Dall’alleanza alla contrapposizione
Nel breve spazio di un quarto di secolo l'Europa era stata teatro di due immani conflitti mondiali, il cui prezzo in vite umane non è neppure paragonabile a quello delle precedenti guerre della storia del pianeta. Nel 1945 la fine delle ostilità coincise però, a differenza che nel 1918, con un generale senso di orrore per la lotta sanguinosa appena conclusa e con l'aspirazione a una pace che consentisse un radicale rinnovamento dei rapporti tra i popoli. Furono un orrore e un'aspirazione determinati anche dal fatto che, penetrando nei territori occupati dalla Germania, gli eserciti alleati avevano scoperto via via i campi di sterminio tedeschi. In esse milioni e milioni di civili, in stragrande maggioranza ebrei, avevano trovato la morte.
Molti guardarono allora all'intesa di guerra come a una coalizione del bene contro il male. Molti sperarono allora in un mondo governato dai principi in nome dei quali quella coalizione aveva combattuto e vinto.
Ma le cose andarono altrimenti. A tre mesi dalla disfatta tedesca, il fungo atomico di Hiroshima (6 agosto 1945) costringeva alla resa anche il Giappone. In quella tragica esplosione bruciarono infatti anche molte delle speranze che avevano costituito il cemento ideale del fronte antinazista. Quel fungo costituiva - come subito colsero gli spiriti più acuti dell'epoca - un preciso e pesante avvertimento all'alleato sovietico da parte degli Stati Uniti guidati ormai - dopo l’improvvisa morte di Roosevelt - da Harry Truman.
Questo avvertimento fu peraltro raccolto dall'Unione Sovietica, che a sua volta decise di avviare una politica di armamento nucleare. Le aspettative di collaborazione sfumavano così rapidamente nella logica della contrapposizione. Gli esiti della grande Conferenza di Jalta (4-11 febbraio 1945), nella quale Roosevelt e Stalin - isolando di fatto il leader britannico Winston Churchill - avevano cominciato a prefigurare le frontiere di un mondo nuovo, si irrigidivano quasi subito nelle logiche tradizionali della politica di potenza.
Si apriva insomma la fase dei due “blocchi” schierati l'uno contro l'altro. Proprio Churchill avrebbe immediatamente tratto le conseguenze del mutamento di clima, annunciando nel celebre Discorso di Fulton (1946) che una “cortina di ferro” era di nuovo scesa a dividere l'Europa. Le grandi ideologie storiche - capitalista e comunista - tornavano dunque a contrapporsi sulla scena planetaria, ma con una capacità di presa ormai indubbiamente logorata.
Oggi è possibile sostenere che queste stesse ideologie erano uscite consunte proprio dalla loro stessa alleanza e dalla loro stessa vittoria contro il comune nemico nazista. A rendere possibile quella alleanza e quella vittoria era stata infatti l'oggettiva crisi delle loro “armature” pregiudiziali: la presa d'atto che né l’una né l’altra rappresentavano di per sé un’autonoma pienezza e - meno che mai - la soluzione definitiva ai problemi della storia.
Non bisogna dimenticare, per altro, che già da tempo quelle purezze e quelle appartenenze ideologiche erano state costrette dal concreto sviluppo della storia a fare più di un significativo compromesso al proprio interno. Così nel “campo orientale”, dopo i fallimentari tentativi nei primi anni Venti di esportare la soluzione “bolscevica”, già da lustri si era nei fatti ammainata la bandiera della “rivoluzione mondiale”. Così, nel “campo occidentale”, a partire dalla dura lezione del 1929, liberismo e liberalismo erano dovuti via via scendere a compromessi sempre più corposi con le istanze della democrazia.
Le pure ragioni dell'economia avevano dovuto cioè venire a patti con le ragioni di una società sempre più complessa ed esigente. Ciò anche in quanto le varie componenti del movimento operaio occidentale avevano visto progressivamente rafforzate la loro azione e la loro incidenza dalla robusta presenza internazionale dell’Unione Sovietica.
In sostanza, la vittoria sul nazismo non era riuscita a proseguirsi in una organica pace mondiale. Il pianeta non poteva tuttavia più essere configurato come se quella vittoria non ci fosse stata. Nei punti alti e decisivi dello sviluppo si rinnovava sì una contrapposizione tra i sistemi ideologici (e i relativi modelli politico-sociali). Questa, però, doveva in ogni caso rinunciare all'opzione della “guerra calda”, alla possibile distruzione dell'“altro”. Non a caso - e nonostante tutto - si veniva schiudendo, almeno in Europa, un lungo periodo di pace. Di pace armata sì, ma comunque di pace.
La nuova Italia
Anche in Italia, con la Liberazione, alla quale si era giunti dopo una lunga e aspra lotta, si era affermata un'esigenza di cambiamento. Questa era tanto più avvertita, quanto più forte era stata la compressione della libertà esercitata dal potere fascista nel corso della sua ventennale dittatura. Forze nuove, provate al fuoco della Resistenza, erano così divenute protagoniste di un processo di “ricostruzione” nel quale lo spirito di libertà si coniugava con l'impegno morale e civile, con l'entusiasmo e la speranza in un futuro migliore, con la riaffermazione di un più alto e compiuto ideale di democrazia.
La prima fase della “ricostruzione” (1945-1948) fu contraddistinta dalla sostanziale collaborazione delle grandi forze che da tempo avevano sostituito nella rappresentanza del Paese quelle risorgimentali. Esse si riconoscevano ormai in tre partiti: la Democrazia cristiana di Alcide De Gasperi, il Partito comunista italiano di Palmiro Togliatti, il Partito socialista di unità proletaria di Pietro Nenni e di Giuseppe Saragat.
Queste nuove forze avevano dimostrato la loro presa di massa in occasione delle prime elezioni politiche abbinate al referendum istituzionale (2 giugno 1946) che - a poco più di ottant'anni dall'unità - trasformava l'Italia in una Repubblica. Il frutto più alto della loro intesa fu l'elaborazione della nostra Carta costituzionale entrata in vigore il 1° gennaio 1948. In essa confluirono, oltre alle ispirazioni marxista e cattolica, anche i contributi della tradizione liberale, operanti sia attraverso la mediazione crociana, sia attraverso quella gobettiana che si esprimeva in particolare negli uomini del Partito d'Azione.
