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DOPO LO TSUNAMI

Una "lunga nuotata" nel cuore del Paese

“Nel cuore del Paese, da Milano a Palermo, si è aperto un enorme spazio vuoto: di politica certo, ma prima ancora di autoidentificazione culturale. Bisogna tuffarcisi dentro e nuotare. Nuotare molto”. Così Aldo Schiavone conclude il suo commento – denso e profondo come gli è consueto – al risultato del voto politico, pubblicato sulla Repubblica di sabato 19 aprile. Il vuoto di cui parla Schiavone consiste in sostanza in “uno slittamento del più recente passato italiano – diciamo di tutto il nostro drammatico Novecento – dal piano caldo e attivo della memoria collettiva e socialmente produttiva a quello più freddo e lontano della storia”. Tutte le grandi narrazioni, tutti i miti fondativi del nostro discorso e del nostro agire collettivo come nazione nel corso di un secolo[1] stanno “uscendo dalla testa del Paese come principio attivo, come cifra culturale ed elemento aggregante in grado di stabilire legami e di orientare comportamenti, come memoria normativa capace di imporre modi e contenuti del discorso pubblico”. Si tratta ormai, dice Schiavone, di “un’eredità che non è più capace di parlarci in modo diretto e indiscutibile – come la memoria – ma che per continuare ad avere senso ha bisogno di essere interpretata, trascritta in nuovi concetti, simboli e metafore”[2].

Walter Veltroni e il PD, in questo contesto, possono legittimamente proclamare la riuscita del loro tentativo di un radicale rinnovamento del panorama politico nazionale; ma devono anche constatare il fallimento della loro sfida per il governo del Paese[3]: dal nuovo assetto traggono oggi beneficio – e in misura superiore al passato – i loro avversari. Alla nuova formazione politica e all’ex sindaco di Roma non resta dunque altro, se non affrontare – col mesto vantaggio dell’assenza di responsabilità di governo a livello nazionale – la lunga nuotata preconizzata dallo storico napoletano. Queste note vogliono essere un incoraggiamento e un contributo, per quanto modesto, a definirne un possibile, fruttuoso percorso.

1.      Il PD non ha più “nemici (o concorrenti) a sinistra”. Gli è bastato smettere di aver paura di averne per vederli scomparire dal panorama parlamentare: la loro consistenza, in questi anni, si fondava dunque essenzialmente sull’involontario “soccorso rosso” delle forze riformiste poi confluite nel PD. Tuttavia, salutare tale evento con un sospiro di liberazione sarebbe pernicioso. Sul nuovo partito incombe invece il compito non facile, lontano com’è lo stesso PD dalla vecchia nomenclatura politica della sinistra, di dare rappresentanza e sbocco a livello nazionale alle istanze sociali e culturali che fino a ieri avevano trovato in tale nomenclatura partitica una qualche, pur da tempo sterile, espressione. Rifiutare di farsene carico vorrebbe dire intendere la propria novità come assoluta, svincolata da qualunque debito e qualunque legame col proprio passato. Vorrebbe dire pretendere di fare come il barone di Münchhausen, che sollevava se stesso tirandosi su per i capelli. Nell’assumere quel compito gravoso, però, i Democratici dovrebbero avere ben presente che la dimensione in cui il suo assolvimento deve collocarsi non è – per usare l’efficace linguaggio di Schiavone – quella di una memoria ancora viva e operante, bensì quella più distaccata e fredda della storia. E’ la pacificata “lezione” del socialismo italiano, e soprattutto del comunismo che ne fu la più genuina incarnazione nel nostro Paese tra il 1944 e il 1989, che deve essere tratta da quelle passate, irripetibili esperienze.

