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Una moratoria sull'aborto?

LA (POCO) SANTA ALLEANZA DI GIULIANO FERRARA

1. Il direttore di un giornale “indipendente e laico”, nonché ideatore e conduttore di una delle più vivaci trasmissioni televisive di dibattito e approfondimento politico-culturale, all’indomani del bel successo in sede ONU dell’iniziativa italiana di moratoria delle esecuzioni capitali, lancia (con una sorta di “già che ci siamo…”) l’idea di un’analoga moratoria delle interruzioni volontarie di gravidanza: non si tratta forse – ci  chiede dal teleschermo il ceruleo sguardo inquisitorio di Giuliano Ferrara – anche in questo caso di una “condanna a morte”, pronunciata per di più nei confronti non del reo di gravi delitti, riconosciuto tale da un tribunale, ma del più innocente degli esseri umani?

E non si tratta, per di più, di uno tsunami di morte che travolge vittime numerose centinaia, migliaia di volte più di quelle del boia? Che attendiamo, dunque? Basta con le ipocrisie: riconosciamo che l’aborto è un omicidio, che la sua vittima è nostro fratello e che il piccolo Abele merita tutela non minore del sanguinario Caino. E agiamo di conseguenza: promoviamo almeno una moratoria di questa strage degli innocenti.

Le risposte da oltre Tevere non si fanno attendere: una serie di autorevolissimi prelati si associa più o meno convintamente all’iniziativa, fino a che lo stesso papa-teologo, in una pubblica omelia, dà il suo crisma solenne alla nuova crociata.

Sorgono spontanee due domande terra-terra: in che cosa dovrebbe consistere, concretamente, la “moratoria” proposta da Ferrara & C.? E in che modo potrebbe diventare operativa? Sembra che sul primo punto la risposta sia duplice: da un lato (obiettivo massimo) si punterebbe a far inserire nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (da sessant’anni bibbia “valoriale” delle Nazioni Unite) un codicillo che proclami la tutela della vita umana “fin dal concepimento”; dall’altro, in termini più caserecci, si punterebbe ad alcune modifiche della legge italiana tese a limitare il ricorso all’aborto terapeutico e più in generale – sembra di capire – la facoltà di scelta della donna.

Come si è reagito da parte “laica e di sinistra”? Con risposte oscillanti fra due poli: da un lato “la 194 non si tocca!”; dall’altro “parliamone”. Appaiono sostanzialmente assenti, invece, risposte che mirino: a) a sottolineare come la proposta non abbia alcuna parentela con una qualunque sensata definizione di “moratoria”; b) a mettere quindi in evidenza come l’uso improprio di tale parola sia motivato solo dall’intento di istituire un parallelo fra aborto volontario e pena di morte, approfittando dell’eco della moratoria delle esecuzioni approvata dall’Assemblea Generale dell’ONU; c) a fare dei contenuti effettivi della legge 194/78 l’oggetto di una campagna di chiarificazione tale da evidenziare la mera strumentalità della crociata di Ferrara.

2. Proverò a suggerire qualcosa su questi tre terreni.

a.      “Moratoria”, secondo il Grande Dizionario della Lingua Italiana UTET, significa (in senso estensivo rispetto all’accezione originaria di “”sospensione della scadenza delle obbligazioni”, insomma di tregua nel pagamento dei debiti) “differimento, ritardo, procrastinazione, proroga”. In tal senso, quella promossa dall’Italia e approvata dalle Nazioni Unite per la pena di morte merita appieno tale definizione: si tratta infatti non di un’abolizione della pena capitale, ma di una procrastinazione a livello mondiale della sua esecuzione. Quindi, perché l’iniziativa sull’aborto meritasse il nome di “moratoria”, occorrerebbe che essa si concretizzasse in una sospensione dell’esecuzione delle interruzioni volontarie di gravidanza. Ma non è questo che Ferrara propone e che i vertici vaticani appoggiano. La prima risposta da dare a Ferrara e ai suoi paludati seguaci consiste dunque nello smascherare questo trucco verbale e conseguentemente nel non prendere sul serio una proposta che muove da un uso truffaldino della propria stessa denominazione.

b.      Perché questo trucchetto? Dietro questo modo di agire (che, data la riconosciuta intelligenza del direttore del Foglio, la sua padronanza della lingua, la sua esperienza politica e pubblicistica, non può ritenersi inconsapevole) appare lecito riconoscere l’intento – e il tempismo – di approfittare del successo dell’iniziativa italiana all’ONU per rilanciare sulla sua scia un vecchio tema agitato dallo stesso Ferrara. E per sollevare un polverone ideologico centrato sull’equiparazione aborto=omicidio e anzi – più sottilmente – aborto=pena di morte comminata dalla madre snaturata nei confronti dell’innocente concepito e avallata dalla pavida complicità dello Stato. Dietro il pragmatico understatement della “moratoria”, quindi, si rivela un’intenzione al tempo stesso più astratta e più ambiziosa: quella di rimettere in discussione l’intera impostazione culturale che si esprime nella legge del 1978, frutto di una maturazione civile di cui fu motore e protagonista in primo luogo l’impetuoso movimento delle donne degli anni ’70.

