Quasi un plebiscito
Al nuovo quadro politico-parlamentare determinatosi con le elezioni del 13-14 aprile sembra far riscontro, all’indomani della formazione del governo, un vero e proprio cambio di fase. Una fase, quella che sembra aprirsi, caratterizzata da una sostanziale scomparsa della funzione di opposizione. Non solo né tanto per l’uscita dal Parlamento della “sinistra arcobaleno” severamente punita dagli elettori, ma perché la disposizione al dialogo dell’opposizione parlamentare e in primo luogo della sua principale formazione partitica, esplicitamente dichiarata a proposito delle necessarie riforme istituzionali, si trova in evidente difficoltà a esercitare la pur proclamata distinzione tra il piano delle riforme bipartisan e quello dei contenuti programmatici e di governo. Cosicché l’esigenza – tutt’altro che pretestuosa – di affrontare una serie di “emergenze” presenti nel panorama sociale del Paese (prime fra tutte quella della “sicurezza” e quella dei rifiuti in Campania) – finisce con l’apparire come un viatico, per il Berlusconi quater, a operare in termini tali da rasentare quelli di un “comitato di salute pubblica”.
Si tratta, in altre parole, di una fase in cui l’uomo di Arcore sembra godere, anche di là dalla nettezza del successo elettorale riscosso dal Popolo della Libertà, di un consenso ampio e quasi plebiscitario. Ne siano prova le professioni di lealtà e di volontà collaborativa espresse da amministratori locali di centrosinistra (si sarebbe tentati di dire “senza se e senza ma”, salvo sussurrare a mezza bocca, come ha fatto Rosa Russo Jervolino, il timore che Napoli 2008 possa essere una riedizione di Genova 2001); la ampie aperture di credito da parte di osservatori e commentatori estranei in origine all’area berlusconiana; più in generale la convinzione – che sembra diffondersi in un’opinione pubblica anche più vasta dell’elettorato che ha dato fiducia al fronte capeggiato dal Cavaliere – secondo cui “o questo governo ce la fa, o siamo perduti”.
Un consenso meritato o regalato?
Da dove viene un così vasto e inedito consenso? Mi sembra difficile sostenere che si tratti, tout court, di un risultato conquistato sul campo di un’aperta e leale competizione politica e programmatica. Non perché la competizione non ci sia stata. O perché essa non sia stata aperta e, in buona misura, anche leale: sarebbe puerile, da parte degli sconfitti, lamentarsi ancora una volta dell’artiglieria mediatica di cui pure, indubbiamente, “il principale esponente del fronte avverso” dispone.
Sarà bene, invece, rendersi conto fino in fondo e ammettere apertamente che la vittoria – e che vittoria! – è stata sostanzialmente servita su un piatto d’argento, a Berlusconi, dagli avversari. E non soltanto – di nuovo, sarebbe puerile e anche un po’ vile sostenerlo – dall’inconcludenza del terzo governo Prodi e dalla petulante litigiosità dell’Unione che – si fa per dire – lo ha sostenuto. Allo stesso titolo, le forze alla sinistra del PD sarebbero puerili e irresponsabili se ripetessero l’accusa al partito di Veltroni di averle esso, e non gli elettori, estromesse dal Parlamento. C’è, insomma, ben altro dietro questa sconfitta campale. C’è un’insufficienza politica, analitica, culturale, programmatica, che viene assai più da lontano. E che il precipitare del fallimento del Prodi ter e della sua sgangherata maggioranza ha semplicemente messo a nudo, rendendo ormai impossibile qualsiasi ulteriore dilazione o provvisoria copertura.
La condizione di oppositore dà oggi al Partito Democratico l’occasione per mettere a frutto il periodo non breve di astinenza dal governo, che senza dubbio lo attende, per condurre un serio e impietoso esame autocritico, che sia capace di mettere in luce i termini di quell’insufficienza. Perdere questa occasione sarebbe imperdonabile. E non certo per voluttà di autofustigazione. Ma piuttosto perché senza un esame di quella portata sarebbe ben difficile affrontare le sfide del futuro: in primo luogo quella di affermarsi sul serio come partito “a vocazione maggioritaria”. Ovvero, per dirla con Walter Veltroni, come forza politica capace “di rappresentare la maggioranza degli italiani, di essere da essa considerati la principale risorsa per il buon governo del Paese”. Perdere questa occasione, insomma, vorrebbe dire gettare alle ortiche il successo, che il PD può vantare, di aver contribuito in modo decisivo, con la sua iniziativa e già con la sua stessa nascita, a semplificare e razionalizzare il quadro politico-parlamentare nazionale. Quel serio esame autocritico è insomma la base necessaria per rilanciare un’efficace opposizione e costruire una fondata speranza di poter tornare, in tempi non biblici, al governo. Per evitare che una Lipsia si trasformi ineluttabilmente in una Waterloo. In una sconfitta catastrofica non solo per la sinistra, ma senz’altro per la democrazia italiana.
Appunti per guardarsi dentro (e poter ripartire)
Proverò qui di seguito a tracciare un primo, certo parzialissimo e solo iniziale “indice” dei punti di cui a mio avviso dovrebbe sostanziarsi l’operazione autocritica che ora è necessario affrontare. Ben consapevole dell’estrema presunzione che in tal modo manifesto (“chi sei tu per…”), ma altrettanto conscio che la portata della sconfitta è tale da non consentire ad alcuno, nemmeno ai più autorevoli vertici del partito, di impancarsi a giudice di chi possa e chi non possa esprimere un ragionato parere in materia. E pretendere che il suo parere sia valutato per il contenuto e non per la fonte.
- Questione mafia. È ora di rendersi conto di quanto fuorviante è l’espressione “criminalità organizzata” per indicare la mafia (le varie mafie). Si tratta di un eufemismo ipocrita, che equipara implicitamente la mafia (le mafie) a una qualsivoglia banda di criminali, a una pur corposa e feroce organizzazione della “mala”, tipo la banda della Magliana a Roma o la banda Vallanzasca a Milano. Si pensi, per differenza, alla secolare presenza in Sardegna del banditismo barbaricino, espressione deviata di un certo mondo pastorale: eppure non si parla, in proposito, di “mafia sarda”. La realtà mafiosa consiste, infatti, non in una escrescenza criminale sviluppatasi in seno a una società e a un territorio soggetto peraltro alla sovranità dello Stato. Ma piuttosto in una forma alternativa e opposta di sovranità, mai realmente soppiantata dallo Stato. Qualcosa di simile, in altri termini, alla residua sovranità di istituzioni autoctone in una terra occupata da una potenza coloniale. Sovranità locale con cui quella dello Stato è in guerra permanente, ma con la quale – non essendo in grado di sradicarla e sostituirla in modo compiuto – perviene anche a compromessi e armistizi, e persino a forme di delega dell’esercizio effettivo della sovranità.
La mafia, se se ne individua in tal modo la vera natura, non è solo uno dei problemi e degli scandali più gravi del Bel Paese: è senz’altro il problema e lo scandalo per eccellenza della nazione italiana. Affrontarlo sul serio, aprendo una sensata prospettiva di sconfitta della “piovra” che domina intere regioni del nostro Paese ed estende ormai i suoi tentacoli anche al resto del territorio nazionale e oltre (Duisburg, do you remember?), significa prendere atto che non di una mera “questione criminale” si tratta, ma di una vera e propria questione di sovranità. La quale a sua volta ha le sue radici nei legami che le varie mafie intrattengono con le popolazioni locali attraverso la manovra di alcuni gangli dell’economia, della società, della convivenza civile in generale.
Tre, in materia, i punti che appaiono decisivi: il dominio dei traffici fuori legge; il lavoro e il reddito, specie dei giovani; la persistente dipendenza e subalternità del Mezzogiorno. Temi, questi, sui quali in questo sito ho già ipotizzato alcune possibili linee d’intervento. E ai quali va aggiunto, ovviamente, quello del governo dei fondi pubblici destinati al Mezzogiorno, sui quali le mafie esercitano una corposa, se non totale, manomissione: ma più che di un’aggiunta si tratta di un mero corollario. E invece, nei programmi dei partiti, compreso il PD, di tutta la questione non vi è se non – al più – una pallida traccia. È necessario che la battaglia contro la mafia, nella dimensione sua propria di battaglia per la sovranità, divenga il primo punto all’ordine del giorno del programma del PD: quello che lo qualifica davvero – e non retoricamente – come “partito dell’Italia”, perché quella della mafia è la prima e decisiva “questione” italiana.