2.      E’ necessario che si tengano distinte, pur senza smarrirne il reciproco, intimo legame, le due dimensioni della ricerca da compiere e dell’iniziativa da promuovere. Da un lato la dimensione più propriamente politica, legata all’oggi e alle sue esigenze di carattere operativo: un campo, questo, il cui principale punto di riferimento non può essere se non quello determinato dall’avversario uscito vittorioso dal confronto elettorale e quindi destinato, almeno per una legislatura, a dominare il terreno di gioco. Dall’altro lato vi è viceversa la dimensione più di fondo, di lungo e lunghissimo periodo: quella dell’elaborazione culturale e identitaria, insomma della ricostruzione di un humus che colmi il vuoto della nostra epoca e da cui domani una politica di innovazione possa trarre efficace e duraturo alimento.

a.       Sul primo dei due terreni, come già accennato, l’avversario, avendo vinto le elezioni e tenendo dunque nelle proprie mani i fili del governo nazionale, gioca – per così dire – in casa. Sarà dunque particolarmente importante fare attenzione a non cadere nella sua rete, a non favorire i suoi disegni di potere: i quali, secondo un’opinione diffusa e tutto sommato plausibile, comprendono il progetto di un approdo finale al Quirinale dell’ormai lunga carriera politica di Berlusconi. Anche in considerazione di ciò occorre che si sia prudenti soprattutto sul terreno – inevitabilmente bipartisan – delle necessarie riforme istituzionali. E’ sicuramente interesse del PD che tali riforme si facciano, e che si facciano insieme. Tuttavia, nel mantenere aperto, dall’opposizione, il canale dei contatti necessari perché il processo riformatore si avvii e proceda efficacemente, sarà necessario evitare ogni fretta e ogni corriva presunzione (stile “Bicamerale” degli anni ’90) di poter padroneggiare agevolmente il dialogo con il principale avversario e determinarne senz’altro il risultato. Sarò opportuno, piuttosto, calibrare opportunamente l’interlocuzione sia con le posizioni “terze”, sia soprattutto con le componenti governative (come la Lega Nord) capaci di assorbire parte delle spinte popolari prive ormai di rappresentanza a sinistra e comunque portatrici di istanze (come il federalismo finanziario[4]) senz’altro condivisibili malgrado la poco accettabile formulazione bossiana. Nei confronti, viceversa, del Cavaliere e della sua corte più stretta sarà bene mantenere ben evidente la posizione nettamente alternativa di chiunque voglia credibilmente proporsi come forza riformatrice del XXI secolo: è la sua figura, con la cultura e la prospettiva politica che in essa si riassumono, a riempire il vuoto apertosi nella nostra epoca. E’ dunque necessario evidenziarne con coerente tenacia la scarsa consistenza culturale, quindi la possibile transitorietà, se non se ne vuole rimanere prigionieri. Tenendo conto per di più che, alla fin fine, le principali riforme da mettere in campo postulano comunque, come conseguenza a breve termine, un nuovo ricorso alle urne, dunque una potenziale riapertura dei giochi anche sul terreno del governo.