c.       Se si scorrono con un minimo di attenzione gli articoli della legge 194/78,è agevole riconoscere in essi, non solo il frutto di una consumata capacità di mediazione fra esigenze diverse, ma anche la sistematizzazione di una serie di acquisizioni di principio e pratiche non derivanti da un mero compromesso. Anzitutto la centralità della decisione della donna (che resta determinante anche in regime di proibizione: solo che in tal caso si esercita clandestinamente);  in secondo luogo l’esigenza che la donna non sia lasciata sola in una circostanza drammatica come quella di scegliere fra prosecuzione della gravidanza e sua interruzione, comunque motivata; in terzo luogo – ma decisivamente – la finalità primaria di combattere la clandestinità dell’aborto e la speculazione su di esso. Il tutto sullo sfondo di una decisa opzione per la vita e la sua tutela, per il sostegno alla maternità e alla procreazione consapevole. In base a tali constatazioni la proposta di Ferrara rivela la sua sostanziale inconsistenza e povertà di contenuti: sarebbe infatti sufficiente citare i primi due capoversi dell’art. 1 della legge (“Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L'interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite”) per evidenziare come i principî che Ferrara agita contro di essa sono proprio quelli stessi che la legge pone solennemente a proprio fondamento. E che insomma, se proprio Ferrara ci tenesse a riformare la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti  dell’Uomo, gli sarebbe sufficiente proporre che queste ultime facessero proprio l’incipit della legge italiana.

 

3. Una volta appurata l’inconsistenza della proposta di Ferrara sul piano dei contenuti specifici, resta però da valutarne meglio il significato sul terreno politico. E da adeguare i comportamenti alla necessità di svelenirne la portata, in verità tutt’altro che trascurabile. Qual è insomma quel significato? Secondo ogni verosimiglianza, gli scopi perseguiti da Ferrara sono due, fra loro strettamente collegati. Da un lato, egli si propone come prima “spalla” laica della controffensiva clericale sul piano dell’egemonia culturale e sociale, oggi facilmente individuabile come intento delle gerarchie ecclesiastiche e vaticane, a partire dal Romano Pontefice. Dall’altro egli intende dare il proprio visibile e non irrilevante contributo al processo di arretramento della condizione sociale e civile della donna, delle sue conquiste in materia di autodeterminazione come condizione per una parità sostanziale con l’uomo, che nella normativa in materia di aborto ha trovato uno dei suoi capisaldi sul piano legislativo. Poiché, a ben vedere, l’una e l’altra cosa (la riaffermazione di un’egemonia clericale e il ricacciare indietro le donne) sono due componenti di una medesima strategia, a buon diritto riconducibile alla qualifica di “reazionaria” (nel senso – si parva licet – di Joseph de Maistre, che avrebbe voluto cancellare la Rivoluzione Francese e tornare a prima del 1789).

Ecco allora risuonare la sempiterna domanda: che fare? All’opera di demolizione sarebbe opportuno affiancare un’iniziativa di respiro adeguato, capace cioè di riprendere sul serio e in positivo le tematiche agitate strumentalmente dal Savonarola televisivo, in continuità con l’ispirazione della legge del 1978. Un’idea potrebbe essere quella di indire per il trentesimo anniversario dell’entrata in vigore della legge 194 (maggio 1978) un convegno nazionale che riprenda la discussione pubblica sui principi e le conquiste espressi in quel testo legislativo, in aperto confronto con le corrispondenti legislazioni degli altri paesi dell’Unione Europea; sui risultati ottenuti in termini di riduzione del ricorso all’aborto; sui limiti applicativi finora riscontrati; sulle iniziative necessarie per avviare a superamento tali limiti.

Potrebbe essere un’occasione importante per una più adeguata divulgazione dei contenuti della legge, specie fra le giovani generazioni e fra le donne immigrate; per rilanciare il dibattito, di là dalle barriere ideologiche e dalle strumentalità di potere, su temi di grande rilievo culturale e politico-sociale; per un contributo tutt’altro che secondario alla formazione di una coscienza condivisa delle forze di progresso, in primo luogo di quelle impegnate nella formazione del Partito Democratico. E – perché no? – sul piano storico per l’avvio di una doverosa considerazione degli anni ’70 non più solo come gli esecrabili “anni di piombo”, ma anche e in primo luogo come la grande stagione di riforme civili e sociali che essi furono. 

 

P.S.

Anche il papa, qualche volta, dovrebbe stare attento a non commettere passi falsi. Specialmente nel dare avallo alle iniziative di “laici devoti” troppo zelanti per essere ritenuti in buona fede. Potrebbe capitargli di doversi correggere. E sarebbe già la terza volta in poco più di un biennio di pontificato, dopo la gaffe antimaomettana di Ratisbona e l’attacco agli amministratori romani che hanno osato tagliare i fondi al Policlinico Gemelli: un po’ troppo, per una cattedra che ambisce all’infallibilità.

O no?

                                                                         Stefano Sacconi

Gennaio 2008                                                                

                                                                              





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