Cerca
  Porto
    Oggi
    Giornale di bordo
    Il Punto
    Glocal
    Dicono
    Otium
    Serbatoio
    Mappa
    Bottiglie
 


Links 
www.popica.org/d...
 
www.aduc.it
 
www.redattoresoc...
 
www.noidonne.org...
 
www.lavoce.info/...
 
www.quadrantefut...
 
www.luzzatti.it
 
www.cooperazione...
 
www.cslegacoop.c...
 
www.ica.coop/al-...
 


Home » Giornale di bordo » LA PIOVRA SOTTO IL TAPPETO »
LA PIOVRA SOTTO IL TAPPETO

C’è della polvere sotto il tappeto dei partiti che si candidano a guidare il Paese: un bel mucchio di polvere in forma di piovra. I programmi elettorali, si sa, non vanno presi mai troppo sul serio, siano essi lunghi come romanzi dell’Ottocento o stringati come poesie ermetiche. Varcata la soglia della nuova legislatura, si stempereranno nella routine quotidiana dell’arte di governo, nella conciliazione degli interessi diversi che convivono all’interno degli schieramenti, nella tirannia dalla congiuntura.

Quel che va invece preso molto sul serio è ciò che in essi non c’è: i problemi omessi o cui è dedicata un’attenzione troppo blanda. Questo è sicuramente il caso, oggi, del problema “mafia”. Mi sono preso la briga di leggere i programmi di tre formazioni politiche scelte fra quelle non insignificanti: i due partiti maggiori (Partito Democratico e Popolo della Libertà) e il raggruppamento guidato da Fausto Bertinotti (La Sinistra – L’Arcobaleno). L’obiettivo era quello di vedere cosa dicono queste formazioni politiche in materia di mafia. Risultato: non dicono nulla.

Beninteso: questo “nulla” si declina in termini diversi nei tre casi. Va preso senz’altro in termini letterali nel caso del neo-partito di Silvio Berlusconi: qui, per quanto uno spulci il suo programma, di qualcosa che possa definirsi “mafia” non trova traccia. Come per certi vescovi palermitani d’un tempo, così per il Cavaliere e il suo “Popolo”, semplicemente, la mafia non esiste: è un’invenzione dei maligni che vogliono calunniare chi fu capace una volta di assicurarsi 61 collegi sui 61 in cui è divisa la Sicilia, ovvero chi, ad Arcore, soleva importare gli stallieri direttamente dall’isola del sole.

Le cose, in effetti, stanno diversamente per quanto riguarda il raggruppamento alla sinistra del PD. Qui la lotta alla mafia occupa l’ultima parte dell’ultimo paragrafo dell’ultimo capitolo del programma. Come dire? Una collocazione non proprio di primario rilievo. In compenso, la sua trattazione impegna un buon numero di righe: 21, per la precisione. Vi si parla di “priorità” programmatica e di “forte discontinuità soprattutto nelle regioni del sud”. Vi si avanza una serie di proposte volte a rafforzare il contrasto delle attività mafiose soprattutto sul piano economico; di miglioria e razionalizzazione degli istituti preposti a tale contrasto; di estensione delle misure anche “ai delitti contro la pubblica amministrazione”.

Ottimi propositi, idee non campate per aria. Supportate, inoltre, dal presidente della commissione antimafia Antonio Forgione, capolista bertinottiano in Calabria, il quale conclude così una sua intervista al quotidiano on line Rosso di Sera del 14 marzo: “Bisogna impegnarsi fortemente per un’antimafia sociale che non si limiti al solo binomio azione giudiziaria-condanna penale, ma che costruisca una logica di rinnovamento della politica nella sua azione di lotta al fenomeno mafioso”.  Soffiando via la quel tanto di nebbia ideologica che rende poco chiara l’espressione “antimafia sociale”, sembra di capire che in Forgione e nella sua parte politica vi sia una certa consapevolezza che l’azione di contrasto del potere mafioso non può limitarsi alla superficie giudiziaria e poliziesca, ma deve stroncare le radici sociali della questione. Resta tuttavia l’impressione che il programma di Bertinotti non riesca a cogliere il nucleo decisivo del problema.

Decisamente più magro, poi, il bottino di chi scandagli, sempre in materia di mafia, il programma del Partito Democratico: 7 sono le righe di cui si sostanzia il paragrafo 5 del 3° capitolo, dedicato a “Cittadini e imprese più sicure”. Il paragrafo pone al centro “un approccio operativo orientato all’aggressione degli affari e dei patrimoni mafiosi”, aggressione da attuarsi dotando la Direzione Investigativa Antimafia di “nuovi e più incisivi poteri in materia di vigilanza sugli appalti pubblici”. Si tratterà poi di specializzare meglio questure e uffici giudiziari in materia di “sequestro e confisca dei beni mafiosi”. Tutto qui.