b.      Sul secondo terreno, quello della cultura e dell’identità, occorre innanzi tutto tener conto del fatto che l’avversario gioca sì, anche qui, “in casa”, ma solo se ci si ferma alla superficie delle cose. Il suo vantaggio consiste infatti nell’essere interprete e al tempo stesso promotore di un sentire diffuso: quello che fa da sottofondo individualistico, carrieristico, passivamente mediatico, al regime berlusconiano[5].  Il suo punto di debolezza, però, consiste nel fatto che ciò che egli offre per riempire il vuoto della nostra epoca non è una reale elaborazione nuova, ma un centone di luoghi comuni e giochi di prestigio: una paccottiglia che solo la mancanza di un’alternativa credibile, di un qualche avvio di riempimento serio di quel vuoto, può far apparire come una soluzione. Qui peraltro, ancor più che nella dimensione immediatamente politica, la fretta – causa inevitabile di superficialità – sarebbe cattiva consigliera: porterebbe facilmente a imitare le proposte dell’avversario, scambiando i suoi speciosi palliativi per rimedi veri e duraturi. Già nell’opera di costruzione del partito nuovo tale rischio può facilmente manifestarsi. E’ il caso, per esempio, dell’ipotesi – ventilata da qualcuno, anche autorevole – di un “partito del Nord” ricalcato sul localismo della Lega: ipotesi che non tiene conto del fatto che inseguire il movimento di Bossi sul suo terreno richiederebbe di disporre in partenza di una rete organizzativa e di una capacità di motivazione/mobilitazione dei militanti non inferiore a quella del vecchio PCI: mentre è proprio – fra l’altro – l’esaurirsi di quel tipo di partito di sinistra che ha lasciato libero campo alla presa di massa della Lega. E semmai si tratta proprio di trovare le vie per ricostruire una capacità di motivazione/mobilitazione: obiettivo per il quale non una velleitaria simil-Lega “di sinistra” può essere adatta, ma può esserlo piuttosto una struttura federativa, fortemente autonomista, “a rete” del partito, da costruire e radicare mobilitando le più vaste e capillari energie disponibili in sede locale e a livello sociale, ma oggi lontane dal muoversi spontaneamente sul terreno politico. Senza considerare, infine, che un “partito del Nord” presupporrebbe un analogo “partito del Centro-Sud”: qualcosa di simile, insomma, al movimento siciliano di Lombardo. Un’ipotesi plausibile? Politicamente utile? Culturalmente costruttiva? Valida per avvicinare l’obiettivo di generare un’identità vitale?[6]

3.      Al tema della cultura e dell’identità, quasi a far da ponte fra tale tema e quello dell’agire propriamente politico, si lega poi l’impegno progettuale: quello cioè di costruire una proiezione – ragionata ma insieme capace di esprimere una passione che possa essere ampiamente condivisa – dell’identità  del partito in costruzione verso l’esigenza di profondo rinnovamento che il Paese avverte. Un impegno da tradurre via via in proposte operative sui grandi temi e in programmi di governo ai diversi livelli, che traccino nel loro insieme il  “nuovo patto” che il partito deve offrire alla società italiana. Un “patto” capace di dare vita e sostanza allo strumento del “governo ombra” proposto da Veltroni, destinato altrimenti al mesto e inutile destino di “cimitero degli elefanti” per un ceto politico irrimediabilmente invecchiato[7]. E che invece dovrebbe – e potrebbe – essere in grado di mobilitare le migliori energie intellettuali, progettuali, propositive della nazione, che troverebbero nel PD il punto di riferimento, lo stimolo positivo, la valorizzazione non narcisistica, la cui mancanza provoca oggi quei fenomeni di distacco, di chiusura, di scettica sfiducia, di disimpegno, che sono in esse, oggi, diffusamente avvertibili.

