Di fronte a eventi di grande e drammatica portata ci sono diversi atteggiamenti possibili, tutti resi leciti dalla portata – appunto – grande e drammatica degli stessi eventi. A un estremo c’è l’atteggiamento catastrofista, che in genere paralizza ogni possibilità di reagire razionalmente. E c’è all’altro estremo l’atteggiamento di chi minimizza, inquadrando senz’altro l’evento nella serie naturale dei fatti buoni o cattivi, gradevoli o sgradevoli, di segno progressivo o regressivo, che da sempre si alternano nella vicenda umana. Anche questa posizione, pur non essendo di per sé paralizzante, rischia di giustificare, di fatto, l’assunzione di rimedi che restano al di sotto dell’emergenza in atto.
Che le “caute previsioni” di Michele Salvati (Corriere della Sera del 14 ottobre) sottendano una valutazione della crisi finanziaria mondiale più vicina al secondo che al primo di tali due casi-limite, appare evidente. Il capitalismo – egli rammenta – non è sempre lo stesso. Nel corso del secolo XX, per esempio, ha cambiato due volte indirizzo generale: passando prima dal liberalismo al keynesismo, poi – con Thatcher e Reagan – dal keynesismo al “neo-liberalismo”. Solo che, nota l’economista milanese, quelle due “rivoluzioni”, peraltro entrambe interne al capitalismo, furono “teoriche e culturali prima ancora che politiche”. Per porre in atto passaggi di tale portata ci vogliono (ci limitiamo a dire, poiché ci interessano solo i passaggi di segno progressista) i Roosevelt e prima ancora i Keynes: ma oggi, di personalità di quella tempra, in giro non se ne vedono proprio. Del resto, Salvati “fa fatica ad assimilare quella congiuntura storica a quella attuale e a vedere in Barack Obama, nel caso dovesse vincere, un nuovo Franklin Delano Roosevelt”.
Queste constatazioni, che potrebbero anche essere condivisibili, giungono a conclusione di un ragionamento che parte dall’interrogativo circa il “modello di capitalismo” che dobbiamo attenderci si affermi a seguito dell’attuale crisi. Vi è chi – nota Salvati – prevede sconvolgimenti profondi. Ma lui dice di preferire valutazioni più prudenti: non ci saranno cambiamenti radicali, passaggi d’epoca, cambi di modello. Resteremo pur sempre all’interno del sistema “neo-liberale”. Ovvero del “supercapitalismo”, come suona il titolo di un libro di Robert Reich.
E perché mai? Perché, appunto, di rivoluzionari (non pericolosi utopisti, ma rivoluzionari veri ed efficaci) come Keynes e Roosevelt, all’orizzonte dei nostri giorni non se ne vedono proprio. Quindi ci dovremo tenere il “supercapitalismo” ancora per qualche decennio. O qualche secolo, secondo i gusti. E ci dovremo accontentare – al più – delle medicazioni allestite dai governi europei, con gli USA al seguito. Un “supercapitalismo” con ammaccature e cerotti vari, insomma: ecco quel che ci aspetta. E, come nel 1929, sarà necessario pazientare per un tempo indeterminato: chissà che, ora come allora, prima o poi qualche teorico e qualche politico capaci di superare la fase delle pecette non sbuchi fuori. Spes ultima dea, si potrebbe dire. Anche se, sembra dire a sua volta il prof. Salvati, questa speranza assomiglia un po’ troppo a una pericolosa utopia. Lasciamo perdere nuovi Keynes e nuovi Roosevelt. Teniamoci Paulson, Gordon Brown e magari anche Tremonti.
Visto che, due giorni fa, su questo sito è comparso un editoriale in cui si proponeva, non un ridicolo paragone fra Obama e Roosevelt, ma l’esigenza di un “nuovo Roosevelt” all’altezza dei tempi nostri; il quale poi, visto che sarebbe curioso pretenderlo da un McCain, non potrebbe essere incarnato (oggi, in terra d’America) se non da Barack Obama. Il che non vuol dire affatto che il candidato democratico, se vincerà, riuscirà in quel compito immane. Vuol dire solo che quello è il compito, ed è inutile credere che bastino i pannicelli caldi. Visto dunque tutto questo...
