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Ma quali primarie?

“Continuavano a chiamarle primarie”: potrebbe essere un titolo da spaghetti-western. E invece dipinge perfettamente un malvezzo della politica italiana, della politologia corrente, dei commentatori anche assai sussiegosi e blasonati: quello non solo di scopiazzare il linguaggio politico di altri paesi, specie se titolari della guida dell’Impero, ma di farlo anche, molto spesso, a sproposito.

Si veda la questione delle “primarie”, che sarebbero state convocate per il dì natale del Partito Democratico. Qui i simpatizzanti della costituenda formazione politica saranno invitati a porre una firma, a versare un obolo e a esprimere due voti: uno per una lista di candidati all’Assemblea costituente, e uno per il segretario. Coi primi due gesti (firma e obolo) i partecipanti diverranno ipso facto aderenti al nuovo partito. Con il primo voto contribuiranno a formare l’ampio organo dirigente del PD in fase costituente. Col secondo voto eleggeranno a suffragio diretto il leader del PD.

Domandina semplice semplice: con quale di questi gesti i cittadini orientati a votare il nuovo partito potranno legittimamente dire di partecipare a delle “primarie”? Risposta altrettanto elementare: con nessuno. Seconda domandina, di quelle che soglionsi denominare retoriche: chi afferma trattarsi di “primarie” commette o no il reato di turlupinatura? Trattandosi come premesso di domanda retorica, la risposta è implicita e non richiede ulteriori sprechi d’inchiostro.

Sprechiamone ancora un po’, invece, per chiarire perché la dizione “primarie” è in questo caso falsa e fuorviante. Primo motivo: si chiamano “primarie” (secondo la tradizione dei grandi partiti statunitensi) quelle elezioni – o meglio consultazioni dell’elettorato dichiarato – mediante le quali a coloro che dichiarano la propria intenzione di votare per una parte politica si chiede di scegliere il candidato alle elezioni vere e proprie, già convocate a breve scadenza. “Primarie”, dunque, rispetto a un’elezione effettiva che rispetto a esse, in ordine temporale e consequenziale quanto alle candidature, potrà essere chiamata “secondaria”. Ma il 14 ottobre non si sceglierà affatto il candidato del PD alle elezioni, anche perché queste non sono state ancora convocate, né sono formalmente alle viste.

Secondo motivo: si possono svolgere elezioni “primarie” solo nell’ambito di una formazione politica già costituita e pienamente in esercizio, a votare la quale gli elettori dichiarino di essere orientati. Qui si tratta invece di un partito in fieri, tanto che il giorno delle presunte “primarie” è dichiarato giorno natale del partito medesimo. Sembrerebbe insomma di assistere all’esilarante sketch televisivo di diversi anni addietro in cui Cinzia Leoni, nella parte di un’improbabile impiegata delle Poste, dichiarava lo sportello aperto “dalle otto alle otto”.

E in effetti questo nuovo partito si distinguerebbe dalle solite lungaggini delle politica italiana per la fulmineità del suo agire: nel medesimo tempo si costituisce, aggrega una base di aderenti, elegge il proprio organo dirigente e il proprio segretario. Se gli astutissimi convocatori di “primarie” riuscissero a convincere il Presidente a convocare per il medesimo giorno anche le elezioni politiche, sarei disposto a scommettere che il PD le vincerebbe da solo col 99% dei voti: semplicemente per l’impossibilità di qualunque avversario di tenere un ritmo così travolgente. E al cav. Berlusconi non resterebbe che recitare, prono dinanzi alla maestà del vincitore, l’inno manzoniano: “lui folgorante in solio/vide il mio genio e tacque…”.

C’è, nel centrosinistra, chi, ben deciso a non lasciare Walter da solo a beccarsi i suffragi del popolo del PD; a risparmiargli, insomma, l’onta del plebiscito, è disposto persino a candidarsi contro di lui alla segreteria. Così si salverà – dicono – se non proprio lo spirito, almeno l’apparenza delle famose “primarie”. E qui sorge un sospetto. A parte l’ipotesi maligna che tutti costoro non sappiano proprio di cosa stanno parlando, non sarà che questi eroi della candidatura per “spirito di servizio”, animati dal sacro terrore che gli elettori siano schifati dal nome “partito” e non dalla degenerazione dell’istituto che il nome designa, si illudono di celare dietro il mantra delle “primarie” la realtà per cui i partecipanti alla fatidica giornata saranno chiamati non a scegliere un candidato, ma proprio a entrare in un partito, sia pure nuovo di zecca? 

C’è un’ultima motivazione per cui non si può proprio parlare, nel nostro caso, di “primarie”. Queste, infatti, si caratterizzano fra l’altro, ma in modo qualificante, per il fatto che la consultazione cui esse danno corso concerne una platea di partecipanti diversa rispetto a quella dell’elezione vera e propria: l’elettorato dichiarato rispetto a quello complessivo e reale, per esempio. Così è nel caso dei partiti americani. Così è stato nelle “primarie” del 2005. Oppure una platea più vasta rispetto a quella poi investita dell’elezione effettiva. Così per l’elezione del segretario del PDS dopo le dimissioni di Achille Occhetto: fu chiesto al quadro del partito, fino ai segretari di sezione, di scegliere fra D’Alema e Veltroni. Veltroni risultò il favorito. Ma poi la Direzione del partito, unica titolare della nomina del segretario, scelse D’Alema.

Riportandoci al presente, si potrebbe parlare di "primarie", per questo aspetto, se, ad esempio, al "popolo sel PD" fosse chiesto di pronunciarsi su diverse ipotesi di candidature alla segreteria, affidando poi all'Assemblea costituente (vincolando magari quest'ultima a rispettare le indicazioni della "base" qualora esse siano univoche ed evidenti) la nomina effettiva del leader.

Per analogia, anche nella formazione delle liste elettorali si potrebbero tenere elezioni “primarie”, mettendo a disposizione dell’elettorato dichiarato alcune “caselle” da riempire liberamente o scegliendo fra più alternative: così da presentare poi all’elettorato effettivo liste già passate, in qualche misura, al vaglio dell’opinione popolare. Così si poteva fare per le ultime politiche, rimediando almeno in parte, e certamente in modo gradito agli elettori, all’obbrobrio della “porcata” di Calderoni. Ma non lo si volle fare: comportandosi da “casta” disposta, per autonominarsi, a rischiare il giustificato ripudio da parte dei cittadini. Oggi, magari, non sarebbe male che, quanto meno, si smettesse di prendere il proprio elettorato per i fondelli cianciando a sproposito di “primarie” false e bugiarde.





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