Intanto, i guasti e le rovine prodotti dalla guerra stavano a indicare come, parallelamente, occorreva por mano alla “ricostruzione” a partire soprattutto dall'economia: l'aggravamento della divaricazione tra il nord e il sud del Paese, la scarsità dei prodotti agricoli, il razionamento dei beni di prima necessità, la quasi totale rarefazione dei manufatti industriali, l'aumento incontrollato dei prezzi, se da una parte assimilavano l'Italia agli altri Paesi sconvolti dalla guerra, dall'altro rivelavano come da noi la situazione fosse tuttavia meno disperata se raffrontata, per esempio, a quella della Germania.
Già a partire dalla tarda primavera del 1945 (il 25 aprile le ultime truppe tedesche si erano ritirate al di là delle Alpi), nel nostro Paese si poté procedere a fare un inventario dei danni subiti. I settori più colpiti erano, oltre all'agricoltura, quello delle infrastrutture e quello dell'energia, legata ancora essenzialmente al carbone; meno grave era invece lo stato dell'industria e dei trasporti. Si imponeva in ogni caso l’ardua impresa di una complessiva “ricostruzione” del Paese.
Luigi Einaudi
Presidente della Repubblica
(11 maggio 1948 - 29 aprile 1955)
1. Il momento storico
L’età della separazione
Quando Luigi Einaudi si insedia sul “colle più alto”, nella scena mondiale cominciano a spirare sempre più impetuosi i venti della “guerra fredda”. E durante l’arco dell’intero settennato il quadro internazionale resterà fortemente condizionato dall’aspro confronto tra il blocco occidentale e quello orientale.
La contrapposizione tra i due “imperi” raggiungerà particolari forme di asprezza. Sia pure in sedi locali e in qualche modo periferiche, si arrivò - come in occasione del conflitto di Corea - alla stessa guerra guerreggiata. E tuttavia la soglia della resa dei conti finale non solo non fu mai raggiunta, ma neppure venne mai presa in seria considerazione.
In tal senso, contava certo il duro dato oggettivo dell'equilibrio delle forze maturato alla soglia degli anni Cinquanta (la cosiddetta logica della “deterrenza”), ma c'era pure la consapevolezza - mai apertamente dichiarata e tuttavia operante - che si era fortemente attenuato - ad Ovest come ad Est - il valore egemonico e mobilitante delle tradizionali purezze e delle tradizionali appartenenze ideologiche. Un loro compiuto perseguimento avrebbe avuto esiti immediatamente catastrofici per tutti: non fu davvero casuale allora la “fortuna popolare” della battuta del grande fisico Albert Einstein sul “ritorno della clava” quale sola possibile arma di un'eventuale era postatomica.
In realtà, la grande alleanza antinazista era stata stretta tra ideologie in qualche misura dimidiate e in crisi. Il fatto stesso che essa era stata egemonizzata dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica segnalava, se non il tramonto, certo la crisi della vecchia Europa. A fronte dell’epifania e dell’esplosione del nazifascismo - e dopo vani tentativi di compromesso con esso - le potenze del capitalismo tradizionale o, come la Francia, si erano rapidamente dissolte o, come l’Inghilterra, si erano dovute attestare su una linea di resistenza tanto generosa, quanto a lungo andare disperata.
Certo, si potrebbe obiettare che la conclusione del secondo conflitto mondiale vedeva pur sempre quali veri vincitori i paesi leader del capitalismo e del socialismo planetari. Ma, come acutamente osservò Thomas Mann, i due “giovani giganti” incarnavano ormai un quadro di valori che non erano più propriamente quelli che avevano sino ad allora segnato la storia europea.
Il capitalismo americano - cresciuto non tra i lacci e i lacciuoli del “variopinto mondo feudale” ma nelle vaste praterie della “Frontiera” - aveva finito per approdare con il new deal rooseveltiano alla necessità di un robusto compromesso tra le ragioni dell’economia e le esigenze della democrazia. Il comunismo sovietico aveva per parte sua messa molta acqua nel vino della purezza del marxismo e del leninismo. Rinunciando all’idea stessa della “rivoluzione mondiale”, si era da tempo attestato sul singolare revisionismo del “socialismo in un solo Paese”: una posizione ideologicamente impura quanto strategicamente prudente.
Stando così le cose, l’egemonia degli USA e dell’URSS nella guerra antinazista aveva finito per esprimere - magari solo in nuce - la virtualità di una matura e organica fuoruscita dall'involucro delle purezze dogmatiche di un secolo e mezzo di storia. Ed era stata proprio quella incipiente virtualità che aveva suscitato le energie morali in grado di battere, insieme alle forze militari, il “nuovo ordine” hitleriano. Un “ordine”, questo, che aveva preteso di affermarsi negando sì i limiti di quelle grandi ideologie, ma liquidando anche le loro straordinarie ragioni storiche e le loro indiscutibili “verità interne”: le quali consistevano nel tentativo - “presuntuoso” ma generoso - di dar concretezza storica rispettivamente ai fondamenti ideali della “libertà” e a quelli dell’“uguaglianza”.
Sta di fatto però che la persistenza tenace di quei limiti (la convinzione, specularmente rovesciata, che “libertà” e “uguaglianza” possono al massimo compromettersi, mai però pienamente e armoniosamente coniugarsi tra di loro) aveva poi impedito che la comune vittoria potesse proseguire nella gestione comune dell'umanità associata. L'Organizzazione delle Nazioni Unite, invece di essere la possibile culla di un autentico “governo mondiale”, assumeva ben presto e sempre più spesso un ruolo di mera facciata e di mera cassa di risonanza di un confronto di potenze armate fino ai denti.