Detto per inciso: se ci si rende conto di ciò, si riconduce per ciò stesso al centro la più che secolare “questione meridionale”, di cui il dominio mafioso non è se non l’estremo portato degenerativo. Mentre, per converso, la cosiddetta “questione settentrionale” (con l’annessa piena elettorale della Lega Nord) ne è in sostanza un riflesso speculare. Cosicché farne un problema a sé vuol dire metterne in ombra la radice, con un’incomprensione gravida di esiti fallimentari. Perché è, in sostanza, incomprensione delle questioni vere da cui la nazione Italia è agitata.
- Federalismo. Il modo come si è posto finora, da parte del PD, il tema del federalismo è stato un modo al tempo steso riduttivo e subalterno. Riduttivo perché lo si è inteso, in ultima istanza, come una questione di decentramento amministrativo, sia pure ammantata di parole più altisonanti: non dando, cioè, segno di aver compreso che si tratta di qualcosa che tocca, ben oltre ogni aspetto amministrativo, il problema dell’articolazione della sovranità. Così, pur nella rozzezza della loro impostazione, la intendono le popolazioni settentrionali catturate dalla propaganda di Bossi e compagni: la loro tentazione secessionista non può essere battuta fino in fondo se non proponendo loro (e al Paese) un’articolazione della sovranità dello Stato che ne ricomprenda le istanze in ciò che hanno di legittimo, riconducendole al tempo stesso all’interno dell’unità solidale della nazione. Si tratterà allora, per non essere subalterni all’impostazione leghista, di promuovere un federalismo finanziario capace di sostenere l’autonomia del Mezzogiorno nel momento stesso in cui garantisce al Nord il riconoscimento della sua autonomia: costituendo in tal modo lo strumento del ricongiungimento delle due “questioni” territoriali nell’unica “questione nazionale” di quale Stato sia necessario all’Italia per entrare a pieno titolo nel XXI secolo.
- Lavoro e impresa. Il PD ha candidato e portato in Parlamento alcuni esponenti dell’imprenditoria: parlando a una platea di industriali in campagna elettorale, Veltroni ha affermato di riconoscere anche l’attività d’impresa come “lavoro”. Ciò a riprova del superamento, da parte sua e del suo partito, di ogni pregiudiziale classista. Bene. Tuttavia, se un simile superamento non vuole significare un semplice (ed elettoralmente illusorio) passaggio di campo, è necessario che esso non si configuri come affidamento sic et simpliciter delle sorti del lavoro alla sovranità dell’imprenditore. Occorre qualcosa di più impegnativo.
Occorre cioè, per un verso, un riconoscimento pieno dell’attività d’impresa, nella sua specificità (non cioè come un “lavoro” assimilabile a qualunque altro), come una funzione essenziale dell’economia e della società moderne. E per altro verso occorre, proprio per questo, che essa non sia considerata patrimonio esclusivo dei detentori della proprietà del capitale o di coloro (i managers) che ne curano gli affari aziendali, ma una dimensione cui è bene – poiché è socialmente utile – che possa accedere il maggior numero possibile di coloro che vi aspirano. Occorre, in altre parole, che non solo l’imprenditore sia considerato anch’egli come un “lavoratore” (sia pure, aggiungerei io, del tutto sui generis), ma che anche il lavoratore possa diventare, qualora lo voglia, imprenditore. Il che significa, sul terreno operativo, promuovere forme e strumenti d’esercizio dell’attività d’impresa che siano idonei a tale esercizio da parte di coloro che non godono già di una proprietà accumulata: com’è ad esempio, storicamente, la forma cooperativa; ma senza precludere la possibilità di sperimentare altre e diverse formule imprenditoriali non capitalistiche.
Più in generale, una simile linea d’intervento significa essenzialmente due cose. In primo luogo, superare definitivamente la considerazione del lavoro e dei lavoratori come la componente – per principio – subalterna (ancorché indispensabile) del processo produttivo, attribuendo loro, invece, un ruolo potenziale di protagonisti in prima persona. E in secondo luogo aprire al Paese una via per una ben più ampia valorizzazione delle risorse di imprenditorialità, vale a dire di innovazione e di avanzamento produttivo e civile, di cui esso dispone. A partire dalle sue donne e dai suoi giovani.
- Garanzie sociali. Fra i maggiori paesi occidentali il nostro è ormai, probabilmente, quello che mantiene le più coriacee bardature burocratiche e corporative. Fra di esse vanno annoverate anche le strutture di garanzia sociale: sia quelle istituzionali sia quelle associative. Fra queste ultime andrebbe annoverato, per molteplici aspetti, il sindacato. Esso ha da tempo perduto la capacità (quindi anche il ruolo effettivo) di organizzazione capace di tutelare la generalità, se non la totalità, dei lavoratori, mantenendo un tipo di organizzazione e di rapporto con la propria “base” modellato sul tipo della fabbrica taylorista, ormai sostanzialmente obsoleto. Il che poi significa una sostanziale rinuncia alla rappresentanza di tutte quelle figure nuove (“atipiche”) di lavoro che tendono oggi ad avere un peso sempre maggiore, oltreché a raffigurare plasticamente la frammentazione del mondo del lavoro e la sua precarizzazione.
Uno dei sintomi più evidenti dell’obsolescenza del sindacato è il peso abnorme che, nella sua organizzazione, ha la rappresentanza dei pensionati. La quale, a ben vedere, rovescia il significato primario della funzione sindacale: quella di rappresentare il lavoro produttivo. Infatti, nel sistema previdenziale a ripartizione, i lavoratori in attività finanziano con i propri contributi le pensioni. Rappresentando i pensionati, il sindacato dà voce agli interessi di coloro che, avendo cessato di contribuire, vivono dei contributi altrui. Una condizione per avvicinare il sindacato alla realtà vera e attuale del mondo del lavoro sarebbe dunque, per questo aspetto, trasformare le proprie categorie “pensionati” in associazioni e/o fondazioni volte al sostegno dell’età anziana, al miglioramento delle sue condizioni di vita, al possibile prolungamento delle sue attività produttive. E, per il resto, attivarsi come sindacato sia per riconquistare e ampliare le adesioni nel mondo tradizionale del lavoro (previa rinuncia al rinnovo automatico del tesseramento) e soprattutto per ideare e promuovere adeguate ed efficaci forme di rappresentanza del lavoro “atipico”, precario, giovanile, femminile. Una rivoluzione, un rischioso e arduo cambio di passo? Certamente: ma ciò di cui c’è bisogno non è – almeno a mio modesto parere – qualcosa di meno e di più facile.
Un secondo aspetto su cui mi sembra necessario attirare l’attenzione è quello degli “ammortizzatori sociali”. Anche questi risentono, da noi, della loro matrice vetero-industrialista. Non a caso, in Italia ben più che negli altri paesi europei, essi finiscono per essere sostanzialmente riservati agli occupati: avere o avere avuto un posto di lavoro è in genere condizione necessaria per poterne godere. E in ultima istanza a tale modello sembra rifarsi anche la prospettiva, avanzata come imitazione di modelli stranieri, di passare – sul terreno dei sostegni non meno che su quello fiscale – a una considerazione della famiglia più e prima che del singolo.
Penso che sarebbe meglio, visto che partiamo da un livello decisamente basso, muoverci in modo più innovativo: prefigurando cioè una forma di sostegno che, essendo del tutto universale e automatico (legato semplicemente alla condizione di cittadino), superi in un sol colpo sia il legame col passato taylorista e i suoi cascami corporativi, sia l’aggancio statico alla famiglia come vincolo (economico) obbligato e non di rado fonte di compressione dell’autonomia personale e della dinamica sociale. Un vero e proprio “reddito di cittadinanza” svincolato dalla condizione lavorativa potrebbe rappresentare questo decisivo passaggio, nonché la condizione di base per politiche volte a sostenere una più forte dinamica economico-produttiva e di autorealizzazione di ciascuno.
5. Finanza pubblica. L’interminabile e un po’ stucchevole discussione sui “tagli” da praticare alla spesa pubblica, contrapposti alle azioni di risanamento finanziario centrate sull’incremento delle entrate, sembra sottintendere una pregiudiziale avversione all’intervento pubblico: solo restituendo al privato una consistente percentuale delle risorse oggi a disposizione della mano pubblica si potrebbe rilanciare l’economia. Sulla ricetta, in qualche misura, si potrebbe anche concordare. A patto di superare il feticcio dei tagli “a prescindere”: bisognerebbe stabilire innanzi tutto dove tagliare, cioè quali sono gli effettivi “rami secchi” della pubblica amministrazione, altrimenti i tagli indiscriminati rischiano di minarne efficienza ed efficacia, ottenendo l’effetto contrario a quello perseguito.