4.      La  “lunga nuotata” nel cuore del Paese, che il Partito Democratico deve ora affrontare, non può infine eludere l’impegno di indicare all’Italia la via per un rilancio alto ed efficace della sua presenza come nazione in Europa e nel mondo. Questo dovrà essere il principale risultato – quindi fin d’ora, idealmente, la stella polare – dell’impresa ardua ma indispensabile che sta di fronte al partito. Un obiettivo che è stato già proprio, soprattutto attraverso l’iniziativa del suo ministro degli Esteri Massimo D’Alema, della breve stagione del secondo governo Prodi: con risultati da non sottovalutare, e da più parti riconosciuti. Ma un obiettivo che la vittoria della destra in queste elezioni impone di riprendere e rilanciare mediante un coraggioso, ulteriore sforzo di elaborazione e di proposta. Due saranno infatti, presumibilmente, i caratteri dell’impostazione di politica estera delle forze cui l’elettorato ha affidato la guida del Paese in questa malinconica primavera: sul terreno economico, una sostanziale chiusura autarchica, ostile all’Europa e all’internazionalizzazione (e qui le raffinate analisi di un Tremonti sono destinate a sposarsi con i rigurgiti xenofobi incarnati dal leghismo); sul piano più propriamente politico, un neo-nazionalismo provinciale e sostanzialmente incapace di leggere i “segni dei tempi” (o che li legge restando succube del terrore che incute a tutti i conservatori l’ondata di novità sconvolgenti – gravida di rischi ma anche di inedite opportunità – che sta mutando vorticosamente il panorama del pianeta Terra). Indirizzi, questi, palesemente velleitari e non privi a loro volta di potenziali pericoli: pericoli per l’avvenire del nostro Paese, e non solo. Ma la cui sostanziale inconsistenza troverà – si può ben prevederlo – nelle furbate del mago di Arcore le stampelle necessarie per darsi un’effimera credibilità: fra ponti sullo Stretto, cordate italiche capaci di rianimare il cadavere di Alitalia, sgangherati avanspettacoli offerti all’“amico Vladimir” a villa Certosa, si può immaginare che l’attempato pifferaio di Hamelin, giunto ancora una volta a Palazzo Chigi, troverà il modo per tirare avanti qualche anno, in attesa dell’agognato approdo al Colle. E’ più che mai necessario, dunque, che all’Italia si prospetti un avvenire diverso, in cui si esprimano le sue energie migliori, si riscatti la sua dignità di nazione più volte fondatrice d’Europa, si affermino a livello adeguato il suo ruolo fra i popoli vecchi e nuovi protagonisti del XXI secolo. Un ruolo in cui si attui e si faccia universalmente riconoscere la sua utilità per l’avvenire mondo. In che direzione dovrà attuarsi un tale rilancio? A me pare evidente che, messa definitivamente da parte (non solo per l’Italia, ma anche per l’Europa) qualunque ipotesi di rivalsa in termini di potenza, il terreno su cui l’iniziativa italiana – anzitutto come stimolo e motore dell’iniziativa europea – può fruttuosamente esercitarsi è individuabile nella lungimirante e tenace costruzione di un alveo istituzionale entro cui possa trovare adeguata espressione e canalizzazione il nuovo assetto dei rapporti mondiali che in questo inizio di secolo, disordinatamente, viene delineandosi. In estrema sintesi, l’impegno di un’Italia che sul serio, e non velleitariamente, voglia “contare” dovrà essere quello di farsi promotrice, anzitutto attraverso la costruzione di un’effettiva “personalità politica” dell’Europa, di un nuovo assetto delle istituzioni internazionali: il terzo, dopo quello fallimentare della Società delle Nazioni e quello, ormai da tempo esaurito dopo il completamento del processo di decolonizzazione, dell’Organizzazione delle Nazioni Unite[8]. Un  assetto radicalmente rinnovato, così da renderlo capace di attribuire ruolo e peso adeguati a ciascuna delle soggettività nazionali, economiche, sociali, culturali, da cui il panorama del nostro secolo è animato.

La tornata elettorale dell’aprile 2008 si è svolta in sostanziale coincidenza con l’esposizione pubblica della salma di padre Pio da Pietralcina, appositamente riesumata. Il corpo del frate, dicono le cronache, risultava sostanzialmente intatto e non emetteva alcun odore (a quarant’anni dalla morte!…), come hanno affermato, compunti ed esaltati a un tempo, il vescovo locale e altri ecclesiastici presenti al macabro evento. In attesa che papa Benedetto XVI si decida ad accettare l’invito a visitare la santa, ingombrante reliquia, il volto del popolare taumaturgo è stato ricoperto con una maschera di silicone accuratamente confezionata, così da non mostrare alla sterminata folla di fedeli, accorsa da ogni parte d’Italia e anche dall’estero, la prova sgradevole di una conservazione forse miracolosa, ma purtuttavia ampiamente incompleta.