Aspetti salienti e ricorrenti dell'età della separazione sono stati così la “guerra fredda”, le “guerre calde locali” per interposta persona, ma anche la consapevole rinuncia ad andare oltre il limite. Ci si avvertiva insomma come avversari, come diversi, come “separati in casa”, ma ogni resa dei conti definitiva veniva di fatto e pour cause sempre rinviata. Venivano così affidate responsabilità sempre più pesanti alle generazioni a venire ma, pur nel “confronto” di diversità avvertite come “inconciliabili”, si garantiva la pace - e sia pure una pace armata - alle generazioni presenti. Non a caso, quando il settennato di Luigi Einaudi arriva a conclusione siamo ormai alla vigilia dell’“indimenticabile 56”. L’invasione dell’Ungheria e la tragica repressione del suo popolo insorto, il fallimento dell’intervento anglo-francese nel canale di Suez, il rapporto segreto con cui Krusciov avvia la “destalinizzazione” costituiranno l’incandescente crogiuolo in cui si consuma l’era della separazione e si dischiude una nuova età storica: quella del confronto e della “coesistenza pacifica”.
La stagione del centrismo
L'insorgere della “guerra fredda” determinò nel nostro Paese l’esaurimento dell'alleanza antifascista. In tale contesto si ebbero prima la rottura del governo “tripartito” e poi, con le cruciali elezioni politiche del 18 aprile 1948, il formarsi di quelli che potremmo anche in questo caso chiamare due “blocchi”: il blocco di maggioranza guidato dalla Democrazia cristiana e il “fronte” dell’opposizione egemonizzato dal Partito comunista. E tuttavia, anche in questo caso, il contrasto di fondo non escludeva una sostanziale concordia discors.
In altre parole, la durezza dello scontro non mise mai in discussione in entrambe le parti i fondamentali principi della libertà riconquistata dopo la caduta del fascismo. Una opzione che - al di là dell’asprezza dei contrasti - finirà per contribuire non poco, per oltre un ventennio, all'articolato processo di crescita democratica dell'Italia. In questo senso decisive risultarono le scelte degli illuminati leaders dei due schieramenti contrapposti.
Da un lato, Alcide De Gasperi, pur potendo contare su una Democrazia cristiana che si era aggiudicata in Parlamento una solida maggioranza assoluta, rinunciò (come invece chiedeva Giuseppe Dossetti, guida della vivace sinistra interna della DC), a ogni ipotesi di governo “monocolore”. Ai suoi occhi la tenuta del quadro democratico e la stessa garanzia della autonomia dello Stato potevano essere meglio garantite da compagini di coalizione “centriste” che includessero anche formazioni di carattere esplicitamente laico quali il Partito socialdemocratico, quello liberale e quello repubblicano.
Dall’altro lato, Palmiro Togliatti, pur nel contesto del patto di unità di azione col Partito socialista e di una opposizione condotta senza sconti, ancorò fermamente la politica dei comunisti italiani alla strategia del “partito nuovo” e al conseguente riconoscimento della democrazia come il terreno proprio della lotta politica. Se restava pur sempre indiscusso il riferimento internazionale all’Unione Sovietica, si teorizzava però e si cercava di praticare la peculiarità di una “via italiana al socialismo” nella consapevolezza che tra democrazia e socialismo non dovesse esistere alcuna “muraglia cinese”.
Certo, la soluzione dei governi “centristi” comportò anche delle scelte economiche e sociali precise. È vero, non mancarono interventi coraggiosi come quello di un iniziale stralcio di riforma agraria. Ma sulla nodale questione del risanamento economico, a fronte delle varie strade possibili, venne imboccata in quegli anni la via di un pronunciato liberismo, sia pure temperato, secondo quel che imponevano in determinate circostanze (è il caso dell’industria petrolifera e della fondazione dell’ENI da parte di Enrico Mattei) le necessità “strategiche” dello sviluppo, da interventi anche corposi della mano pubblica.
Così, mentre “nel resto del mondo la seconda guerra mondiale aveva segnato una conferma della fondatezza della critica keynesiana al laissez-faire e gli economisti si affrettavano a trarne le necessarie conclusioni a favore dell’intervento dello Stato nell’economia, l'Italia, che era scampata, a mezzo di interventi statali e protezionismo, ai peggiori effetti della grande crisi, ora veniva messa a nuotare contro corrente, sulla base di teorie economiche sorpassate già da una generazione” (De Cecco). Quanto al piano dei rapporti sociali, non di rado la soluzione prescelta fu quella - talora anche tragicamente sanguinosa - della contrapposizione al sindacato e alle istanze degli strati più popolari della nazione.
La stagione “centrista” venne così progressivamente logorandosi. Il tentativo di rivitalizzarla con la legge maggioritaria fallì alla prova delle elezioni politiche del 1953. Una sconfitta che segnò anche il sostanziale tramonto della leadership di De Gasperi nel suo partito.
Appena due anni dopo, la conclusione del settennato di Luigi Einaudi viene così a coincidere con l’avvio di una fase completamente nuova. Proprio la fine della presidenza dell’uomo che forse meglio e più lucidamente aveva incarnato in Italia i valori e le prassi del liberismo, accentua nel Palazzo e nel Paese un dibattito sempre più vivace in vista di nuovi equilibri politici e sociali. Anche in Italia l’“indimenticabile 1956” avrebbe prodotto un significativo mutamento di clima: si apriva un periodo che nel giro del successivo settennato avrebbe portato - certo con un processo faticoso e non privo di arresti e di contraddizioni - all’età del centro-sinistra.
Giovanni Gronchi
Presidente della Repubblica
(29 aprile 1955 - 11 maggio 1962)
1. Il momento storico
Un tempo di transizione
La fine della presidenza Truman (1952) e la morte di Stalin (1953) segnarono la scomparsa dalla scena politica mondiale di due dei maggiori protagonisti del primo dopoguerra. Era appunto stato il periodo di più accesa contrapposizione tra le due grandi potenze che pure, insieme, avevano dato il contributo decisivo per la vittoria sul nazismo. Quegli eventi vennero così anche simbolicamente a dischiudere - dapprima solo in nuce, poi sempre più chiaramente - una nuova fase dei rapporti internazionali. Nel giro di un decennio questa sarebbe approdata ai nuovi orizzonti della distensione e della coesistenza pacifica.