6. Pubblico e privato. Dovrebbe essere pacifico che ogni politica di “privatizzazione” debba partire dal presupposto che comunque ogni decisione di fondo (compresa quella di privatizzare) appartiene alla sfera pubblica. L’applicazione, viceversa, può essere demandata alla sfera privata, sociale o pubblica secondo convenienze e opportunità. Lo stesso mercato, in quest’ottica, va visto come uno strumento (non diretto e meccanico, ma “cibernetico”) delle decisioni pubbliche. Uno strumento da considerarsi peraltro ordinario, e rispetto al quale le operazioni “fuori mercato” sono da considerarsi straordinarie. Non si dimentichi, in proposito, “di quanto mal fu madre” l’ostinazione, a suo tempo, della sinistra nell’attardarsi a difendere un monopolio pubblico della tv ormai superato dai fatti (e da due sentenze della Corte Costituzionale): il Cavaliere ha un debito inestinguibile di riconoscenza nei confronti di quell’ostinazione cieca e ottusa. Il che non significa affatto che si debba passare (come talora capita) all’estremo opposto di una sostanziale subalternità nei confronti dell’interessato privatismo berlusconiano.
7. La risorsa cultura. Alla vigilia delle elezioni del 1996 uscì in libreria, ed ebbe anche un discreto successo, un libricino dal titolo: “Il capitalismo ben temperato”. Autore ne era Romano Prodi e vi era riprodotto il testo di un impegnato discorso in cui il Professore, che di lì a poco sarebbe entrato a Palazzo Chigi, tracciava i lineamenti di una possibile strategia di rinnovamento e rilancio dell’Italia. Quella proposta puntava tutto sulla cultura, la scuola, la formazione, la ricerca, l’università: questi avrebbero dovuto essere i capitoli principali della politica d’investimenti del governo italiano. Sappiamo che poi, malgrado i lodevoli sforzi di riforma, quella centralità anche finanziaria dell’investimento culturale non è mai passata dall’enunciazione ai fatti. E sappiamo anche che l’Italia ha continuato a scendere a precipizio la scala dei paesi industriali per quanto riguarda la sua dotazione su quel terreno. Soprattutto per quanto riguarda la sua capacità di attrarre e valorizzare i talenti di cui pure dispone.
Quel programma va ripreso con vigore, “senza se e senza ma”. E vanno spezzate le fortissime, viscose resistenze che vi si oppongono: quelle della struttura corporativa e castale della società italiana e del suo rapporto con la pubblica amministrazione, che fanno del Bel Paese una vera e propria “castaland”. Spezzare queste resistenze è la condizione necessaria perché sia dato spazio, nei concorsi come negli appalti, solo al merito. E il Paese possa così mobilitare le risorse migliori in suo possesso, e attrarne altre eccellenti da fuori, per dare sostanza al suo rilancio sul piano dello sviluppo economico e civile.
L’unfit trionfante
L’editoriale del fondatore della Repubblica, la domenica delle elezioni politiche delle scorso aprile, sparava contro la sagoma di Silvio Berlusconi una raffica di “unfit”: paroletta assai espressiva usata già in un paio di occasioni, nei confronti del candidato della destra a Palazzo Chigi, dal settimanale britannico The Economist. E in effetti, agli occhi dell’establishment europeo (anche di quello tradizionalista e conservatore, per non dire di quello liberal e progressista), resta assai difficile comprendere come mai un popolo intelligente e amante del buon vivere, quale è comunemente ritenuto il nostro, possa scegliere per governarlo un personaggio così palesemente “inadatto” come quell’attempato e ritinto gaffeur che è il signore delle televisioni.
Con tutta evidenza, gli elettori italiani sono refrattari alla lettura dei settimanali britannici, anche di quelli più blasonati e pregevoli. E persino a quella degli editoriali domenicali di Eugenio Scalfari. Fatto sta che quel personaggio così ripetutamente additato come unfit per il governo del Bel Paese, è stato designato senza ombra di dubbio, in contemporanea con l’omelia scalfariana, come colui che per un quinquennio dovrà svolgere un compito tanto superiore alle sue forze. Alla sinistra italiana (intesa nel senso più vasto) non resterà che sperare che oltre Manica non rispolverino ora l’opinione di sir Winston Churchill, secondo il quale per un popolo come il nostro ci voleva proprio un governante come Benito Mussolini. Così le resterà almeno la consolazione di essere tuttora in buona compagnia… sulle rive del Tamigi.
Comunque, visto che per la terza volta in quattordici anni la sinistra italiana è costretta da un responso elettorale a fare i conti con Berlusconi capo del governo, e questa volta davvero senza possibilità di equivoci o retropensieri, sarà bene che quei conti li faccia sul serio. Proverò anche qui a suggerire una traccia per una riflessione non oziosa.
- Benché Berlusconi sia davvero unfit… la sinistra non ha fatto praticamente nulla per metterlo in condizione di non nuocere. Neanche quando, sia pure cambiando un paio di volte capo del governo, essa ha goduto però di una discreta maggioranza parlamentare per un intero quinquennio. Tanto da approvare coi soli voti propri, a fine legislatura, una riforma costituzionale. Ma non uno straccio di legge che impedisse di concorrere al potere esecutivo a chi già dispone di un potere sociale straordinario come quello dato dal quasi-monopolio delle tv private e della pubblicità televisiva.
Probabilmente, su questo terreno, l’errore è consistito nella centralità data al “conflitto d’interessi”: cioè, in soldoni, al fatto che un governante che abbia cospicui interessi privati su cui l’azione di governo può influire, è soggetto alla naturale “tentazione” di favorire i propri interessi privati mediante la propria azione di governo. Donde il “conflitto” fra la sua figura di privato cittadino e quella, da lui stesso incarnata, di governante tenuto a fare solo gli interessi del Paese. Conflitto che pare aver trovato ampia e concreta espressione durante gli anni di Berlusconi a Palazzo Chigi, visto il poderoso recupero di bilancio delle sue società già a rischio. Del resto, che questo fosse lo scopo reale della sua “discesa in campo” non era un mistero per nessuno. E pare proprio che il lupo abbia perduto il pelo (poi miracolosamente ricresciuto) ma non il vizio, visto l’emendamento salva-Rete4 che il suo governo si è affrettato a mettere in pista. Bazzecole, rispetto alla girandola di provvedimenti ad personam sfornati negli anni fra il 2001 e il 2006.
Quello che si è sempre trascurato, invece, è di denunciare la vera e propria incompatibilità democratica del tycoon brianzolo. Pochi (fra questi uno sparuto gruppetto di rispettabili intellettuali, fra i quali faceva spicco un economista di vaglia come Paolo Sylos Labini) si sono mai premurati di ricordare come una legge vieti esplicitamente ai titolari di concessioni pubbliche di presentarsi alle elezioni. E come in ogni caso, legge o non legge, sia altrettanto indecente dal punto di vista democratico che un monopolista della comunicazione e della pubblicità concorra al governo del Paese quanto lo sarebbe che vi concorresse il capo di stato maggiore delle forze armate o il presidente della conferenza episcopale. E forse anche di più, visto che le “divisioni” televisive hanno un peso elettorale alquanto maggiore, oggi, rispetto a quelle in tonaca o in divisa. Con buona pace di Giuseppe Stalin, che chiedeva con scherno quante divisioni avesse il papa.
Il “conflitto d’interessi”, certo non nuovo nella vicenda politica italiana (si pensi solo a Susanna Agnelli titolare del commercio estero), nel caso di Berlusconi aveva insomma la propria condizione per manifestarsi nella messa in non cale dell’incompatibilità democratica della sua stessa candidatura. Ma per nascondere questa ovvia realtà si è persino fatto ricorso all’argomento incredibile che “non sono le televisioni a far vincere le elezioni”: quasi che, senza lo “zoccolo duro” del consenso garantito dal martellamento decerebrante delle sue tv, fosse anche semplicemente immaginabile la fulminea trasformazione di un palazzinaro milanese, già strimpellatore da piano bar, nel più potente uomo politico italiano a cavallo fra il secolo ventesimo e il ventunesimo. E infine in uno statista venerato a 360 gradi (o quasi).