La coincidenza dei due fatti – il rinnovo del Parlamento e quello della devozione al celebre cappuccino – sembra avere una forte pregnanza simbolica. Anche l’elettorato italiano, come la moltitudine dei pellegrini accorsi allo spettacolo del frate disseppellito, sembra aver voluto godere ancora una volta della vista di un volto siliconato sotto il quale si intuisce un processo di disfacimento che nessun miracolo – e nessuna credulità popolare – potrà mai arrestare.

Contrariamente a quel che avviene nella chiesa monumentale di San Giovanni Rotondo progettata da un illustre architetto, il rito elettorale non concerne solo una parte del popolo, animata da una fede degna di rispetto anche da parte di chi non la condivide né realmente la comprende. Riguarda invece la totalità dei cittadini: quelli che hanno riportato il guitto imbellettato a capo del Governo e quelli che mai avrebbero voluto assistere a un simile ritorno.

Spetta ora a questi ultimi, e in primo luogo a chi vuole interpretarne il sentire e le aspirazioni, evitare che la decomposizione che si intuisce dietro quella maschera investa in  toto e in modo irreversibile l’intero corpo della società italiana. Per scongiurare questa eventualità, tutt’altro che remota, essi dovranno superare rapidamente la condizione luttuosa in cui, com’è comprensibile, la pesante sconfitta li ha gettati, dismettere l’abito – conservatore e passatista – di chi guarda dall’alto la sconsideratezza di un popolo incline al masochismo elettorale, intraprendere con coraggio, lungimiranza e tenacia il lungo viaggio che li attende e che essi devono percorrere fino in fondo nell’interesse proprio e dell’intero Paese.

                                                                                 Stefano Sacconi

   Roma, 1° maggio 2008

 



[1] L’autore fa in proposito una enumerazione ben più ampia e precisa dell’espressione sintetica da me usata nel testo: “Il socialismo, il fascismo, il comunismo, il ravvivamento ininterrotto della Resistenza quale momento fondante della comunità, la lotta di classe come motore insostituibile di emancipazione universale; e poi anche un’idea del lavoro, della sua divisione e della sua difesa, un’immagine dell’eguaglianza, un’esperienza della scansione fra tempo per sé e tempo per gli altri; una scala di bisogni e di valori legati al mondo industriale con le sue glorie e le sue nefandezze, perfino una certa rappresentazione soggettiva della città e dei suoi spazi (la fabbrica, la scuola, la casa)…”

[2] Di questo passaggio d’epoca, di questo ampio fossato da attraversare a nuoto, la testimonianza più evidente, nel panorama nazionale del dopo-voto, è data dalla scomparsa dalla rappresentanza parlamentare delle forze che esplicitamente, formalmente, ancora si richiamano ai due filoni della sinistra di derivazione operaia: le forze denominate, rispettivamente, socialiste e comuniste. E’ la prima volta (esclusa ovviamente la fase del regime mussoliniano) che ciò si verifica dal 1882, quando il romagnolo Andrea Costa, primo deputato socialista, entrò in Parlamento.  E solo l’infantilismo senile degli estremi epigoni di  una tradizione più che secolare ha potuto attribuire alle scelte di Walter Veltroni e del PD la colpa di tale evento: scambiando un fatto di portata storica per l’effetto di una qualche mossa tattica ai loro danni. O comunque incolpando della propria febbre letale il termometro altrui.

C’è da constatare che ancora una volta – come già avvenne con l’ascesa sulla scena nazionale di Benito Mussolini e, ai tempi nostri, con la “discesa in campo” di Silvio Berlusconi – l’Italia rappresenta un unicum in Europa: restando così da comprendere (solo il futuro ce lo potrà dire con certezza) se si tratti dell’ennesima “anomalia” del Bel Paese o se non si sia piuttosto di fronte a un’anticipazione partorita dal “laboratorio Italia”.