Non si trattò, peraltro, né di una fase breve, né tanto meno di una fase indolore. Con apparente paradosso il punto di svolta si delineò proprio nell’anno - passato poi alla storia come l’“indimenticabile 1956” - in cui i nodi al pettine parvero drammaticamente aggrovigliarsi e le contraddizioni tra le superpotenze sembrarono raggiungere il loro acme.
È stato il caso dell’intervento congiunto condotto da Inghilterra e Francia in Medio Oriente per rispondere alla nazionalizzazione del canale di Suez operata da Nasser. Ma è stato pure il caso della tragica repressione dell’URSS in Ungheria.
Si trattò di due avvenimenti che sconvolsero l’opinione pubblica internazionale e sembrarono condurre il mondo sino sul baratro del conflitto termonucleare. Eppure proprio quelle drammatiche circostanze sancirono invece il fatto che i paladini più oltranzisti della strategia della “guerra fredda”, del roll back e del “rischio calcolato” avevano raggiunto le proprie colonne d’Ercole.
Secondo quella logica - fortemente sostenuta nelle cancellerie di Londra e di Parigi, ma certamente non del tutto assente nelle sedi decisionali di Washington - Budapest e Suez dovevano fornire finalmente l’occasione di una resa dei conti sin troppo a lungo rinviata tra Occidente e Oriente. Ma le cose andarono ben altrimenti. Da un lato, nulla di veramente concreto venne fatto sul terreno politico e militare per correre in soccorso degli insorti ungheresi. Dall’altro, sulle rive del Canale egiziano, gli anglo-francesi furono costretti a una repentina e umiliante marcia indietro.
Sarebbe semplicistico pensare che a causare queste prove di tangibile impotenza ci fosse solo la consapevolezza della mutua deterrenza delle armi di sterminio di massa e della oggettiva improponibilità di un conflitto combattuto con gli arsenali atomici. Certo, tutto questo non potè non contare. Ci fu però anche qualcosa di più.
È stato giustamente sottolineato in sede storiografica che la “guerra fredda” rimase appunto solamente tale perché gli equilibri nelle zone vitali del pianeta restavano regolati dalla ferrea divisione in sfere di influenza concordata nella conferenza di Yalta. E tuttavia non va dimenticato come proprio nella cittadina sul Mar Nero si fosse in realtà consumato anche un evento di portata epocale: la sostanziale emarginazione del vecchio Continente dalla direzione egemonica degli affari mondiali.
È vero, con il colpo di coda di Fulton, Churchill aveva trovato in Truman una spalla ben altrimenti disponibile rispetto a quella di Roosevelt. E aveva così cercato di rilanciare il secolare ruolo dell’United Kingdom e delle potenze del tradizionale colonialismo europeo.
Meno di dieci anni dopo, quel disegno conduceva Eden e Mollet a lanciare il guanto di sfida a Nasser. La sfida mirava anzitutto a dire che le bandiere della vecchia Europa tornavano a sventolare in un cruciale scacchiere del mondo. Ma l’esplicita condanna formulata dal segretario di Stato USA Foster Dulles - l’uomo forte del governo Eisenhower - e il vero e proprio ultimatum inoltrato dall’Unione Sovietica costringevano le truppe franco-inglesi ad abbandonare la zona del canale. Il messaggio era chiaro: USA e URSS non avrebbero conflitto tra loro per restituire un ruolo alle potenze che per secoli avevano egemonizzato la vita del pianeta. La “politica delle cannoniere” era finita per sempre.
In quelle stesse settimane, il dramma dell’insurrezione ungherese veniva a ribadire come gli strumenti della “guerra fredda” e del “rischio calcolato” avevano fatto il loro tempo. Gli eventi di Budapest commossero l’opinione pubblica, turbarono le coscienze, ma alla resa dei conti ribadirono che gli equilibri di Yalta perduravano intangibili. Le nazioni del Patto Atlantico dovettero limitarsi a una mera condanna formale. Stati Uniti e Unione Sovietica dovevano prendere atto della dura lezione dei fatti e orientare le proprie relazioni di superpotenze verso direzioni diverse da quelle dello scontro permanente. Nel settembre del 1959 gli esiti positivi dell’incontro di Camp David tra Eisenhower e Kruscev facevano esplicitamente decollare il processo della “distensione”.
Non è certo un caso allora se, con l’istituzione nel 1957 della Comunità europea, il vecchio Continente aveva già dovuto avviarsi verso rotte inedite, del tutto ignote ad altre età. Né è parimenti casuale se nella seconda metà degli anni Cinquanta cominciarono ad affermarsi i fenomeni che avrebbero contraddistinto il decennio successivo: il processo di decolonizzazione, il crescente protagonismo del cosiddetto “terzo mondo”, il boom delle economie sviluppate, la crescita - dalle donne ai giovani - di nuovi soggetti politici.
Il tramonto del centrismo
Anche in Italia fu la morte di De Gasperi, uno dei grandi protagonisti del nostro primo dopoguerra, a segnalare simbolicamente che la non breve stagione della ricostruzione e del “centrismo” si andava ormai consumando. Dopo il fallimento della legge maggioritaria, si veniva difatti imponendo la necessità di identificare nuovi equilibri politici e sociali. Ma anche in Italia il tempo della transizione non fu né rapido, né privo di drammatiche tensioni.
È vero, il Paese si modernizzava, si consolidava una ripresa produttiva che avrebbe dato luogo nei primissimi anni Sessanta a un boom di straordinaria portata e all’affermarsi della cosiddetto “consumismo opulento”. E tuttavia i tempi della politica faticavano a tenere il passo con quelli della economia e della società. Continuavano a succedersi governi a guida democristiana, sorretti da esigue e sempre più sofferenti coalizioni centriste, cui talora correvano in soccorso i voti dei monarchici e dei neo fascisti. Ma all’interno della maggioranza sempre più aperto si faceva il dissidio tra quanti (le sinistre DC, i repubblicani di La Malfa e i socialdemocratici di Saragat) ritenevano oramai ineludibile un’apertura a sinistra attraverso il coinvolgimento dei socialisti di Nenni e quanti invece (le correnti maggioritarie della Democrazia cristiana e i liberali di Malagodi) continuavano a difendere a denti stretti la soluzione centrista. Sul fronte dell’opposizione cominciava (anche qui non senza contraddizioni e colpi di coda) a prendere corpo il cosiddetto “autonomismo” socialista rispetto all’alleato comunista.