Dietro tutto ciò non è difficile scorgere il ritardo davvero macroscopico della sinistra italiana nel comprendere il ruolo determinante della comunicazione e della pubblicità nell’orientamento dell’opinione pubblica e nel governo del sistema economico contemporaneo. E, ancora più a monte, la tetragona incomprensione, sempre da parte della sinistra, della natura del mercato: non come babau ideologico o intoccabile feticcio, ma come potenziale strumento di regolazione e governo della dinamica degli interessi economici a vantaggio del bene comune. Cosicché quella parte politica, nella sua ampia maggioranza, non è mai riuscita a superare, in materia, l’oscillazione tra la più cieca avversione e la più supina subalternità. Proprio come nei confronti del piazzista delle tv.
2. Ma se si guarda oltre l’unfit… forse si scopre che la radice principale del suo successo va ricercata altrove. L’aver messo in primo piano, quasi esclusivamente, la questione del “conflitto d’interessi”, oltre ad aver messo in ombra l’incompatibilità democratica che stava (e sta) dietro quel problema, ha anche funto da alibi, per la sinistra italiana, rispetto alla sua incapacità di individuare la vera base del successo politico ed elettorale di Berlusconi. Quel successo che egli fu capace di cogliere, nel 1994, già alla sua prima “discesa in campo” e che lasciò di sale, con pochissime eccezioni, l’intera sinistra (e non solo la sinistra), in Italia e altrove.
Ciò che sfuggì del tutto alla sinistra e alla brillante intellettualità che a essa fa riferimento fu il contenuto ideologico che dava sostanza al messaggio dell’homo novus che chiedeva di traslocare dalle stanze fluorescenti dei media a quelle damascate della politica: il contenuto thatcheriano-reaganiano che egli proponeva all’elettorato rompendo una tradizione culturale che, salvo sparute eccezioni, non aveva mai osato abbracciare fino in fondo il liberismo puro in economia e l’antistatalismo in politica.
L’uomo di Arcore, invece, lo faceva nello stile sfacciato e clamoroso proprio del messaggio pubblicitario, che non si rivolge alle élites pensose né ai salotti raffinati, ma va diritto allo stomaco del popolo e ne titilla gli istinti più immediati. Che non cita le austere “prediche” di Luigi Einaudi né i ponderosi volumi della scuola di Chicago, ma mette piuttosto in mostra le natiche vellutate delle “veline” e le mirabili imprese degli “arrivati” (che di quelle natiche sono poi i fruitori d’elezione), giunti ai fasti rutilanti del successo – grazie alla propria audacia ruspante – a partire dalle umili capanne dei propri natali. Eccomi, proclamava il teleprofeta: io sono uno di loro. Ero come voi, ma ho saputo contare sulle mie forze e sono arrivato fin qui. Quindi chiunque di voi può riuscirci: basta che facciate come me.
E’ ben vero: dietro quegli spot inediti si celava una gherminella. E la sinistra, politica e intellettuale, non mancava di denunciarla: guardate che le sue promesse sono inattuabili –diceva – e che la moltiplicazione degli zecchini d’oro esiste solo nel Campo dei Miracoli di Pinocchio. Non date retta a quel losco figuro dal volto truccato e dal sorriso sempre stampato in faccia. E giù citazioni letterarie e sociologiche, giù Eco e Popper e Chomsky e magari McLuhan, che quando si parla del potere dei media ci sta sempre bene. Ma quelli duri: di Popper e McLuhan, di Chomsky e persino di Umberto Eco (che pure scrive settimanalmente – e in italiano – sull’Espresso) non gliene poteva fregare di meno. Pare che questi signori, nei quiz delle reti Mediaset, non figurino mai. Dunque non esistono.
E non gliene importava niente nemmeno della deindustrializzazione della Gran Bretagna, patria d’origine dell’industria, con lo strascico di lacrimevoli storie proletarie portate nei cineclub dai film di Ken Loach. E nemmeno dei bambini poveri del Dakota privi di assistenza sanitaria. Né dello spreco di miliardi spesi in “guerre stellari” per dare il colpo di grazia al vacillante impero sovietico.
Niente da fare: quelli sentivano solo una campana, quella del magnate benevolo che prometteva di ridurre le tasse facendola finita una buona volta con lo Stato burocratico e parassita, premiando il merito e l’iniziativa individuale, senza dimenticare – ovviamente – di dare una mano a chi “è rimasto indietro”. Un Bossi formato nazionale, sorridente come un divo hollywoodiano invece che berciante anatemi nordisti, col doppio petto e la brillantina invece della chioma scapigliata e la camicia aperta del Masaniello pedemontano. Uno che, chissà perché, non piace tanto in Confindustria (evidentemente dominata dell’Avvocato con l’erre moscia), ma che è capace pure, se gliene dai il tempo, di metterci alla testa chi vuole lui.
E soprattutto uno che ha il coraggio – finalmente! – di cantargliela ai comunisti che si circondano di intellettuali con la puzza al naso e che, questo si sa, dominano in Italia da quando la Buonanima fu fatto fuori e appeso con la testa in giù. E che hanno fatto entrare lo Stato in ogni dove, premiando parassiti e fannulloni e mettendo sotto noialtri che lavoriamo sul serio. Per cui una licenza ci vuole un anno per ottenerla e se non sganci la bustarella te la puoi sognare…
Insomma, la proposta berlusconiana non era affatto da prendersi sottogamba. Se gli americani avevano portato alla Casa Bianca, nel 1980, un attore di secondo piano con le rughe in faccia e i capelli tinti, ma sufficientemente macho da rendere credibile la sua promessa di liberare la middle class dall’invadenza di Washington; se gli inglesi l’anno prima avevano portato a Downing Street la “figlia del droghiere” che aveva già terremotato il partito tory al grido “la società non esiste!”; perché mai gli italiani, privi ormai della confortevole cuccia democristiana, non avrebbero dovuto portare a Palazzo Chigi un così rassicurante “uomo della Provvidenza”? Tanto più che non solo il Bel Paese aveva preceduto di decenni le demoplutocrazie marittime insediando per vent’anni a Palazzo Venezia il “figlio del fabbro”; ma le mirabilia del Berlusca gli erano note da tempo grazie alla tv senza canone e senza rischio di pensiero che lui gli aveva consegnato a domicilio ormai da parecchi anni.
E così il mediaforo si era costruito una robusta base di consenso. Gli basterà, al momento giusto (quando cioè “mani pulite” gli avrà sottratto il padrinaggio del CAF), proporsi al popolo come il possibile demiurgo di un mondo più libero e allegro di quello barboso e oppressivo confezionato dai partiti e soprattutto dai “comunisti”, per vedersi accogliere come un salvatore. E per porre le fondamenta di quel regime che governa l’Italia da un quindicennio, certo nelle forme soft che si addicono alla telecrazia e non in quelle truci del sangue nelle strade e degli stadi pieni di prigionieri, ma pur sempre in modo reale e senza – allo stato – una prevedibile via d’uscita. Tanto più che oggi il regime stesso sembra star entrando in quello stato di grazia che coincide con la sostanziale mancanza di opposizione.
- Come mai, a sinistra, non lo si è capito? “Il ragno – recita una fulminea ‘favola’ di Leonardo da Vinci – volendo pigliare la mosca con sue false rete, fu sopra quelle dal calabrone crudelmente morto”. Fuor di metafora, la sinistra è rimasta impigliata in un circolo vizioso da essa stessa generato. E la fastidiosa ma innocua “mosca” Berlusconi si è rivelata ben presto un “calabrone” dalla puntura letale.
All’origine del circolo vizioso vi era – se vogliamo dire le cose come stanno – la povertà delle argomentazioni che, da sinistra, si fu capaci di opporre all’offensiva ideologica berlusconiana. Povertà soprattutto politica, pur nella validità “nobilmente conservatrice” di quelle argomentazioni sul terreno storico e culturale. Si continuò, da sinistra, a ripetere l’errore compiuto negli anni ’70, quando, di fronte a ben due pronunce della Corte Costituzionale che dichiaravano decadute le motivazioni giuridiche del monopolio pubblico dell’emittenza televisiva, si era continuato a lungo a difendere quel monopolio ormai obsoleto. Spianando così, senza volerlo, la strada alla spregiudicata iniziativa del costruttore brianzolo che, mettendo in non cale le blande proibizioni di legge che ancora residuavano nei confronti dell’espansione della tv privata a livello nazionale, procedette spedito sulla sua strada, contando sulla potente e non meno spregiudicata protezione di Bettino Craxi e dei suoi soci nel CAF.
