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E' NATO IL PD: NOTERELLE DALLA SALA PARTO

Dunque è nato! Ed è un bimbo robusto e vivace: tre milioni e passa di donne e uomini con la scheda e l’obolo in mano, a far la fila davanti ai seggi fin dal primo mattino di una splendida domenica di sole, non si trovano tutti i giorni. Né in tutti i paesi. Anzi, come hanno notato con orgoglio promotori e organizzatori del lieto evento, è forse la prima volta al mondo che qualcosa del genere si verifica: la nascita di un nuovo partito non per mano di una ristretta élite di politici ma mediante la partecipazione attiva e consapevole di milioni di sostenitori.

Dunque, alleluja! E lo dico come convinto partecipe di un evento per il quale (una volta tanto…) la definizione di “storico” non è sprecata. Tanto convinto da permettermi il lusso di qualche notazione critica o dubbiosa “a caldo”. In attesa, ovviamente, di vedere la nuova formazione politica e il suo leader  all’opera per esprimere una più meditata valutazione.

 

  1. Due diverse “anagrafi”. Il PD fornirà sicuramente le cifre dettagliate circa le caratteristiche anche anagrafiche dell’ampio gruppo dirigente (assemblea costituente nazionale, assemblee regionali) eletto, insieme ai segretari nazionale e regionali, nella splendida giornata di ieri. E possiamo essere certi che, oltre a presentare una piena parità “di genere” ottenuta grazie al meccanismo elettorale (liste bloccate rigidamente formate con alternanza di candidati e candidate), anche l’età media degli eletti sarà notevolmente inferiore a quella che ormai da molti anni caratterizza i gruppi dirigenti dei partiti. Fatto, quest’ultimo, di cui mi sono convinto dando semplicemente un’occhiata alla composizione delle liste: formate in larga misura di donne e uomini di età inferiore ai quarant’anni, con significativa presenza di giovani fra i venti e i trent’anni. Non solo: la rappresentanza eletta sarà in notevole proporzione “nuova”, vale a dire formata non da militanti di partito, ma da donne e uomini che per la prima volta si impegnano apertamente, col proprio nome e la propria faccia, in un’occasione politica “ufficiale”. Il PD, dunque, nasce realmente come partito nuovo sotto almeno tre profili: parità assoluta fra uomini e donne (diverso, notoriamente, il discorso da fare per le posizioni “di vertice” a livello sia nazionale sia regionale: e questa è una contraddizione tutt’altro che trascurabile); bassa età media degli eletti negli organismi dirigenti; ampio ingresso di nuovi aderenti, non provenienti dai partiti già sperimentati.

Mi soffermo in particolare sull’aspetto del rinnovamento generazionale. Immagino che il PD fornirà i dati anche per quanto riguarda l’età prevalente dei partecipanti al voto. A prima vista, tuttavia, sembrerebbe trattarsi di un’età notevolmente superiore a quella dei candidati: nelle file ai seggi erano prevalenti i capelli grigi. Un’età media, mi viene da notare, sostanzialmente in linea con quella dei militanti dei vecchi partiti. Insomma, l’ampio rinnovamento generazionale riscontrabile nelle liste, quindi nella rappresentanza elettiva interna al nuovo partito, non sembrerebbe essere stato capace di provocare un analogo rinnovamento nella partecipazione al voto. Un fatto su cui meditare, e anche – direi – di non facile interpretazione. Avanzo comunque, sempre “a caldo”, un’ipotesi che mi sembra poter aiutare a capire.

Può essere che il rinnovamento generazionale delle candidature sia stato almeno in parte “trascinato” dalla parità di genere imposta nella composizione delle liste: per una giovane non già militante di partito il partecipare all’avventura del 14 ottobre può essere apparso più attraente per il fatto che, contrariamente al passato, in questo caso  le possibilità di elezione erano effettive e legate al successo della lista di appartenenza a prescindere dal genere del candidato/a. Dunque, tante ragazze in lista. Ma, mentre il candidato maschio ha comunque una credibilità, nella mentalità tradizionale, anche a prescindere dall’età, la candidata si presenta invece, sempre per la vecchia mentalità dell’elettore (maschio o femmina), più come riempitivo o specchietto per le allodole che come credibile aspirante all’elezione. Questa volta, in effetti, non era così: le candidature femminili erano “vere” alla pari di quelle maschili. Ma forse i/le loro pari età non ci hanno creduto. Incrociando i dati dell’età con quelli del genere dei votanti questa ipotesi potrebbe essere meglio verificata.