Furono anni quelli nei quali nei palazzi della politica si giocarono partite intricate e complesse, di cui proprio l’elezione a sorpresa di Giovanni Gronchi alla Presidenza della Repubblica costituì uno degli episodi non marginali. Emersero per poi ridimensionarsi figure di uomini come Amintore Fanfani che - sull’esempio del francese De Gaulle - si pretendeva fossero “forti”. Si tentarono accelerazioni improvvide come quelle che portarono all’avventura di Tambroni e alle drammatiche giornate del luglio 1960. Ma journées des dupes, “colpi di pugnale fiorentino”, farsi e disfarsi di governi e di correnti di partito costituirono in fondo l’epifenomeno di una realtà del Paese che nel suo profondo mutava, vedeva le grandi masse radicarsi socialmente e allargarsi gli spazi di una democrazia via via più matura. Non era oramai lontana la svolta del 1962 che - attraverso la sapiente mediazione di Aldo Moro - avrebbe rapidamente portato, per la prima volta nella nostra storia, una forza storicamente legata alla tradizione del movimento operaio - il Partito socialista - a partecipare al governo dell’Italia.
Antonio Segni
Presidente della Repubblica
(11 maggio 1962 - 28 dicembre 1964)
1. Il momento storico
Una stagione di speranze presto sfiorite
Gli anni che vanno dal 1962 al 1964 sono stati tra i più intensi della seconda metà del secolo scorso. Sulla scena mondiale, come su quella italiana. In entrambi i contesti giunsero difatti a maturare (sia pure attraverso processi intricati e talora persino drammatici) i semi gettati nella faticosa fase di transizione del decennio precedente: i frutti furono appunto il decollo della distensione nel grande quadro internazionale, l’avvio dell’esperienza di centro-sinistra nella vita politica e sociale del nostro paese.
Sono stati gli anni delle “grandi speranze” e di una non immotivata fiducia nelle “magnifiche sorti e progressive” dell’umanità associata. Chi era giovane in quegli anni è indotto a rievocarli non senza un qualche nostalgico rimpianto. Le figure emblematiche di quella fase così fervida non a caso sono rimaste nell’immaginario collettivo: Giovanni XXIII, John Kennedy, Nikita Krusciov, ma anche Aldo Moro sono nomi che dicono tuttora qualcosa anche ai giovani di oggi.
E tuttavia sono stati pure gli anni in cui i fondamenti stessi di quelle speranze e di quella fiducia risultarono come minati in radice da una insufficienza soggettiva a comprendere e gestire l’oggettiva maturità delle cose. Quasi una grande occasione per il mondo e per l’Italia che non si riuscì a cogliere appieno, che si lasciò anzi progressivamente isterilire nei decenni successivi.
Nell’ottobre del 1962 il mondo sfiorò la tragedia di una guerra termonucleare tra le due superpotenze. Ma proprio la crisi provocata dai missili installati dall’URSS nella Cuba di Castro, alfine risolta in extremis dopo giornate di quasi insopportabile tensione, costituì la prova che l’Occidente capitalisticamente maturo e l’Oriente del cosiddetto “socialismo finora realizzato” erano arrivati alle colonne d’Ercole del loro quasi ventennale confronto. Per essi, al di là del “disgelo”, doveva necessariamente aprirsi la prospettiva di strade finora solo assai parzialmente esplorate. Gli accordi di Evian (marzo 1962) tra governo francese e Fronte di liberazione algerino e la proclamazione dell’indipendenza del paese nord africano (3 luglio 1962) - che ponevano fine a un sanguinoso scontro durato 12 anni - avevano già avuto pochi mesi prima quasi un valore simbolico: il “nuovo” era possibile.
La primavera di una coesistenza pacifica, capace di preparare la stagione di un “mondo diverso” - più aperto e solidale - era tuttavia destinata invece a sfiorire ben presto. La rapida scomparsa delle figure di riferimento di quegli anni cruciali sancirono quasi fisicamente il fallimento di una inedita ipotesi di rinnovamento.
Non è indulgere al ruolo della personalità nella storia riconoscere che la morte di Giovanni XXIII (3 giugno 1963), l’assassinio di Kennedy a Dallas (22 novembre 1963) e la destituzione di Krusciov (13 ottobre 1964) oscurarono quasi di colpo le prospettive di un “nuovo inizio” nelle relazioni internazionali. Le prospettive di solidarietà e di liberazione, che già erano state prefigurate dalla Carta di San Francisco e dalla “grande alleanza” delle Nazioni Unite contro il nazismo, tornavano a essere - travolte dal ritorno della Machtpolitik - il flatus vocis di poche anime belle.
Mentre riemergevano in primo piano le pregiudiziali di ideologie storicamente consunte, la coesistenza si risolveva in un notarile equilibrio delle forze garantito dalla deterrenza nucleare. “Il morto” - per dirla col vecchio Marx - “tornava ad afferrare il vivo”.
La Chiesa risvegliata dal Concilio ecumenico avrebbe via via smarrito lo straordinario afflato profetico che aveva innervato il pontificato giovanneo ed era culminato - poco prima della morte di Angelo Roncalli - nella storica enciclica Pacem in terris (11 aprile 1963). Il nuovo papa Paolo VI - nonostante sforzi anche generosi - non sarebbe più riuscito a svilupparlo e avrebbe finito per ridurlo alle istanze sostanzialmente metodologiche di un “dialogo” sempre più fine a stesso.