Ciò rilevato, regge ancora l’affermazione perentoria, usata più sopra, che i tre programmi, in materia di mafia, non dicono nulla? Non letteralmente, com’è chiaro: vi è chi non dice proprio nulla, chi dice decisamente poco, chi pochino. Ma regge perfettamente, quell’espressione, se si ha la sincerità e il coraggio di vedere nella mafia quello che essa è davvero: e cioè un’espressione di sovranità alternativa a quella dello Stato e con essa intrinsecamente conflittuale. Perché se si prende atto di tale realtà, quindi del conflitto di sovranità da cui è affetta tanta parte del Paese, allora non si può più parlare di mafia nei termini comunemente usati, e ridicolmente riduttivi, di un semplice fenomeno di “criminalità organizzata”: quasi si trattasse della banda Vallanzasca a Milano, di quella della Magliana a Roma o di un’altra qualunque organizzazione della “mala”.

Ché anzi l’uso stesso dell’espressione “criminalità organizzata” invece che “mafia” o “mafie” può essere ben preso come cartina di tornasole per saggiare l’adeguatezza del discorso in materia. Donde, di là dall’estensione grottescamente esigua del paragrafo relativo e il suo pudico incistamento all’interno di un capitolo in cui si parla sostanzialmente d’altro (sicurezza per cittadini e imprese), e più esattamente nel sottocapitolo dedicato a “più agenti in divisa per strada, più tecnologia in città”, è già il semplice parlare di “criminalità organizzata”, anche di là dalla povertà delle proposte, a rendere penosamente inadeguato il discorso del PD in materia.

Non può stupire che il tema, accuratamente evitato (o comunque mistificato) dalle principali forze politiche, possa essere sollevato strumentalmente da personaggi insignificanti ma a caccia di una visibilità purchessia. Come quel tal Fiore, candidato alla Presidenza del Consiglio (!) da un partitino di quelli che non hanno pudore a dichiararsi fascisti, il quale, ospite del salotto di Bruno Vespa, ha denunciato la soggezione alla mafia di intere regioni italiane: proponendo di commissariarne tre, affidandone la gestione direttamente alle forze armate. Soluzione, come dire, alquanto brusca, ma certo memore dei successi di quel rude prefetto Mori che il duce spedì a domare l’idra mafiosa. Proposta, comunque, perfettamente in linea con l’ideologia impudicamente professata dal suo autore. 

Forse non ci si rende conto che offrire a un siffatto figuro la ghiotta occasione di essere l’unico a parlare della mafia in termini sostanzialmente propri è di per sé un segnale allarmante circa il livello di consapevolezza che le forze politiche hanno del problema. E tra di esse, fatto davvero grave, le forze che si propongono di riformare il Paese in senso democratico. Una deficienza cui non può certo far da alibi la farneticante “strategia” tratteggiata dal neo-aspirante duce. Perché il problema è che, rispetto a tale tragicomica caricatura dell’“Uomo della Provvidenza”, le forze democratiche si dimostrano incapaci di qualsivoglia proposta alternativa che sia in qualsiasi misura all’altezza del problema. E non potranno mai esserne in grado se per prima cosa non smetteranno di credere (o fingere di credere) di avere a che fare semplicemente con una qualsivoglia “criminalità organizzata”.

Se così fosse, in effetti, non si dovrebbe far altro che compiacersi dei risultati ottenuti sul piano poliziesco e giudiziario, per cui decine di boss mafiosi sono rinchiusi nella patrie galere, condannati all’ergastolo e soggetti al drastico regime dell’art. 41 bis. Se così fosse, in altre parole, il problema sarebbe davvero in via di soluzione: pur essendo tale soluzione costata, negli ultimi decenni, il sacrificio di un numero di vittime – spesso veri e propri eroi del dovere – degno quasi di una guerra civile. E invece la soluzione, per chi abbia occhi per vedere, ha tuttora la stessa consistenza dei miraggi nel deserto che, quando ti sembra di averli ormai a portata di mano, si dileguano.

Che cosa significa che la mafia, nelle regioni d’origine, è espressione di una vera e propria sovranità alternativa a quella dello Stato? Significa, né più né meno, che in quelle regioni non lo Stato governa, ma la mafia nelle sue diverse incarnazioni. Che i rappresentanti dello Stato operano in condizioni analoghe a quelle di una potenza occupante. E che, poiché le soluzioni alla Fiore non sono né democraticamente compatibili né realistiche, si tratta di un occupante pressoché inerme: costretto a pagare al quasi-monopolio della forza di cui gode in loco il “governo reale” un prezzo del tipo di quello che gli USA non vollero pagare a suo tempo ai “signori della guerra” somali, preferendo (essi tutt’altro che inermi) l’onta di una fuga ingloriosa.

