Cerca
  Porto
    Oggi
    Giornale di bordo
    Il Punto
    Glocal
    Dicono
    Otium
    Serbatoio
    Mappa
    Bottiglie
 


Links 
www.popica.org/d...
 
www.aduc.it
 
www.redattoresoc...
 
www.noidonne.org...
 
www.lavoce.info/...
 
www.quadrantefut...
 
www.luzzatti.it
 
www.cooperazione...
 
www.cslegacoop.c...
 
www.ica.coop/al-...
 


Home » Glocal » Sinistra possibile » A. REICHLIN -L'UNITA' 30-09-08 - DALLA PARTE DEL MERIDIONE »
A. REICHLIN -L'UNITA' 30-09-08 - DALLA PARTE DEL MERIDIONE

 Io non vedo nei ceti dirigenti meridionali un allarme
corrispondente al destino che ormai sembra incombere su
questa parte d'Italia (e di conseguenza sull'insieme
della nazione). Non a caso amici seri di Napoli mi chiedono
di aiutarli ad aprire un dibattito vero che rompa questo
assordante silenzio. Allora bisogna essere molto chiari.
C'è una ragione profonda, e anche drammatica, se del
Mezzogiorno si parla ormai solo per le gesta della camorra o
per il dominio della mafia su intere regioni. E le cose sono
arrivate al punto che anche uno come me fa una certa fatica
a ricordare che questo è dopotutto il cuore dell'Italia
antica - quella greca e romana - e che Napoli è stata tra
le capitali europee dell'alta cultura fino al Novecento.
Ma questa ragione c'è. Sono passati quasi 150 anni da
Porta Pia e un secolo e mezzo di sforzi volti ad affrontare
e risolvere la questione meridionale per quello che essa è
realmente.

E dunque affrontarla non solo come un problema di ritardo di
alcune regioni nello sviluppo economico ma come il nodo
della storia politica italiana che bisognava affrontare
perché da esso dipendeva la formazione dell'Italia come
Stato unitario moderno: questi sforzi non sono andati a buon
fine. Certo il Mezzogiorno è enormemente cambiato, si è
ammodernato ma quel grumo di problemi per cui la nazione
italiana (non il Sud soltanto ma la nazione, lo Stato, la
capacità degli italiani del Veneto come della Sicilia di
stare insieme e di pesare insieme nel mondo) non è stato
sciolto. E così, adesso siamo arrivati a un punto di
svolta. Si apre un problema grosso, non più rinviabile. E
sta qui la sostanza di ciò che voglio dire con questo
articolo.

La mia sensazione è che siamo di fronte a un problema non
più rinviabile perché è vero che da tempo, da quando
sono cadute le vecchie frontiere economiche dello
Stato-nazione e si è aperta la sfida
dell'internazionalizzazione, il vecchio compromesso tra
Nord e Sud era saltato (in sostanza al Nord le fabbriche, al
Sud il ruolo di grande mercato di consumo protetto; il Sud
che alimenta con la sua mano d'opera a basso costo le
officine di Torino e di Milano ma in cambio ottiene un
grande flusso di trasferimenti finanziari). Cose vecchie, ma
adesso siamo a un dunque. Le sfide dei mercati globali e
degli inevitabili salti culturali non sono più rinviabili.
Per cui o noi siamo in grado di pensare (ma dove in quale
sede?) un nuovo meridionalismo che sappia elaborare analisi
e proposte per il Sud a partire dalla piena consapevolezza
della sua nuova dimensione geopolitica euromediterranea.
Oppure la parte più avanzata del paese, quella che sta nei
mercati mondiali e si batte sulle frontiere avanzate
dell'innovazione non può più accettare il costo di un
Mezzogiorno che rappresenta il 40 per cento del territorio e
della popolazione ma che, a differenza di ciò che sta
accadendo in tutta Europa continua ad arretrare e a
consumare molto più di quello che produce. Con in più il
fatto che è finita l'epoca in cui la sinistra
meridionale era l'emblema delle lotte per la giustizia e
il progresso. Adesso larga parte della classe dirigente
meridionale, anche se personalmente onesta, è prigioniera
di un meccanismo che la spinge a cercare il necessario
consenso politico facendosi tramite del fiume delle
sovvenzioni statali ed europee. Col risultato di non
riuscire a creare una economia e servizi più moderni ma di
arricchire i ceti parassitari e mestieri protetti e
largamente improduttivi. La povera gente e soprattutto i
giovani pagano un prezzo enorme. Vengono privati della
stessa speranza in un progresso futuro. Secondo la Banca
d'Italia un quarto degli adolescenti meridionali non sa
svolgere il più semplice calcolo aritmetico. Una
catastrofe.