 

2.      Il partito nuovo e il governo. Tutti gli esponenti dell’area politica che ha promosso la nascita del PD si sono espressi, subito dopo il voto, negando recisamente che vi sia alcuna intenzione, da parte dello stesso partito e del suo segretario plebiscitato dalle urne, di contrapporsi al governo in carica, e tanto meno di volerne provocare la caduta. Anzi, hanno proclamato in particolare Prodi e Veltroni, l’esecutivo ne risulterà rafforzato. In materia mi permetto di nutrire qualche dubbio. E non – come dice la vulgata corrente, succube della riduzione mediatica della politica  a mera contrapposizione fra le volontà dei diversi leader – perché il sindaco di Roma brucerebbe ora dalla voglia di ascendere a Palazzo Chigi scalzandone il professore bolognese (che tra l’altro è presidente dello stesso PD e suo promotore della primissima ora). Ma per una meccanica in qualche modo (se la parola non suona troppo rétro alle anime belle del liberalismo campato in aria) “oggettiva”. Insomma per il semplice fatto che non si potrebbe dire che un partito effettivamente nuovo possa esprimere nei fatti la sua novità aspettando pazientemente il suo turno per tre anni e mezzo, pago per il momento di sostenere lealmente il governo in carica come facevano i due partiti che si sono estinti per dargli vita. Senza considerare lo sconvolgimento che – sempre “oggettivamente” – l’evento grandioso del 14 ottobre è destinato a produrre negli equilibri interni alla coalizione prodiana.

Se questo ragionamento fosse ritenuto insufficiente (magari perché troppo rétro), qualcuno dovrebbe spiegare cosa succederebbe qualora passassero in Parlamento i due progetti di legge (uno già in discussione presso la competente commissione della Camera, l’altro in gestazione presso la corrispondente commissione del Senato) che investono, rispettivamente, modifiche costituzionali riguardanti fra l’altro il numero dei parlamentari e la trasformazione del Senato in una Camera di rappresentanza delle Regioni e delle Autonomie sul modello del Bundesrat tedesco, e la legge elettorale. Si potrebbe forse evitare, in tal caso, di andare a votare in tempi rapidi? E come potrebbe Veltroni, allora, evitare di candidarsi a Palazzo Chigi, senza rischiare di trasformare il PD in una burla?

Federico Orlando, stimato commentatore  politico di lunga esperienza e condirettore di Europa (cioè, oggi, di uno dei due quotidiani facenti capo al PD: l’altro ovviamente è l’Unità), richiesto di un parere il 15 ottobre durante una trasmissione radiofonica, ha risposto che gli sembra assai improbabile che le due impegnative riforme, data  la complessità dell’iter parlamentare e la necessità di un’ampia maggioranza, siano destinate a essere approvate. Ma che comunque, se ciò avvenisse, sarebbe inevitabile andare subito alle urne. Il bello è che poche ore prima, in televisione, i leader del PD (Prodi e Veltroni compresi) avevano indicato nelle stesse riforme un esempio degli impegni primari del nuovo partito. Staremo a vedere: può essere che i miracoli vengano a coppie. Prima le riforme passano in Parlamento, e subito dopo il governo esce rafforzato. Oppure: prima il Parlamento evita di far passare le due riforme, e subito dopo ne esce rafforzato il Partito Democratico che ne aveva fatto pubblicamente un punto d’onore.

Dixi et salvavi animam meam, come amava concludere un antico filosofo di Treviri. E comunque, a Walter che parte per la grande avventura, un “in bocca al lupo” di cuore.

Stefano Sacconi

 

15 ottobre 2007





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