La “Fraternité” dei rivoluzionari francesi
Può giovare, nella ricerca di un’adeguata definizione della “fraternità” come principio della convivenza civile, un riferimento, sia pure di necessità sommario, al suo effettivo impiego nel contesto della Rivoluzione francese. A tal fine un’utile traccia è offerta dalla voce – appunto – “Fraternité” del “Dizionario critico della Rivoluzione francese” curato da François Furet e Mona Ozouf, pubblicato da Flammarion nel 1988 e la cui edizione italiana, a cura di Massimo Boffa, è uscita lo stesso anno presso Bompiani. La voce in questione è stata curata da Mona Ozouf. I numeri fra parentesi indicano le pagine dell’edizione italiana.
Che cosa dunque significò, nel contesto della Grande Révolution, l’appello alla “fraternità”? Data la successiva “eclisse” di questa parola d’ordine, eclisse tanto più vistosa se paragonata alla fortuna delle altre due – libertà e uguaglianza – scritte sulle bandiere rivoluzionarie, è facile (troppo facile) interpretare la sua presenza come il frutto di un’infatuazione passeggera, come il portato di quel poco (o molto) di entusiasmo religioso che animò quel passaggio cruciale attraverso cui l’ancien régime fu spazzato via e furono poste le basi, nell’Europa continentale, dell’epoca nuova. Quasi che, passata la sbornia rivoluzionaria, il presunto “terzo principio” dovesse rivelarsi per quello che era: una crasi abborracciata e un po’ dionisiaca dei due apollinei, razionali, illuminati principî della libertà e dell’uguaglianza, unici a poter tenere legittimamente il campo in epoche di ormai raggiunta “normalità”.
Le cose, tuttavia, non sono riducibili in questi termini. E’ ben vero, infatti, che fra le parole che compongono il “sacro motto dei nostri padri” (Pierre Leroux), la fraternità è quella che compare più tardi e la meno usata durante la stagione rivoluzionaria (657); che l’albero della fratellanza viene piantato solo in piazze secondarie, mentre quello della libertà campeggia nella piazza principale dei villaggi (658); che vi sarà chi proverà avversione per questa “aggiunta” che la Rivoluzione aveva fatto alla coppia libertà-uguaglianza (Etienne Vacherot e in genere gli interpreti “democratici puri” dell’evento rivoluzionario, in sostanziale continuità con l’orientamento della Gironda - 664), che nelle stesse Costituzioni rivoluzionarie la parola “fraternité” è assente (Costituzione del 1793) o figura solo in un articolo aggiuntivo (Costituzione del 1791); e nemmeno figurerà (come del resto è ovvio) nella Costituzione del 1830, mentre farà il suo ingresso a pieno titolo solo in quella del 1848, accanto alla libertà e all’uguaglianza (657/58).
Ma è altrettanto vero che l’articolo aggiuntivo del ’91 la indica come il frutto a venire delle feste nazionali: la cui istituzione, parte di un progetto educativo della nazione a lungo termine, proprio a ciò è finalizzata (657). Che proprio in nome della fraternité si darà vita, a partire dal primo anniversario della Bastiglia, agli episodi “federativi” destinati a cementare la volontà e lo spirito rivoluzionari. Che l’albero della fratellanza sarà piantato anche sulle frontiere come simbolo di unione fra i popoli, di concreta universalità rivoluzionaria (658). Che la proclamazione della Repubblica da parte della Convenzione (settembre 1792) avviene nel segno dell’equiparazione fra la stessa Repubblica e la fratellanza. Che, per dirla con le parole di Mirabeau (cui l’enfasi retorica non toglie efficacia e sincerità), grazie alla Rivoluzione è concesso sperare che, dopo “le gesta delle bestie feroci, tra le quali si distinguono, di quando in quando, degli eroi”, abbia inizio “la storia degli uomini, la storia dei fratelli”(665). Che infine la stessa Ozouf, anche in considerazione di tutto ciò, indica senz’altro nel “concetto di fratellanza, fin dai suoi primi usi”, l’“orizzonte della rivoluzione francese”.
La Fraternité, dunque, da cenerentola della Révolution a principessa, proprio come nella favola? Anche questo “opposto estremismo” interpretativo sarebbe quanto meno frettoloso. La presenza e la funzione del “terzo principio” restano comunque ambigue. Così nell’interpretazione ottocentesca dell’evento rivoluzionario: se per Jules Michelet la fraternité è il compimento/superamento degli altri due principî, che dunque ne sono i necessari antecedenti, per Louis Blanc e Philippe Buchez, viceversa, essa è il presupposto e insieme un fattore contestativo di libertà e uguaglianza, del loro valore di principio (664). Ciò in rispondenza all’interpretazione che ciascuno dà della Rivoluzione e del suo significato: secondo la prevalenza da ciascuno attribuita al fattore di continuità o a quello di rottura rispetto alle idee e ai propositi dell’Illuminismo settecentesco.