Il fatto è che affrontare sul serio il potere mafioso richiede due operazioni preliminari: tutt’altro che semplice la prima, tutt’altro che indolore la seconda. Richiede, in primo luogo, di analizzare e comprendere a fondo quali siano le radici del potere mafioso, della sua capacità di governare intere porzioni del territorio e della società del nostro Paese. E richiede, in secondo luogo, di prendere atto che nessuno, tranne forse coloro che giorno per giorno rischiano la vita in una guerra impari e senza sbocco, può chiamarsi fuori e dichiararsi innocente: non l’establishment sociale delle zone di mafia, non le forze sociali organizzate, non le istituzioni pubbliche, non i partiti. Tutti i partiti, nessuno escluso: direttamente o indirettamente, per collusione consapevole e interessata, per colpevole inerzia, per semplice inettitudine a indicare strade alternative e vincenti, nessuna forza politica è estranea alle cause di un disastro democratico e civile che fa del nostro Paese un caso unico nell’Europa occidentale, assimilandolo piuttosto, in misura allarmante, alla Somalia, al Kosovo, all’Afghanistan, dove di fatto non lo Stato governa, ma bande di guerriglieri, trafficanti, banditi da strada.

Queste due operazioni sono necessarie per poter avviare quella strategia radicalmente innovatrice che la guerra antimafia richiede per poterne anche soltanto ipotizzare un esito vittorioso: una strategia che finalmente affronti il fenomeno alle radici, nelle sue cause e non solo nelle sue conseguenze; una strategia che sappia coinvolgere, com’è necessario, tutte le energie del Paese nel sostegno a quella guerra dal carattere in qualche modo risorgimentale (o resistenziale). E che faccia della guerra alla mafia uno dei momenti decisivi di una politica di profondo rinnovamento dell’intero Paese (vedi in proposito, in questo sito i “suggerimenti” contenuti nell’articolo dedicato alla “partita a scacchi con la piovra” e intitolato: “La Repubblica muove e vince in tre mosse”).

Tendo a esagerate alquanto la portata del problema? Chi lo pensa dovrebbe rispondere su almeno due punti. Primo. La presa della mafia (la sua pervasività sociale ed economica, che è premessa della sua capacità di “governo”) va ormai estendendosi, territorialmente, ben oltre le regioni d’origine. Non solo, ad esempio, il basso Lazio è ampiamente infiltrato dalla camorra e il Materano, che fino a poco fa ne era sostanzialmente immune come il resto della Basilicata, registra il radicarsi di fenomeni mafiosi. Non solo le cronache registrano la florida stagione di organizzazione-leader dei traffici illegali a livello mondiale acquistato ormai dalla ‘ndrangheta calabrese. Ma si verificano fatti preoccupanti – e illuminanti – anche in aree del Paese molto lontane dal Mezzogiorno: come quell’attentato subito mesi or sono, in Piemonte, da una cooperativa promossa dall’associazione Libera di don Ciotti per la gestione di terre sequestrate alla mafia. In Piemonte, non a Locri.

Secondo punto. L’assenza del problema-mafia dai programmi dei partiti è stata notata dal più accreditato politologo italiano in un editoriale del Corriere della Sera (14 marzo)[1]. Il prof. Sartori (è lui l’editorialista citato) ricordava come la mafia sia oggi, nel suo complesso, di gran lunga la maggiore impresa italiana. Mettendone in rilievo il potente contributo, in quanto impresa illegale e quindi clandestina, all’evasione fiscale e al deficit cronico dell’Erario. Quel che mancava però di mettere in luce è il fatto che si tratta di una mega-impresa a carattere radicalmente parassitario: drena risorse produttive (il lavoro meridionale prima fra tutte) senza reimmeterle nel sistema, ma disperdendole nella dissipazione dei boss e della loro sterminata, più o meno forzata clientela. Cosicché è proprio la ciclopica “impresa” mafiosa a dare il contributo forse più massiccio a quell’affanno in cui versa perennemente la nostra economia, che pure presenta tanti elementi di dinamismo e tanti punti d’eccellenza.

Due buoni motivi – quello ricordato dal prof. Sartori e questo or ora menzionato – per fare della guerra alla mafia uno dei punti-chiave di qualunque progetto di rinnovamento e rilancio nazionale: se non bastasse, a motivare una tale scelta, la vergogna senza nome che la servitù mafiosa getta sull’Italia di fronte all’Europa e al mondo. E di fronte a coloro che vorrebbero essere orgogliosi di essere italiani. A partire dai cittadini del nostro Mezzogiorno.

                                                      Stefano Sacconi

Roma, 16 marzo 2008                                      



[1] Nella stessa pagina lo scrittore napoletano Roberto Saviano, autore del bestseller “Gomorra” a causa del quale è costretto a vivere sotto scorta come Salman Rushdie, dichiarava di aver rifiutato per lo stesso motivo candidature parlamentari propostegli da più parti.





Richiedi informazioni Invia la pagina Stampa la pagina

Mare Aperto di Stefano Sacconi   

- Roma
E-mail: mail@mareaperto.net
Realizzazione web by euchia