Come spesso avviene, la debolezza politica degli argomenti della sinistra contro l’avventuriero delle tv aveva a sua volta la propria radici nell’incomprensione del nucleo di verità contenuto negli argomenti dell’avversario. Che fosse ora di ristrutturare dalle fondamenta l’apparato pubblico generato dalla prima Repubblica e i rapporti d’interesse e di forza – pesantemente corporativi – sviluppatisi attorno a esso; di attivare una vera e propria “rivoluzione culturale” come premessa e sostanza ideale di una fase del tutto nuova della Repubblica, in cui al privato e al mercato fosse dato esplicitamente uno spazio maggiore: non erano, queste, invenzioni propagandistiche di Silvio Berlusconi e dei suoi interessati corifei. Erano invece necessità reali e urgenti.
Aveva ben ragione, beninteso, la sinistra a denunciare la sguaiata rozzezza delle formulazioni date dal parvenu brianzolo alle sue proclamazioni, la loro evidente derivazione dall’universo pubblicitario a lui così familiare, l’intonazione da imbonitore che un orecchio minimamente acculturato poteva avvertire nel suo linguaggio e nella sua mimica. Quel che però, alla sinistra, sfuggiva del tutto era la capacità di presa che la campagna berlusconiana poteva avere (ed ebbe di fatto) su una parte tutt’altro che trascurabile della popolazione, in particolare sull’elettorato orfano dei partiti del CAF.
Tale presa, per la verità, dovrebbe suscitare qualche interrogativo a proposito dell’impoverimento culturale della popolazione italiana. Sullo stato di decadenza della nostra scuola e in genere delle nostre istituzioni culturali. Sulla collocazione sempre più arretrata, sotto questi profili, dell’Italia nella scala delle principali nazioni europee. La povertà culturale della media degli italiani offriva, insomma (e ancor più offre dopo un quindicennio), un terreno quanto mai propizio per l’imbonimento del Cavaliere.
C’è tuttavia da porsi due domande. In primo luogo, se la sinistra non abbia, in proposito, colpe da rimproverarsi, vista la sua incapacità, anche quando ha avuto responsabilità dirette di governo, di mettere sul serio l’investimento in cultura al primo posto nella sua strategia di sviluppo del Paese. E in secondo luogo se nella pur rozza ed elementare propaganda berlusconiana non vi fosse qualche elemento di verità anche su questo terreno: se cioè il “largo al merito senza se e senza ma” non dovesse diventare (e da tempo) uno slogan da sbandierare (e applicare con rigore) proprio da parte della sinistra: contro ogni bardatura corporativa, della cui genesi la stessa sinistra avrebbe qualche difficoltà a dichiararsi del tutto innocente.
Seconda componente del circolo vizioso: il troppo ostentato ripudio di ogni estremismo (magari sotto forma di girotondismo) e il complesso di colpa nei confronti dell’avversario. Il re delle tv e della pubblicità aveva tutte le caratteristiche, fin dal momento della sua “discesa in campo” (e anche da prima, vista la contraddizione patente fra quel monopolio mediatico e un corretto funzionamento della democrazia), per essere oggetto di un’iniziativa politico-giuridica volta a impedirgli formalmente di partecipare alla competizione per il governo del Paese. Perché non lo si fece? Perché Sylos Labini fu lasciato solo, su questo fronte, con uno sparuto manipolo di volonterosi?
In estrema sintesi. Dapprima si scambiò il calabrone per una semplice mosca: “Dove crede di andare – ci si chiese sogghignando – questo povero guitto? Lasci la politica ai politici e smetta di ronzare attorno a qualcosa che nemmeno conosce”. Poi, a batosta ormai subita, ci si fece irretire dal rispetto reverenziale per l’avversario, santificato dal voto popolare. Anche quando, dopo pochi mesi, la sua inesperienza e l’artificiosità della duplice alleanza con cui egli si era presentato alle elezioni per riunire attorno a sé leghisti e neofascisti, portarono il magnate insediato a Palazzo Chigi a subire un brusco ribaltone.
Il Leitmotiv della sinistra, che paradossalmente scimmiottava il querimonioso vittimismo del cavaliere, consistette in sostanza nell’autoproibizione di “demonizzare l’avversario”. Come se bastasse aver raccolto una messe di voti per sottrarsi a ogni critica, pur assolutamente fondata. E se comunque, da parte dello stesso Berlusconi, non fosse mezzo abitudinario di propaganda quello di lanciare sugli avversari ampie sventagliate di improperi, fra i quali l’accusa di “comunismo” era forse il più blando.
Morale, quel che non si era fatto prima dell’effimero successo elettorale berlusconiano del ’94, non lo si fece nemmeno nel quinquennio 1996-2001, quando la sinistra, forza determinante della coalizione prodiana, pur deteneva le leve del governo nazionale. Con la conseguenza che ciò che sarebbe stato naturale e fattibile con serenità ed efficacia “a caldo”, divenne di fatto impossibile una volta passate invano le più fresche occasioni. Come ben sapeva, un tempo, la saggezza dei confessori, che esortavano i fedeli a confessare subito i peccati, perché ogni indugio avrebbe reso la confessione più difficile.
Terza e decisiva componente del circolo vizioso: la subalternità culturale nei confronti di un avversario pretendeva di incarnare, contro i “comunisti” impenitenti che dominavano (a suo dire) il campo opposto, lo spirito vittorioso del 1989.
Questa subalternità, a guardare oltre la superficie degli eventi, appare come la causa vera della colpa della sinistra, consistente nell’aver lasciato passare, nella sostanza se non a parole, la sfacciata panzana che l’uomo delle tv, oltre a sventolare lo stendardo della libertà d’impresa e del libero mercato, incarnasse altresì personalmente i contenuti di quell’ideologia: di avere in qualche misura avallato, col proprio imbambolato stupore, la falsa immagine che egli spacciava di se medesimo come self-made man, come dimostrazione vivente che anche in Italia, e non solo tra i pionieri della libera America, è possibile “farsi da sé”, purché se ne abbia davvero la volontà.
E non – come pure sarebbe stato facile documentare per acta – un figlio legittimo della prima Repubblica, anzi della sua fase terminale e ormai putrescente, tanto abile nel destreggiarsi fra interessi corporativi e padrinaggi politici quanto reticente sull’origine delle risorse che gli avevano consentito una rutilante carriera di palazzinaro brianzolo magicamente trasformatosi in tycoon finanziario e mediatico.
Non, beninteso, che queste cose non siano state dette. Ma quasi a mezza bocca e comunque senza diventare la sostanza di una campagna a tutto campo volta senza mezzi termini, non a “demonizzare” l’avversario, come pavidamente si giurava di non voler fare, ma a costringerlo una buona volta a fondare la sua propaganda non sulla menzogna ma su una base condivisa di verità.
Al fondo di questa debolezza, rivelatrice anche qui di un penoso senso di colpa, vi era in sostanza – ripeto – una insuperata subalternità culturale. Una subalternità che a sua volta non è difficile far risalire all’atteggiamento assunto nei confronti degli eventi drammatici e grandiosi che, nel 1989-91, avevano concluso l’esperimento sovietico e con esso il “secolo breve” delle guerre mondiali, delle rivoluzioni, dei fascismi. Eventi, quelli, che la sinistra italiana non aveva saputo cogliere come un’occasione da non perdere per mettere a frutto decenni di lotte per l’uguaglianza e per la trasformazione democratica della società, avviando una fase tutta nuova di quelle battaglie, libera ormai da ogni residuo vincolo di schieramento internazionale. Ma aveva accettato piuttosto, malgrado i balbettii in contrario, la versione che vedeva in quegli eventi il trionfo della destra mondiale e la santificazione definitiva del capitalismo; nelle versioni più estreme, senza mezze misure, “la fine della storia”.
Se la supina e pressoché integrale accettazione di questa tesi sostanzialmente ideologica (da “pensiero unico”) aveva trovato, nell’immediato, un discreto ammortizzatore nella prudenza delle forze tradizionali del moderatismo italiano (nelle movenze felpate di un Andreotti e di un Forlani, e persino nel residuo “mitterrandiano” e – sul piano internazionale – terzaforzista giacente al fondo del decisionismo craxiano), su tutto ciò quella sinistra penitente non potrà più far conto quando, annegati nella fogna di tangentopoli gli avversari cui era abituata, la scena sarà occupata di prepotenza da un personaggio tanto privo di scrupoli formali quanto può esserlo chi ha come sua unica bussola il più spregiudicato mix di potere, appariscenza e milanesissimo danee.