Nella Fraternité rivoluzionaria sono riconoscibili, del resto, due componenti fra loro contraddittorie (661): quella che tende all’universale, per cui “fratellanza” sta per unione dei diversi ed è suscettibile di ampliamento all’indefinito (659), è antidoto alla disgregazione, è la virtù invocata nell’imminenza del pericolo in alternativa a un’égalité astratta e come tale inefficace (658), è il fattore ideale grazie a cui la Rivoluzione, in continuità col cristianesimo, fa vivere il senso dell’identità di ciascuno con gli altri esseri umani. E vi è per converso la componente dell’appello esclusivo, discriminante, usato da giacobini e montagnardi per emarginare e distruggere la parte girondina: tale il significato del “fraternizzare” mediante il quale i gruppi di sinistra a capo dei clubs si sostengono a vicenda nel consolidamento del proprio potere e nell’epurazione degli avversari (660); e in tal senso anche il Terrore si avvarrà dell’invito a “fraternizzare”(661).
Non a caso, fra i tre principî della Rivoluzione, la fraternità è l’ultimo a scendere in campo: tanto che, secondo Alphonse Aulard, è proponibile una tripartizione dell’epopea rivoluzionaria secondo la prevalenza di ciascuno dei tre princìpi. E il tempo della fraternité sarebbe inaugurato dalla dittatura della Montagna (657). Dal punto di vista della cronaca, dunque, l’appello alla fraternité coincide con l’atto mediante il quale la Rivoluzione entra nella sua fase più acuta, interrompe la stagione dei compromessi, si taglia i ponti dietro le spalle. Accanto all’origine cristiana e a quella massonica (esplicitamente riconosciute già dai protagonisti – 657), la fratellanza rivoluzionaria reca dunque con sé una incancellabile coloritura “estremizzante” (658)?
Più che di estremismo, l’ideale “fraterno” è a ben vedere espressione di una processualità rivoluzionaria che non intende fermarsi all’affermazione di una libertà e di un’uguaglianza tutte attestate sul fronte del mero diritto “borghese” astratto, predicate ma non praticate, perché in contrasto con le condizioni esistenziali di ognuno. Fraternità è allora la proiezione concreta della rivoluzione politica nella rivoluzione sociale, una rettifica dinamica dell’uguaglianza dei diritti. Non a caso essa piacerà agli storici ed esegeti ottocenteschi della Rivoluzione di orientamento socialista: sarà Jean Jaurès a vedervi la promessa di un diritto universale (665).
Sul piano propriamente concettuale, Mona Ozouf resta colpita dal fatto che, mentre i sostantivi liberté ed égalité sono il più delle volte qualificati mediante specifici complementi (libertà di stampa, uguaglianza di diritti, etc.), la Fraternité, viceversa, “sta da sola” (657). Se non si tratta (e come potrebbe?) di un fatto casuale, questa singolare circostanza offre una traccia significativa, un utile indizio per l’individuazione di un differenza di piani fra i primi due principî e il terzo. Differenza di piani, peraltro, che è già stata segnalata a suo tempo da più d’un protagonista e d’un osservatore della stagione rivoluzionaria. Libertà e uguaglianza sono “diritti”, la fraternità, invece, è un “obbligo morale” (657), come tale dotata di per sé di un contenuto proprio (Kant, in quanto obbligo morale, l’avrebbe potuta definire “imperativo categorico”, cioè contenuto di se medesimo). Ecco perché essa può essere assunta come obiettivo e contenuto del programma di educazione della nazione, prima e più che come fonte immediata di diritto positivo. E viceversa per libertà e uguaglianza.
Nei testi della Rivoluzione che ne parlano in modo specifico, la Fraternité – sottolinea l’autrice – non è affatto considerata superflua, né viene contrapposta (665) agli altri due principî. Men che meno essa è collocata in opposizione alla democrazia: ché, anzi, è vista come il principio in grado di portare la democrazia a compimento, in quanto la sua affermazione comporta il rifiuto di rinchiudere l’individuo nelle condizioni date della sua esistenza. Essa costituisce, sinteticamente, la messa in risalto dell’umanità nell’individualità. Ecco, allora, in che cosa consiste la Fraternité rivoluzionaria: essa, attraverso questo suo potere di penetrare nel profondo, è l’applicazione della democrazia alla totalità della vita sociale. In quanto tale – afferma in conclusione Mona Ozouf – essa è l’elemento che “depone a favore piuttosto dell’affinità fra il socialismo e la democrazia che non del loro antagonismo”.