidenza di tre o cinque membri rappresentativi di diverse posizioni presenti nella stessa assemblea. E garantirsi in tal modo il proprio funzionamento. Dopo di che darsi un tempo definito per discutere liberamente esprimendo le esigenze, le aspirazioni, le proposte del corpo politico nuovo che l’evento elettorale del 14 ottobre avrebbe generato. Un periodo al termine del quale la stessa Assemblea avrebbe potuto eleggere, come sintesi di inadeguata discussione su idee e programmi, il segretario del partito. Probabilmente nella persona dello stesso Walter Veltroni.

Ci si può chiedere: ma una tale più faticosa procedura non avrebbe rischiato di dare minore autorevolezza al nuovo segretario rispetto all’elezione diretta da parte degli aderenti? A me sembra esattamente l’opposto: rispetto a una votazione unanime o quasi, senza preventiva discussione, un’elezione che giungesse come risultato di un confronto aperto, libero e costruttivo fra posizioni diverse avrebbe posto in essere un ben più consapevole e saldo “cemento” fra il leader e il suo partito. Difficile capire come possa esser ritenuto preferibile essere eletto da un partito che ancora non c’è rispetto all’essere scelto in piena consapevolezza da una formazione politica già capace di esprimersi attraverso la propria libera rappresentanza elettiva.

Questa sarebbe stata la via maestra: e forse chi scrive non esprime soltanto un’opinione solitaria. Si è scelta una strada diversa: a Veltroni l’onere di dimostrare che questa “seconda via” da lui incarnata non è meno positiva della prima. O è addirittura migliore. Potrà farlo se saprà utilizzare fino in fondo questi mesi estivi che separano il lancio della sua candidatura dal giorno della sua investitura ufficiale in funzione della evocazione alla vita del “partito che (ancora) non c’è”.

Forse le sue abili mani riusciranno là dove altre, in altri momenti della tormentata vicenda recente del nostro Paese, hanno fallito. Come capitò al “nuovo inizio” cui avrebbe dovuto dar corso la svolta della Bolognina, e che invece le indecisioni del segretario, dopo l’audacia dell’iniziale rottura, lasciarono soffocare dalla reazione conservatrice del vecchio apparato del PCI. Come l’avventura dei “progressisti”, che andò incontro alla sconfitta per l’illusione di poter vincere nelle urne, rappresentando di fatto le sole posizioni di sinistra, grazie alla crisi degli avversari travolti da Tangentopoli. Come il primo Ulivo, presto ridotto – da nuova, potenziale formazione politica quale avrebbe dovuto essere – a mera alleanza di vecchi partiti.

Chi scrive ricorda bene la vasta partecipazione di popolo che caratterizzò quegli eventi: partecipazione anche di cittadini – uomini e donne, vecchi e giovani, appartenenti alla più vasta gamma di ceti sociali – non avvezzi a “far politica”, ma che la ventata nuova e fresca che vi si avvertiva spingeva a interessarsi degli affari comuni e a far sentire la propria voce. E partecipazione di tanti che, già allontanatisi dalla politica, si riaffacciavano alle sue porte nella speranza di poter riprendere su basi rinnovate il filo di un discorso interrotto per stanchezza o disgusto.

Tutti costoro, nel viaggio che parte dalla platea simbolica del Lingotto torinese, Walter dovrà richiamare a un impegno convinto, e insieme allegro e vitale. Indicando loro non solo i motivi di un consenso, ma anche – come lo ha ammonito il suo vecchio mentore Achille Occhetto – anche i contenuti programmatici e di valore in base ai quali affrontare le inevitabili asprezze delle scelte. Se lo saprà fare – e ne ha tutte le carte – il nuovo partito arriverà già vitale all’appuntamento del 14 ottobre, che potrà così essere una scadenza meno rituale, un vero appuntamento di massa per la parte del popolo italiano decisa a non lasciare le cose come stanno ma ad aprire una fase nuova, piena di speranze, nella vita del Paese.

25 giugno 2007

 





  
Ma quali primarie?

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