...mi piacerebbe porre a Michele Salvati, economista stimato e mente anche politica, un paio di quesiti, tanto per capire. Quesiti che – beninteso – ritengo difficile arrivino, da questa modestissima cyber-nicchia, al suo orecchio. Ma li pongo lo stesso, semplicemente perché porli mi pare opportuno, avendo come interlocutore chiunque legga queste righe.
1. La crisi esplosa con fragore planetario in queste settimane è (o meglio è stata, visto che ne saremmo – praticamente – ormai fuori, dopo il magico weekend dei saggi del mondo) la classica tempesta in un bicchier d’acqua? O è stato qualcosa di più?
2. C’è o non c’è del vero nell’accusa, mossa da più parti all’“economia di carta”, di aver tolto spazio e respiro all’“economia reale”, cosicché l’esplosione delle sue “bolle” rischia ora di ripercuotersi in modo estremamente rischioso su quest’ultima, con gravissimo danni per il presente e l’avvenire di tanta parte della popolazione?
3. E’ o non è vero, se quella diagnosi non è del tutto campata in aria, che per porre rimedio in modo non effimero alla crisi sarebbe necessario restituire la priorità all’“economia reale”, riconducendo la finanza al suo ruolo fisiologico di supporto?
4. E’ lecito o no interpretare la terapia rooseveltiana della malattia depressiva innescata dal crollo del 1929 come un’operazione tendente a mettere al centro del processo economico, anche mediante robuste iniezioni di interventismo pubblico, le necessità più sentite dalla maggioranza della popolazione? E che i più significativi strumenti di tale strategia (uno per tutti: la Tennessee Valley Authority) furono istituiti e controllati dalla mano pubblica, ma destinati a una gestione rigorosamente aziendale, cosicché superarono la mera dimensione dell’emergenza (la TVA esiste tuttora, funziona ottimamente, produce utili)?
5. Si può essere davvero convinti, di fronte alla crisi di questi giorni, che il problema sia solo di “regole” e che non vi sia invece anche l’esigenza di indicare, agli operatori dell’economia e del mercato, obiettivi e finalità credibili, utili per il rilancio, l’ampliamento, la qualificazione sociale e ambientale dello sviluppo? Che queste indicazioni possano concretizzarsi anche nella messa in atto di convenienze tali da orientare i mercati in senso omogeneo agli obiettivi prefissati, senza alterarne, ma anzi rivitalizzandone, il funzionamento?
6. E’ utopia, in tale prospettiva, proporre la messa in opera di strumenti d’intervento che riprendano, su altra scala e in chiave rinnovata e adattata alle possibilità e alle esigenze di oggi, il modello della TVA rooseveltiana, ad esempio in vista di uno sviluppo dell’Africa sub-sahariana che non sia di rapina ma valorizzi al massimo le risorse umane locali, o – in Italia – che accompagni e sostenga un programma nazionale di riqualificazione ambientale e un rilancio e una moderna riqualificazione delle nostre istituzioni educative e della ricerca?
7. Non è lecito attendersi, da interventi di questo tipo, un traino adeguato per la ripresa dell’“economia reale” a tutti i livelli; una sollecitazione delle energie imprenditoriali, progettuali, di creatività; uno sbocco per le migliori risorse intellettuali; una moltiplicazione delle occasioni di lavoro qualificato?
8. O si crede davvero che, una volta messe meglio a punto le regole e garantito più rigorosamente il loro rispetto, il gioco spontaneo e molecolare delle forze presenti nel mercato sia in grado, da sé solo, di produrre il migliore sviluppo possibile? Non vi sono forse, all’interno del mercato, interessi forti e strutturati capaci di condizionarlo nel senso da loro voluto: interessi cui solo un indirizzo esplicito, da parte di istituti non meno forti e che rappresentino gli interessi generali, può imporre un indirizzo rispondente ai criteri della democrazia? O forse si pensa che la democrazia sia solo una “sovrastruttura”, un gioco di apparenze, e che la sostanza della vita sociale debba restare in permanenza nelle mani di “chi può”?
Stefano Sacconi
Roma, 14 ottobre 2008