Il parvenu della politica – come a sinistra dovettero ben presto constatare non senza sgomento – era del tutto privo di remore, appunto, “politiche”, specialmente su quel terreno del rispetto per la Costituzione e per il pantheon repubblicano che aveva bene o male accomunato i partiti che, non a caso, si riconoscevano nell’“arco costituzionale”. Anzi non esitava a rovesciare la tradizionale preclusione antifascista – di esplicita discendenza costituzionale – in una preclusione anticomunista tanto gridata quanto sostanzialmente pretestuosa (dopo il 1989…). E comunque ampliata a dismisura nell’oggetto dell’anatema: comprendente non solo né tanto gli esigui lacerti partitici tuttora affezionati a quella denominazione ormai politicamente obsoleta; e neanche soltanto i partiti (il PDS e poi i DS) grosso modo eredi della tradizione di Togliatti e Berlinguer; ma tutti coloro che non si acconciassero a osannare lui e la sua politica, o addirittura osassero – magari applicando, da magistrati, le leggi vigenti – contestare la legittimità di certi suoi atti o posizioni, ovvero intralciargli in qualsiasi modo il cammino.
E’ finita dunque che la sinistra italiana (intesa nel senso più ampio) ha lasciato cadere le due occasioni praticabili – quella della prima ora, quando il magnate delle tv non si era ancora trasformato, grazie al voto popolare, nell’“Unto del Signore”; e quella della fase di governo fra il 1996 e i 2001, confortata da una discreta maggioranza parlamentare – per porre fine per via legislativa alla spregiudicata avventura dell’aspirante “statista”. Spingendosi anzi, per iniziativa del più smaliziato dei suoi esponenti, a fargli gratuito omaggio del diploma di “padre costituente”. E incarnando in tal modo, icasticamente, l’apologo leonardesco del ragno e del calabrone.
Questa vicenda ha messo a nudo, in modo via via più impietoso, quella che più sopra ho definito la subalternità culturale della sinistra all’avversario. Ne è stata dimostrazione, da ultimo, l’incapacità della stessa sinistra, fino alle elezioni del 2006, di avanzare nei confronti dell’elettorato una prospettiva che non fosse quella del “tutti insieme contro Berlusconi”. Quasi che fossimo in condizioni in qualsiasi modo paragonabili a quelle del 1944 quando, rientrando in patria dall’esilio sovietico, Palmiro Togliatti lanciò la celebre svolta in base alla quale l’antifascismo italiano era esortato a mettere da parte le divisioni politiche e ideologiche, e persino la pregiudiziale repubblicana, perché l’obiettivo sul quale concentrare tutte le forze era quello di cacciare l’invasore. Quasi che, insomma, Berlusconi e le sue tv (pur certo “invadenti” la loro parte) fossero assimilabili a una riedizione della Wehrmacht e delle SS dilagate nel Bel Paese dopo l’8 settembre. E non si trattasse, invece, di fenomeni tutti interni alla dinamica culturale e politica italiana: dei cui esiti, ovviamente, la stessa sinistra non si può certo dichiarare del tutto innocente.
La proposta politica, il partito
Da tutto il discorso condotto fin qui discende l’assoluta e urgente necessità, già accennata all’inizio, che il Partito Democratico concentri le sue energie, in questa fase di opposizione che si preannuncia non breve, sulla battaglia “di contenuto”. Qualche suggerimento in materia già lo si è dato nella prima parte di questo ormai lungo ragionamento. Qui va messo in luce essenzialmente un punto: che si tratta, sì, di esercitare sull’operato del governo una puntuale e puntigliosa opposizione, strappando ovunque possibile risultati significativi e visibili in termini di modifiche dei provvedimenti in sede parlamentare: mettendo in luce e ampliando le crepe che pur esistono in seno a una maggioranza in prima apparenza compatta attorno al neonato “statista”. Ma che ciò assolutamente non basta. E’ necessario, infatti, che al Paese sia resa evidente una prospettiva seriamente alternativa, e potenzialmente vincente, rispetto a quella incarnata dal Cavaliere, dalla sua corte di famigli stipendiati o – peggio – intimamente sinceri, dei suoi interessi di privato ancorché doviziosissimo cittadino, ormai convinto di aver maturato il diritto al mausoleo in piazza e alla statua equestre sulla collina.
1. Costruire l’identità del PD, senza più complessi. La chiusura del circolo vizioso, sfociata – malgrado l’abilità e la dedizione di Romano Prodi – nella fallimentare esperienza dell’Unione come rassemblement antiberlusconiano, sembra essere stata avvertita con sufficiente lucidità da Walter Veltroni e dalle forze che con lui hanno dato vita al Partito Democratico. I fatti sono così recenti che non sembra esserci bisogno di ripercorrerli. Ricorderò soltanto come la chiara sconfitta elettorale dello scorso aprile si sia accoppiata con un altrettanto sostanzioso successo in rapporto all’obiettivo “istituzionale” di giungere a una sostanziosa semplificazione del quadro politico-parlamentare. E che in tal senso ha ben ragione il leader del PD a sottolineare come l’iniziativa sua e del suo partito abbia saputo uscire dall’ormai stucchevole giuoco di rimessa per occupare il campo costringendo l’avversario a inseguire lo stesso PD e a ribatterne le mosse.
Se ciò è certamente vero, altrettanto vero è che quella conquistata primazia nell’iniziativa non ha fruttato, elettoralmente, né la vittoria (di cui nessuno poteva essere sinceramente convinto) né quel sostanziale pareggio che costituiva il reale benché non esplicitato obiettivo dell’offensiva del nuovo partito. Se chi scrive queste note volesse per una volta cedere al vezzo politologico di considerare i cittadini-elettori come un unico organismo vivente dotato di coscienza e volontà, potrebbe dire che l’elettorato ha approvato l’iniziativa del PD sul piano del sistema politico, ma non gli ha dato credito come forza di governo. Preferendo con tutta evidenza affidarsi allo stagionato pirata televisivo in doppio petto piuttosto che alla figura giovanile ed ecumenica del leader democratico.
D’altra parte, un richiamo a vicende per più versi lontane, ma forse non prive di analogie con l’oggi, può offrire un avvio di spiegazione. Winston Churchill, dopo aver capeggiato strenuamente e con successo la resistenza della Gran Bretagna all’assalto hitleriano, fu brutalmente licenziato dagli elettori inglesi. Disposti a seguirlo accettando il percorso di “lacrime e sangue” da lui esplicitamente indicato quando si trattava di salvare l’integrità e l’indipendenza della nazione, i sudditi di Sua Maestà preferirono però la via indicata dai laburisti e dal liberale lord Beveridge quando si trattava ormai, messa in salvo la pelle, di incamminarsi sulla strada pacifica della ricostruzione e del progresso. Allo stesso modo, quando si trattò di scegliere da quale schieramento farsi governare, gli italiani, che pure avevano fatto cadere l’avversione anticomunista quando si era trattato di liberarsi del sanguinario giogo tedesco, preferirono poi affidarsi alla promessa degasperiana di un progresso senza strappi, alla benedizione del parroco e alle provvidenze del Piano Marshall, piuttosto che alle aspettative rivoluzionarie dei seguaci di Baffone.
Oltre l’emergenza: i limiti dell’enfasi bipartisan. Nei casi citati, in sostanza, una volta cessata la più grave emergenza la battaglia si era trasferita sul piano delle prospettive e dei contenuti. Qualcosa di simile avviene oggi: l’“emergenza” era costituita dalla proliferazione delle sigle partitiche e dei gruppi parlamentari, che per troppo tempo avevano trasformato il nostro Parlamento in qualcosa di simile alla biblica torre di Babele. Con le note conseguenze sulla effettiva possibilità di governare il Paese. E questa “emergenza”, in effetti, grazie in primo luogo alla nascita del PD e alla sua decisa iniziativa in tal senso, sembra essere stata risolta. Ma, evidentemente, lo stesso PD non è stato in grado di convincere la maggioranza degli elettori che la prospettiva da esso avanzata fosse tale, per i suoi contenuti, da meritargli l’affidamento, col governo, delle sorti del Paese.
Si potrebbe aggiungere, in proposito, una postilla. A ben vedere, l’intera impostazione veltroniana della presenza politica del PD, e in particolare della campagna elettorale (con cui in sostanza, per il fulmineo succedersi degli eventi tra la fondazione del nuovo partito e lo scioglimento delle Camere, quella presenza ha finito con l’identificarsi), difficilmente avrebbe potuto partorire un esito diverso.