La gelata dell’ortodossia comunista di Suslov e del piatto burocratismo di Breznev toglieva alla strategia sovietica il pur asfittico respiro della “sfida pacifica” tra sistemi diversi e la traduceva nel rigido arroccamento nella propria sfera di influenza. Fu un arroccamento di cui di lì a qualche anno la Cecoslovacchia avrebbe pagato un costo ben caro.
L’America a sua volta perdeva di vista le vaste praterie della “nuova frontiera” di Kennedy. E la promessa della “grande società”, in cui era sintetizzata la politica sociale del suo successore Lyndon Johnson, non impedì a costui di cominciare subito a impantanarsi nelle paludi del Vietnam.
Novità e contraddizioni
della “apertura a sinistra”
Anche nel più modesto scacchiere italiano si è assistito a un analogo processo: un orizzonte che finalmente si dischiudeva e che, tuttavia, ben presto tornava ad appannarsi. Al Congresso della Democrazia cristiana - tenutosi a Napoli dal 27 al 31 gennaio 1962 - il segretario Aldo Moro con una fluviale relazione conduceva il partito di maggioranza relativa ad accettare la prospettiva della cosiddetta “apertura a sinistra”. Già nel febbraio del 1962 si costituiva così un governo Fanfani sorretto dall’appoggio esterno del Partito socialista.
Era una svolta dall’indubbia valenza storica, frutto della maturazione democratica della società italiana e della impetuosa crescita delle sue forze produttive. La radicale riforma della scuola media e la nazionalizzazione dell’industria elettrica - entrambe del 1962 - furono in tal senso primi segnali significativi.
Si innescava insomma una fase che avrebbe richiesto a tutte le forze in campo - di maggioranza come di opposizione - di cogliere i nuovi “segni dei tempi”. Superando i rispettivi ideologismi, - esse erano chiamate ad aprire una stagione in cui una democrazia fattasi sempre più esigente veniva oggettivamente a porre “problemi ignoti ad altre età”.
Le cose però non andarono così. Il Partito comunista - che presto sarebbe stato privato, con la morte di Palmiro Togliatti il 31 agosto 1964, di una leadership duttile e prestigiosa - visse quasi subito la rottura del patto di unità di azione con i socialisti come una sconfitta e non come un’occasione per proseguire sulla via del proprio rinnovamento. L’atteggiamento di dura opposizione verso il centro-sinistra veniva così oggettivamente a indebolire quanti - da Moro a Nenni a La Malfa - già dovevano misurarsi con i dubbi e le resistenze che crescevano all’interno della stessa coalizione di governo.
L’elezione stessa di Antonio Segni (6 maggio 1962) fu il segnale che la “forza propulsiva” dell’apertura ai socialisti si andava attenuando. Leader dei Dorotei, egli venne indicato da Moro alla suprema carica dello Stato nella speranza di condizionare con questa mossa i comportamenti della corrente maggioritaria del partito. Questa era difatti decisamente ostile all’apertura a sinistra.
Al termine di un duro confronto parlamentare con il candidato delle sinistre Giuseppe Saragat, Segni poté essere eletto solo con i voti determinanti della destra missina e monarchica. Il “governo balneare” (giugno-dicembre 1963) di Giovanni Leone - un monocolore di decantazione politica - e il successivo governo di centro-sinistra “organico” presieduto da Aldo Moro (dicembre 1963-luglio 1964) dimostravano che la strategia del centro-sinistra nasceva con non poco piombo nelle ali.
Quelli del biennio Segni risultarono quindi anni fortemente contraddittori, segnati non solo da contrapposizioni forti e dolorose scissioni (come quella del Partito socialista del 12 gennaio 1964 con cui si costituì il Psiup), ma pure da trame (il cosiddetto “Piano Solo”, il ruolo del generale De Lorenzo e dei servizi segreti del Sifar, il minaccioso “tintinnio di sciabole”, l’atteggiamento dello stesso Presidente della Repubblica) sulle quali ancor oggi non si è fatta piena chiarezza. Certo era invece il fatto che l’improvvisa malattia di Segni - il suo conseguente impedimento e infine le sue dimissioni (6 dicembre 1964) - se parvero in qualche modo sciogliere i nodi aggrovigliati della tensione politica (Moro e Nenni riuscirono a costituire un governo destinato a durare dal luglio 1964 fino al febbraio 1996), non risolsero in realtà i problemi di fondo aperti da una operazione politica, che pur aperta con coraggio, era risultata ben presto dimidiata. Se l’antica concordia discors che era stata a fondamento del patto costituzionale e della tenuta della nostra democrazia non veniva certo messa in discussione, cadeva però nel vuoto la speranza di equilibri politici e sociali davvero più avanzati.
Giuseppe Saragat
Presidente della Repubblica
(29 dicembre1964 - 28 dicembre 1971)
1. Il momento storico
Un mondo in fibrillazione
Gli anni del settennato di Giuseppe Saragat coprono una fase particolarmente delicata. Furono infatti anni in cui - per usare un ossimoro - l’instabile equilibrio seguito alle grandi speranze dei primi anni Sessanta, comincia a mostrare crepe sempre più vistose. Si apre, sullo scenario internazionale come su quello italiano, un tempo quasi febbricitante di cambiamenti che investono non solo il modo di produrre e di consumare, ma mettono ormai in aperta discussione antiche visioni del mondo, tradizioni e costumi quasi secolarmente consolidati.
La cifra più caratteristica della seconda metà del decennio, quella che indiscutibilmente vi ha impresso il proprio sigillo, è stata senza dubbio la contestazione giovanile. È un fenomeno diffuso su scala planetaria, che variamente caratterizza soprattutto l’occidente maturo e “opulento”. E tuttavia esso tocca sia pure con forme peculiari - come quelle della “rivoluzione culturale” - anche nazioni emergenti quali la Cina.