Il secondo turno delle elezioni amministrative romane, con la vittoria del post-fascista Alemanno sul democratico Rutelli, ha poi confermato ad abudantiam la svolta di questo aprile 2008 (si veda in proposito, fra le numerose analisi giornalistiche dedicate al fenomeno-Alemanno, il reportage ragionato di Giuseppe D’Avanzo sul voto del X Municipio di Roma, ampiamente favorevole all’esponente della “destra sociale” in aperta contraddizione con la collaudatissima tradizione antifascista di quartieri, come il Quadraro, compresi nel territorio di tale Municipio).

 

[3] Fallimento confermato – con poche eccezioni – a livello locale: si pensi solo alla perdita di Roma e della Regione Friuli Venezia Giulia, da tempo governate da giunte di centrosinistra

[4] Così denominato, in modo a mio avviso convincente, da Stefano Fassina (cfr. l’Unità del 20 aprile) in alternativa alla dizione corrente “federalismo fiscale”

[5] Qui mi corre l’obbligo di dichiarare il mio personale dissenso dalla peraltro splendida analisi di Aldo Schiavone: egli infatti parla di “regime” democristiano, espressione a mio avviso impropria; non parla invece di “regime”  a proposito del potere videocratico dell’uomo di Arcore, mentre chi scrive queste note pensa che si possa senz’altro, in questo caso, parlare di vero e proprio, ancorché inedito, regime.

Appare non priva di suggestione, in proposito, una citazione di Alexis de Tocqueville, acutissimo e anticipatore come spesso gli capita (il brano è tratto dalla Démocratie en Amérique):

«Può tuttavia accadere che un gusto eccessivo per i beni materiali porti gli uomini a mettersi nelle mani del primo padrone che si presenti loro. In effetti, nella vita di ogni popolo democratico, vi è un passaggio assai pericoloso. Quando il gusto per il benessere materiale si sviluppa più rapidamente della civiltà e dell'abitudine alla libertà, arriva un momento in cui gli uomini si lasciano trascinare e quasi perdono la testa alla vista dei beni che stanno per conquistare. Preoccupati solo di fare fortuna, non riescono a cogliere lo stretto legame che unisce il benessere di ciascuno alla
prosperità di tutti. In casi del genere, non sarà neanche necessario strappare loro i diritti di cui godono: saranno loro stessi a privarsene volentieri... Se un individuo abile e ambizioso riesce a impadronirsi del potere in un simile momento critico, troverà la strada aperta a qualsivoglia sopruso. Basterà che si preoccupi per un po' di curare gli interessi materiali e nessuno lo chiamerà a rispondere del resto. Che garantisca l'ordine anzitutto! Una nazione che chieda al suo governo il solo mantenimento dell'ordine è già schiava in fondo al cuore, schiava del suo benessere e da un momento
all'altro può presentarsi l'uomo destinato ad asservirla. Quando la gran massa dei cittadini vuole occuparsi solo dei propri affari privati i più piccoli partiti possono impadronirsi del potere. Non è raro allora vedere sulla vasta scena del mondo delle moltitudini rappresentate da pochi uomini che parlano in nome di una folla assente o disattenta, che agiscono in mezzo all'universale immobilità disponendo a capriccio di ogni cosa: cambiando leggi e tiranneggiando
a loro piacimento sui costumi; tanto che non si può fare a meno di rimanere stupefatti nel vedere in che mani indegne e deboli possa cadere un grande popolo».

[6] Si vedano su questo tema le puntuali considerazioni di Gianfranco Pasquino su l’Unità del 21 aprile.

[7] La mente va inevitabilmente al tentativo in tal senso esperito dal PCI di Achille Occhetto ormai alla vigilia della svolta del 1989: tentativo improvvisato, svogliato e male impostato, quindi di necessità fallimentare.

[8] Per dirla con una frase di Boutros Boutros-Ghali, ex Segretario Generale delle Nazioni Unite: “Dobbiamo prepararci alla terza generazione delle organizzazioni internazionali, dopo la Lega delle Nazioni e l’ONU”

 

 





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