Lo dicevano l’accento quasi esclusivo posto sul respiro nazionale e unitario, l’enfasi insistita sul fair play nei confronti dell’avversario (evitando persino di nominarlo), la cura nel far scomparire ogni accenno alla vexata quaestio del “conflitto d’interessi” (per non parlare dell’incompatibilità democratica che – come si è mostrato più sopra – ne è la premessa e per così dire la condizione operativa), la genericità salvo rare eccezioni degli obiettivi di contenuto di cui la campagna si veniva sostanziando. Ma soprattutto la sostanziale incapacità di mostrare come tali obiettivi potessero costituire i “mattoni” di un edificio progettuale visibilmente e realisticamente alternativo a quello incarnato dal Cavaliere e dal suo regime telecratico e – alla fin fine – ferocemente classista.
Non è stato sufficiente, in definitiva, distinguere a parole tra la presente impostazione bipartisan delle riforme istituzionali e la futura contrapposizione sui contenuti dell’azione di governo. Poiché tale distinzione, data l’enfasi esclusiva posta, di fatto, sul primo dei due momenti, ha finito col suonare quasi come una promessa vuota, una mera richiesta di fiducia a priori, una cambiale in bianco che la maggioranza dell’elettorato non si è sentita di sottoscrivere a favore del pur apprezzato e stimato leader del nuovo partito, e dello stesso PD.
Non se la sono sentita, in particolare, quei ceti e quegli ambienti per i quali le sottigliezze della politica e soprattutto le questioni istituzionali appaiono, finché restano disancorate dalla concretezza di provvedimenti capaci di restituire loro almeno una minima fiducia nel futuro, come una presa in giro. Questioni, comunque, di peso trascurabile nella loro vita, finché sono costretti a fare i conti con la precarietà del lavoro, col potere d’acquisto del proprio reddito che si restringe sempre più, con la decadenza delle strutture di un welfare che per loro è indispensabile, con l’avvenire dei figli che – per la prima volta da molti decenni – si prospetta come peggiore del presente dei padri.
E, infine, con quella paura, indefinibile ma pervasiva, che è data dall’arrivo del vicino dalla pelle diversa, dalla lingua ignota, dai costumi e dalle credenze estranei, e soprattutto così indigente da accettare di svolgere qualunque lavoro per una paga – e in condizioni – che l’italiano non può accettare senza ripiombare in un passato che riteneva di essersi lasciato per sempre alle spalle. Donde l’attrattiva del discorso beceramente xenofobo di chi, all’appello democratico alla civiltà dei rapporti con l’“altro”, contrappone la promessa di cacciar via, reprimere “senza se e senza ma”, in sostanza far scomparire dall’orizzonte, quella recente, incomoda e temibile presenza di “intrusi”.
Come stupirsi allora se, visto che “da sinistra” si era incapaci di prospettare una credibile speranza, le preferenze dell’elettorato si siano lasciate attrarre dalle sirene che gli spregiudicati “imprenditori della paura” facevano balenare dal versante opposto? La semplificazione del quadro politico-istituzionale era, infatti, una tematica effettivamente bipartisan: non solo per accademica definizione, o perché era nell’interesse del Paese, ma anche e soprattutto perché era nell’interesse del Cavaliere non meno che del PD. E per questo si è affermata. Se però la si faceva diventare – come in effetti si è fatto – il tema predominante, allora (questo il ragionamento della maggioranza degli elettori) tanto valeva affidarsi, sul piano dell’azione di governo, alla rutilante magia del vecchio pifferaio: tanto più che la nuova stagione da “statista” sembrava renderne accettabile la figura anche a una parte di coloro che in origine erano rifuggiti dalle sue volgari panzane. E che invece accorreranno in folla e scodinzolanti ai suoi piedi una volta che egli sarà rientrato in pompa magna a Palazzo Chigi.
Il “governo ombra”: maschera o trampolino? Di tutto ciò, una volta superato il trauma della sconfitta, sembra rendersi conto il vertice del PD. Sia in quelle sue componenti che, non avendo condiviso fino in fondo gli orientamenti del leader ma avendole piuttosto accettate obtorto collo per l’ondata di popolarità che le accompagnava, trovano oggi conveniente estraniarsi dalla diretta responsabilità delle scelte del partito e rifugiarsi magari sull’Aventino dei consessi pensosi del bene comune e dell’avvenire della patria. Sia anche, e forse soprattutto, in quella sua parte che invece ha condiviso e promosso quelle scelte, ma che è consapevole della necessità – imposta se non altro dalla condizione di minoranza parlamentare – di far vivere l’opposizione incarnandola attraverso un’aperta battaglia, nelle istituzioni e nel Paese, su quei temi di governo che, messi in ombra in campagna elettorale, emergono ora come le urgenze più brucianti della nazione.
La decisione di creare un “governo ombra” può essere interpretata proprio come indizio di una simile consapevolezza. In tale istituzione di matrice inglese (che fu sperimentata con poca fortuna, e fors’anche con poca convinzione, già nell’ultima fase di vita del PCI) è possibile infatti vedere, sì, uno strumento di efficace contrasto delle specifiche politiche del governo, spettando a ciascun “ministro ombra” di contrapporsi alle azioni messe in atto dal proprio omologo del governo reale. Ma anche e soprattutto un laboratorio e una vetrina dell’alternativa prospettata al paese dal maggiore partito d’opposizione.
Accentuare in modo esclusivo il primo aspetto (quello della risposta colpo si colpo alle mosse dell’esecutivo) significherebbe, a mio parere, svilire il ruolo potenziale del “governo ombra” riducendolo alla maschera ostentatamente british di un’opposizione incapace di guardare oltre la quotidianità del piccolo cabotaggio: in grado di denunciare le malefatte della maggioranza e del governo, di ostacolarne con qualche efficacia l’iniziativa, magari di ottenere qualche successo in termini di miglioria dei provvedimenti all’esame del parlamento: tutte cose, beninteso, apprezzabili. Ma incapace di presentare al Paese una proposta d’assieme realmente, palesemente alternativa.
Questa è invece, sempre ad avviso di chi scrive, la vera potenzialità del “governo ombra”: dare al Paese l’immagine plastica e credibile della presenza, in Parlamento, di una vera e propria forza di governo profondamente altra – non certo ontologicamente, ma per il progetto riformatore di cui si fa portatrice – rispetto a quella che detiene pro tempore, in virtù di un consenso elettorale maggioritario, le leve del potere esecutivo. Diciamo, sia pure al prezzo di una qualche forzatura lessicale, che la prima delle due è un’accezione “antagonista”, in quanto riconosce come insuperabile (nell’orizzonte prevedibile) il “protagonismo” di chi è stato “unto”, se non addirittura dal Signore, almeno dal voto popolare. Mentre la seconda è un’accezione – appunto – “alternativa”: volta però, in quanto obbliga se stessa a incarnare tale sua caratteristica nella determinatezza di un’elaborazione progettuale e programmatica, a calare quella “alternatività” dal cielo delle ideologie alla realtà terrena della politica.
I primi passi del PD come forza d’opposizione sembrano aver segnato qualche punto significativo nella schermaglia quotidiana col governo. Come i più accorti fra gli osservatori hanno notato, ciò sembra dovuto più alla fragilità della proposta del governo e alle sue interne contraddizioni, oltreché alla natura oggettivamente ardua dei problemi da affrontare, che non alla capacità dell’opposizione di contrastare l’azione governativa con sufficiente efficacia. Ma forse un giudizio equilibrato sarebbe quello che indichi la ragione vera di quei primi successi in un concorso di tali diversi fattori. Comunque sia, sarebbe di certo un indice di scarsa consapevolezza un adagiarsi del PD nella convinzione consolatoria che il buon dì si veda dal mattino. Per concentrare magari il grosso delle proprie energie nell’azione di contrasto puntuale del governo in Parlamento. Non sarebbe stato necessario, a tale scopo, scomodare lo shadow cabinet di Sua Maestà. E l’averlo fatto sarebbe sintomo, allora, di superficialità e provincialismo. O di semplice, sterile gusto delle mosse a effetto.
Il “governo ombra” ha senso, invece, e può produrre un’inedita efficacia, se diviene parte essenziale, e insieme espressione, della costruzione, senza più residui ideologici e senza complessi (soprattutto senza quello che deriva da una sostanziale subalternità all’ideologia – quindi al potere – dell’avversario), dell’identità del partito e della sua proposta al Paese. Per fare ciò sarebbe opportuno che attorno a quel front bench dell’opposizione parlamentare si raccogliesse, in una struttura stellare, una vasta galassia di intelligenze, di saperi, di energie fresche e vitali, di centri già esistenti o da creare ad hoc, accomunati tutti dall’impegno di mettere a frutto le proprie risorse nell’opera grandiosa di costruire una personalità collettiva nuova, finalmente all’altezza del compito di progettare, promuovere, accompagnare il necessario rinnovamento del Paese.