“Formidabili quegli anni” è stato detto. E in questa espressione c’è certamente qualcosa di vero. Una data - il 1968 - era destinata non a caso a entrare nel mito, a diventare - quasi come il ’48 ottocentesco - l’antonomasia di un travolgente sommovimento. E in effetti, una volta esauritosi l’impeto esploso in quella pur breve stagione, le società più avanzate (ma non solo esse) apparvero per non pochi aspetti quasi irriconoscibili. Non solo mutarono i rapporti tra le generazioni, ma soprattutto si innescò un processo di secolarizzazione e di laicizzazione profondo nei confronti dell’autorità (ideologica, religiosa o politica che fosse), i cui tratti restano ancora oggi fortemente radicati.
Non a caso, però, abbiamo parlato di febbre. Il ‘68 era in realtà il sintomo di una malattia profondamente insediata nell’anima e nel corpo di una storia per molti aspetti secolare, una malattia che avrebbe richiesto per essere davvero sanata una risposta alta agli inediti problemi aperti in un pianeta sempre più scisso tra rigogliose “società affluenti” e veri e propri mondi immersi nella disperazione senza speranza del sottosviluppo e della fame.
Questa risposta, possiamo oggi ben dirlo, non c’è stata, o c’è stata comunque solo assai parzialmente. Se ripercorriamo quegli anni vediamo difatti che non vennero intaccate le statiche e occhiute relazioni tra i grandi blocchi contrapposti dell’occidente e dell’oriente. Nei “punti alti” dello sviluppo ci si rinserrò nella difesa dei rispettivi orti di competenza (poco importa quanto diversamente privilegiati) e non si riuscì neppure lontanamente a cogliere come il problema - pur chiaramente emergente - del Sud del pianeta e dei “disperati della terra” era destinato a divenire nei decenni a venire il problema per eccellenza, un vero e proprio nodo gordiano. Un nodo che possiamo oggi solo augurarci non venga tagliato con la spada.
Rispetto a quanto siamo venuti osservando, gli eventi che vanno dal 1965 al 1971 appaiono particolarmente sintomatici. Guardiamo alle due grandi potenze del tempo.
Gli Stati Uniti, dopo l’assassinio di Kennedy, puntarono a rinvigorire la propria leadership sull’Occidente prima con la prospettiva della “Grande società” johnsoniana, poi con la sospensione (agosto 1971) della convertibilità del dollaro in oro. Ma la crescente escalation della guerra in Vietnam (dapprima un pantano, poi un’autentica fornace) appannarono il loro ruolo nel mondo, mentre si accentuavano le contraddizioni in patria. A queste pure tuttavia venne data una risposta brutale: l’assassinio di due figure politicamente e socialmente carismatiche - quelle di Martin Luther King e di Robert Kennedy - rivelava che si era ormai del tutto consumata, anche in forza di una strategia di deliberata violenza, l’eredità della “età dell’oro” rooseveltiana.
Solo apparentemente diverso, ma in realtà speculare a quanto avveniva negli USA, è - a veder bene - il caso dell’Unione Sovietica. Anche qui è la scomparsa politica di un leader come Krusciov a innescare un progressivo logoramento del prestigio dell’URSS e del suo ruolo attivo nel mondo. Il nuovo uomo forte, Leonid Breznev interpretava in termini sempre più asfitticamente burocratici l’eredità del predecessore. Nei rapporti col dissenso interno al disgelo seguiva una nuova e sempre meno giustificabile glaciazione. Nell’ambito della sfera di influenza dell’URSS, veniva poi drasticamente represso ogni tentativo di prefigurare un “socialismo dal volto umano”. Fu così nell’agosto del 1968 per la “primavera di Praga” guidata da Dubcek, ma pure per la crisi polacca del dicembre 1970.
Nella sostanza si assisteva a un quadro sostanzialmente congelato delle relazioni internazionali tra i “Due Grandi”, in cui la loro capacità di presa mostrava la corda di una politica diversa sì, ma in entrambi i casi oramai incapace di aprire reali prospettive di sviluppo. Lo stesso “ordine mondiale” cominciava così a essere intaccato.
Non a caso nel mondo del cosiddetto “socialismo realizzato” si andò alla rottura tra Unione Sovietica e Cina. Qui anzi, fra il 1965 e il 1968, si innescava un singolare e drammatico movimento in cui la contestazione giovanile e il revival di una astratta purezza comunista si saldavano nell’esperienza turbolenta, sanguinosa e alla fine abortita della “rivoluzione culturale” maoista.
Non a caso, il Medio Oriente - una “zona grigia” rimasta fuori dagli equilibri raggiunti a Yalta - divenne in rapida successione il teatro di due guerre destinate a pesare non poco anche nei decenni a venire. La “guerra dei sei giorni” del 1967 portò Israele a occupare territori arabi e a riacutizzare il problema palestinese. Pare quasi di trovarci di fronte ai problemi irrisolti di oggi. Una prova ulteriore, ci sembra, di come in quegli anni che paiono ormai così lontani si stessero ponendo le basi di un sempre più difficile futuro.
L’Italia del centro-sinistra
Il boom dell’economia italiana - che tra il 1958 e il 1963 fece parlare di “miracolo economico” - mostrava proprio nel biennio 1963-1964 i primi segnali di crisi. Paradossalmente (ma forse solo in apparenza) il primo governo di centro-sinistra “organico” - vale a dire con la diretta partecipazione dei socialisti alle responsabilità ministeriali - aveva così preso vita sotto la presidenza di Aldo Moro (1963) proprio quando cominciavano a essere avvertiti i morsi di una strisciante recessione. Questa veniva oggettivamente riducendo i margini di quel “compromesso keynesiano” tra ragioni dell’economia e ragioni della democrazia che - negli anni precedenti e specie nell’ultimo quinquennio - aveva sorretto l’impetuoso sviluppo del nostro Pese e ne aveva accompagnato l’esuberante espansione sul terreno dei consumi.
Un partito, che esplicitamente si richiamava alla tradizione del movimento operaio, entrava cioè nella “stanza dei bottoni” in una fase in cui via via si restringevano le opportunità di una strategia riformatrice audace, capace di rispondere alle istanze esigenti di una società che - in una stagione sostanzialmente breve - era mutata nel profondo. Il nostro da paese agricolo era ormai divenuto una potenza industriale; la presa della democrazia andava ormai ben al di là di quella che - prima dell’avvento del fascismo - avevano potuto garantire le élites liberali prima, la “Italietta di Giolitti e di Turati” poi.