Questo intendo per "punto di rottura". E resto un po'
confuso quando sento le serafiche dichiarazioni dei Chiti e
dei Chiamparino i quali ci assicurano che il PD leggerà
con attenzione le proposte federaliste di Calderoli, le
discuterà e proporrà pure emendamenti. Caspita! Mi
chiedo se ci rendiamo conto che intanto ci stiamo
avvicinando a una sorta di scissione silenziosa tra le due
Italie. Per tante ragioni ma soprattutto per il fatto che la
distanza tra di esse è ormai tale che nemmeno le medie
statistiche hanno un senso. Infatti non significa nulla
fissare il reddito medio a 100 se gli indici del
Lombardo-Veneto hanno raggiunto le punte più avanzate
della regione d'Amburgo o di quella parigina mentre il Sud
sta scendendo al di sotto del Portogallo. Questo intendo per
"scissione silenziosa". Lo Stato nazionale resta, con il
suo tricolore e l'inno di Mameli ma diventa un guscio
vuoto. Non è più in grado di garantire che il
federalismo (come potrebbe essere) sia strumento di
autogoverno e garante di diritti uguali. Io temo che abbia
ragione Giorgio Ruffolo quando ci dice che dopo il Nord la
febbre leghista può investire il Sud promuovendo perfino
progetti separatisti come quelli che emersero non solo ai
tempi del bandito Giuliano ma nel pieno della crisi del
1992, quando la mafia tramò per la fondazione di uno Stato
del Sud, una sorta di porto franco mediterraneo.

Io forse esagero ma mi stupisce questo strano silenzio sul
fatto che se la metà del Paese scivola verso un simile
degrado anche il Nord non conterebbe niente sulla scena
europea e mondiale. E, poi, noi democratici, che fine
facciamo? Al posto di quel grande partito riformista e
nazionale che vuole essere il PD assisteremmo impotenti a
una nuova proliferazione di partitini locali, privi di ogni
orizzonte nazionale. Chi comanderà in Italia? I poteri di
fatto passeranno in altre mani. Tuttavia la ragione di
questo mio ragionamento così severo sta anche nella
convinzione che ridare centralità alla "questione
meridionale" significa aprire una nuova prospettiva.
Perché è vero che la destra domina la scena non solo in
Italia ma in Europa per cui le nostre battaglie sembrano
"emendative" piuttosto che alternative. Ma io ritengo
che la destra italiana può essere messa con le spalle al
muro e battuta se noi non ci limitiamo ad alzare la voce
(anche) ma ci caratterizziamo come quella forza che, a
differenza della destra, propone agli italiani una visione
profondamente innovativa su come il Paese può rientrare
nel grande gioco mondiale, occupando il posto che spetta a
questa antica penisola nella nuova realtà geo-economica e
strategica. Siamo in presenza di fatti straordinari. Il
più antico dei mari, quello che fu "nostrum", il
Mediterraneo, è tornato ad avere una centralità nel
grande gioco dei commerci e per il controllo delle materie
prime (energia, ma non solo). E allora certi errori non sono
più perdonabili. Ciò che non si può più perdonare ai
meridionali è che non si mettono in condizioni (facendo
tabula rasa di tutto lo schifo di inefficienza e di
corruzione con cui convivono) di attirare gli interessi del
mondo intero per le potenzialità di questo Sud che è il
molo europeo nel Mediterraneo. E ciò che non si può
perdonare ai settentrionali è il non capire che l'Italia
non ha futuro se si arrocca al di quà del Po e si illude
che facendo leva sulla parte più "forte" può
risolvere problemi che sono sempre più di efficienza e
produttività dei sistemi nazionali.

Devo dire che è anche per queste ragioni che io spero nel
partito democratico. Almeno spero perché vengo da anni in
cui i DS non avendo più una idea nazionale ebbero la
geniale idea di affrontare il problema storico dello Stato
italiano scoprendo che il Mezzogiorno non esiste perché il
vero problema era la "questione settentrionale". Come
mettere la Marcegaglia al posto di Gramsci. Arriverà prima
o poi l'ora del risveglio per la grande cultura
democratica italiana?





Richiedi informazioni Invia la pagina Stampa la pagina

Mare Aperto di Stefano Sacconi   

- Roma
E-mail: mail@mareaperto.net
Realizzazione web by euchia