Un “partito delle primarie”. Ma sul serio e fino in fondo. Nell’atto di nascita del Partito Democratico c’è l’evento grandioso del 14 ottobre 2007: le famose “primarie” che diedero vita, con un’amplissima e in buona misura inattesa partecipazione popolare, alla nuova formazione politica in cui confluivano, per decisione congressuale, tanto i DS quanto la Margherita, ne elessero il segretario nazionale e gli organi costituenti. Malgrado l’uso ampiamente improprio di quella denominazione, il PD ha ottimi motivi per trarre vanto dalla formula inedita della sua venuta al mondo: per il suo carattere aperto e liberamente partecipativo e per il consenso popolare che, in quel modo, poté esprimersi nei suoi confronti ben prima che la nuova formazione si sottoponesse al vaglio elettorale.
Nella prima riunione del Coordinamento nazionale del PD dopo la sconfitta elettorale, il segretario Veltroni ha assunto a nome del partito il solenne impegno di scegliere tutti i candidati alle future elezioni col metodo delle primarie. Proposito apprezzabile, ma – se è consentito notarlo – anche un po’ tardivo, visto che quel metodo non è stato attivato (salvo forse qualche sparuta eccezione dovuta all’estro di fantasiosi e super-autonomi dirigenti periferici) per la scelta di nessun candidato in occasione della recente consultazione elettorale. Dove, anzi, le uniche novità di rilievo si sono riscontrate, di fatto, solo dove si è avuto l’intervento diretto del segretario nazionale. E non solo le novità, non potendosi certo spacciare per nuova, ad esempio, la candidatura di Francesco Rutelli a sindaco della Capitale.
Mai come in questo caso dunque, poiché, secondo la saggezza antica, errare è umano ma perseverare sarebbe diabolico, la promessa di percorrere in ogni caso la via delle primarie è apparsa come una indispensabile correzione di rotta. Meglio tardi che mai, avrebbe detto la nonna, dal momento che il latte è stato purtroppo versato e sarebbe inutile piangerci sopra. Tanto più che tra le promesse elettorali spiccava quella di cambiare insieme a Berlusconi la famigerata “legge-porcata”: solo che, visto che quella legge gli ha portato una così cospicua maggioranza di seggi, appare quanto mai difficile immaginare che il Cavaliere voglia davvero mantenere l’impegno bipartisan in tale materia. Già a caldo, del resto, è emersa nella corte dei suoi corifei qualche voce esortante a non tener conto del proclamato proposito di riformare l’indecente legge elettorale: “ma perché mai? ha funzionato così bene…”.
Ancor più imperdonabile appare, alla luce di questi sviluppi, quel vero e proprio travisamento dei propri principi fondativi che è stato il riservare alle “segrete stanze” della dirigenza di partito l’esclusiva della scelta delle candidature. Cosicché, invece di bypassare le forche caudine del porcellum mediante una chiamata alla più ampia e libera partecipazione dei cittadini alla scelta dei candidati, si è data l’impressione di non essere del tutto alieni dal volersi avvalere proprio del “diritto di nomina” dei parlamentari che quella legge immonda assicura alle segreterie dei partiti.
Ma guardiamo al futuro, ché il passato appartiene ai defunti. La questione delle “primarie” non dovrebbe essere trattata con leggerezza. Dalla terra d’origine di tale istituto ci viene in queste settimane una lezione alta e drammatica su quanto esso possa essere palestra di ampia e partecipata democrazia: anche in contesti in cui la partecipazione al voto, e in genere ai riti della politica nazionale, non ha le tradizioni di numero e intensità che ha da noi. E può venirne una tale lezione perché non si tratta di un mero rituale, del perpetuarsi di una tradizione solo formale. Ma si tratta piuttosto di un’arena dove, sia pure in forme che a noi possono (o potevano un tempo) apparire troppo spettacolari, una vasta platea di elettori e simpatizzanti è chiamata a “dire la sua”, a scegliere, a porsi in qualche modo al di sopra degli apparati e dei professionisti della politica. Un’arena da cui non di rado sono emerse – e il miracolo sta ripetendosi sotto i nostri occhi – figure di outsiders capaci di innovare bruscamente non solo le forme, ma anche i contenuti e gli equilibri più apparentemente immutabili della politica statunitense.
Ecco, questo dovrebbero essere, nel processo di costruzione del PD, della sua identità radicalmente nuova e rinnovatrice, della sua proposta al Paese, le primarie per la scelta dei candidati alle diverse cariche e assemblee elettive: un processo dal quale lo stesso partito dovrebbe lasciarsi seriamente rivoluzionare, senza paura di essere snaturato, o soffocato, o dilaniato. Ma fiducioso che questo sia il modo più valido ed efficace per mettere alla prova le proprie idee e i propri responsabili: per stringere, quindi, questi ultimi al dovere di essere coloro che sanno offrire al Paese, e in primo luogo al proprio potenziale elettorato, le idee migliori, più feconde ed efficaci.
Per svolgere una tale funzione, però, le primarie devono essere improntate da un lato alla più ampia possibilità di scelta dei partecipanti, dall’altro all’apertura per loro tramite di canali effettivi di reclutamento di “quadri” politici e amministrativi nuovi. Per usare un termine del gergo economico, occorre, perché le primarie siano davvero efficaci, che esse servano in sostanza a rendere “contendibili” a ogni livello i posti di responsabilità ai quali il partito concorre. E che oggi sono invece monopolio dei suoi apparati, come la vicenda delle candidature a queste ultime elezioni ha abbondantemente dimostrato.
Il cittadino disposto a dare fiducia al PD, in sostanza, deve essere chiamato a decidere sui nomi e sui programmi che questi impersonano; e ad assumere in prima persona – ove lo desideri e goda di un sufficiente consenso – responsabilità dirette nella conduzione del partito e nell’amministrazione della cosa pubblica, cui il partito lo designerà a concorrere.
Una delle condizioni, e dei banchi di prova, della costruzione dell’identità del PD è quella di ricostruire (o costruire ex novo, dovunque sia necessario) il proprio “radicamento” sociale e territoriale. Un “radicamento” che da tempo risultava rinsecchito e ridotto ai minimi termini, come dimostrato dai fenomeni degli operai del Nord che hanno votato Bossi e dei quartieri popolari romani che hanno votato Alemanno.
Ora, che cosa significa, oggi, “radicamento” sociale e territoriale di un partito? Se quel “radicamento” non c’è più, ciò significa, né più né meno (se le parole hanno un senso), che quel partito non ha più (nel caso del PD: non ha ereditato dai partiti che vi sono confluiti) “radici” in quelle realtà sociali e territoriali. Cioè, per dirla tutta, che esso è “radicalmente” estraneo a quelle realtà. Ma allora, “radicarsi” non può significare semplicemente (per continuare con la metafora botanica) “trapiantarsi”, o cercare di farlo, in quei territori e in quegli ambienti sociali. L’estraneità di cui si è detto renderebbe l’operazione velleitaria se non controproducente: in ogni caso, fallimentare in partenza.
Ma quel “radicamento” potrebbe avere qualche realistica possibilità di successo se avesse la propria sostanza nel proporre a quelle realtà, ai cittadini che le compongono, di partecipare davvero a decidere e di assumere, ai livelli rispettivi, la responsabilità del partito e delle istituzioni in cui esso è impegnato. Se insomma il partito non si presentasse come (e seriamente non fosse) un gruppo dirigente autoreferenziale, uno stato maggiore senza truppe, un vertice senza base, alla disperata ricerca di “radici” che qualcuno, non si sa bene perché, dovrebbe fornirgli. Dovendo anche fungere da “truppa” passiva per un’ufficialità che non saprebbe, altrimenti, a chi comandare.
“Primarie” serie, davvero “all’americana” nel senso più pieno del termine, possono essere dunque la via anche per promuovere e gestire un nuovo, reale “radicamento” del PD nei territori e negli ambienti sociali cui esso – il recente risultato elettorale ne ha dato spietata dimostrazione – è estraneo. Mediante primarie di questo genere esso può diventare infatti, mettendosi in gioco fino in fondo, il “loro” partito. Trovando qui il significato più serio e profondo del proprio essere “partito federale”: capace di praticare in ogni realtà un “nuovo inizio” e insieme di “federarle” tutte insieme in una prospettiva unitaria, insieme democratica, profondamente riformatrice, davvero nazionale.
Stefano Sacconi
Roma, 30 maggio 2008