La novità del centro-sinistra - in incubazione per quasi un decennio e di cui l’ascesa di Saragat al Quirinale parve per un breve momento l’autorevole sigillo - si determinava insomma (come non di rado è accaduto per altre svolte della storia italiana) con un grave ritardo rispetto alla maturità dei tempi. E questo ritardo avrebbe pesato non poco nel modo in cui le forze politiche - quelle di maggioranza, ma pure quelle di opposizione - riuscirono a vivere un’esperienza che avrebbe dovuto essere, ma non riuscì a esserlo, di forte e incisivo rinnovamento.
È vero, abbiamo visto come nell’anno immediatamente precedente –-nel 1962 - non non fossero mancati alcuni interventi riformatori di indubbio rilievo, come la nazionalizzazione dell’industria elettrica e la istituzione della scuola media unica. Ma l’uno e l’altro - quasi fossero cambiali in sofferenza da scontare in qualche modo - avrebbero poi evidenziato molto presto i limiti precisi causati dall’insufficienza con cui erano stati pensati, programmati e finanziati. La creazione dell’Enel, riuscì pure a portare la luce in zone del Paese “abbandonate dagli uomini e da Dio”. E tuttavia i salati indennizzi concessi alla Edison innescarono una “guerra” sul terreno delle risorse petrolchimiche di cui ancora oggi si pagano i costi. La Media unica, pur nata tra tante speranze e pur avendo democratizzato l’accesso degli adolescenti alla scuola, sarebbe ben presto divenuta l’anello debole di un sistema di istruzione che a distanza di oltre quarant’anni non siamo ancora riusciti a rendere moderno ed efficiente.
Il fatto è che nel ritardo con cui il centro-sinistra giungeva alla direzione del Paese si annidava un duplice limite. Due limiti che avrebbero condotto la nuova formula di governo a vivere una vita difficile, segnata da frequenti crisi di governo e da crescenti predite di consenso elettorale; due limiti che la avrebbero infine condotta a un definitivo esaurimento proprio mentre spirava la presidenza di Giuseppe Saragat.
Il duplice limite ha un solo nome: autosufficienza. Autosufficienza della formula stessa, che riteneva di poter interpretare da sola - chiudendosi rigidamente non solo a destra ma pure a sinistra - il contesto multiforme di un quadro culturale, politico e socio-economico ormai in sensibile travaglio. Autosufficienza del Partito socialista, che nell’illusione di prendersi una storica rivincita sulla scissione comunista del 1921, ritenne di poter dar voce da solo alle domande emergenti dalle grandi masse popolari. Ma, di converso, anche una autosufficienza del PCI che, incapace di metabolizzare la rottura della “unità d’azione” stabilita con i socialisti, alla resa dei conti risolveva la propria strategia in una mera contrapposizione frontale, incapace di vedere quanto di nuovo veniva comunque emergendo nel Paese.
Non deve allora sorprendere se, a fronte di una comune debolezza delle formazioni politiche, di una loro sostanziale “vecchiaia” ideologica e culturale, furono le forze sociali a imporre una rottura degli equilibri consolidati. Abbiamo già visto, nelle sue luci e nelle sue ombre, il senso e il valore della contestazione giovanile del 1968. In Italia essa assunse anzi caratteri di particolare radicalità, sconvolgendo con impeto dirompente un paese che si trovava ancora in mezzo al guado fra tradizione e modernità. In Italia poi, come evento in qualche modo atipico rispetto al quadro internazionale, alla protesta dei giovani si aggiunse quella - ben altrimenti coesa e robusta - delle grandi masse operaie. Il 1969 fu segnato soprattutto dalla loro iniziativa, guidata da una ritrovata unità sindacale. Fu appunto la stagione del cosiddetto “autunno caldo”, in cui le rivendicazioni economiche si coniugavano di fatto con la domanda di un salto di qualità nella direzione politica del Paese e nel suo stesso modo di vivere e di operare.
Le cose, come sappiamo, andarono diversamente. È vero, i lavoratori - i metalmeccanici in primo luogo - ottennero significativi aumenti salariali; l’approvazione dello “Statuto dei lavoratori” (20 maggio 1970) segnò un momento alto nelle relazioni tra le parti sociali, quasi il canto del cigno di un centrosinistra ormai vicino alla sua fine; i sindacati infine rafforzarono la loro autorevolezza sino a sfiorare la tentazione di soluzioni pansindacaliste.
Una vera novità politica e sociale tuttavia non ci fu. Certo pesò molto l’incapacità soggettiva delle formazioni politiche a uscire dai recinti di ideologismi ormai storicamente consumati. Ma pesò pure la riscossa di quanti, a destra come a sinistra, paventavano la costituzione di equilibri più avanzati. La bomba fatta esplodere l’11 dicembre 1969 alla Banca dell’Agricoltura in piazza Fontana segnava, con la sua terribile strage, l’inizio di una “strategia della tensione” la cui trama - non troppo misteriosa per la verità - resta però ancor oggi non del tutto dipanata. La formazione, nel novembre del 1970, della prima Brigata Rossa alla Pirelli di Milano costituiva il prodromo di una “lotta armata” destinata a insanguinare a lungo l’intero paese. Quando Giuseppe Saragat, nel dicembre 1971, lascia il Quirinale, si può ben dire che in Italia si è chiusa la “fase dell’innocenza” apertasi nel 1948 con la Costituzione repubblicana. Gli anni che seguiranno, benché caratterizzati da un robusto processo riformatore, saranno così tra i più duri e laceranti della nostra storia recente.
Entro un anno il lancio dello Sputnik (4 ottobre 1957) avrebbe sancito che l’Unione Sovietica aveva largamente raggiunto la parità nucleare. In Occidente e negli USA in particolare l’evento venne anzi vissuto con grande preoccupazione: mettere in orbita un satellite, significava infatti possedere missili in grado di colpire le città americane con testate atomiche.